Rete imprese Italia. Il tramonto annunciato di una intuizione felice

Credo che Confartigianato non ne potesse davvero più. Va bene la generosità richiesta quando metti insieme anche associazioni concorrenti ma quando non fai passi avanti per anni tendi inevitabilmente a riflettere sul valore aggiunto che l’essere parte di qualcosa di più ampio ti restituisce mentre accetti vincoli e minore visibilità sul tuo agire come singola confederazione.

Lo stesso poteva valere anche per Confcommercio, l’altra grande organizzazione presente in Rete Imprese Italia, ma il suo Presidente non avrebbe mai proposto di concludere quell’esperienza che rappresentava, nel bene e nel male,  una delle sue principali intuizioni politiche.

Rete Imprese Italia era la dimostrazione concreta  di aver saputo guardare oltre ai propri confini organizzativi contribuendo a trasformare un momento di protesta in un progetto unitario di ampio respiro.

La rappresentanza delle piccole imprese metteva finalmente  a fattor comune  la sua evidente fragilità politica semplificando il quadro associativo di riferimento e creando intorno a questo mondo quella narrazione e quei  riferimenti culturali e politici  indispensabili per restituire una diversa dignità al comparto delle piccole imprese nel suo insieme. E infine mettendo a terra  una sua forza economica dotandosi così di un diverso ruolo e peso politico.

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I Colao sono utili e importanti. E quasi mai meravigliao…

Niccolò Machiavelli c’era arrivato già nel 1513. Nel capitolo sesto del Principe (De’ Principati nuovi, che con le proprie armi e virtù si acquistano) “E  debbesi considerare come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché l’introduttore ha per nimici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene; e tepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbono bene.”

In Italia poi è da sempre lo sport principale. Chiunque è stato in azienda lo ha sperimentato in prima persona. I cambiamenti sono sempre faticosi e gli innovatori contrastati. Vittorio Colao poteva proporre qualsiasi cosa. Il trattamento riservato sarebbe stato lo stesso.

I cacciatori di contraddizioni sono entrati subito  in azione. E troveranno certamente elementi per confermare il loro pre-giudizio. Mi ricordano quei documenti politici e sindacali del secolo scorso che dovevano contenere tutto e il suo contrario. Altrimenti venivano criticati duramente da chi aveva comunque in mente di criticarli a prescindere.

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La transizione propedeutica alla ripresa. Una occasione da non perdere per le parti sociali

Le stime non lasciano grandi dubbi. Il conto da pagare sarà durissimo sul fronte occupazionale. Per alcuni settori del terziario di mercato e non solo occorreranno almeno due anni per ritornare ai livelli precedenti al lockdown. Ed è difficile pensare che le misure messe in campo per sterilizzarne gli effetti possano durare ancora a lungo.

C’è una proposta di Confindustria, condivisa dal Presidente del CNEL che punta sostanzialmente ad un prolungamento della cassa integrazione per un periodo congruo. È certamente un approdo indispensabile a disposizione  delle imprese che scommettono su un ritorno alla situazione precedente.

Del milione e duecentomila potenziali disoccupati che si stimano essere le conseguenze della pandemia una parte potrebbe così tornare al lavoro precedente. Misura fondamentale ma non sufficiente. Per la stragrande maggioranza dei lavoratori coinvolti la transizione verso la ripresa sarà più amara. Molte imprese non riapriranno. E molte di quelle che riapriranno necessiteranno di professionalità diverse da quelle oggi a disposizione.

È, per  certi versi  incomprensibile che il dibattito sul lavoro si sia maggiormente concentrato sulle sue evoluzioni ritenute potenzialmente  positive che sulle inevitabili conseguenze negative di questo fermo generalizzato. Si è preferito parlare d’altro. Leggi tutto “La transizione propedeutica alla ripresa. Una occasione da non perdere per le parti sociali”

Conad/Auchan. Se non ora, quando?

È bastata una dose imprevista di complessità aggiuntiva per mandare in crisi molti osservatori. Alcuni, a dire il vero,  non sono mai stati in partita. Succede quando si vogliono esprimere giudizi in campi lontani dalle proprie competenze. Oppure quando si prendono a prestito pregiudizi altrui.

La vicenda Conad/Auchan sotto questo punto di vista è stata paradigmatica. Da una parte il declino di quella che è stata un grande azienda multinazionale presente nel nostro Paese da oltre trent’anni. Dall’altra la voglia di inserirsi in questo declino di un’importante insegna italiana per provare ad accelerare la propria crescita. Una sconfitta per chi se ne è andato, un incubo per chi è lasciato su terreno. Un sogno che si realizza per chi subentra: confermarsi come primo player della Grande Distribuzione nazionale.

Quando questi passaggi di mano coinvolgono migliaia di persone i tempi sono generalmente molto lunghi, i piani di presunti rilanci con continui ribaltamenti del management si susseguono a ritmi incalzanti  quindi la metabolizzazione delle inevitabili conseguenze ha modo di maturare “di sconfitta in sconfitta”. Basterebbe qui ricordare l’inarrestabile declino della Standa dalla Montedison a Billa fino alla sua completa dissoluzione e la necessità di importare lo strumento della cassa integrazione  nel comparto del commercio per gestirne le conseguenze.

Nel caso di Auchan questo tempo non c’è stato. Anzi, la sua mancanza ha generato un equivoco gigantesco anche al tavolo negoziale sulla sua consistenza economica, sulla sua capacità di continuare ad esistere come entità a sé stante, sulla sua capacità, indipendentemente dalla proprietà, di mantenere livelli occupazionali pressoché intatti. Leggi tutto “Conad/Auchan. Se non ora, quando?”

La cassa Covid. Ovvero il rischio che un mezzo si trasformi in un fine.

Come ci suggerisce un vecchio proverbio cinese “Possiamo scegliere quello che vogliamo seminare, ma siamo obbligati a mietere quello che abbiamo piantato”. Questo è quello che ci aspetta a partire dalla cosiddetta fase 2 e in quelle successive del post covid-19.

Tutto ciò che abbiamo messo in campo nelle fasi concitate della pandemia si trascinerà per lunghi mesi incidendo profondamente il nostro tessuto sociale ed economico. Trovo molto strano che non se ne parli abbastanza. Quasi non esistesse il problema. Tutti sembrano concentrati sulla ripartenza delle attività. Pochi sugli strascichi drammatici  sull’occupazione che ne deriverà inevitabilmente.

Dario di Vico lancia  il tema (https://bit.ly/2XnZFuG) che presto, a mio parere,  diventerà centrale nella sua evidente crudezza. Solo ad Aprile l’INPS ha autorizzato 835 milioni di ore tra cassa integrazione ordinaria, in deroga e fondi di solidarietà. Per capirci, un anno fa le ore erano 7,7 milioni.

Nel 2009, anno della grande crisi economica e finanziaria, furono autorizzate 916 milioni di ore. Per la cassa in deroga tra i comparti che hanno avuto più ore autorizzate ci sono il commercio, gli alberghi e i ristoranti.

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La nuova Confindustria chiama necessariamente un nuovo Sindacato..

L’elezione all’unanimità del Presidente di Confindustria Carlo Bonomi è un segnale da non sottovalutare. Non solo perché cade in un momento particolare della vita del nostro Paese ma soprattutto perché il suo mandato coinciderà probabilmente con l’ultima opportunità concessaci per affrontare alla radice i problemi strutturali e agganciare così la nostra sorte a quella dei Paesi con i quali ci misuriamo quotidianamente.

Bonomi non è un industriale che fa politica. Ce ne sono stati altri prima di lui. È piuttosto un industriale che si aspetta  che la politica faccia il suo mestiere. L’unanimità l’ha raggiunta proprio perché siamo ormai al livello di guardia. È un pò come se tutti gli imprenditori si fossero accorti che è arrivato il momento di scendere in campo insieme. Non come lobby tradizionale ma come protagonisti responsabili.

Per fermare il declino in atto, per contrastare una cultura anti impresa estremamente pericolosa, per dare una prospettiva nuova al Paese ad un passo dal baratro. Credo che Bonomi tutto questo ce l’abbia molto chiaro.

Il covid-19 ha messo a nudo le criticità del nostro sistema, la sua farraginosità, la sua subalternità ad una pericolosa cultura  assistenzialista. Messa di fronte ad una scelta la politica, puntando al consenso a breve, si sta predisponendo a distribuire a pioggia risorse che si trasformeranno in debiti per le future generazioni. Il covid-19 taglia trasversalmente il Paese tra chi guarda lontano e chi vorrà ritornare semplicemente a prima dell’esplosione della pandemia. Leggi tutto “La nuova Confindustria chiama necessariamente un nuovo Sindacato..”

Covid-19. Le pesanti conseguenze sulle imprese e sul lavoro e il ruolo delle parti sociali..

Una certezza è che verrà prorogata la CIG-Covid per altre settimane. Il divieto di licenziamento per giustificato motivo continuerà per altri 3 mesi quindi fino al 17 agosto. Probabilmente questo determinerà altra CIG. Andrea Malacrida AD di Adecco Italia parla di tre milioni di posti di lavoro a rischio. Solo i mancati rinnovi dei CTD cubano 1,5 milioni di persone circa. La mancanza di politiche attive e di orientamento sulla formazione possibile in CIG ci presenterà inevitabilmente un conto salato sul piano occupazionale.

Per rimediare a questa situazione bisognerebbe attivarsi immediatamente non già limitandosi a prevedere nuovi sussidi. Nel commercio e nel turismo le imprese a rischio sono circa 270 mila. Molte di queste imprese non potranno riprendere alle condizioni ipotizzate. I costi di gestione non giustificano le riaperture con le misure di distanziamento previste.

Né è pensabile sostenere economicamente  queste imprese in attesa di tempi migliori. La stessa Grande Distribuzione era già attraversata, prima del Covid-19, da processi di riorganizzazione soprattutto sui grandi formati e nei comparti non alimentari soggetti alla concorrenza dei player della rete. A questo occorre aggiungere che i contratti nazionali presenti in molte categorie sono scaduti da tempo e non sembrano ipotizzabili rinnovi a breve. Aggiungo che  il rischio di una nuova rincorsa al ribasso tra i diversi contratti applicabili come quella che ha caratterizzato i rinnovi passati è una opzione più che evidente.

Come uscirne?

Personalmente pur essendo un “pattoscettico” per esperienza non vedo alternative ad un confronto tra le parti sociali che metta al centro le necessità concrete delle imprese e dei lavoratori. In una situazione eccezionale non sono sufficienti strumenti ordinari. Oggi le parti sociali sono impegnate a tutelare i propri associati nell’emergenza. Il rischio è che, nel tirare la coperta dalla propria parte, ci si concentri sul presente e sulle condizioni della ripartenza e non sulle conseguenze inevitabili e innestate da questa situazione.

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La ripresa post Covid-19 tra illusioni e realtà..

Un caro amico HR mi ha appena raccontato una storiella semiseria forse adattata al passaggio alla fase 2.

“La quarantena sembra ormai alle spalle  e finalmente si ritorna in azienda. Durante l’intervallo del pranzo tre persone decidono di concedersi quattro passi ed escono dalla loro mega sede nel quartiere di Porta Nuova a Milano. Sono il Direttore Risorse Umane, una sua collega del Marketing e il Rappresentante Sindacale. Mentre passeggiano la collega del marketing  nota una vecchia lampada di ottone incastrata sotto una rientranza del marciapiede. La raccoglie e, nel tentativo di ripulirla, la sfrega facendo improvvisamente comparire il famoso genio.

La donna sobbalza dalla sorpresa. Il genio circondato da una nuvola di fumo bianco osserva i tre e annuncia: “Avete  dunque tre desideri”. Uno a testa. Ditemi e io li esaudirò immediatamente”. La collega del marketing parte per prima tutta felice. “Vorrei che lo smart working diventasse veramente la regola così potrò continuare a lavorare da casa”. Pof! E sparisce. Il rappresentante sindacale ci pensa un po’ e poi esclama: “vorrei che cambiasse radicalmente il lavoro!. Basta orari fissi, sedi, scrivanie, gerarchie! Pof! E sparisce anche lui.

Resta il Direttore Risorse Umane. Il genio lo vede perplesso  e allora  lo incalza invitandolo  ad esprimere l’ultimo desiderio. Anche lui ci pensa per un po’, poi  guarda l’orologio, con una mano si gratta la testa e dice al genio: “Beh, l’intervallo è quasi finito. Voglio quei due alla loro scrivania entro dieci minuti!” Pof!” Fine della storiella. Temo evidenzi la realtà. 

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Il tramonto dei contratti nazionali. Un epilogo inevitabile?

Se non ricordo male l’ultima associazione datoriale che confluì nel contratto nazionale unificato del comparto alimentare fu quella dei mugnai e pastai. Ventitré contratti, nei primi anni ‘80, diventarono quello che fino ad oggi è stato uno dei più importanti e innovativi contratti nazionali del comparto industriale.

Insieme al contratto dei chimici ha sempre colto, anticipandoli, i cambiamenti culturali e organizzativi di settori strategici per la nostra economia. I cosiddetti “falchi e colombe” presenti nelle associazioni di categoria di Confindustria trovarono allora una ragione di unità che ha retto per quarant’anni. L’accelerazione di questi giorni di una parte delle imprese di  Federalimentare per chiudere il contratto nazionale con una proposta fatta al sindacato di categoria riporta in primo piano esigenze diverse che attraversano le imprese del settore e che minano alla base le ragioni stesse dell’esistenza di un contratto nazionale.

Era già successo con la rottura tra Federdistribuzione e Confcommercio e tra Federalberghi e FIPE. Senza parlare della proliferazione dei contratti pirata vero sintomo di un declino qualitativo del sistema delle relazioni industriali e della contrattazione nel nostro Paese.

Poche aziende, spesso le più grandi e strutturate scommettono  sull’interlocutore sindacale come partner nei processi di cambiamento e innovazione mentre la stragrande maggioranza preferisce tenerlo alla larga. La stessa fase 2 del Covid-19 sembra caricarsi di una profonda diffidenza reciproca. Leggi tutto “Il tramonto dei contratti nazionali. Un epilogo inevitabile?”

La Grande Distribuzione si siederà al “Tavolo di Yalta”?

Forse il tempo in cui viviamo è il settimo giorno, quello in cui Dio si riposò, lasciando a noi il compito di continuare l’opera.

 

Non voglio addentrarmi in dispute storiche ancora non risolte sulla importanza e sulle conseguenze positive o negative della conferenza di Yalta. Resto dell’idea che ciò che ci aspetta nel dopo Covid-19 soprattutto nell’assegnazione delle risorse per rilanciare l’economia e il lavoro vi assomiglierà molto. Le risorse non saranno sufficienti ad accontentare tutti. Alcuni pagheranno un prezzo pesante. Addirittura c’è chi si troverà al capolinea della propria attività economica. Altri usciranno più forti di prima da questa situazione. Chi è chiamato ad assumersi le responsabilità delle decisioni non avrà un compito facile. C’è una grande opportunità  per ridisegnare il Paese. Le sue priorità, la sua burocrazia, le sue traiettorie di sviluppo futuro. Perderla significa distribuire risorse a pioggia nel tentativo di non scontentare nessuno e quindi di scontentare inevitabilmente un po’ tutti.

Comunque la si osservi, essere a quel tavolo sarà determinante. Il 24 aprile, quindi in tempi non sospetti, mi sono permesso di ipotizzare tempi difficili per il futuro prossimo della GDO (https://bit.ly/3azAk5x). La cassa Covid di Conad e Carrefour erano già  segnali sufficienti per comprendere che dopo le insegne più fragili o attraversate da ristrutturazioni importanti,  sarebbe toccato ad altri.

L’intervista del CEO di Esselunga (https://bit.ly/3fjNzen) fornisce uno spaccato interessante di ciò che sta succedendo. E parliamo di una delle aziende  che più di altre è in grado di reagire al mutare del contesto. La necessità di resistere in una situazione oggettivamente difficile ha fatto passare in secondo piano l’inevitabile ricaduta sui costi, le problematiche relative al personale, (assenteismo e carichi di lavoro). L’inevitabile riduzione dei margini. Le ragioni? Alcune più evidenti e rimediabili. Altre più di prospettiva.

È chiaro che non è stato così per tutti. Discount a parte, i più piccoli hanno reagito meglio grazie alla loro flessibilità organizzativa. Le lunghe  file scoraggiano i clienti, i siti più grandi irraggiungibili, la consegna a domicilio ha zoppicato un po’ dovunque, i grandi player della rete continuano ad incombere sinistramente sul settore privi delle stesse regole. Leggi tutto “La Grande Distribuzione si siederà al “Tavolo di Yalta”?”