Auchan/Conad tra payoff aziendali e l’isola che non c’è.

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Pochi conoscono Antonio Stoppani. Forse un giorno gli verranno riconosciute nella loro originalità le sue osservazioni  sull’impatto dell’attività dell’uomo sulla natura. Un antesignano di Greta Thunberg del 1800. Un ambientalista ante litteram. La sua opera principale fu il Bel Paese Conversazioni sulle bellezze naturali, la geologia e la geografia fisica d’Italia.

L’Abate Stoppani oggi lo si può incontrare sul lungo lago di Lecco, in città, nel monumento posto nella piazza a lui dedicata o sulle etichette del Bel Paese della Galbani fin dal 1906. Non è l’immagine di Egidio Galbani, come pensano in molti. Ma l’azienda casearia, oggi di proprietà della francese Lactalis, resta più nota al pubblico per il  payoff “Galbani vuol dire Fiducia” che l’accompagna dal 1956.

Ho lavorato in quella realtà per lungo tempo. Una grande azienda. Galbani e Fiducia sono diventati, negli anni, sinonimi. Con tutti i rischi che questo comporta quando i tempi cambiano. Un payoff semplice, diretto, distintivo per il consumatore. Ce lo siamo trovato storpiato tutte le volte che abbiamo dovuto affrontare un piano di riorganizzazione negli uffici, negli stabilimenti o nella rete di vendita.

Mi è ritornato in mente in queste settimane nella vicenda Auchan/Conad. “Persone oltre le cose” si presta anch’esso alla manipolazione. Il sindacato non è nuovo a queste storpiature. La più nota credo risalga agli anni 80 in casa Fiat: “Arna. Chilometrissima Alfa” venne trasformata in “Arna. Cassintegratissima Alfa” nel pieno di un duro confronto di lavoro. Comunque la si voglia vedere dimostrano solo una evidente  debolezza.

Nel caso Auchan/Conad, non essendo ancora successo nulla di irreparabile, sembra più un fuoco di sbarramento su chi si propone di investire sul futuro di un’azienda. A mio parere è una mossa completamente fuori bersaglio. Mi sarei aspettato qualche ironia sul claim Auchan “Auchan, et la vie change“ (Auchan, e cambia la vita). Mi sembrava assolutamente più strumentalizzabile. Soprattutto in funzione della ritirata del gruppo francese dal nostro Paese che rischia, quella sì, di cambiare la vita a molti.

Lo sottolineo perché nel prendersela con Conad c’è tutto il carico negativo della vecchia cultura “totalista” tipica di Auchan. Una cultura per certi versi autosufficiente, chiusa nel proprio perimetro da sempre con il ponte levatoio alzato verso la concorrenza. Mi ricordo un vecchio responsabile relazioni sindacali  di Auchan  che, parlando di Esselunga, la definiva, non molti anni fa, una modesta azienda di carattere regionale. Pura arroganza.

Chi subentra sa che non sono certo le persone di Auchan ad aver fallito la loro missione. Non ha alcun interesse a considerare gli uomini e le donne dell’azienda acquisita perdenti o incapaci. Anzi. Vista la dimensione dell’operazione ha, al contrario,  un’esigenza opposta. Indubbiamente è uno dei problemi, oltre ai numeri e alle strategie di rilancio, che si troveranno da affrontare gli uomini di Conad.

I processi di merger&acquisition a volte vanno in crisi perché questi aspetti vengono sottovalutati. Cultura, procedure, relazioni tra le persone, comunicazione, relazioni sindacali, stili di management di chi subentra e di chi viene ceduto possono avere storie e radici diverse. Auchan non è mai stata un’azienda trasparente, aperta alla comunicazione e all’ascolto. Basti solo sottolineare la sorpresa sincera dell’epilogo tra i suoi collaboratori per la cessione a Conad.

Il fatto che sia più forte la preoccupazione sulle intenzioni di chi si è candidato al risanamento rispetto alle responsabilità e agli errori compiuti negli ultimi anni dovrebbe far riflettere. Conad crede nel futuro e nel risanamento possibile e questa convinzione è alla base dell’operazione. Chi ha ceduto non ci ha creduto. E non da oggi. Attaccare il payoff significa non capire la dimensione di ciò che sta succedendo. Conad non si può certo fermare lì come Galbani non si fermò davanti alle storpiature del suo.

C’è un prima. Un durante e un dopo. Chi viene ceduto deve sapere che nulla sarà come prima. Non c’è più la boria démodé della multinazionale francese alle spalle, non c’è un declino inarrestabile dovuto alla crisi del format da accompagnare rassegnati, non c’è un compratore unico simile al venditore.

C’è un mondo nuovo dove la sostanza prevale sulla forma e dove l’impegno personale e la proposta fanno premio sulla protesta inconcludente.  “Persone oltre le cose” non è da intendersi come un salvacondotto. Né una garanzia a prescindere. Non lo è per gli uomini di Conad che sanno ben cosa significa. Non lo sarà per gli uomini ex Auchan che avranno la possibilità di dimostrare le loro competenze e le loro capacità.

Sottolinea l’importanza, il valore aggiunto  delle persone nel loro rapporto con il cliente.  Francesco Pugliese lo dichiara spesso: “Per noi che non siamo un’isola, comprendere viene prima di vendere”. Un supermercato non è un’isola, quindi. Ma nemmeno una zattera su cui si può salire a prescindere.

L’elemento distintivo dell’azienda è e sarà sempre l’attenzione alla realtà circostante. Quindi un modello di servizio al cliente che punta all’efficacia, alla rapidità e alla flessibilità della risposta. E questo ha inevitabili conseguenze anche sul piano organizzativo e del contributo richiesto alle persone. Così come sarà fondamentale  l’equilibrio sui costi.

Quel payoff non significa affatto che tutto resterà come prima ma che c’è la volontà di fare il possibile per fare meglio di prima. In questo sta l’importanza delle persone.

Non tutti saliranno a bordo. È evidente. L’importante è che ci ci salirà lo dovrà fare con lo spirito di chi entra in una nuova azienda diversa da quella che è alle spalle. Così come, per chi non ci potrà salire, quel claim significa che verrà fatto tutto il possibile per individuare tutti gli strumenti utili per trovare soluzioni condivise con le organizzazioni sindacali. E, di questi tempi, non è un impegno da poco.

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