Conad/Auchan. Illusioni e realtà…

Sulla proclamazione dello sciopero e della manifestazione in piazza Duomo a Milano  di Filcams Cgil e UILTuCS Uil e della conseguente dissociazione della Fisascat CISL lombarda  ho scritto un pezzo che ha mosso una discussione interessante sulla quale voglio tornare.

Sembra impossibile nel 2019 ma, secondo alcuni commentatori, il dissenso tra sigle sindacali e quindi  le ragioni che lo hanno determinato non dovrebbero essere argomento di discussione pubblica. Esaspererebbe gli animi. Quindi la responsabilità sarebbe di chi ne parla. Non di chi decide di dissociarsi ma forse preferirebbe farlo sotto traccia  sperando che la notizia non diventi di pubblico dominio.

Nel complesso dei riti e delle liturgie del 900 l’idea che “i panni sporchi si  lavano in casa” aveva un posto preminente. Oggi non è più così. Cosa sta succedendo, allora? C’è molto probabilmente chi, nel Sindacato, vorrebbe chiudere questo negoziato prima che la situazione degeneri e chi attende improbabili interventi risolutori esterni.

Adesso c’è chi insegue il feticcio del MISE. L’idea che un organismo evaporato nella sua autorevolezza grazie a precise responsabilità politiche come scrive l’ottimo Dario Di Vico (http://bit.ly/2YkLXck) possa “chiudere in una stanza” le due parti e imporre una soluzione che sgravi i rappresentanti dei lavoratori dalla responsabilità della firma e costringa l’azienda a più miti consigli  è affascinante quanto ingenua.

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Conad/Auchan. Il primo “spezzatino” è del sindacato?….

In Lombardia  la Fisascat CISL non aderisce allo sciopero e alla manifestazione del 5 dicembre in piazza Duomo indetto da Filcams CGIL e UILTuCS UIL e ne prende le distanze.  A Legnano a pochi chilometri dal capoluogo lombardo lo sciopero viene indetto dalla Fisascat CISL di Milano e dalla Filcams CGIL per il 7 dicembre. Difficile comprenderne le motivazioni.

Fino a poco tempo fa ci avevano pensato i consulenti e gli avvocati BDC a tenere unito e compatto il sindacato di categoria nella vicenda Conad/Auchan. La loro rigidità al tavolo negoziale aveva contribuito, per una buona parte, alla costruzione di  un muro di incomunicabilità  che di fatto ha impedito  al negoziato  di fare passi in avanti.  Atteggiamento  ricambiato con analoga rigidità dall’altra parte. Uno stallo garantito. 

Per dirla con uno slogan, tra i sindacalisti  c’è chi era (e forse lo è ancora) convinto che fosse possibile auchanizzare la trattativa e quindi Conad puntando a farle ingoiare un boccone indigesto e chi, molto più prosaicamente cercava (e credo forse continui a cercare) di privilegiare le soluzioni occupazionali possibili con l’obiettivo di ridurre al massimo gli impatti dell’operazione.

Prima o poi l’equivoco sarebbe dovuto comunque emergere. Il modello imprenditoriale di Conad è da sempre inaccettabile per una parte del sindacato. Auchan per certi versi ne rappresentava l’antitesi.
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Rinnovi dei contratti nazionali e ruolo della rappresentanza.

Per il momento sulla certificazione della rappresentanza non c’è nulla in dirittura d’arrivo. I sindacati confederali hanno fatto le loro proposte mentre le associazioni datoriali, chi più, chi meno, non sembrano intenzionate a fare un passo in avanti. I CCNL sono passati in sette mesi da 888 a 909 di cui il 54% scaduti. Secondo il CNEL almeno nove milioni di lavoratori hanno il contratto in scadenza.

Un’ambiguità di fondo caratterizza questa reticenza. Un accordo presupporrebbe una maggiore  trasparenza. Sul reale numero degli associati e su come contarli, sul peso nei diversi sotto settori, sulle entrate e sulla loro finalizzazione. Numeri che non tutti sono disposti a mettere sul tavolo. È quindi molto probabile che, al di là delle parole, anche  la prossima stagione contrattuale si svolga nel solco della tradizione.

Non essendoci coperture nella legge di bilancio non credo ci potranno essere defiscalizzazioni o decontribuzioni collegate ai rinnovi stessi. Quindi il Governo si terrà a debita distanza. Semmai, alla prima occasione,  rilancerà il tema del salario minimo come panacea della palude delle accuse reciproche  in cui rischiano di finire i rinnovi stessi.

Come nelle stagioni migliori è toccato ai metalmeccanici aprire le danze. Una piattaforma certamente meno brillante e innovativa di quella che l’ha preceduta tenta comunque di rompere il freddo intenso  che sta calando sul rapporto tra le parti sociali. Nonostante il fiume di  parole che annuncerebbero il contrario. In questi mesi  sono state molte le occasioni di convergenza e di possibile  intesa. La sostanza però resta un’altra. Leggi tutto “Rinnovi dei contratti nazionali e ruolo della rappresentanza.”

Rinnovi dei contratti nazionali e strategie sull’inquadramento professionale

Trovo interessante che si ritorni a parlare di evoluzione dei sistemi di inquadramento professionale in vista dei rinnovi contrattuali. Maurizio Sacconi riprende alcune idee (http://bit.ly/2D1zeRR) da cui, credo, possa partire una riflessione meno scontata.

Fino ad oggi, nelle imprese,  ha prevalso la preoccupazione di mettere mano a ciò che dagli anni 70 del secolo scorso ha caratterizzato questo tema ad ogni rinnovo del CCNL corrispondente. La paura di riaprire un contenzioso legale infinito ha spinto le differenti parti datoriali a evitare di concretizzare più di tanto quanto andavano via via stabilendo le sempre generiche intese contrattuali nazionali in numerose categorie.

Contemporaneamente nelle singole aziende e quindi in quasi tutti i settori si sono sviluppati sistemi nuovi e coerenti che seppur gestiti unilateralmente dalle direzioni HR rispondevano alle evoluzioni delle esigenze sia organizzative che professionali. Si è realizzato, così negli anni, una decisa ripresa  di autorità delle imprese sul tema che, pur tenendo formalmente a riferimento il CCNL applicato, ha spostato il suo baricentro e le sue dinamiche concrete in azienda con riferimenti retributivi nel comparto di appartenenza dettati più dal mercato e quindi spesso disomogenei.

Se a questo  sommiamo la distanza dei CCNL con le retribuzioni delle categorie più professionalizzate e i profondi cambiamenti organizzativi che hanno attraversato le imprese  ci rendiamo immediatamente conto del declino di ruolo e di peso che il CCNL, ha concretamente subìto. E l’arrivo del salario minimo non lascia presagire alcun rafforzamento del modello che ha avuto il suo massimo splendore nel secolo scorso. Leggi tutto “Rinnovi dei contratti nazionali e strategie sull’inquadramento professionale”

Etica del business, coscienza, professionalità degli HR e responsabilità sociale delle imprese

Che sia per una ristrutturazione, una riorganizzazione, un passaggio di proprietà o un capriccio del capo, il licenziamento è come una sentenza di Cassazione difficile da metabolizzare se non nel tempo. Individuale o collettivo poco importa. Non c’è alcuna ragione logica che lo possa rendere meno drammatico per chi lo subisce. Soprattutto nel momento della comunicazione.

Licenziare è anche un “mestiere” demandato in genere, nelle aziende più strutturate,  ad una figura professionale particolare: l’uomo dell’HR. Nell’interessantissimo libro “il futuro del lavoro spiegato a mia figlia” di Pino Mercuri DHR di Microsoft, l’autore attribuisce a suo padre la definizione più semplice e immediata della sua attività: assumere e licenziare. Non è solo questo il lavoro dell’HR, ovviamente. Ma se dovessimo lanciare una survey nel mondo del lavoro chiedendo a tutti una sintesi della job descriprion HR non avremmo risposte molto diverse. Assumere e licenziare.

Da ormai troppo tempo,  la prima caratteristica è spesso condivisa con altri colleghi o con società specializzate esterne, la seconda lasciata volentieri all’HR di turno. O agli avvocati. A licenziare si impara. Spesso addirittura ci si abitua. Per alcuni è un esercizio di potere personale. Forse l’ultimo rimasto ad una professione spinta forzatamente ad un  declino di ruolo dopo anni di euforia. Per altri un semplice dovere. Per altri ancora una sensazione alla quale non si è mai preparati per quanto sempre simile a sé stessa.

Devi colpire duro, sotto la cintura  mentre hai di fronte la persona nel momento in cui è più fragile. Le parole aiutano chi le pronuncia ma non attutiscono il colpo a chi lo riceve. E non è questione di ruolo. Dal CEO alla commessa fa male allo stesso modo. Sono momenti in cui ti scorrono davanti errori e successi come in un  film. Quello che hai costruito anche sul piano personale lo vedi crollare improvvisamente. Tutto sembra sbriciolarsi. Non capisci cosa ti ha portato lì. E mentre cerchi di uscire dalla morsa, chi ti sta di fronte, pronuncia e pesa parole sempre uguali a sé stesse. Assumere e licenziare. Leggi tutto “Etica del business, coscienza, professionalità degli HR e responsabilità sociale delle imprese”

Grande Distribuzione e media. La ragione della scarsa visibilità

La vicenda Conad/Auchan ha portato in superficie la vexata questio della scarsa visibilità di tutto ciò che riguarda la Grande Distribuzione sui media, soprattutto nazionali.

La sollecitazione di Luigi Rubinelli, un guru della comunicazione di settore che rispetto molto,  mi ha stimolato a riflettere.  È vero la GDO nel suo complesso  è un nano dal punto di vista politico e della comunicazione. È un comparto che non è mai riuscito a trasmettere all’esterno una identità comune.

La stessa Federdistribuzione ci ha provato per anni  ma alla fine ha dovuto ripiegare su un più gestibile “minimo comun denominatore”. Niente di più. Troppi personalismi e troppi interessi in conflitto tra le diverse aziende da gestire. Forse potrà cambiare qualcosa in un futuro prossimo  con tutti i “grandi vecchi”, protagonisti del successo del comparto e a cui comunque si deve l’imponente fase di crescita, ormai praticamente a fine corsa.

Non dimentichiamo che buona parte della crescita del passato si è concretizzata più per capacità di relazione con le istituzioni locali che per creatività o innovazione  commerciale dell’insegna in sé. La stessa vicenda che ha coinvolto recentemente i vertici di un’azienda varesina dimostrano che certe pratiche sono tutt’altro che archiviate. Leggi tutto “Grande Distribuzione e media. La ragione della scarsa visibilità”

Conad/Auchan. Il dito e la luna

Ci sono molti modi per osservare una vicenda complessa come quella che vede coinvolti la multinazionale francese Auchan e Conad. C’è chi spera che se pur costretta sulle montagne russe quest’ultima riesca a portarla a termine e formare così un punto di riferimento importante per la grande distribuzione italiana e chi mira, strumentalmente o meno, a trascinare in una palude tipicamente italiana l’intera vicenda.

Sergio Marchionne dal palco del workshop Ambrosetti di Cernobbio, nel 2014, invitato a parlare del nostro Paese, decise di esordire citando Charles Osgood, un anchorman della CBS:” Questa è la storia di 4 persone, chiamate ognuno, qualcuno, ciascuno e nessuno. C’era un lavoro importante da fare e ognuno era sicuro che qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno poteva farlo, ma nessuno lo fece, qualcuno si arrabbiò perché era il lavoro di ognuno. Ognuno pensò che ciascuno potesse farlo, ma nessuno capì che ognuno l’avrebbe fatto. Finì che ognuno incolpò qualcuno perché nessuno fece ciò che ciascuno avrebbe potuto fare”.

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Conad/Auchan. Dopo il pronunciamento dell’antitrust il menù prevede uno “spezzatino” indigesto.

L’accezione negativa che si è più volte assegnata al termine “spezzatino” quando si parla di concentrazioni e cessioni di punti vendita rende difficile comprenderne l’inevitabilità in casi come questo.

Conad si è lanciata in questa operazione con due obiettivi. Innanzitutto crescere. Solo operazioni di questa portata e con questi rischi  lo consentono nei tempi richiesti oggi. In secondo luogo essere il campione nazionale perno centrale del “salvataggio” di una fuga costruita a tavolino dalla multinazionale francese proprio per evitare di trovarsi impantanati in una operazione di sganciamento dal nostro Paese con costi incalcolabili che avrebbe tra l’altro  occupato le cronache dei media per settimane. 

L’obiettivo, per certi versi riuscito,  era di lasciare il Paese. Per fare questo la formula “vista e piaciuta” era inevitabile così da scansare una lunga due diligence dalle prospettive incerte. Immaginare un addio con tanto di “spezzatino” in salsa francese offerto al banchetto della GDO nazionale avendo in pancia diciottomila posti di lavoro a rischio avrebbe  coinvolto anche la stessa immagine della Francia ponendola, insieme all’azienda,  in balìa degli eventi  che, con i rischi legati alla superficialità della politica di oggi, hanno sicuramente spinto e convinto Gérard Paul Louis Marie-Joseph Mulliez, l’anziano patron di Auchan, a programmare la ritirata lasciano tutto (e di più) sul campo.

Il  rischio di  scatenare una riedizione della Bataille des Alpes fra il Regno d’Italia e la Francia del  giugno 1940 rischiava di prendere corpo. Visti gli altri casi che affollano i media in questo periodo, una possibilità  sicuramente concreta.  Leggi tutto “Conad/Auchan. Dopo il pronunciamento dell’antitrust il menù prevede uno “spezzatino” indigesto.”

Conad/Auchan. Pur nella sua complessità, il quadro sembra si stia delineando…

Sono sempre stato  convinto del ruolo centrale che il sindacato di categoria potesse e dovesse assumere nella gestione di questa complessa vicenda anche quando mi sono permesso di avanzare critiche per come una parte dello stesso aveva deciso di posizionarsi al suo inizio.

Ho avuto fin da subito  l’impressione che si sottovalutasse il mondo Conad, la sua forza intrinseca, l’alleato con cui quest’ultima aveva deciso di affrontare la partita  e quindi la determinazione ad andare fino in fondo in questa operazione pur decidendo di assumersi grandi rischi. Ma anche che si considerasse il modello organizzativo e di business più un residuo del passato da superare che non il destino stesso di buona parte della GDO vincente fatta anche di piccoli associati, franchising, cooperative e non solo di grandi imprese tradizionali.

Modelli che bilanciano diversamente diritti e doveri, che distribuiscono diversamente i rischi di impresa e che imporrebbero strategie sindacali tese a tutelare il lavoro più che il posto di lavoro prodotto dalla vecchia cultura fordista. I miei suggerimenti (per quanto poco ascoltati e vissuti spesso come ostili) tendevano ad indicare ai rappresentanti dei lavoratori il rischio di non essere sufficientemente attrezzati per percorrere una vicenda che si presentava completamente diversa dal passato.

E che, percorrerla, avrebbe imposto cambiamenti difficili da accettare. L’esperienza stessa dei rinnovi contrattuali nazionali e delle ristrutturazioni aziendali in corso, tutti all’insegna della riduzione del costo del lavoro, avrebbero dovuto far pensare che, in un caso come quello della multinazionale francese in disarmo, la storia si sarebbe  ripresentata moltiplicata nella sua drammaticità.

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Conad/Auchan. Evitare la tempesta perfetta…

La vertenza Conad/Auchan sta entrando nella sua fase più delicata. Almeno sul piano sindacale. Inutile nascondere che i rappresentanti dei lavoratori temono che gli esuberi, alla prova dei fatti, si potrebbero dimostrare ben superiori a quelli dichiarati fino ad oggi.

I partner commerciali che vogliono entrare in partita fanno trapelare notizie contraddittorie  sul costo del lavoro nei PDV di loro interesse mentre dai territori alcuni imprenditori del mondo Conad cominciano a fare i conti sugli organici delle filiali in trasferimento, sulla reale possibilità di una integrazione indolore o sul possibile arrivo di concorrenti agguerriti nelle loro aree di competenza.

C’è molto nervosismo che non aiuta a comporre un quadro di riferimento certo. Contemporaneamente in BDC cresce il disorientamento dei manager, dei quadri e degli impiegati. Dalle prese di posizione e dal numero degli interventi  in rete sta prendendo corpo una situazione di crescente tensione di cui non è difficile prevedere lo sbocco. Lo stesso passaggio delle 109 filiali già programmato è vissuto come un rischio di minore impegno di Conad sul resto dell’operazione.

Indipendentemente dalla composizione della compagine societaria e dalla sua possibile evoluzione dopo il passaggio delle 109 filiali, Conad sarà comunque quella che subirà il carico maggiore in termini di pressione e immagine. Difficile pretendere  dall’altro socio una risposta su terreni di responsabilità sociale che esulano dalla natura più speculativa alla base della sua partecipazione a questa operazione (non necessariamente da intendersi in un’accezione negativa). Quindi capisco le difficoltà di comporre interessi e esigenze differenti.

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