GKN. Un caso isolato o un segnale di possibile crisi delle relazioni industriali?

Quasi tutte le operazioni collegate alle chiusure di attività o grandi ristrutturazioni/riorganizzazioni portano con sé rischi e conseguenze che spesso finiscono nelle aule dei tribunali. Rivendicazioni individuali, situazioni specifiche legate alla gestione della procedura, mancati ripescaggi ritenuti possibili. Di solito si concludono con singole reintegrazioni o indennizzi economici.

Rappresentano gli effetti collaterali di operazioni traumatiche come lo sono sempre  i licenziamenti collettivi. L’avvio della procedura prevista, i settantacinque giorni che normalmente la scandiscono, i tentativi di conciliazione, la solidarietà di politici e istituzioni locali, le tende e gli striscioni, l’intervento del MISE compongono un rito collettivo sempre uguale a sé stesso. Una liturgia cruda, dolorosa e sempre inaccettabile  per chi la subisce, indipendentemente dalla condizioni nelle quali versa l’azienda che la promuove, officiata dai sindacalisti coinvolti che devono gestire speranze e delusioni di piccole comunità di persone in carne e ossa fino alla chiusura del sito.

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Amazon. Un accordo sindacale che richiede cambiamenti (non solo all’azienda)

Un buon accordo sindacale dovrebbe essere salutato per quello che è. Senza inutili esagerazioni e senza assegnare all’intesa raggiunta  altro che non sia ciò che è stato concordato. Il percorso accidentato che ne ha accompagnato  i tempi di maturazione, le posizioni di partenza, le differenti culture che si sono scontrate dovrebbero cedere rapidamente  il passo alla reciproca volontà espressa nel testo aprendo una  nuova fase.

A rendere inevitabile l’intesa tra Amazon e le organizzazioni sindacali, anche attraverso la mediazione del Ministero del Lavoro, hanno concorso,  diversi fattori. Innanzitutto il peso economico e occupazionale che la multinazionale sta  avendo nel nostro Paese. L’importanza delle relazioni con il contesto sociale e politico per il suo business concreto in una realtà come la nostra non poteva certo essere sottovalutato dai vertici aziendali. E questo, indipendentemente dal carico simbolico che Amazon evoca, dalle dinamiche sindacali reali pressoché inesistenti dentro il suo perimetro  o dai toni esagitati utilizzati sui piazzali.

Stabilire normali relazioni industriali con i tre sindacati confederali con l’obiettivo di cercare di evitare strumentalizzazioni sul business, sull’organizzazione del lavoro e sulla gestione del personale è un dato comunque positivo. Non è un caso che l’azienda, con il crescere della dimensione, e in previsione di questo percorso si sia data una struttura manageriale anche nelle risorse umane in grado di accompagnarne la crescita e l’interlocuzione sociale.

Amazon sa benissimo che deve scontare un’avversione pregiudiziale causata dalla sua provenienza, dalla dimensione e pervasività in numerosi settori, dal suo agire su terreni tradizionali in modo nuovo dove, come cantava Jovanotti,  “le regole non esistono esistono solo le eccezioni” e che la loro normazione in un singolo Paese sono molto  complesse. Il futuro però non si attende ma si fa con l’andare. Fermarlo è impossibile.  E chi insegue sul terreno del business spesso, anziché individuare e affrontare i propri limiti, si limita a chiedere l’intervento di un fantomatico “arbitro” da cui pretendere una imparzialità facile a dirsi ma difficile da realizzare. Leggi tutto “Amazon. Un accordo sindacale che richiede cambiamenti (non solo all’azienda)”

Esselunga e il suo mito. Una competizione difficile.

Pur con i cambiamenti al vertice Esselunga, a Milano, resta sempre la migliore. Non serve essere particolarmente esperti per accorgersene. È la lepre che le altre insegne sono costrette ad inseguire. Personalmente sono convinto che Conad abbia fatto bene a non sottovalutare la piazza di Milano sfruttando le opportunità offerte dall’operazione Auchan. C’è tempo per capire e affrontare una piazza completamente diversa dalle altre.

Resta la prima inseguitrice, Carrefour per numero di PDV. Temo però che tra la scelta irreversibile fatta con il franchising, l’offerta, i prezzi, i concorrenti  e i discount che avanzano lo spazio, più che aprirsi, sembra restringersi. L’elemento che può contribuire a cambiare gli scenari futuri  è che, Esselunga, ha perso ormai da tempo il leader  che l’ha costruita  e più recentemente un top manager di notevole qualità che ha cercato di cambiarle pelle.

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Grande Distribuzione. Lo stallo sui CCNL spinge il salario minimo…

Non credo che Confcommercio avesse messo in conto che l’uscita di Federdistribuzione dal loro CCNL ne avrebbe comunque messo in discussione la capacità di movimento e di iniziativa e la stessa Federdistribuzione che la sottoscrizione di un ulteriore contratto nazionale avrebbe contribuito a indebolire complessivamente  il sistema.

Per loro si trattava di stabilire un legittimo principio di rappresentatività a cui tenevano molto. Le conseguenze, purtroppo, sono però sotto gli occhi di tutti. La contrattazione nazionale è bloccata, i firmatari dei diversi CCNL aspettano le mosse delle associazioni concorrenti e altri CCNL con retribuzioni e condizioni ben diverse rispetto a quelli principali si stanno diffondendo un po’ ovunque rispettando il principio che, nel nostro Paese, ogni datore di lavoro ha il diritto di scegliere il CCNL che ritiene più idoneo alla propria attività.

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Grande Distribuzione. Bernard Arnault lascia Carrefour.

Non ne poteva più di mantenere quel 5,7% di Carrefour.  Bernard Arnault ha chiuso, dopo  14 anni la sua avventura nella Grande Distribuzione. Ovviamente la sua uscita provocherà conseguenze importanti sia sul titolo (subito -4,74% alla Borsa di Parigi) che sulla catena stessa. Ma non solo.

Il nervosismo sull’investimento del proprietario di LVMH lo si era già capito con la nomina di Alexandre Bompard scelto indubbiamente per le sue qualità manageriali ma anche per condurre in porto proprio il suo addio. A gennaio la canadese Couche Tard aveva fatto un’offerta da quasi 20 miliardi di dollari rifiutata per l’intervento scomposto del Governo francese.

Lì si era capito che la scelta di lasciare di Arnault era definitiva. Incassato il no dalla politica, persa una grande occasione visto la compatibilità tra le due realtà e i progetti di espansione del gruppo canadese ad Alexandre Bompard non restava che continuare nella riorganizzazione del gruppo in attesa di decisioni dell’azionariato.

Il disimpegno era iniziato già nel settembre 2020 con la vendita di circa il 3,1% del capitale del distributore detenuto da Crédit Agricole CIB, a copertura delle operazioni in derivati concluse con una controllata del Groupe Arnault. La reazione politica negativa alla proposta di Couche Tard ha segnalato, però, il punto di non ritorno. Leggi tutto “Grande Distribuzione. Bernard Arnault lascia Carrefour.”

Delocalizzazioni e politiche attive. Una discussione partita con il piede sbagliato…

Le discussioni recenti sui processi di delocalizzazione coinvolgono poche imprese industriali. Situazioni politicamente rilevanti sul piano locale ma assolutamente marginali sul piano generale. Sufficienti però a scatenare polemiche inconcludenti quanto inefficaci tese a contrastare un fenomeno che ha ragioni profonde. O proposte di legge elaborate per  restare in un cassetto perché destinate a produrre più danni di quelli che si vorrebbero evitare. 

A volte si semplifica assegnando al termine “delocalizzazione” un significato semplicemente negativo perché legato a ciò che provoca in termini occupazionali alla  realtà che chiude dimenticando che le imprese, se coinvolte in processi di internazionalizzazione della catena delle forniture restano competitive solo se inserite in catene globali di produzione.

E questo le spinge  non solo ad operare sul piano dei costi e del superamento di burocrazie e vincoli legislativi locali ma a concentrarsi, attingere alle migliori risorse, a sistemi scolastici collegati, ai mercati di sbocco e di approvvigionamento più profittevoli, a nuove tecnologie di prodotto o di processo.

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Varianti del virus e impatto nelle aziende da settembre.

La mancanza di una netta presa di posizione di alcune associazioni di categoria e dei sindacati sull’obbligatorietà del green pass e sulle conseguenze su chi non si adegua le renderà fragili alla ripresa di settembre. I novax pur presenti nelle piazze sono una realtà irrilevante numericamente dentro il variegato mondo delle imprese. Al minimo cenno di ripresa del virus cadranno dubbi e resistenze e si aprirà la caccia al non vaccinato. Per convincere gli indecisi e per isolare chi ha deciso di scaricare sulla collettività la propria scelta ideologia.

La posizione del sindacato e di alcune associazioni sarebbe assolutamente comprensibile in una situazione normale. “Né aderire né sabotare” lascia le mani libere ma riduce la credibilità ai tavoli che contano.

Tolto il pubblico impiego, che si nutre di regole proprie e di dinamiche interne, nel comparto privato il green pass è già di fatto instradato sulla via dell’obbligatorietà. E questo, in assenza di una presa di posizione forte dei sindacati, porterà verso forme di mobbing più o meno esplicito di capi e colleghi che, in caso di peggioramento della situazione, lascerà un segno pesante nelle relazioni interpersonali.

Precari e terzisti saranno i primi a doversi assoggettare ad un obbligo informale. Seguiranno tutti gli altri. Già oggi la debolezza delle associazioni del terziario nei confronti delle incertezze organizzative causate dalle norme ai propri associati è evidente. Potenziale cliente e dipendente sono stati parificati. Leggi tutto “Varianti del virus e impatto nelle aziende da settembre.”

Grande distribuzione e quick commerce.

Forse una possibile chiave di lettura dei cambiamenti attesi  nella Grande Distribuzione  la si può trovare in ciò che la Regina Rossa dice ad Alice:  «Qui, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio!». In altre parole se vuoi mantenere il vantaggio che hai conquistato e mantenerlo devi muoverti più in fretta degli altri.

La vicenda del Quick Commerce e il suo rapporto con la GDO credo si riesca a leggerla meglio se cambiamo il punto di osservazione. “Veloce” o “ancora più veloce” non significano nulla  se non inseriti in una strategia di leadership. Anche per questo dopo  l’interesse suscitato da un primo pezzo che ho scritto poco tempo fa ho pensato utile provare ad approfondire ulteriormente l’argomento.

Soprattutto perché credo che questo salto di qualità che coinvolge il commercio, l’evoluzione dei modelli di consumo, soprattutto per ora nelle grandi città,  sia in grado di  creare una competizione interessante con Amazon che, prima o poi dovrà rispondere per le rime rendendo l’ultimo miglio un terreno di innovazione e di sperimentazione piuttosto affollato. Il quick commerce è un sistema che declinato in diverse modalità  può offrire vantaggi analoghi sia alle grandi imprese, che ai centri commerciali, così come ai piccoli negozi. non è quindi in alternativa al commercio tradizionale né alla grande distribuzione ma, credo,  ne possa rappresentare un complemento. Un servizio aggiunto.

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Chi è chiamato a lavorare per la ripresa e chi rischia di restare in panchina…

Mario Draghi sta procedendo a ritmo serrato. L’attuazione del PNRR è fondamentale per imprimere alla ripresa la velocità necessaria. Per questo è importante che il Consiglio d’indirizzo per l’attività programmatica in materia di coordinamento della politica economica si sia insediato. Avrà il compito di orientare, potenziare e rendere efficiente l’attività in materia di coordinamento della politica economica presso il DIPE (Dipartimento per la Programmazione e il coordinamento della politica economica.

Sarà presieduto dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio del Governo Draghi, Bruno Tabacci con il coordinamento del capo del DIPE, professor Marco Leonardi. Ne faranno parte a titolo gratuito: Antonio Calabrò, Patrizia De Luise, Giuseppe De Rita, Elsa Fornero, Giuseppe Guzzetti, Alessandra Lanza, Mauro Magatti, Alessandro Palanza, Alessandro Pajno, Monica Parrella, Paola Profeta, Silvia Scozzese, Alessandra Servidori, Anna Maria Tarantola, Mauro Zampini.

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Grande Distribuzione, politiche attive, ricollocamento degli esuberi. Il caso Conad/Auchan

Le politiche attive funzionano solo se domanda e offerta si incontrano. Bayer e Confindustria di Bergamo hanno collaborato per individuare le soluzioni possibili. Confindustria Brescia è avviata sullo stesso percorso: offrire posti di lavoro per attenuare gli effetti della vicenda  Timken. l’associazionismo imprenditoriale in questi casi può fare molto per creare condizioni favorevoli al reimpiego sul territorio e senza ulteriori interventi legislativi. Non è un caso che nelle due realtà citate il contesto delle relazioni industriali può contare anche su un sindacato confederale che fa del pragmatismo un suo tratto caratteristico.

La vicenda Conad/Auchan quando si diraderanno i fumi delle  polemiche capziose evidenzierà che, anche nella Grande Distribuzione, la prima grande operazione di ricollocamento del personale causata dal disimpegno di Auchan si va chiudendo con un risultato ben oltre le aspettative iniziali. E questo grazie soprattutto alla determinazione di Conad e di quella parte del sindacato che ha tenuto ferma la volontà di tutelare al massimo possibile i lavoratori pur in condizioni difficilissime. Sbandare verso posizioni demagogiche avrebbe messo in pericolo molti più posti di lavoro e, forse, l’intera operazione.

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