Produttività italiana secondo Istat e forze sociali

Secondo l’Istat, il fermo dell’economia italiana dal 2008 in poi segue a un rallentamento progressivo cha data da almeno un ventennio. Si è trattato di una “perdita degli anticorpi” propri della nostra competitività che ha riguardato autonomia professionale, capacità d’agire, qualità e quantità del lavoro, produttività. Per gli analisti dell’Istat, se persiste il freno allo sviluppo occupazionale, che costituisce ancora la principale leva italiana per la produttività, il rischio per la crescita è notevole. E’ però evidente che il nostro è soprattutto un ritardo di efficienza complessiva dei fattori produttivi, dentro e fuori l’azienda.
E’ mancato il salto di qualità nell’innovazione. Tra i paesi europei l’Italia è quello che ha tratto meno vantaggio dalla rivoluzione informatica degli anni novanta. Abbiamo comprato i computer ed attivato internet , ma abbiamo continuato a lavorare come prima. Nel terziario e in molte aree del paese l’informatizzazione dei servizi è ancora inadeguata. L’Italia è svantaggiata anche per un dimensionamento aziendale molto basso. Sembra abbastanza provato che un tessuto produttivo molto parcellizzato e un numero di microimprese nettamente superiore alla media europea non abbiano favorito né i processi di innovazione né la capacità produttiva.
La difficoltà della microimpresa nel competere in innovazione ed in qualità riguarda soprattutto il manifatturiero. Peraltro l’Italia è specializzata in alcuni ambiti del manifatturiero tradizionale, in cui la produttività è più bassa. Inoltre le grandi imprese italiane, al contrario di quelle tedesche e francesi, hanno perso terreno nei settori dove più forte è l’investimento in ricerca. La tenuta in produttività ed innovazione si deve, secondo l’Istat, all’area delle medie imprese. Rispondono alla sfida le imprese che si sono poste decisamente sui mercati internazionali e che esportano, mentre vanno male quelle condizionate dal mercato interno, come il mobile o la carta, che devono fronteggiare in casa la concorrenza di nuove aziende internazionali.
Rispetto alle cause del ritardo, l’Istat punta il dito su fattori come la sottocapitalizzazione, l’evasione, il sommerso, il livello del capitale umano. Secondo la maggior parte delle forze economiche e sociali i dati sulla produttività e sul PIL confermano la necessità di misure concertate e ad ampio respiro (fiscali, incentivi, promozione del capitale umano, investimenti infrastrutturali), con una costante attenzione all’efficienza complessiva del processo produttivo.

Produttività italiana nel confronto europeo

L’Italia è il paese dell’Europa a 27 in cui la produttività è cresciuta meno nell’ultimo decennio. A una media di poco superiore al 1,4 per cento, contro una media europea di quasi il 12 per cento. Esiste un’oggettiva corrispondenza tra mancata crescita del PlL, arretramento del tasso di occupazione (l’Italia è anche l’unico paese europeo in cui tra il 2001 ed il 2010 non è cresciuto il numero degli occupati, mentre cresce il monte ore lavorate) e inadeguato aumento della produttività, che richiede riflessioni e forti interventi di riforma e di sostegno allo sviluppo.
Chiarificatore è il confronto con la Spagna, cha ha più difficoltà economiche e più disoccupati dell’Italia. La Spagna, pur considerando il crollo dell’ultimo biennio, ha avuto nel 2011 più occupati che nel 2001. Il dato della produttività e quello del Pil sono ancora più evidenti: rispetto al 2001 la Spagna ha avuto un aumento della produttività superiore al 10 per cento, mentre il Pil è aumentato del 22 per cento. Il confronto con altri paesi non ci conforta: all’aumento del Pil italiano del 4 per cento corrisponde, nello stesso periodo, un aumento del Pil francese del 12 per cento e di quello inglese del 17 per cento. L’impatto della crisi del 2008 ha peggiorato di molto le performance del lavoro e dell’economia italiana : il debole stato di salute del tessuto produttivo e la complessiva situazione finanziaria hanno determinato effetti moltiplicatori negativi.
In sintesi, la produttività italiana nell’ultimo decennio è cresciuta dieci volte meno di quella tedesca ed otto volte meno di quella media europea. C’è, secondo gli economisti, un nesso tra aumento della produttività e allargamento della base occupazionale: in Italia la produttività è aumentata non per l’aumento dell’efficienza, ma soprattutto perché ci sono più persone che lavorano o perché le persone lavorano per più tempo. L’arretramento dell’occupazione porta quindi anche a un calo in termini di produttività. È la riprova di come l’Italia abbia in questi anni mancato la sfida della qualità del lavoro e dell’innovazione che invece va messa al centro di ogni strategia di sviluppo, seguendo il filo rosso della formazione.

Promozione imprenditorialità – consultazione

La Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica il cui obiettivo è di raccogliere i pareri delle parti interessate sulla portata in futuro di eventuali interventi a livello Ue, nazionale e regionale, per la promozione dell’imprenditorialità. L’Europa è poco competitiva sul piano dello spirito imprenditoriale, benché sia noto che le PMI sono la principale fonte di nuovi posti di lavoro e di crescita. Serve pertanto un piano d’azione europeo a favore dell’imprenditorialità per individuare i settori in cui è possibile liberare le potenzialità imprenditoriali, eliminare importanti strozzature e rimuovere gli ostacoli all’attività imprenditoriale. La consultazione vuole raccogliere le opinioni su una gamma di misure che potrebbero essere proposte nell’ambito del piano d’azione, in modo da riunire le migliori pratiche per ottenere il più ampio impatto a livello europeo. Lo schema del piano d’azione è stato introdotto alla riunione periodica dei punti di contatto nazionali a fine maggio. Il piano d’azione è stato discusso in dettaglio in un incontro con rappresentanti di imprese, il 20 giugno dedicato esclusivamente a questo argomento. Le proposte all’interno del piano d’azione si basano sulle iniziative osservate nella costante comunicazione con i ministeri competenti e le organizzazioni di sostegno alle PMI e agli imprenditori in tutti gli Stati membri. La consultazione è aperta fino all’1 ottobre 2012.

http://ec.europa.eu/enterprise/policies/sme/public-consultation/index_en.htm

Crisi, lavoro, reddito e fiscalita’, oggi in Italia

Continua la nostra lettura della situazione italiana, ormai nel quinto anno di crisi e dentro una fase di recessione. Abbiamo iniziato il nostro esame nel n. 80 del 17.01.2012, per proseguirlo nell’articolo del n. 87 del 30.04.2012, ai quali si rinvia.
I dati del mercato del lavoro si sono aggravati nell’anno 2011. Oggi, le ultime rilevazioni Istat ci dicono che il tasso di disoccupazione è al 10,1% con un numero di disoccupati pari a 2.584 mila; il tasso reale è superiore, perché vanno aggiunti gli oltre 250.000 lavoratori in cassa integrazione. La disoccupazione giovanile è al 36,2%, mentre il numero dei N.E.E.T. è salito alla preoccupante quota di 1,5 milioni.

A Maggio 2012 gli occupati sono 23.034 mila (+ 0,3% su Aprile equivalente a 60.000 unità in più). Il tasso di occupazione è pari al 57,1%.

Con la crisi, i contratti a tempo determinato hanno raggiunto il 13,4% del totale dell’occupazione ed i contratti a part time il 15,2%. Di questi ultimi, circa la metà non sono part time scelti dal lavoratore; sono chiamati con le nuove indicazioni Eurostat i “sottoccupati part time”.

Dall’indagine previsionale Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro sul terzo trimestre del 2012, emerge che meno di due assunzioni su dieci sono a tempo indeterminato. Infatti, nel periodo luglio-settembre, le assunzioni stabili previste sono appena il 19,8%. Il posto fisso nelle assunzioni sta ormai diventando residuale.

Negli ultimi giorni l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre ha pubblicato un’analisi che rileva che i lavoratori con contratto a termine sono  3.315.580 e guadagnano 836 € netti mensili (media tra i  927  € dei maschi e i 759 € per le donne). Di essi, il 39% ha la licenza media, il 46% ha un diploma di scuola media superiore e solo il 15% ha la laurea.

Questi lavoratori non standard e precari sono per il 34% nel pubblico impiego, con punte di 514.814 unità nella scuola e nella sanità, e di 477.299 unità nei servizi pubblici ed in quelli sociali.  Sono invece  119.000 quelli direttamente nello Stato, regioni, enti locali. Gli altri settori a più forte presenza di questi lavoratori atipici sono il Commercio con 436.842 unità, i Servizi alle imprese con 414.672, il Turismo con 337379. Il 35,18% di essi (1.108.000 unità) operano nel Sud con le maggiori concentrazioni in Calabria, Sardegna, e Sicilia.

I dati dell’Inps, invece, ci sono di aiuto per monitorare i dati della disoccupazione e della Cassa Integrazione Guadagni (CIG), altri indicatori della situazione di crisi.

A Maggio 2012, ci sono state 72.000 domande di disoccupazione, (+ 6,7% sul 2011), e  8.500 richieste di mobilità. Le ore di CIG autorizzate sono state 105,5 milioni a Maggio  e 95,4 milioni a Giugno 2012. Rispetto a Giugno 2011 le ore sono aumentate del 16,2% (erano infatti 82,1 milioni di ore).

L’incremento maggiore è quello della CIG Ordinaria Giugno 2012 sull’anno precedente. L’aumento è stato del + 65,7% ed è tutto relativo al settore Industriale (+ 77,6%); è meno rilevante nel settore Edile  (+ 38,5%).  L’intervento della CIGS è, per lo stesso periodo esaminato, aumentato del + 10,9%; la CIG in deroga è invece in diminuzione del – 20,1%.

Ad Aprile 2012 il numero dei lavoratori nelle grandi imprese, al netto dei dipendenti in CIG, è diminuito dello 0,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le ore lavorate  diminuiscono, per dipendente, del 2,6%.  

Per quanto riguarda la cosiddetta “demografia d’impresa”, le imprese nate nel 2010 sono state 265 mila, quasi 24 mila in meno rispetto al 2009. I settori che vedono una diminuzione nella creazione di nuove imprese sono le Costruzioni e gli Altri servizi, mentre le tendenze al rialzo riguardano l’Industria ed il Commercio.

Nel primo Trimestre 2012, nelle imprese con almeno 10 dipendenti, le ore pro capite lavorate sono aumentate dello 0,2% sullo stesso periodo del 2011. Si va dal – 0,1% per l’Industria al + 2,3% per Finanza ed Assicurazioni, al +2,2% per Informazione e Comunicazioni e al + 0,6% nei Servizi.

Da notare che l’aumento delle ore lavorate convive con gli organici già fortemente diminuiti e con la presenza di 36 ore medie ogni 1.000 ore lavorate, di CIG (da 63,4 ore nell’Industria alle 11,7 ore nei Servizi). E’ solo nelle grandi imprese che ad Aprile 2012 su Aprile dell’anno precedente, si registra una diminuzione del  – 2,6% del numero di ore lavorate per dipendente. 

Secondo la Banca d’Italia, le busta paga dei dipendenti sono ferme. Le retribuzioni medie reali nette, dal 2000 al 2010, sono aumentate solo di 29 euro, da 1.410 a 1.439 euro (+2%). Va ricordato che nel periodo considerato, 2000 – 2010, il tasso di inflazione, somma dei 10 tassi annuali, è stato del  24,2%.  Sulle retribuzioni pesano  la crisi economica, la fiscalità  e gli interventi che hanno toccato più pesantemente gli statali.  Dai dati emerge  che la differenza tra centro-nord e sud-isole aumenta: + 2,5% contro il + 0,7%.

La riduzione in termini reali, in quattro anni dal 2007 al 2010, è stata di 50 euro (-3,3%).
Tra il 2008 e il 2010 le retribuzioni reali mensili pro capite dei lavoratori a tempo pieno, al netto di imposte e contributi sociali, sono cresciute dello 0,8%. 

Sempre più preoccupanti sono anche i dati che arrivano dall’Istat sulla povertà nel nostro paese. Nel 2011 infatti l’11,1% delle famiglie (8.173 mila persone) è risultato in condizione di povertà relativa.  Il 5,2%, pari a 3.415 mila persone, è in condizione di povertà assoluta.

Il limite della povertà relativa per una famiglia di due persone è fissato a 1.011,03 €. Rispetto al 2010 sono peggiorate le condizioni delle famiglie dove non vi sono redditi da lavoro o dove vi sono operai, mentre sono migliorate nelle famiglie di impiegati e dirigenti. Aumenta sia la povertà relativa che assoluta nelle famiglie senza occupati e ritirati dal lavoro, o con tutti i membri ritirati dal lavoro, per gli anziani soli o due anziani in coppia.

Più basso è il titolo di studio o il profilo professionale del capofamiglia, più è probabile la caduta verso la povertà assoluta. Peggiora anche la condizione delle famiglie con un figlio minore.

Mentre la povertà relativa è stabile al Centro Nord, nel Mezzogiorno essa aumenta nel 2011 al 23,3%, contro una media nazionale all’11,1%. Le regioni dove la povertà è più diffusa sono la Sicilia (27,3%) e la Calabria (26,2%). Al Sud quasi 1 famiglia su 4 è quindi povera. Sempre nel Mezzogiorno, la spesa media equivalente delle famiglie povere è 785,94 € al mese.

Da notare anche il 7,6% delle famiglie appena sopra la soglia di povertà. Queste potrebbero, a fronte di una spesa imprevista, cadere nella povertà.

Sul versante dei consumi delle famiglie, nel 2011 la spesa mensile media per ogni famiglia è stata di  2.488 € (+ 1,4% rispetto al 2010). Di questa cifra 477 € medi sono per acquisto di generi alimentari e bevande. Nel Nord questa cifra è del 16,6%, mentre nel Sud continua a crescere ed è del 25,6% della spesa totale. La spesa non alimentare è pari a 2.011 € medi mensili, dove diminuiscono abbigliamento e calzature e aumentano le spese per abitazione e trasporti.

La spesa mensile media più alta è in Lombardia (3.033 €), segue il Veneto (2.903 €) mentre all’ultimo posto c’è la Sicilia con 1.637 €, quasi 1.400 € mensili di differenza dalla Lombardia. E’ opportuno riflettere sul rapporto tra questa distanza abissale nella differenza sul reddito e le notizie sulla possibile bancarotta della Regione Siciliana!

Per quanto riguarda invece il risparmio delle famiglie, nel primo trimestre del 2012 è stato del 9,2% (+0,4% sul primo trimestre 2011). Al netto dell’inflazione il potere d’acquisto delle famiglie è stato del  – 2%, sempre sullo stesso periodo di riferimento.

Nel primo trimestre del 2012 la quota di profitto delle società non finanziarie (rapporto tra il risultato lordo di gestione e il valore aggiunto lordo) è scesa al 38,8%, con una diminuzione del 0,9% sul trimestre precedente. Tale risultato è conseguenza del risultato lordo di gestione, diminuito del 4,1%, in misura maggiore del valore aggiunto (-1,8%). In termini tendenziali, il tasso di profitto è diminuito del 1,3%.

Nel primo trimestre del 2012 il tasso di investimento delle società non finanziarie (rapporto tra gli investimenti fissi lordi ed il valore aggiunto lordo) è stato pari al 21,6%, il -1,2% rispetto allo stesso periodo del 2011. Gli investimenti fissi lordi delle società non finanziarie hanno segnato una flessione del 7,4% rispetto al corrispondente trimestre del 2011. 

Oggi la stretta fiscale frena la ripresa economica. Diminuisce il consumo privato perché diminuisce il potere d’acquisto ed il numero di occupati e cala il tasso di investimenti. Scende infine del 2% in rapporto al PIL, la spesa pubblica, con conseguenze ovvie sugli investimenti pubblici. L’accesso al credito sempre più problematico rallenta a sua volta l’andamento dell’economia.

Più la BCE dà liquidità, praticamente gratis, al sistema bancario, più le stesse banche aumentano i tassi ai clienti ed ergono barriere al credito, in particolare alle PMI. Questa è una delle ragioni che spinge alla riduzione degli investimenti privati, con le inevitabili conseguenze per la produzione e l’occupazione.

Il PIL nel 2012 scenderà prevedibilmente del 2%, mentre il debito pubblico ha raggiunto oggi  i 1.966 miliardi di € (33.000 € per ogni singolo cittadino). Secondo stime autorevolissime, a fine 2012, il debito potrebbe raggiungere il 126% del PIL.

Per ridurre il deficit il Governo ha anche aumentato la pressione fiscale che, secondo le stime dell’Ufficio studi di Confcommercio, raggiungerà nel corso di quest’anno il 55%. Questo vuol dire che ciascuno di noi lavora annualmente fino all’8 o 9 di Luglio per lo Stato e solo successivamente per il proprio reddito. In questa situazione crescono sicuramente i “Giannino” di turno, anche se i muli più carichi e più silenti non sono i padroncini o le partite IVA che qualche via d’uscita l’hanno, ma quelli con sostituto d’imposta che non possono evadere (anche se lo vorrebbero e lo possono fare solo in situazioni di nero o di grigio): i precari, non standard, pensionati, operai, impiegati, quadri, dirigenti che vedono mese dopo mese Stato, Regione e Comune attingere a quote sempre crescenti dalla propria busta paga.

Di fiscal drug non se ne parla da anni, mentre si pagano anche le imposte sulle imposte.  Da mesi, da molte parti si è messo l’allarme sul rischio che caricando eccessivamente sull’austerità si sarebbe arrivati alla recessione. E ci siamo in pieno. Con la recessione, i professori dovrebbero saperlo, si allontana la ripresa e il risanamento.

E soprattutto è diventato sempre più inaccettabile che sfuggano centinaia di miliardi al fisco ogni anno, senza che i nostri tecnici (gli unici che potrebbero, avendo la forza delle debolezze altrui) propongano per decreto di assumere le regole del sistema fiscale, certo non rivoluzionarie, a scelta di USA, Germania, Francia, Danimarca…

Classi politiche, caste, oligarchie, ordini, lobbies e logge, congregazioni, governanti palesi ed occulti dovrebbero aver capito che l’italiano può cancellare la politica a beneficio dei movimenti 5 Stelle di turno, dell’astensione di massa e del qualunquismo. A meno che qualcuno dei suddetti abbia capito molto bene e si auguri proprio il peggio pur di non toccare equilibri e  privilegi.

Professor Monti, per favore domani emani un Decreto Legge con un solo articolo: “ Si sostituisce il sistema contributivo, fiscale, e quant’altro e le pene relative, con quello degli USA (o a piacere della Germania)”. Forse sarà più facile che fare una patrimoniale?

Qual è il punto di rottura della coesione e sostenibilità sociale? Con un debito che vola verso i 2.000 miliardi di €, gli interessi si assesteranno attorno ai 90-100 miliardi annui, a cui si aggiungeranno 50 miliardi circa l’anno per effetto dell’approvazione del “Fiscal compact” (Trattato sulla stabilità) e delle sue 6 regole d’oro:

1. deficit massimo allo 0,5% del PIL;

2. con un debito superiore al 60% del PIL c’è un tempo massimo di 20 anni per rientrare al di sotto con un ritmo pari ad un ventesimo della quota eccedente per anno. Nel nostro caso un debito ipotetico del 126% da ridurre al 60% in 20 anni significa pagare un 3,3% l’anno, forse attorno o più di 50 miliardi l’anno, oltre all’interesse sul debito ed al debito;

3. correzione automatica del bilancio in caso di scostamento;

4. rapporto deficit/PIL al di sotto del 3% come previsto dal Patto di stabilità e crescita;

5. vincoli da inserire nella Costituzione o in legge ordinaria;

6. due vertici appositi l’anno  dei 17 paesi dell’Eurozona.

La legge Costituzionale n.1/2012 (che ci siamo imposti da soli con la lettera del Governo Berlusconi;  per gli altri basterà una legge ordinaria, quando lo faranno) ha introdotto l’8 Maggio scorso il pareggio di bilancio in Costituzione a tamburo battente.

Va ricordato che qualche anno fa la Germania, in difficoltà, non applicò le regole che le imponevano vincoli di bilancio.  Siamo stati il primo paese a recepire obiettivi che diventeranno una corda al collo per il Paese.

Con un PIL in caduta, una diminuzione conseguente delle entrate fiscali, 100 miliardi di interessi l’anno più 50 miliardi per il Fiscal compact, il recupero dal debito diventerà insostenibile.

Non basteranno sicuramente né i 120-130 miliardi previsti dal Piano per l’Europa, per la crescita e l’occupazione, né il Meccanismo europeo di stabilità (a partire dallo scudo anti spread) che vede i tedeschi pronti ad approvarlo quando l’Euro avrà tirato le cuoia.

Se il dilemma è tra sviluppo o fallimento, con la situazione evocata e con la recessione in casa e forse anche alle porte dell’Europa e di altre aree mondiali, la medicina del Governo Monti, dell’UE, della BCE, del FMI e del governo ombra europeo di Berlino, non sarà solo amara, sarà mortale.

Difficile pensare di uscire da questa situazione ripetendo come un mantra sviluppo, occupazione, lavoro per i giovani, mezzogiorno. Occorrerebbe trovare un equilibrio tra risanamento e ripresa: va ridotto il debito senza compromettere la crescita economica, come invece purtroppo si sta facendo.

Le misure di risanamento, necessarie,  non sono pensabili senza sostegno alla domanda interna e senza la ripresa di investimenti pubblici per ricreare occupazione non assistita. Partendo dalle PMI, uniche a saper creare occupazione, con finanziamenti mirati e agevolando il credito anche con i finanziamenti della BCE, si avrebbero risultati sicuri in tempi relativamente brevi.

Andrebbero poi sbloccati i pagamenti della pubblica amministrazione  ed aboliti i vincoli degli Enti locali “virtuosi” sui Patti di stabilità, facendo così partire investimenti per migliaia di progetti di piccola e media portata, ma capaci di rilanciare il lavoro sul territorio per le piccole imprese, con certi risultati sul fronte occupazionale.

Quando manca il lavoro servono cose simili a quella descritta, come per esempio, non tagliare i trasferimenti agli Enti locali che sostengono il lavoro di migliaia di addetti della cooperazione che prestano servizi indispensabili per le comunità. Non basterà più John Maynard Keynes da solo in una fase postindustriale come la nostra, ma neppure va mandato in soffitta. Oggi non basta più dire che bisogna creare lavoro:  bisogna pensare a iniziative nuove e non ordinarie per ripartire il lavoro ed il reddito esistente.

Ferruccio Pelos

TFR intervento del fondo di garanzia

L’Inps, con circolare n. 89 del 26 giugno c.a., ha precisato che in caso di intervento del Fondo di garanzia per il pagamento del trattamento di fine rapporto, la dizione “aventi diritto”, riportata dall’articolo 2 della Legge n. 297/1982, deve ricomprendere, nel novero dei soggetti titolati a presentare la domanda di intervento, non soltanto gli eredi del lavoratore ma, come da indicazioni della Corte di Cassazione, anche le società finanziarie e gli altri cessionari a titolo oneroso del TFR.

Una sentenza inquietante

Bisogna ritornare a parlare di Fiat. Questa volta riguarda un’ iniziativa del Tribunale del lavoro di Roma che, accogliendo il ricorso di alcuni lavoratori iscritti alla Fiom nello stabilimento di Pomigliano – ora chiamato FIP (Fabbrica Italia Pomigliano) – obbliga l’azienda all’ assunzione di 145 iscritti a quel sindacato. Né uno di più, né uno di meno. Per ora. Infatti, quel numero, secondo il giudice, dovrà crescere, destinando l’8,75% (percentuale definita attraverso un calcolo che è dettagliato in sentenza, allegata a questo articolo ) delle nuove assunzioni che verranno, alla Fiom. Che, ovviamente, gongola.

In questa sede, non ci interessa indagare se la sentenza è giuridicamente corretta o meno, giusta o ingiusta. Ci lavoreranno a lungo i giuristi, data la sua assoluta novità. Né ci interessa come reagiranno la Fiat, gli altri sindacati firmatari dell’accordo di scissione di quella nuova società dallo schema di riferimento del contratto collettivo nazionale dell’industria metalmeccanica privata e men che meno le forze politiche e parlamentari. Di certo, è una sentenza sindacalmente inquietante.

A  uscirne con le ossa rotte, sono le relazioni sindacali nel nostro Paese. La loro forza è sempre stata la legittimazione delle parti contraenti. Nessun contratto è fattibile per legge. Esso esiste, se le parti sono d’accordo ed esse sono tanto più credibili quanto più sono contitolari di intese liberamente sottoscritte. La lunga storia delle relazioni sindacali italiane testimonia proprio questo progressivo accumulo di reciproco riconoscimento di ruolo tra le parti. Certo, ci sono voluti duri e prolungati “braccio di ferro”, ma alla fine è prevalsa sempre la volontà di rafforzare e non demolire le reciproche rappresentanze.

L’intervento del giudice – spesso sui casi singoli, raro su quelli collettivi (soprattutto nel settore privato) – è proceduto nel tempo come un ammortizzatore delle fughe in avanti, delle intemperanze padronali, del clima di conflittualità continua, riproponendo comunque la centralità della negoziazione tra le parti. Anche quando in discussione erano questioni di principio e di diritti costituzionalmente protetti, la magistratura del lavoro ha svolto il proprio ruolo di garante delle leggi e di sussidiarietà rispetto alla contrattazione. Non a caso, quest’ultima, anche in tempi di crisi, quando il sindacato è obiettivamente più debole, non ha cessato di essere praticata e diffusa. C’è stata una cultura sindacale che ha consentito questo risultato: capacità di lettura delle dinamiche economiche ed aziendali e sostanziale diffidenza a delegare ad altri (parlamento o magistratura) il proprio mestiere.

Questa cultura sembra venire meno, soprattutto nelle zone dove il pluralismo sindacale non trova le condizioni per gestire assieme le vicende dei lavoratori. Il contrattualismo viene depotenziato a vantaggio della supplenza legislativa o giurisprudenziale che, come si è già verificato proprio nell’ attuale vicenda Fiat, sulla stessa materia (nel caso specifico riguardava la validazione di intese fatte senza la firma della Fiom) ha sentenziato in modo difforme. I vecchi sindacalisti di tutte le sigle si ripetevano tra loro: un contratto può anche essere una mediazione al ribasso, ma una sentenza è sicuramente un terno al lotto.

La sentenza del Tribunale di Roma può anche danneggiare la Fiat – che se lo merita, se probabilmente perseguiva l’obiettivo di ritardare il più possibile l’assunzione di iscritti alla Fiom e forse aveva messo nel conto di poterne fare a meno, visto l’andamento del mercato della nuova Panda – ma quello che produce alla contrattazione e specie a quella parte del sindacato che l’ha più perseguita, è sicuramente più incidente. E’ una sentenza che non rilancia il ruolo delle parti sociali, non favorisce il peso negoziale del sindacato, ma si sostituisce ad esso, punto e basta. La Fiom non si rafforza; anche se molti suoi iscritti potranno rientrare in azienda, il loro sindacato resterà ancora lì, fuori dai cancelli. Ma gli altri sindacati non se la passano meglio, schiacciati tra una gestione poco trasparente del contratto sottoscritto con essi da parte della Fiat e un giudice che, invece di costringere le parti a definire criteri stringenti per la riassunzione, spiega a tutti che basta il suo intervento per aggiustare le cose.

La delegittimazione  delle organizzazioni di rappresentanza è sempre un rischio, ma lo è di più nelle fasi di gravi difficoltà economiche. Anche perché i vuoti non esistono se non per breve tempo. Prima o poi, vengono sempre riempiti  e senza essere sicuri che ciò avvenga al meglio. E’ questione che se la deve porre, innanzitutto, chi è interessato a che non si consolidi questa deriva. Quindi, sarebbe ragionevole non sottovalutare i significati di più marcato profilo che assume la sentenza Fiat, al di là degli effetti immediati. Come sarebbe più rassicurante se questa consapevolezza non si trasformasse subito in richieste di legiferazione, ma fosse orientata a rendere più protagoniste la contrattazione e l’unità tra i sindacati. Sono due facce di una stessa medaglia, quella della migliore tutela dei lavoratori.
Raffaele Morese

Relazioni industriali e dialogo sociale

Ricordiamo la seconda scadenza – 4 settembre
2012 – del bando relativo alle relazioni industriali e al dialogo sociale che, nei suoi obiettivi, include misure e iniziative che riguardano l’adattamento del dialogo sociale ai cambiamenti nell’occupazione e nel lavoro e relative sfide, come l’ammodernamento e la qualità del mercato del lavoro, l’anticipazione, la preparazione e la gestione del cambiamento e la ristrutturazione, la flexicurity, le competenze, la mobilità e la migrazione, l’occupazione dei giovani, i contributi della strategia europea in tema di salute e di sicurezza, la riconciliazione tra vita professionale e vita familiare, l’uguaglianza di genere, le azioni nel settore dell‘antidiscriminazione, l’invecchiamento attivo, l’inclusione attiva e il lavoro decente.

http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=630&langId=en&callId=334&furtherCalls=yes

Dimissioni in bianco, così non va

L’onere della prova a carico della donna licenziata, e per sanzione una semplice multa: la nuova normativa contro le dimissioni in bianco è troppo debole. Così com’è scritto, non tutela le lavoratrici. Un appello al parlamento perché lo cambi: una norma di civiltà non può essere oggetto di mediazione tra interessi
In più occasioni la ministra Elsa Fornero, e per la verità non solo lei, per difendere la riforma del mercato del lavoro, ha citato l’articolo 55 del ddl, che definisce le nuove regole contro le dimissioni in bianco. Certo non era scontato che il governo affrontasse l’argomento, per la semplice ragione che a votare quell’articolo è lo stesso parlamento che nel 2008 ha cancellato la legge 188/2007, dedicata appunto a sanzionare e limitare quell’abuso. Tuttavia grazie alle iniziative promosse da tante donne in questi anni la deprecabilità delle dimissioni in bianco è diventata senso comune ed è difficile ormai chiudere gli occhi di fronte alla consapevolezza diffusa che si tratta di un fenomeno inaccettabile in un paese civile. Ci troviamo infatti di fronte a una pratica tanto diffusa quanto illegale: quella di far firmare in anticipo, al momento dell’assunzione, le proprie dimissioni, da completare, riempiendole con la data desiderata a fronte di una malattia, un infortunio, un comportamento sgradito, o più tipicamente una semplice maternità. In pratica, una spada di Damocle permanente, pronta per ogni evenienza della vita di ragazze e ragazzi neoassunti e buona da usare a piacimento per spezzarne i rapporti di lavoro; e purtroppo ampiamente usata, ci dicono i numeri Istat.

Fonte: Rapporto Istat 2010 (Il Rapporto dedica un paragrafo al tema “Interruzioni di lavoro per la nascita di un figlio: le ‘dimissioni in bianco’”. V. Rapporto 2010, pp. 153-154. Sul fenomeno delle dimissioni in bianco, e sugli aspetti normativi, si veda la scheda in questo stesso sito).
Quando la legge 188/2007 è stata abrogata in nome della semplificazione, non ci sono state grosse reazioni, nonostante fosse stata approvata dal parlamento precedente, nell’ottobre del 2007, all’unanimità alla camera e a larga maggioranza al senato. Ma dal momento in cui la 188 è stata cancellata, alcune donne, testardamente, hanno ricominciato a tessere quella tela di consenso e alleanze che aveva prodotto la 188, per riconquistarla con petizioni, raccolte di dati, iniziative pubbliche continue, fino alla decisione di promuovere una legge di iniziativa popolare, decisione maturata nell’autunno del 2011 da parte di un gruppo di donne molto diverse tra di loro per cultura politica, esperienze professionali, generazione.
Il cambio di governo e l’insediamento del nuovo esecutivo guidato da Monti ha fatto sperare di poter riottenere rapidamente la legge e il comitato per l’iniziativa di legge popolare si è trasformato nel “comitato per la 188”, a cui si devono le tante iniziative degli ultimi tempi. Innanzi tutto la campagna “188 firme per la 188”, poi la giornata di mobilitazione nazionale per il ripristino della legge con presidi di fronte a tutte le prefetture d’Italia, che si è svolta il 23 febbraio di quest’anno. E ancora gli incontri con la ministra Fornero e il presidente della camera e le tante lettere aperte che hanno inondato la stessa ministra, le istituzioni, i gruppi parlamentari e le redazioni dei quotidiani di lettere aperte. Iniziative grazie alle quali si è formato un senso comune e una consapevolezza che adesso sono difficili da ignorare. Si è arrivati così all’articolo 155, che reintroduce nell’ordinamento il tema dell’abuso delle dimissioni in bianco, lo nomina, lo depreca e definisce le procedure per contrastarlo: un risultato molto importante e non scontato di quella mobilitazione faticosa, paziente e testarda.
Ma l’articolo 55 non riesce nel suo intento, per diverse ragioni
– È un articolo diviso in 8 commi di difficilissima lettura e interpretazione, e perciò anche applicazione.
– Le nuove procedure sono volte a correggere l’eventuale abuso della firma in bianco ma non a prevenirlo, come invece faceva la legge 188/2007 vincolando le dimissioni volontarie alla compilazione di un modulo dotato di codice alfanumerico progressivo di identificazione, non retrodatabile.
– L’onere della prova è a carico della lavoratrice e del lavoratore: sono loro a dover dimostrare che, pur essendo autografa, la firma della lettera di dimissioni è stata richiesta al momento dell’assunzione (comma 6 dell’art. 55).
– In caso di abuso la sanzione è solamente amministrativa (comma 8 dell’art. 55), una semplice multa. Da notare che su questo punto lo stesso documento ufficiale di policy del governo, precedente di pochi giorni la stesura del disegno di legge, più correttamente paragonava l’abuso del foglio firmato in bianco ad un licenziamento discriminatorio e perciò aveva come conseguenza l’annullamento delle finte dimissioni: altro che multa!
L’articolo 55 può essere cambiato
Il comitato per la 188 lo ha chiesto con una lettera aperta alla ministra Fornero e alle commissioni lavoro di senato e camera, ma lo chiedono anche molte parlamentari e varie memorie consegnate alle commissioni parlamentari. E lo pretende il buon senso: una norma di civiltà non può essere oggetto della mediazione tra interessi diversi. Ci auguriamo che il parlamento, nella discussione parlamentare del ddl sulla riforma del mercato del lavoro, accolga questo appello.

Titti DI Salvo

Premi di risultato

Decontribuzione – Modalità operative per lo sgravio contributivo sulle erogazioni, corrisposte nell’anno 2010, previste dai contratti collettivi di secondo livello

L’Inps, con circolare n. 51 del 30 marzo c.a., ha reso noto le modalità operative che i datori di lavoro dovranno seguire per richiedere lo sgravio contributivo, sulle erogazioni previste dai contratti collettivi di secondo livello, riferito agli importi corrisposti nell’anno 2010. Le domande dovranno essere presentate esclusivamente in via telematica e a tutte le istanze inviate verrà assegnato un numero di protocollo informatico.

L’Inps, successivamente, comunicherà giorno e ora a partire da cui sarà possibile la trasmissione telematica delle istanze.

Decontribuzione – Documentazione tecnica per l’invio delle domande di sgravio contributivo sulle erogazioni, corrisposte nell’anno 2010, previste dai contratti collettivi di secondo livello

L’Inps, in attesa che venga resa disponibile sul proprio sito la procedura di invio delle domande di sgravio contributivo sulle erogazioni, corrisposte nell’anno 2010, previste dai contratti collettivi di secondo livello, con messaggio n. 5880 del 3 aprile c.a., fornisce la documentazione tecnica per la creazione dei flussi contenenti molteplici domande.

Le nuove relazioni sindacali abitano a Belluno?

Luxottica ha sicuramente un efficiente struttura di comunicazione esterna. Ogni loro accordo sindacale (di quelli che centinaia di aziende realizzano ogni giorno) viene riportato con enfasi dagli organi di stampa. Meglio di niente, ovviamente. Ma di Luxottica in Italia ce ne sono migliaia…. C’è, purtroppo, molta ignoranza in materia. E quindi molta superficialità. E così le relazioni sindacali in Italia fanno notizia solo quando producono conflitti tanto da far sembrare atti eccezionali e fuori dal comune modesti accordi sull’orario di lavoro…. La vera natura del sistema italiano non viene mai in primo piano. Per questo dobbiamo leggere che Luxottica ha un ottimo welfare aziendale e non che oltre un milione di lavoratori del terziario (grazie al contratto nazionale) hanno una efficace integrazione del sistema sanitario pubblico. Oppure che poche centinaia di lavoratori hanno accettato di iniziare a lavorare dalle 5 mentre molte decine di migliaia hanno formule di orario contrattate con le organizzazioni sindacali molto più complesse. Così va il mondo. I giornalisti che si occupano del sindacale non hanno voglia né tempo per capire. Meglio di niente, ovviamente. Però è deludente vedere come personaggi come Landini o Cremaschi vengano scambiati per buoni sindacalisti facendo una caricatura della professione e, al contrario, sottovalutati coloro i quali fanno accordi, favoriscono l’occupazione e difendono (loro si) gli interessi dei lavoratori.