Conad/Auchan. E’ necessario aprire una seconda fase del negoziato

La prima fase del negoziato sindacale si è chiusa purtroppo con un nulla di fatto. Era prevedibile. Troppo complessa e improvvisa  un’operazione che ha risvolti economici, organizzativi e sociali mai accaduti nel nostro Paese. Foriera di incognite sotto diversi punti di vista. E altrettanto prevedibili le reazioni pavloviane  dei sindacati di categoria di fronte ad un evento di queste dimensioni e fuori dalla loro portata.

Molti osservatori superficiali  l’hanno frettolosamente ridotta ad una mera operazione speculativa condotta con spregiudicatezza sia dalla multinazionale francese ormai pronta alla fuga dal nostro Paese che da Conad con alla testa Francesco Pugliese alleato con Raffaele Mincione. C’è anche questo ovviamente. Ma c’è ben altro.

Il futuro della GDO passa anche attraverso queste operazioni. Le concentrazioni sono necessarie per crescere rapidamente in un contesto complesso come quello italiano caratterizzato da un tessuto imprenditoriale particolarmente stratificato. Per Conad quindi un’operazione necessaria, determinante per il suo riposizionamento. Così come aver assunto con responsabilità il ruolo di perno centrale  della riassegnazione a terzi della parte di Auchan che non era comunque destinata a restare  nel  Consorzio senza scatenare un’asta speculativa.

A chi avrebbe preferito assistere in poltrona al destino già scritto della multinazionale francese  o fatica ancora a comprendere il termine “salvataggio” declinato in questa situazione basterebbe ricordare la vicenda Mercatone Uno e cosa avrebbe significato uno spezzatino di queste dimensioni gestito da un commissario completamente fuori dalle logiche della GDO. A meno che non si pensi più ingenuamente che Auchan sarebbe stata disponibile a gestire in prima persona la ritirata. I risultati sarebbero stati ben più drammatici per i dipendenti e non solo. A monte e a valle.

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Conad/Auchan. Le sedi tra conflitto autolesionista e soluzioni possibili.

Aver fatto per tanti anni il direttore risorse umane aiuta. Soprattutto in vicende complesse come quella che coinvolge l’azienda nata sulle ceneri di Auchan. Innanzitutto le dinamiche sindacali di sede (e spesso anche di filiale) sono profondamente influenzate dalla mancanza di radici.

Questo genera comportamenti più simili ad una assemblea di condominio che ad una vertenza classica. Lo si era già capito con il primo tentativo di accordo propugnato da Manageritalia e immediatamente contestato da un nugolo di dirigenti che, riuniti in assemblea, avevano deciso di nominare loro rappresentanti, contattare avvocati esterni  per simulare un negoziato parallelo contrastando il diritto del sindacato dirigenti di raggiungere intese sgradite.

Una inutile confusione. Come nelle assemblee di condominio guadagnano spazio i più decisi. Immediatamente sostituiti da altri ancora più decisi. Fino a quando tutto si sgonfia e si ritorna al via. Poi tocca agli anonimi. Per lettera o per social. L’inesperienza sindacale li condanna alla solitudine. E alla sconfitta.

Il collega che non li segue è tacciato di un opportunismo. O di essere un venduto. Chi parla di loro sui social  un servo del padrone. Cercano megafoni, non soluzioni. Spariscono quando il loro problema personale viene risolto. Come nelle assemblee di condominio.

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Conad/Auchan. Quando lo scontro rischia di essere fine a sé stesso

C’è una differenza profonda tra le vertenze sindacali di oggi con quelle passate. E c’è n’è ancora di più tra settori merceologici differenti. Da un lato l’intensità e la durezza delle agitazioni  tradizionali è sensibilmente diminuita mentre dall’altro sono aumentati metodologie e strumenti per raggiungere e sensibilizzare attraverso i media, vecchie e nuove solidarietà.

Nei settori è fondamentale la tradizione e la forza di mobilitazione del sindacato di categoria. Più è autorevole e riconosciuto più ne mantiene la guida, determina tempi e modalità delle iniziative, individua gli interlocutori utili e dosa le forze per poter reggere fino alla conclusione. In sostanza sa cosa occorre fare per accrescere la solidarietà intorno alla vertenza, gestire i rapporti con i media, con la politica e le istituzioni locali. 

L’obiettivo è la soluzione migliore possibile della vertenza. Non la lotta in sé. Meno il sindacato è radicato più cede il passo all’estemporaneità delle iniziative, agli umori e alle tensioni altalenanti delle persone coinvolte e alla difficoltà di rappresentare le proprie ragioni all’esterno.

La differenza sostanziale sta proprio nella scelta dell’obiettivo. Nel primo caso, laddove il sindacato è forte e autorevole,  si punta a far modificare opinione al management o alla proprietà anche attraverso alleanze e interlocutori istituzionali. Nel secondo caso si attacca a testa bassa l’azienda in sé, la si individua come responsabile in toto della situazione cercando addirittura di rallentarne le vendite o provando ad incrinarne il rapporto con i potenziali clienti. Con il rischio che, alla fine, ci si procura solo una serie infinita di autogol. Leggi tutto “Conad/Auchan. Quando lo scontro rischia di essere fine a sé stesso”

Conad/Auchan. Il ruolo importante dell’azienda e delle istituzioni nella ricerca di soluzioni possibili

La conferenza stampa di fine anno di Conad ha portato allo scoperto tutto il lavoro di accompagnamento in corso per portare a compimento l’intera operazione e dare così anche risposte concrete sul piano occupazionale.

Se non ci si fa distrarre dalle fake news alimentate da chi non ha mai creduto in questa operazione si tratta di un lavoro sotto traccia che comprende i negoziati con i terzi interessati ad acquisire punti vendita, lo sforzo richiesto ai soci Conad e le prospettive degli spazi commerciali lasciati liberi dalla riduzione delle superfici negli IPER. Sulla carta le eccedenze previste sono già più basse dei 3105 esuberi dichiarati formalmente e solo la cautela che deve esserci in casi di queste dimensioni spinge  l’azienda a non dare numeri più ottimistici. Personalmente ne sono convinto.

Chiunque si sia occupato di ristrutturazioni  sa benissimo che ciascuna soluzione potenzialmente individuata deve poi realizzarsi nei numeri e nelle modalità che possano trasformare  la volontà in certezza. Al di là delle letture strumentali e negative di questa operazione emerge un dato importante. Conad sta lavorando con grande convinzione per ridurre al minimo gli impatti occupazionali complessivi. Lo ha dichiarato Francesco Pugliese assumendosi un impegno forte sul quale verrà  misurato. Se non fosse stato così, avrebbe potuto sorvolare sull’argomento. Come avrebbero fatto in molti.

Lo si capisce dall’aver bloccato il turn over non indispensabile, dalla rinuncia a mettere all’asta i PDV migliori privilegiando chi accetta di farsi carico delle eccedenze, dall’assorbimento in corso da tempo di un notevole gruppo collaboratori ex Auchan soprattutto nell’extra food presso le  cooperative e dalla richiesta ai fornitori e all’indotto di dare un contributo alla soluzione del problema occupazionale.

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Conad/Auchan. L’irrilevanza rischia di non tutelare né diritti né persone…

Com’era prevedibile il sindacato di categoria  è rimasto intrappolato nelle proprie rigidità. Non ce l’hanno proprio fatta a voltare pagina. Certo gli interlocutori aziendali non hanno aiutato ma i negoziatori sindacali non hanno compreso che si era ormai arrivati al dunque.

Il passato e l’illusione  di poter resistere all’infinito sulle proprie posizioni hanno  pesato a tal punto da impedirgli di andare a vedere le carte che l’azienda era disponibile a mettere sul tavolo per condividerle. Hanno preferito  pretendere garanzie pregiudiziali quanto realisticamente  impossibili anziché valutare le proposte di soluzione e il percorso individuato da Conad.

Lo si era già capito dalla recente intervista a Francesco Pugliese a Mark Up (http://bit.ly/2tjICP2) che i margini di manovra in questa fase del negoziato sindacale erano ormai strettissimi. Nella conferenza stampa di Milano l’AD di Conad è stato chiaro. I PDV che andranno a terzi non sono oggetto di asta come sarebbe stato interesse di un qualsiasi fondo di investimento incaricato di gestirne il futuro con l’obiettivo del massimo ricavo.

Le partnership sono scelte anche in base alla disponibilità o meno di farsi carico dell’occupazione relativa non solo per i sei mesi previsti dalla legge ma almeno per i 12 mesi successivi al passaggio. Lo stesso vale per i PDV in passaggio nel mondo Conad. Per quanto riguarda gli IPER, oggetto di profonda rivisitazione dal piano industriale, ai partner extra food interessati ad occupare quegli spazi verrà fatta richiesta analoga e, se presenti sull’intero territorio, verrà chiesta loro una disponibilità ad un contributo occupazionale complessivo. Infine Conad non si sottrarrà ad un’approfondimento a livello locale per uno sforzo ulteriore nelle regioni dove esistono particolari problemi occupazionali. Leggi tutto “Conad/Auchan. L’irrilevanza rischia di non tutelare né diritti né persone…”

La stagione dei rinnovi contrattuali e lo scarso entusiasmo di molte imprese

Gli incontri programmati sul CCNL dei metalmeccanici ci diranno qualcosa di certo sul suo destino già nei primi mesi del 2020. Il leder della Fim CISL Marco Bentivogli spinge per chiuderlo rapidamente mentre  Federmeccanica, per altrettante buone ragioni, frena.

Se togliamo qualche rinnovo minore lo scenario non è certo incoraggiante in numerosi comparti.  Quello che avrebbe dovuto essere l’argomento centrale di questa nuova stagione di rinnovi: il “diritto/dovere” all’occupabilità vero antidoto all’instabilità del mercato del lavoro e al ritorno su piazza dell’art. 18, sembra scomparso dai radar.

Le aziende hanno preferito chiudersi  a riccio in questi anni per cercare di tutelarsi dal contesto e hanno tenuto fuori dalla porta le organizzazioni sindacali spingendo quest’ultime a formulare piattaforme meno innovative. Lo stallo è evidente. Nel Commercio le scadenze sono state posticipate in attesa di tempi migliori. In molte aziende il clima che si respira è profondamente diverso rispetto a quattro anni fa.

Il cosiddetto “diritto soggettivo alla formazione” non è entrato nel DNA delle aziende metalmeccaniche figuriamoci in altri comparti. La stessa eliminazione dalla  manovra in approvazione dell’obbligo di depositare gli accordi aziendali sulla formazione 4.0 segnala e conferma la volontà di far da sé delle imprese. Si preferisce navigare a vista più che scommettere su di un  coinvolgimento in positivo  del sindacato. Leggi tutto “La stagione dei rinnovi contrattuali e lo scarso entusiasmo di molte imprese”

Conad/Auchan. La politica, la realtà e il negoziato

I polveroni quando sono strumentali sono sempre destinati a durare poco. Soprattutto quando sono sollevati per impedire ad una vicenda già di per sé complessa di trovare una corretta dimensione economica e sociale. L’audizione in Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati del Direttore Generale di ANCD-Conad Sergio Imolesi (http://bit.ly/2EcfAmN) era necessaria  per chiarire il perimetro dell’operazione, la complessità della stessa e gli impegni, soprattutto sul versante occupazionale. E mantenere quindi  l’intera vicenda entro binari accettabili.

Sul piano parlamentare era un passaggio fondamentale. Il senso di marcia è stato quindi ben compreso. Inutile attaccarsi a dettagli per esperti della materia o enfatizzare le legittime preoccupazioni dei sindacati sul piano occupazionale poco presenti nel confronto. La politica ha dato il suo “via libera” centrando con inusuale perspicacia quella che dovrebbe essere la mission della GDO italiana. Crescere e concentrarsi, salvaguardare la specificità e i legami con il proprio territorio, puntare, prima o poi, all’internazionalizzazione trasformandosi in un veicolo per l’intera filiera nazionale.

Ovviamente la preoccupazione sulla gestione delle possibili conseguenze sul piano occupazionale resta forte così come la richiesta ai vertici Conad di farsene carico fino in fondo. L’allarme lanciato da Pietro Bussolati della direzione del PD (http://bit.ly/36rYkpB) va in questa direzione. Quello che è emerso anche in quella sede è che Auchan era arrivata comunque al capolinea e che nessuno l’avrebbe potuta rilanciare. Ma anche che nessuno lo ha mai pensato.

I numeri consigliavano i francesi di andarsene il più rapidamente possibile, viste le altre attività che mantenevano e mantengono nel nostro Paese. Era l’unica opzione a disposizione. La stessa scelta di BDC (società creata allo scopo da Conad e Raffaele Mincione) di non puntare né ad un rilancio attraverso l’ingaggio di un nuovo gruppo dirigente esperto del comparto né sul management interno avrebbe dovuto far riflettere almeno  i sindacati. Leggi tutto “Conad/Auchan. La politica, la realtà e il negoziato”

Conad/Auchan. Un dialogo tra sordi?

Da osservatore esterno trovo veramente incomprensibile l’epilogo verso cui sta progressivamente avviandosi la vicenda sindacale collegata alla cessione e al salvataggio di Auchan. Ogni incontro fotografa esclusivamente lo stallo della situazione e l’impermeabilità delle rispettive  posizioni.

Da una parte la strategia seguita da BDC fin dall’acquisizione. Chiara e lineare. Seppure estremamente cruda sul piano sindacale. Accelerare i passaggi dei punti vendita e i cambi di insegna  in modo da garantire una ripartenza immediata, impostare, attraverso il ripensamento del vecchio modello  ipermercati i progetti di rilancio laddove è possibile, attendere la conclusione della pratica antitrust per decidere la collocazione presso altri operatori commerciali della rete in sovrapposizione e, infine, ricollocare gli esuberi dentro o fuori al sistema Conad.

Questa strategia impone una complessa navigazione a vista. Quantità e qualità degli organici, loro collocazione nel tempo e nei modi all’interno del sistema o presso chi subentrerà, laddove l’autorità della concorrenza stabilirà limiti precisi ed esuberi finali non sono predeterminabili se non nei numeri  complessivi. Così come i relativi costi che non sono una variabile indipendente dell’operazione.

Al di là delle evidenti spigolosità dell’approccio dei consulenti in campo non mi sembra difficile capire che questi elementi per quanto complessi non possono essere bypassati facilmente senza compromettere il risultato finale. Quindi l’unico accordo possibile dovrebbe prevedere un’intesa di massima sui numeri da gestire (i famosi 3105) a cui si aggiungerebbero formalmente tutti coloro che, ad oggi, hanno una soluzione teorica ma che dovrà essere riconfermata dalle operazioni in corso e dalla loro conclusione positiva.
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Contratto metalmeccanici. Un passo avanti e due indietro?

Pochi giorni dopo la firma dell’ultimo contratto nazionale dei metalmeccanici il cosiddetto “trio metal” composto dai tre segretari generali della categoria esprimeva un giudizio sostanzialmente positivo della firma unitaria ma con qualche sfumatura differente.

Marco Bentivogli, vero regista dei contenuti dell’intesa insieme a Stefano Franchi, direttore generale di Federmeccanica e al suo Presidente Fabio Storchi, sottolineava la carica innovativa di quanto firmato, Maurizio Landini, sollecitato dall’intervistatore che lo incalzava sui contenuti degli impegni da poco sottoscritti rispondeva sardonico: “alla scadenza vedremo se gli impegni saranno rispettati”.

Il momento della verifica è arrivato e le valutazioni, come spesso succede  in questi casi,  divergono. Per Federmeccanica l’arco temporale di valutazione è insufficiente. Le intuizioni e le innovazioni innescano cambiamenti culturali che necessitano tempi lunghi per le imprese come per i lavoratori. Per i sindacati quel tempo è però abbondantemente scaduto. Le aziende non sono state ai patti.

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Conad/Auchan. Illusioni e realtà…

Sulla proclamazione dello sciopero e della manifestazione in piazza Duomo a Milano  di Filcams Cgil e UILTuCS Uil e della conseguente dissociazione della Fisascat CISL lombarda  ho scritto un pezzo che ha mosso una discussione interessante sulla quale voglio tornare.

Sembra impossibile nel 2019 ma, secondo alcuni commentatori, il dissenso tra sigle sindacali e quindi  le ragioni che lo hanno determinato non dovrebbero essere argomento di discussione pubblica. Esaspererebbe gli animi. Quindi la responsabilità sarebbe di chi ne parla. Non di chi decide di dissociarsi ma forse preferirebbe farlo sotto traccia  sperando che la notizia non diventi di pubblico dominio.

Nel complesso dei riti e delle liturgie del 900 l’idea che “i panni sporchi si  lavano in casa” aveva un posto preminente. Oggi non è più così. Cosa sta succedendo, allora? C’è molto probabilmente chi, nel Sindacato, vorrebbe chiudere questo negoziato prima che la situazione degeneri e chi attende improbabili interventi risolutori esterni.

Adesso c’è chi insegue il feticcio del MISE. L’idea che un organismo evaporato nella sua autorevolezza grazie a precise responsabilità politiche come scrive l’ottimo Dario Di Vico (http://bit.ly/2YkLXck) possa “chiudere in una stanza” le due parti e imporre una soluzione che sgravi i rappresentanti dei lavoratori dalla responsabilità della firma e costringa l’azienda a più miti consigli  è affascinante quanto ingenua.

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