Unico, unitario, unito……

Ci risiamo. Ogni volta che si rimette al centro un problema fondamentale del nostro Paese ci si rifugia nel significato ultimo delle parole per fare tre passi indietro. Renzi ha posto un problema. Ha senso avere tre sindacati confederali nel 2016? Domanda semplice con risposta altrettanto semplice: no. E allora anziché lavorare per superare le divergenze e ricostruire un moderno disegno riformista e unitario che dia una prospettiva vera al sindacalismo confederale si preferisce giocare sulle parole. Cgil, Cisl e Uil hanno forse una prospettiva continuando a “marciare divisi” senza riuscire, per autentica debolezza sociale delle singole organizzazioni a “colpire uniti”? Quello che manca è un vero disegno unitario degno di questo nome che sappia andare oltre la stagione della concertazione. Il lavoro oggi si difende contribuendo a crearlo. Nelle imprese e nel Paese. Una strategia collaborativa, riformista e moderna che è sempre stata condivisa nelle principali categorie dell’industria (escluso i metalmeccanici della CGIL). Questo sforzo deve riprendere superando l’esperienza negative e l’orgoglio di organizzazione. Per fare questo i nominalismi non servono. Servono dirigenti sindacali che sappiano guardare oltre al proprio orticello.

Le pensioni e monsieur de la Palice di Maurizio Benetti

Mettiamo insieme due titoli di giornali dei giorni scorsi. “Boeri, Ci sono pensioni molto alte non giustificate dai contributi” e “Fondo speciale ferrovieri, il 96% delle pensioni è superiore ai contributi” e poniamoci la domanda qual è la vera notizia giornalistica?

La vera notizia, almeno per chi conosce il sistema pensionistico, è che vi sia una parte delle pensioni calcolate con il retributivo che trova corrispondenza nei contributi versati. Ci si può, infatti, domandare come sia potuta accadere una simile anomalia in un sistema in cui il calcolo della pensione prescindeva dall’aliquota contributiva (vedi dipendenti e autonomi), si basava sugli ultimi anni di retribuzione (ultimo anno nel pubblico impiego) e non considerava l’età di pensionamento.

Trovare una corrispondenza tra ammontare della pensione e contributi versati in un sistema simile ha del miracoloso ed è certamente meritevole di analisi come tutti i fenomeni simili.

Veniamo all’aggettivo che usa Boeri, (non) giustificate. Se è usato in un’accezione tecnica è, come detto, lapalissiano, se è usato in termini “morali” non ha alcun senso. Chi è andato in pensione con il retributivo vi è andato con regole fissate dal Parlamento e che il Parlamento ha difeso per decenni a fronte di vari tentativi di riforma tutti falliti fino al 1992.

Le scelte di pensionamento (quando il pensionamento non è stato imposto) sono state fatte in base a quelle norme sia in relazione all’età sia in relazione all’ammontare della pensione; norme diverse avrebbero probabilmente portato a scelte diverse, qual è il senso, e l’equità, di metterle in discussione oggi? Riammettiamo al lavoro coloro che lo richiedono perché giudicano troppo bassa la pensione ricalcolata?

Vi sono stati certamente episodi di leggi che potremmo definire ad personam e che hanno determinato situazioni di privilegio abnorme e limitato ad alcune persone. La possibilità di passaggio per i dirigenti dell’Ente telefonico di stato dal Fondo per dirigenti (con tetto pensionistico) al Fondo telefonico (senza tetto) o la possibilità data per un certo periodo ai componenti delle Authority di unire gli anni di incarico presso le Authority stesse ai precedenti periodi lavorativi ad esempio. Sono fatti che gridano vendetta, ma che riguardano poche decine di persone (ma quando il Parlamento e/o i governi hanno approvato queste norme tutti gli altri dove erano?).

Il resto dei lavoratori privati, pubblici e autonomi è andato in pensione con le regole generali. Sbagliate? Certo possiamo dire che le differenze di calcolo tra dipendenti pubblici e privati non erano giustificate, ma quando nel 1978 il ministro Scotti presentò una proposta per eliminare le disparità e le situazioni di privilegio scaturenti dalla pluralità dei regimi pensionistici esistenti il Parlamento non l’approvò. Così come possiamo dire che fu sbagliata nel 1990 la riforma previdenziale dei lavoratori autonomi che equiparò di fatto la modalità di calcolo della pensione degli autonomi a quella dei lavoratori dipendenti anche se i versamenti dei primi erano fortemente inferiori a quelli dei secondi (ma la riforma fu approvata da tutti i partiti).

L’esistenza di regole diverse, e in alcuni casi privilegiate, attribuisce semmai una colpa a chi ha fatto passare decenni prima di intervenire non a chi è andato in pensione in base alle normative “generali” vigenti.

Credo, quindi, che il ricalcolo proposto dal Presidente dell’Inps delle pensioni retributive sia sbagliato e non equo. Se sia poi possibile dal punto di vista giuridico sfugge alle mie conoscenze (immagino pareri opposti da illustri costituzionalisti), mentre dubito, per usare un eufemismo, che sia possibile dal punto di vista tecnico.

Essendomi occupato da molto tempo di pensioni ed avendo lavorato per sei anni in Inpdap ho sempre pensato che la proposta di Boeri, anticipata da S. Patriarca, sia tecnicamente molto difficile da attuare. L’operazione trasparenza fatta da Boeri con la pubblicazione delle analisi delle pensioni del fondo dei dirigenti e del fondo ferrovie conferma in pieno questa convinzione.

Un ricalcolo della pensione retributiva con il sistema contributivo richiede la conoscenza dell’intera vita retributiva dei soggetti interessati o, come si legge negli studi dell’Inps sui due fondi, “comporta la disponibilità delle informazioni relative a tutta la storia contributiva del lavoratore che nel caso di pensioni con decorrenza lontana nel tempo risulta assai difficoltosa”.

Come ha fatto, di fronte a questa difficoltà, l’Inps ad affermare che nel fondo ferrovie il 94% delle pensioni non corrisponde ai contributi versati? Leggiamo la nota metodologica contenuta nello studio. Intanto ha scelto fior da fiore prendendo in considerazione 50.000 pensioni che rappresentano 1/3 di tutte le pensioni erogate. Non sono state considerate le pensioni “di cui al momento è impossibile ricostruire la storia contributiva”. Per le pensioni considerate “sono stati colmati i vuoti delle informazioni retributive attribuendo a ciascun periodo da integrare, la retribuzione più vicina disponibile parametrata all’anzianità contributiva presente in ogni anno solare…”.

Tradotto si fa un’affermazione, “il 94% delle pensioni non corrisponde ai contributi versati”, riferita all’intera gestione sulla base di un campione non rappresentativo dell’universo e con una ricostruzione teorica e non reale della storia retributiva/contributiva dei soggetti interessati.

L’analisi sul fondo ferrovieri anticipa quello che avverrà certamente su tutti i fondi del pubblico impiego. L’analisi sarà limitata ad una parte ristretta delle pensioni di ogni gestione e le singole carriere retributive dovranno essere ricostruite con dati medi (del resto è quello che ha fatto Patriarca nel suo lavoro). La ragione della mancanza dei dati sulla storia contributiva dei pensionati, soprattutto nel settore pubblico, è indicata nella nota metodologica ricordata: “le posizioni assicurative dei contribuenti sono state acquisite tralasciando le informazioni retributive più lontane nel tempo non strettamente necessarie al calcolo della prestazione collegato alla media retributiva degli ultimi anni”.

Dal punto di vista di uno studio accademico la ricostruzione delle singole carriere con procedimenti statistici e con valori medi può avere un senso, ma se si vuole ricalcolare ogni singola pensione e applicare una ritenuta sulla differenza tra pensione retributiva e pensione contributiva il calcolo va fatto su dati reali e non su stime altrimenti si nega l’unico, discutibile, fondamento dell’operazione: commisurare la pensione ai contributi effettivamente versati.

E’ possibile ricostruire le carriere retributive di tutti i pensionati? Se penso ai faldoni cartacei dei professori presenti nel provveditorato agli studi di Roma non posso che fare gli auguri a chi vuol fare un’operazione del genere.

L’Inps pensa ad accordi con le diverse amministrazioni. Il punto è che molti dati sono su carta e che molti lavoratori sono passati da una amministrazione ad un’altra. Un programma, quindi, necessariamente lungo, complesso e dagli esiti incerti.

Se le difficoltà nel settore pubblico sono certe, qual è la situazione nelle altre gestioni Inps di dipendenti e autonomi? E’ così scontato che ci siano i dati necessari? A giudicare dall’ex-Inpdai si direbbe di no, anche in questo caso secondo la nota metodologica dello studio si è proceduto alla ricostruzione statistica di una parte della storia contributiva.

Si può fare una operazione di ricalcolo a fini di stabilire una contribuzione individuale sulla base di una ricostruzione teorica? Si può fare un’operazione di ricalcolo limitata solo alle pensioni di cui è possibile ricostruire la storia contributiva?

L’idea del ricalcolo nasce (vedi articoli di Patriarca e Boeri) come strumento per ottenere risorse per effettuare altri interventi. Si dice che calcolare un contributo sulla differenza tra pensione percepita e pensione calcolata con il contributivo abbia un elemento di equità. Si colpisce un di più non “giustificato” dai contributi. Come detto quell’aggettivo è usato impropriamente. Le pensioni in essere sono tutte giustificate rispetto alle norme di volta in volta esistenti.

Ma di quante risorse parliamo? Ovviamente dipende dalla percentuale del contributo e dal livello delle pensioni a cui il ricalcolo, se possibile, fosse applicato. Quando Boeri dichiara che ci sono pensioni molto alte non giustificate dai contributi fa una dichiarazione priva di alcun senso, e solo demagogica, ai fini del reperimento di risorse. Se si riferisse alle poche decine di persone che hanno goduto delle norme ad personam ricordate, anche un contributo espropriativo darebbe poche decine di milioni. Per passare alle centinaia di milioni bisognerebbe scendere sotto i 5.000 euro lordi, per arrivare ai miliardi di euro, bisogna scendere fino ai 2.000 euro di pensione lorda.

Patriarca e Boeri nel loro articolo sulla Voce hanno stimato un gettito di 4,2 miliardi di euro se il prelievo è esteso alle pensioni fino a 2.000 euro lordi. Gli autori si dimenticano che questo gettito sarebbe solo teorico in quanto ad esso va sottratta la perdita di entrate fiscali stimabili in più di 1,7 mld. Le risorse nette disponibili sarebbero quindi pari a 2,5 mld. Il 54% di queste risorse, secondo i loro calcoli, deriverebbe dal contributo richiesto alle pensioni tra i 2.000 e i 3.000 euro lordi, ossia a pensioni tra i 1.500 e i 2.200 euro netti. Dalle pensioni sopra i 5.000 euro arriverebbero meno di 500 milioni netti. Se si vogliono risorse dell’ammontare di miliardi bisogna lasciar stare la storiella della pensioni alte o d’oro, vanno coinvolte le pensioni medie e basse. Sarebbe corretto dirlo.

Vi è certamente il problema di flessibilizzare l’uscita dal mercato del lavoro così come è necessario affrontare il problema della copertura reddituale dei ultracinquantacinquenni che perdono il lavoro ma secondo quale logica le risorse, o parte di esse, dovrebbero arrivare da un contributo sulle pensioni in essere? O è un intervento di tipo assicurativo e allora va coperto con contributi o un intervento di tipo assistenziale e allora va coperto con la fiscalità generale.

Il Presidente dell’Inps ha iniziato l’operazione trasparenza con un documento sul FondoSpeciale per il Trasporto Aereo denunciando il fatto che l’attuale finanziamento al Fondo è oggi costituito per la quasi la totalità dai proventi dell’imposizione fiscale sui passeggeri degli aerei. Ora propone un’imposizione fiscale mascherata sulle pensioni per alimentare un fondo per chi perde il lavoro, potremmo allora proporre un contributo sulle retribuzioni dei docenti universitari per finanziare borse di studio. A quanto pare anche Boeri non sa proporre altro che un ennesimo balzello, ingiustificato e di dubbia attuazione.

Le pensioni quindi debbono uscire indenni dall’attuale situazione economica? Ricordiamo in primo luogo che le pensioni sono state tosate abbondantemente dal blocco della perequazione operato da Monti-Fornero e che l’attuale forma di indicizzazione produce una perdita continua di valore reale per tutte le pensioni superiori a tre volte il minimo, perdita crescente con l’aumentare dell’importo della pensione. Se vi è la necessità di una “partecipazione” delle pensioni “più elevate” alle manovre di bilancio la strada corretta è quella fiscale coinvolgendo tutti i redditi non solo quelli da pensione.

C’è solo un caso in cui, a mio avviso, trova giustificazione un contributo specifico sulle pensioni. Non è in discussione la legittimità delle pensioni retributive, ma non vi è dubbio che il passaggio al contributivo segna una rottura intergenerazionale. La mia generazione ha pagato con i propri contributi la pensione ai suoi genitori percependo poi una pensione calcolata con le stesse regole. I nostri figli pagano la nostra pensione con i loro contributi ma andranno in pensione con regole diverse e sensibilmente peggiori. Allora l’unica destinazione di un eventuale contributo sulle pensioni non può essere usato per interventi a favore delle stesse generazioni dei pensionati o a generazioni vicine ma deve essere rivolto a favore delle pensioni contributive per aumentare il loro importo.

Sottoscritto l’avviso comune regionale “Expo e lavoro”

Il 5 giugno 2014 è stato sottoscritto, tra Regione Lombardia, Confcommercio Lombardia e le altre Parti Sociali, l’Avviso Comune Regionale “Expo e Lavoro”.

L’efficace e positiva concertazione tra Regione e le Parti Sociali ha permesso di arrivare alla condivisione di un Avviso che ha come obiettivo quello di massimizzare le occasioni occupazionali e le possibilità di sviluppo dell’intera economia regionale, oltre a coniugare la flessibilità per le imprese e le opportunità per i lavoratori.

La sottoscrizione potrà consentire la realizzazione nei diversi ambiti di contrattazione specifici accordi applicativi, coerenti con il contenuto dell’Avviso, che potranno avere una validità fino al 31 marzo 2016 ovvero una durata più lunga per peculiari esigenze connesse al dopo evento.

Le Parti sociali, in particolare, hanno ritenuto che il contratto a tempo determinato, i contratto di somministrazione a termine e l’apprendistato rappresentino gli istituti che meglio possano rispondere alle esigenze di occupazione che si determineranno, in considerazione della durata e della natura dell’evento.

I livelli di contrattazione competenti dovranno poi individuare mediante accordi attuativi le soluzioni più idonee che consentano di realizzare pienamente i fabbisogni che si presenteranno.

Regione Lombardia, si impegna a definire una specifica modalità di sostegno per favorire l’occupabilità e l’inserimento lavorativo anche nell’ambito di Dote Unica Lavoro – DUL e Garanzia Giovani che tenga conto del ruolo degli enti accreditati e delle comunicazioni obbligatorie ai fini della tracciabilità dei rapporti di lavoro instaurati per l’evento.

Le basi ragionevoli della speranza di Giuliano Poletti*

La scorsa settimana i lavoratori di Electrolux hanno approvato l’accordo siglato pochi giorni prima in sede governativa con l’80,3% di sì. I lavoratori in libere assemblee hanno, dunque, detto per l’80,3% di sì, approvando l’accordo Electrolux siglato il 15 maggio a Palazzo Chigi alla presenza del Presidente del Consiglio Matteo Renzi. I dipendenti interessati all’accordo sono complessivamente 4.775.

Ma da dove si era partiti? Tra settembre e ottobre Electrolux indicava 1700 lavoratori in esubero e l’intenzione di chiudere lo storico stabilimento friulano di Porcia. Le ragioni? Un costo del lavoro insostenibile sulla base dell’attuale situazione del mercato dell’elettrodomestico mondiale. Il c.d. “bianco” (il settore degli elettrodomestici) è, davvero, una storia italiana.

Per molti anni il Bel Paese è stato leader mondiale incontrastato del settore per quantità, varietà ed eccellenza dei suoi prodotti. Un settore industriale che da solo oggi vede al lavoro circa 150.000 addetti anche se il loro numero era almeno doppio circa un decennio fa. Le riduzioni di volumi di prodotto e di numero di addetti che si contano spiegano da soli e con sufficiente chiarezza come sia cambiato il mondo della grande produzione industriale in Italia e nel resto dell’Europa.

L’avvento di colossali competitors nel Far East e l’inesorabile efficientamento tecnologico, evidenziano tutte le difficoltà di tenuta dell’occupazione nei settori manifatturieri industriali che i Governi di oggi sono chiamati a fronteggiare. Inoltre, le differenti condizioni economiche e sociali di Paesi europei come la Polonia, l’Ungheria ed altri extra europei ma vicinissimi come la Turchia, rappresentano oggettivamente contesti molto vantaggiosi ove delocalizzare intere produzioni.

Tutto logico e comprensibile anche se catastrofico per gli equilibri socio-economici nazionali. Questo spiega la soddisfazione ma anche l’enorme impegno e la determinazione con cui tutti noi abbiamo lavorato a questo accordo che, giustamente, assurge a simbolo di speranza e resistenza.

La vertenza Electrolux è stata lunga e difficile. Ernesto Ferrario, amministratore delegato di Electrolux Italia ha affermato che “se non fossimo stati in grado di raggiungere l’intesa, oggi ci troveremmo in una situazione davvero difficile sia dal punto di vista della continuità di business sia della protezione dell’occupazione”. Il risultato che è stato raggiunto consentirà auspicabilmente l’abbattimento di quasi 3 euro l’ora del costo degli impianti, in modo da renderli competitivi con quelli polacchi, come richiesto dall’azienda per non delocalizzare.

Il nuovo Governo appena insediato ha ricevuto dai vertici Electrolux l’avviso: così non ce la facciamo ad andare avanti; aiutateci a restare in Italia, qui ci sono 3 euro l’ora di troppo. Questo, detto in sintesi, era il senso di una richiesta di aiuto alle Istituzioni di Governo.

Credo che il Governo si sia mosso tempestivamente e con il piede giusto. La situazione era difficilissima ed i rischi reali altissimi. Tuttavia, intervenire con aiuti pubblici non basta a garantire un futuro allo sviluppo economico ed occupazionale. Occorreva un Piano industriale più chiaro ed equilibrato in cui si spiegasse perché e come si intendeva restare in Italia rilanciando e rinnovando le produzioni e mantenendo le persone al lavoro.

Ecco, questo contributo è emerso nel corso di questi primi mesi di Governo che sono coincisi con gli ultimi di una trattativa che si era aperta nell’ormai lontano settembre 2013. Il nuovo Piano industriale è stata la premessa indispensabile dell’accordo rappresentandone in qualche modo il telaio. Quelli che seguono sono i punti essenziali su cui si è discusso e si sono prodotti significativi avanzamenti nel corso della lunga stretta finale della trattativa.

I due terzi degli importanti investimenti previsti dall’azienda Electrolux, pari a 150 milioni di euro, sono destinati all’innovazione di processo e di prodotto. Ciò significa che l’azienda scommette sui suoi migliori elettrodomestici per la manifattura italiana, segno tangibile che ci sono ancora abbondanti ragioni industriali per fare le cose in Italia. Senza un investimento serio e concreto delle Aziende non si possono approntare politiche pubbliche di sostegno dello sviluppo occupazionale ed industriale.

L’idea di intervenire a prescindere dalla qualità delle strategie industriali di chi guida le aziende è stata spesso coronata da fragorosi insuccessi che hanno visto i loro costi scaricarsi sul contribuente italiano. Sono ragionevolmente convinto del fatto che il gruppo svedese si sia mosso avendo pienamente compreso le ragioni offertegli dal Governo al tavolo di confronto.

Inoltre, l’idea di polarizzare gli oneri concentrandoli esclusivamente tra impresa e Governi appartiene definitivamente al passato. E’ ragionevole e giusto, invece, che i Piani industriali siano sempre più l’espressione di una rinnovata capacità negoziale delle parti sociali che debbono trovare, entro una cornice caratterizzata da una sempre maggiore corresponsabilità, la via del futuro e del rinnovamento. Ecco perché rivendico tutta la giustezza della nostra richiesta alle parti di tornare al tavolo delle trattative sindacali per cercare lì di migliorare la produttività aziendale. Infatti, l’accordo tra le parti ci ha dimostrato tutto il dinamismo responsabile di cui è ancora capace il modello di relazioni sindacali italiano: taglio del 60% dei permessi sindacali dal 1/1/2015, ma mantenimento delle ore di assemblea sindacale. Riduzione delle pause (dopo la trattativa si è arrivati alla decisione di ridurre solo quella aggiuntiva di Porcia da 10 a 5 minuti) e aumento della produzione. Infine, ricorso ai contratti di solidarietà nelle fabbriche, alla cassa integrazione straordinaria in alcune aree impiegatizie ed alle uscite incentivate volontarie o finalizzate alla pensione; mantenimento integrale del salario.

Insomma, nessuna chiusura di stabilimento e nessun licenziamento traumatico ma anzi le condizioni per produrre in Italia il meglio dell’azienda Electrolux. Non un piccolo risultato. Abbiamo avuto la possibilità di usare strumenti come la solidarietà come un aiuto ad un percorso di produttività e difesa del potenziale manifatturiero italiano. Questa è una buona via, perché è la condivisione di un sacrificio che serve per trovare punto di equilibrio. Quella di Electrolux è stata una discussione difficile che poteva prendere diverse strade ma, invece, è stata coronata dal successo che nelle assemblee le hanno tributato i lavoratori.

Il giorno della sigla dell’accordo a Palazzo Chigi il Parlamento approvava definitivamente il “decreto lavoro”.

“Decreto lavoro” è il titolo chiaro e solido di un provvedimento orientato ai fatti e dai fatti ragionevolmente ispirato: misure efficaci per agevolare la creazione di lavoro buono, in un tempo di crisi ma anche di accelerazione della speranza. Qui, proprio nel “decreto lavoro”, è contenuta una norma che prevede il rifinanziamento della decontribuzione dei contratti di solidarietà. Con una copertura finanziaria rinnovata ed aumentata e una soglia di intervento che è stata innalzata dal 25 al 35%, il Governo ha risposto alla domanda ed alla sfida lanciata dal sistema industriale. La decontribuzione farà la sua parte. In tutti quei casi in cui: investimenti seri, accordi di produttività concreti e garanzie occupazionali sarà uno strumento utile. Si tratta di strumenti di sostegno che, già presenti nell’ordinamento, sono stati ammodernati e potenziati per rispondere alle domande attuali. Ma aggiungo di più, si tratta di strumenti la cui possibilità d’uso richiede un cambio di passo e di mentalità da parte di tutti i soggetti protagonisti.

C’è un altro dato che merita di essere messo in rilievo: su questo caso specifico Palazzo Chigi, il Ministero dello Sviluppo Economico e quello del Lavoro hanno lavorato insieme ed hanno lavorato bene. Le Regioni, tutte quelle interessate dalla localizzazione degli stabilimenti, non hanno mai mancato di partecipare allo sviluppo delle trattative dimostrando, con l’assidua disponibilità e le proprie rispettive capacità di intervento, consapevoli di quanto alta fosse la posta in gioco.

L’azienda ha commentato: “l’accordo ci permette di cogliere tutte le opportunità, di servire meglio i nostri clienti e i consumatori”. Semplici e ragionevoli le considerazioni di fonte aziendale.

Come vorrei che lo fossero quelle della politica: “l’accordo ci permette di dimostrare che esiste una base ragionevole per la speranza di tornare a crescere e a dare occupazione al nostro Paese”.

Non è facile ma si può fare.

(*) Ministro del lavoro e delle politiche sociali

Il lavoro cambia, la rappresentanza arranca… Di Vittorio Martone

Le difficoltà in cui versano le relazioni industriali appaiono come una tra le più preoccupanti conseguenze del più generale processo di mutamento della produzione e del lavoro registrabile nel mercato e nella società italiana. Si tratta di un processo che tocca sia la struttura produttiva che le forme dell’occupazione, che hanno visto un’imponente riorganizzazione della produzione verso processi di de-verticalizzazione e di decentramento, di riduzione di scala e de-localizzazione, di messa a punto di «reti» di subfornitura locale-globale in aree di specializzazione produttiva e di nicchia. Di queste esperienze parla Giuseppe Berta nel suo recente volume sulla Produzione intelligente. Un viaggio nelle nuove fabbriche edito da Einaudi (2014).

Proprio così, le «fabbriche». Screditate e messe alla gogna da una strisciante cultura anti-industriale che tutto contiene fuorché un’etica progressista e di sinistra, la fabbrica è stata volutamente dimenticata dal dibattito pubblico italiano. Devoti alla retorica della «terziarizzazione necessaria», si è maldestramente tentato di celare dietro un velo di inettitudine anni e anni di tradizione manifatturiera italiana. Salvo rare eccezioni, le stesse scienze economiche e sociali hanno smesso di interessarsi alle fabbriche, e parlarne in pubblico desta ancora reazioni ambivalenti, tra lo stupore e la nostalgia. Eppure un tessuto produttivo industriale, in profondissimo mutamento, è tuttora attivissimo in Italia e attorno ad esso si sperimentano importanti vie di uscita dall’immobilismo che prima ancora che economico è sociale e culturale.

Come scrive Berta, accanto ai bersagliati e tristemente noti casi di fallimento della grande industria fordista, in Italia si diffonde «una sofisticata, sebbene ancora non coordinata, azione di convergenza fra numerose imprese, appartenenti a una varietà di aree economiche e settoriali, che mirano a riclassificare le loro attività, sia per mantenere il loro radicamento territoriale sia per incrementare la loro capacità di esportazione e di presenza internazionale» (p. 26). Si tratta di reti territorializzate di soggetti di impresa, miranti alla competitività internazionale attraverso l’innalzamento della qualità delle produzioni e dei processi produttivi. Ciò permette loro di incunearsi entro nuove nicchie del mercato globale promuovendo una efficace combinazione tra tecnologia e capitale umano, eretta sul piedistallo della conoscenza e della sua crescita incrementale.

Per meglio illustrare questo scenario, Giuseppe Berta espone il suo percorso itinerante presso importanti realtà industriali del Paese, più o meno recentemente soggette a ristrutturazioni mostratesi efficaci. Ci sono lo stabilimento Fiat-Chrysler di Pomigliano d’Arco e quello Maserati di Grugliasco, la TenarisDalmine di Dalmine, la Pirelli di Settimo Torinese e lo stabilimento Saet Group di Leinì. Chiude questo percorso una piccola impresa assai differente dalle precedenti, la ProTocuBe di Torino, specializzata nello stampaggio tridimensionale.

Cosa accomuna l’intelligenza di queste «fabbriche»? Berta non segue una prassi metodologicamente rigorosa (in termini di standardizzazione delle descrizioni, né tantomeno di selezione ragionata dei casi di studio) ma la descrizione che propone è appassionante e tocca diversi elementi di competitività, molti dei quali riguardano la centralità delle risorse umane. In tutti i casi si evidenzia una fluidificazione delle gerarchie (se non un loro superamento), con elementi di responsabilizzazione diffusa, parametrazione dell’efficienza per mansioni, formazione continua e fortissima enfasi su ricerca e sviluppo sia di processo che di prodotto. Con riferimento allo stabilimento TenarisDalmine l’Autore descrive una «nuova integrazione» che contraddistingue queste fabbriche ristrutturate: «Gli ambiti più nuovi (…) sono dedicati all’elaborazione e alla trasmissione della conoscenza. Dai centri di ricerca interni, che nel caso della Dalmine sono incentrati sullo studio dei metalli e delle loro resistenze, ai luoghi dedicati alla formazione» (p. 40).

Integrazione e condivisione, ricerca e formazione, competitività e internazionalizzazione. Tratti analitici che trovano riscontro anche nell’immediatezza delle immagini: anche alla vista, gli stabilimenti visitati da Berta non hanno quasi più nulla della struttura che precedeva la ristrutturazione, sia dal punto di vista delle forme e degli spazi, sia dal punto di vista delle persone che si muovono tra le macchine e i computer. L’enfasi posta dall’Autore all’abbigliamento dei lavoratori è corroborante: si va da casi in cui è del tutto assente una uniforme omologata, a casi in cui – pur essendoci – non ci sono differenze alcune tra diversi gradi/livelli del lavoro, annullando la vecchia distinzione tra operai e impiegati.

La condivisione sembrerebbe rendere obsolete quelle descrizioni che situavano nelle catene di montaggio la storica frattura capitale/lavoro. Qui si comprende e si agisce, migliorandolo, il processo di lavoro a tutti i livelli di mansione: «Dirigere il prodotto verso l’alto di gamma e riorganizzare gli impianti affinché al loro interno si sviluppino processi di apprendimento continuo finalizzati all’incremento della qualità (…). Il cambiamento acquista un grado elevato di visibilità, fino a divenire quasi una sorta di manifesto di una reindustrializzazione possibile, anche se parziale» (p. 42).

Le esperienze descritte da Berta sono caratterizzate dunque da spiccata partecipazione delle risorse umane alla gestione del lavoro, con elevata autonomia e discrezione nelle decisioni, contributo alla innovazione e apprendimento permanente verso una crescita della competitività che assume una portata collettiva. È di fronte a questo scenario che appaiono evidenti i ritardi delle parti sociali. Le istanze espresse in queste nuove produzioni, sia sul fronte datoriale che dei lavoratori, appaiono più eterogenee e frastagliate del passato e richiedono alle parti sociali nuovi modelli, più articolati e capaci di adattarsi alle esigenze differenziate.

In altre parole la rappresentanza tradizionale di tipo generalista, finalizzata da un lato alla riduzione del costo del lavoro e, dall’altro, alla difesa delle tutele e del salario dei lavoratori, appare un freno al cambiamento e un inutile richiamo al passato. Nella lettura di Berta le parti sociali, con l’avvio della stagione della concertazione dal 1993, hanno concentrato i loro sforzi sui tavoli nazionali, traducendosi in attori politici e disperdendo man mano anni di competenza ed esperienza di capacità negoziali costruiti alla base. Il travaso dei vertici sindacali nelle aule parlamentari mostra solo uno degli effetti di tale processo. Ora, investita la politica da una generale delegittimazione, anche le forze sindacali post-93 vengono coinvolte al ribasso, lasciando sguarniti i campi in cui sarebbe richiesto un ruolo cruciale dei quadri intermedi.

L’«autunno della rappresentanza» (p. 65) non giova in particolar modo a quell’Italia produttiva vista sopra che, ripartendo dalla fabbrica, sta riuscendo a venir fuori dal ciclo negativo attraverso imponenti e appassionanti ristrutturazioni organizzative, produttive e umane. L’importanza di questi mutamenti non può non rappresentare una sfida epocale per le relazioni industriali, poste di fronte al logoramento delle loro basi di consenso (sia di legittimità politica nazionale che di tesseramenti a livello della base), all’obsolescenza degli dispositivi di contrattazione (superamento del neocorporativismo), all’inefficacia dei loro strumenti di difesa (terziarizzazione del conflitto, opinione pubblica avversa).

Semplificando brutalmente. Sul fronte datoriale, la generale riorganizzazione dei modelli e dei processi d’impresa (post-fordismo, riduzioni di scala, lavoro autonomo) ampliano l’area della produzione che agisce fuori dalle relazioni industriali istituzionalizzate (si pensi alle PMI), indebolendo la rappresentatività delle principali organizzazioni di rappresentanza. Sul fronte sindacale, la corposa riduzione dei livelli occupazionali (disoccupazione, prepensionamenti, de-localizzazioni e dismissioni) e la massiccia precarizzazione di quelli esistenti (flessibilizzazione o precarizzazione) riducono la sfera d’azione del sindacato classico. Ma, anche laddove l’occupazione tiene e si rinnova (come nelle produzioni intelligenti), è l’organizzazione post-fordista del lavoro a sancire un superamento dello schema tradizionale di tutela collettiva degli interessi di datori e lavoratori: il modello ora dominante promuove infatti la cooperazione attiva dei dipendenti, la responsabilizzazione diffusa e la condivisione, le relazioni orizzontali e la gestione individuale dei rapporti di lavoro.

Fenomeni che disperdono il ruolo stesso delle Confederazioni e il consenso di cui avevano goduto per mezzo secolo, chiamando in causa una trasformazione necessaria se si vuole ottenere una nuova primavera delle relazioni industriali.

Lavoro sommerso: indagine Eurobarometro

Da una recente indagine Eurobarometro si evince che il lavoro sommerso continua ad essere diffuso in Europa, sebbene l’ampiezza e la percezione del problema siano diversi in ogni Paese.
I problemi individuati nell’indagine saranno affrontati ad aprile in una proposta della Commissione che lancerà una piattaforma europea per la prevenzione e la deterrenza del lavoro sommerso, con l’obiettivo di intensificare la collaborazione tra gli Stati membri per contrastare la situazione in modo più efficiente. La piattaforma dovrà costituire uno spazio comune per tutti gli organismi di contrasto dei diversi Stati, quali ispettorati del lavoro, organismi preposti alla sicurezza sociale, alle questioni fiscali e alla migrazione, altri soggetti interessati.

Costruire un tetto alla retribuzione dei manager

Dopo anni di polemiche e di convegni, di richiami all’ordine da parte di Bankitalia e alla responsabilità da parte dell’Abi, Fiba e Cisl passano ai fatti e fanno un deciso passo avanti nella battaglia per limitare gli stipendi dei manager.

La crisi finanziaria – una crisi grave, ampia, che ha colpito l’economia globale in modo differenziato per i diversi paesi e aree del mondo e con effetti certamente duraturi nel tempo – ha fatto emergere notevoli problemi nel funzionamento, nella regolamentazione e nella supervisione dei mercati finanziari. La crisi ha anche evidenziato come le remunerazioni elevate dei “Top Manager”, che ha un forte potere di governo dell’impresa, incoraggino l’assunzione di rischi eccessivi per il sistema stesso e che non sempre siano erogate a fronte di “creazione di valore”. Il “Top Manager” tra stock option, stipendi e bonus vari, percepisce una retribuzione in misura fissa ed un compenso variabile che dovrebbe essere legato ai risultati positivi e all’andamento dei titoli ma che spesso finisce con il prescindere dai risultati stessi. Dinamiche incongruenti peraltro presenti in tutto il sistema privato e non solo in quello finanziario.

Sul tema di recente si è espressa anche la Commissione Europea e si dovrà esprimere a breve il Parlamento Europeo; si sono espressi da poco i cittadini elvetici, con un referendum apposito. Il Governo italiano é intervenuto attraverso il decreto “Salva Italia”, limitando la retribuzione dei manager del settore pubblico ad un massimo di €.294.000,00 annue. La Banca d’Italia da tempo richiama ad una sana e prudente gestione delle politiche di remunerazione, e gli strumenti normativi e regolamentari sono sempre più incisivi. La Vigilanza ha preso recenti provvedimenti in materia, anche assieme alla Consob. Ad oggi vi è l’obbligo di portare all’assemblea dei soci un documento riguardante le politiche di remunerazione, con un dettaglio dei compensi erogati ad Amministratori e Direttori. Come recita la regolamentazione stessa, il suo “obiettivo è pervenire – nell’interesse di tutti gli stakeholders – a sistemi di remunerazione, in linea con le strategie e gli obiettivi aziendali di lungo periodo, collegati con i risultati aziendali, opportunamente corretti per tener conto di tutti i rischi, coerenti con i livelli di capitale e di liquidità necessari a fronteggiare le attività intraprese e, in ogni caso, tali da evitare incentivi distorti che possano indurre a violazioni normative o ad un’eccessiva assunzione di rischi per la banca e il sistema nel suo complesso.”

In questo contesto lo scorso 29 maggio la Cisl e la Fiba (primi firmatari i segretari generali, Raffaele Bonanni e Giulio Romani) hanno depositato in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare che pone un tetto alle retribuzioni dei top manager. Vi sono ragioni di giustizia e di equità. La crisi sta costando molto ai lavoratori, sia in termini di retribuzione che di disoccupazione, e non può più essere tollerata una sperequazione come quella che vede protagonisti amministratori, top manager delle aziende di credito e non solo, che percepiscono retribuzioni straordinariamente superiori a quelle dei lavoratori dipendenti con differenziali per altro non giustificati dall’andamento delle aziende.

Infatti, abbiamo calcolato che nel 2012 i direttori e gli amministratori delegati dei principali gruppi bancari e assicurativi hanno incassato, in media, retribuzioni di circa 42 volte superiori alla retribuzione media contrattuale prevista nei rispettivi contratti di lavoro, con punte di ben 108 volte. Sempre nel 2012 i presidenti degli stessi gruppi hanno ricevuto emolumenti per un multiplo di 23 volte, con punte di 48. Riteniamo che il tetto corretto sia quello già fissato dalla legge per i manager pubblici e che i sistemi incentivanti non possano superare il rapporto 1 a 1, che è quello già dettato dall’Europa.

In sintesi il progetto di legge prevede per la retribuzione il limite massimo di 294mila euro annui, con progressione annuale pari all’aumento dell’indice del costo della vita determinato dall’Istat; per bonus, incentivi, stock options e compensi equity il limite massimo di 294mila euro (importo pari alla retribuzione fissa) che compensa qualsivoglia bonus. Tale remunerazione è giustificata però solo in presenza di risultati estremamente positivi ed è correlata all’entità del patrimonio aziendale sia in volume di affari gestiti che in numero di lavoratori dipendenti.

Si prevede inoltre l’abolizione dei bonus all’uscita e tutte le altre forme di indennità, retribuzioni anticipate, premi per acquisizioni e vendite, nonché di contratti di consulenza con società appartenenti al gruppo per il quale si svolge la prestazione. Infine, la normativa prevede che la liquidazione per la cessazione del rapporto di lavoro sia commisurata esclusivamente alla sua durata e sia proporzionale al limite massimo della retribuzione fissa annuale.

Il controllo, per quanto attiene l’entità dei bonus, premi ed incentivi è riservato agli azionisti che, in assemblea generale per l’approvazione dei bilanci annuali, ne delibereranno a maggioranza dei partecipanti l’ammontare globale sulla base dei piani triennali di sviluppo da presentarsi dai vertici aziendali, con la previsione della progressione annuale. Per il caso di apprestamento e o esecuzione di piani di ristrutturazione aziendale, l’entità dei bonus annuali sarà ragguagliata ai posti di lavoro salvati e non tagliati.

Una legge per l’equità e la giustizia, ma non solo. Con questa legge, i dirigenti delle banche, che oggi preferiscono puntare sul trading perché dà maggiori surplus che si riflettono sui loro stipendi, saranno spinti a tornare verso la funzione commerciale. Fissando un tetto ai compensi spingeremo le banche ad erogare credito per la famiglie e le imprese. Una legge, dunque, che può contribuire alla riforma della finanza e dei mercati finanziari.

Ora parte la raccolta delle firme. La Fiba mobiliterà tutte le sue strutture regionali e provinciali in modo da predisporre ovunque assemblee e punti di raccolta, con gazebo e banchetti, per la promozione e l’adesione all’iniziativa. L’obiettivo è quello di superare le 50mila firme, da raccogliere entro 6 mesi, necessarie per presentare la legge in Parlamento.
Giulio Romani

Contratti a termine

CCNL Terziario – Sottoscritto l’accordo sulla disciplina della successione dei contratti a termine nel Terziario

In data 19 dicembre è stato sottoscritto tra Confcommercio e Filcams-CGIL, Fisascat-CISL e Uiltucs-UIL l’accordo relativo alla disciplina della successione dei contratti a tempo determinato nel settore Terziario, Distribuzione e Servizi.

L’accordo prevede che la durata dell’intervallo tra un contratto a termine e il successivo è fissata in 20 giorni nel caso di un contratto di durata fino a sei mesi e in 30 per i contratti di durata superiore a sei mesi, per tutte le fattispecie che rientrano nei casi di legittima apposizione del termine.

Si ricorda che recentemente la materia è stata oggetto di riforma, dapprima con la legge n. 92/2012 (riforma “Fornero”), che ha elevato a 60 e 90 i giorni l’intervallo di tempo da rispettare nella successione di due contratti a tempo determinato di durata rispettivamente fino a sei mesi o superiore a sei mesi.

Successivamente, in sede di conversione del decreto legge n. 83/2012, è stato approvato l’articolo 46-bis, ai sensi del quale la durata dell’intervallo è ridotta a 20 e 30 giorni in una serie di ipotesi, tra cui i casi previsti dai contratti collettivi stipulati ad ogni livello dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

IL MERCATO DEL LAVORO ICT

In un contesto di crisi economica conclamata, le 132.000 imprese dell’Information & Communication Technology fanno i conti con un mercato contratto e tariffe sempre più basse, ma anche con le nuove frontiere promettenti legate all’economia del digitale.

I 612.000 addetti contati al primo semestre 2012 sono in stallo rispetto al 2011, con un deflusso consistente dalle posizioni di lavoro dipendente a quelle atipiche, il 25,1% sul totale, soprattutto nell’area Servizi IT, Software e nel Canale.

Le retribuzioni nell’ICT crescono meno dell’inflazione: nei primi 6 mesi dell’anno un impiegato ICT perde il -2,8% del suo potere d’acquisto rispetto all’inflazione ad alta frequenza.

Sul fronte delle tariffe professionali, il trend è negativo ormai da un decennio, ma si registra un lieve rallentamento della caduta: le tariffe 2012 scendono in media “solo” del -1,5%, contro il -2,6% dello scorso anno.

Questi alcuni dei dati che emergono dall’Osservatorio delle competenze nell’ICT, con il quale Assintel ha presentato uno spaccato aggiornato al 2012 dell’impatto della crisi economica sul mercato ICT dal punto di vista delle risorse umane. Partner di Assintel Fondazione Politecnico di Milano, IDC, GiGroup e OD&M, AICA, itSMF, IWA, con il patrocinio della Camera di Commercio di Milano.

Produttività e ore lavorate

Torna ogni tanto il discorso sulla riduzione delle ferie e delle festività e sull’aumento delle ore effettive dedicate al lavoro. Le analisi sul tema dicono che, da un lato, gli occupati italiani godono di più ferie e vacanze della media europea, e che, dall’altro, non lavorano affatto meno. Il punto è che né il monte orario né la quantità del lavoro determinano la crescita . Gli italiani lavorano persino più dei tedeschi o dei norvegesi, eppure Germania e Norvegia hanno una crescita molto superiore. Il problema sta altrove e impone una riflessione più sul come che sul quanto si lavora. La produttività italiana fa leva sull’aumento del monte orario e della base occupazionale, non sull’innovazione e sul capitale umano. Nelle economie più avanzate i fattori della produttività si legano alla qualità e alla efficienza, non alla quantità o allo sfruttamento di impianti e lavoro. Secondo studi accreditati e comparazioni recenti, il nostro ritardo di produttività riguarda aspetti tra loro diversi, ma complementari: deficit nelle tecnologie informatiche e nel rapporto tra utilizzo dell’informatica ed organizzazione del lavoro; insufficienti standard di efficienza della pubblica amministrazione e delle micro e piccole imprese; leva fiscale e creditizia che non premia la crescita dimensionale delle imprese e gli investimenti per la competitività; poco ricorso alla formazione continua. Dai dati di Eurofond risulta come Italia e Grecia abbiano un monte orario settimanale più alto di Germania e Francia (38 ore l’Italia e 40 ore la Grecia, contro le 37 ore della Germania e le 35 della Francia). Se si considerano non le ore contrattuali ma quelle effettive (compresi straordinari, feste e ferie), si scopre che il dato italiano resta invariato, mentre aumenta per i lavoratori tedeschi a causa degli straordinari ( le festività in Germania sono maggiori alle nostre). La quantità del lavoro sembra quindi incidere sempre meno sulla produttività. Sono stati gli sforzi in innovazione ed efficienza che hanno migliorato la situazione francese e tedesca e hanno permesso alla Spagna di superare l’Italia, che intanto fa passi indietro. Dal 2001 al 2010 abbiamo infatti perso oltre 15 punti. L’andamento negativo si ripercuote sui salari. I sistemi economici che pagano i salari migliori sono quelli con maggiori margini di competitività e di profitto. Questo spiega perché i lavoratori tedeschi, che lavorano in media 1658 ore annue, abbiano salari quasi doppi rispetto a quelli italiani (42.400 euro contro 26.181 euro), che però lavora di più (1679 ore l’anno è la media italiana di ore lavorate). Il punto da affrontare è chiaro: non quanto ma come lavori.