Part time per 200.000 giovani di Raffaele Morese e Gabriele Olini

Non è la prima volta che, nel nostro paese, emerge la questione dell’occupazione giovanile. Questa volta, però, è veramente angosciante e inquietante. Dire che c’è il rischio di “perdere” una generazione, non è pura drammatizzazione. Infatti, in gioco c’è la giusta aspettativa di chi ha terminato il ciclo formativo ed ora si sta guardando intorno per iniziare a lavorare. Ma c’è un di più che si accumula con il passare del “tempo di non lavoro”; è la crescente sensazione di esclusione, di inutilità, di indignazione che – anche se non sempre assume la dimensione della protesta – alimenta atteggiamenti e convincimenti di sfiducia verso sé stessi e verso il resto della società.

Non vi è da mettere in dubbio che siano in tanti a chiedersi responsabilmente cosa si possa fare per non “perdere” la nostra gioventù, a partire da chi ha il potere di decidere la politica economica. Ma finora non c’è stata una idea forza che facesse da catalizzatrice delle aspettative. Anzi, grosse decisioni – come l’allungamento repentino dell’età pensionabile, la regola costituzionale del pareggio di bilancio, le pesanti ristrutturazioni di importanti aziende del Paese ma anche di molte medie e piccole imprese, incerte riforme come quella del mercato del lavoro – si sono frapposte ruvidamente alla visibilità di misure favorevoli soprattutto all’occupazione giovanile. C’è sempre all’ordine del giorno della politica un qualcosa di più urgente, di più impellente, di più scottante che occupa le prime pagine dei mass media, del dibattito politico, dell’interesse dell’opinione pubblica.

Invece c’è la necessità di mantenere agganciati al mercato del lavoro coloro che sono in cerca di occupazione e che rischiano, diversamente, di entrare nella disoccupazione di lungo periodo. Sia che si tratti di persone in cerca di primo impiego, dopo il periodo formativo; o di coloro che avevano un lavoro, magari precario, che la crisi ha cancellato; o anche di coloro che ora cercano un lavoro per fare fronte ad una situazione familiare che la crisi ha messo a rischio.

Non si può guardare a ciò che si è fatto in passato in Italia. Si pensi soltanto per un momento all’esperienza dei lavori socialmente utili; su di essa si possono avere le più svariate opinioni (e la nostra è che, nonostante errori di inesperienza e grossolanità che si fecero, fu la più consistente politica attiva del lavoro realizzata in Italia), ma ora non esistono le condizioni per ripeterla. Non ci sono né i bacini di attività che allora si presentarono come spugna di assorbimento dei progetti finanziati, né le ragioni che facevano da sfondo a quell’intervento, prima fra tutte una crisi più congiunturale che strutturale.

Non si può dimenticare la perdita di valore aggiunto che abbiamo accumulato dall’esplosione della crisi globale. Bisogna partire dalla certezza che ci troviamo di fronte ad una modifica strutturale del nostro sistema di produzione e consumo di beni e servizi. Sia in fatto di qualità del prodotto che di organizzazione produttiva. Sia in termini di innovazione tecnologica che di accrescimento della produttività. Il risultato di questo micidiale – ma inevitabile – mix, è che il recupero di quote significative di occupazione sarà più lungo e accidentato di quello che servirà per vedere, come dice Monti, la “luce” in fondo al tunnel della crisi. La produzione potrebbe anche riprendere, ma l’occupazione continuerà a languire. Non c’è niente da fare; se si vuole dare seriamente una mano all’occupazione giovanile, bisogna ripartire il lavoro che c’è. E la misura che meno compromette gli assetti contrattuali in essere o la struttura degli schemi produttivi è quella dell’incentivazione del part-time.

Bisogna fare in modo che l’occupazione aggiuntiva che si può creare, sia ripartita almeno per un congruo periodo di tempo. D’altra parte, nel nostro Paese, il ricorso al part-time non è mai stato diffusissimo; la sua incentivazione appare oggi plausibile e non divaricata rispetto agli obiettivi del sistema d’impresa. Ciò sarebbe tanto più efficace se fosse rivolto ai giovani (diciamo 30 anni?), per un tempo più lungo per quelli del Mezzogiorno ed esteso a tutti i settori. L’operazione ha valore e credibilità se si pone un obiettivo occupazionale significativo: diciamo 200.000 giovani con contratto a tempo indeterminato part-time (le modalità vanno lasciate alla contrattazione) da sostenere per almeno 3 anni nel Centro – Nord e 5 anni nel Mezzogiorno e con una retribuzione lorda mensile di 1000 euro. Sulla base di questi presupposti, abbiamo calcolato sia quante risorse pubbliche sono necessarie per finanziare questo progetto, sia quale reddito aggiuntivo si renderebbe disponibile per sostenere la domanda di beni e servizi.

L’agevolazione tramite fiscalizzazione degli oneri sociali a carico dei datori di lavoro per 200 mila dipendenti determinerebbe un reddito disponibile aggiuntivo per poco più di 2 miliardi di €, con i benefici collegati in termini di domanda complessiva. Infatti, come si vede dalla tabella allegata, il reddito mensile, al netto dei contributi e delle imposte a carico del lavoratore, sarebbe intorno a 820 €. A fronte della retribuzione lorda di 1.000 €, l’orario da praticare, dal classico mezzo tempo a un part time “lungo”, sarebbe collegato alla professionalità per la quale verrebbe assunto il part timer, secondo quanto già stabilito dagli inquadramenti del contratto collettivo nazionale. Naturalmente non si sta pensando soltanto ad un rapporto di lavoro con un orario settimanale più breve rispetto allo standard, ma anche a part time verticali, con periodi di maggiore o minore impegno, che si compensano nell’anno. Questo favorirebbe l’assunzione per le attività stagionali o per settori ciclici, in cui si succedono periodi di picchi o di contrazione dell’attività. In questi casi, l’ulteriore vantaggio sarebbe probabilmente quello di contribuire alla stabilizzazione di una parte del lavoro a tempo determinato.

Il datore di lavoro, assumendo un giovane a tempo parziale, si avvantaggerebbe di una fiscalizzazione degli oneri contributivi di 320 €, con uno sgravio annuo che supererebbe i 4.000 euro. Naturalmente il beneficio sarebbe riservato ai posti di lavoro aggiuntivi, escludendo i rapporti a tempo parziale già in essere.

Come si vede nella tavola, lo sgravio complessivo per i datori di lavoro sarebbe di 830 milioni di euro. Se questo può anche essere definito l’impatto contabile per le finanze pubbliche, in termini effettivi gli oneri per il bilancio dello Stato sono minori. Bisogna infatti considerare che questi 200 mila contratti aggiuntivi darebbero luogo, essi stessi, ad un gettito fiscale di 234 milioni di € sulle retribuzioni pagate ai lavoratori part time. I contributi a carico dei dipendenti, inoltre, porterebbero ad un gettito di poco più di 220 milioni di €. Anche limitandosi a scomputare le sole imposte a carico dei dipendenti, l’aggravio netto per il bilancio pubblico sarebbe così di 600 milioni di € (pari a 834 – 234). Senza aggiungere il minor costo dell’indennità di disoccupazione per coloro che saranno assu8nti sulla base di questo programma.

Certamente la somma da mettere a disposizione resta importante, ma non impossibile per recuperare almeno un quinto della perdita di occupazione avutasi dal 2008 ad oggi nella fascia di età più giovane. Ma come al solito, ci vuole volontà politica.

Agire contemporaneamente sulla produttivita’ e sull’occupazione giovanile di Raffaele Morese

Rigore e crescita. Facile a dire, difficile a fare. Le piazze d’Europa sono piene di dimostranti perché vedono e vivono con insofferenza il primo, ma non percepiscono la seconda. La questione è: si possono fare politiche keynesiane, in tempi di tagli alla spesa pubblica? Negli Stati Uniti, Romney ha impostato, da buon repubblicano, la sua campagna elettorale chiedendo meno welfare ai poveri e meno tasse ai ricchi, considerando questi gli unici che possono sostenere l’economia. Se lo dice tenendo presente l’aggravio di ben il “ 15% “ sul suo reddito, che non è proprio da fame, chissà a cosa punta in fatto di riduzione del carico fiscale. Per fortuna in Italia, non c’è nessuno così spudorato. Semmai circolano idee populiste, specie se ci si oppone alla patrimoniale e si dice che va abolita l’Imu.

Quella domanda è a risposta negativa se non si riesce a fare una cura dimagrante della spesa che consenta anche di investire, di ridurre i carichi fiscali, di tutelare i più deboli. Squinzi propone uno scambio: meno incentivi alle imprese e meno fiscalità su di esse. Ha una sua logica, ma non basta. Le risorse disponibili devono almeno essere orientate a innovare, a creare occupazione e di conseguenza sostenere la domanda interna. Se non soddisfano queste esigenze, ma semmai vengono dirottate verso operazioni finanziarie se non speculative (com’è successo in passato), sono soldi sprecati. Quindi, accortezza vorrebbe che nella distribuzione delle risorse – scarse – destinabili a politiche keynesiane, si tengano in conto i costi/benefici delle varie opzioni in campo.

Investire sull’occupazione ha il forte vantaggio che viene messo in gioco reddito spendibile, oltre che dare risposta ad aspettative, specie giovanili, che finora sono state penalizzate. E la componente domanda interna è decisiva per far coabitare il rigore con la crescita. Questa non si sostiene solo con la domanda estera come tutti i dati di questi ultimi due anni dimostrano ampiamente. In fondo, se l’esasperazione sociale in Italia non tocca le punte che si stanno ancora vedendo in Grecia e in Spagna, è dovuto anche al fatto che una quota non indifferente del nostro apparato produttivo va a pieno regime perché esporta. Non bisogna essere acuti economisti per sapere che la domanda interna non la sostengono i ricchi ma i ceti medi e bassi. Se lavorano.

Certo, la “buona” occupazione l’assicurano soltanto attività sane, efficienti, moderne. Non a caso è in atto un significativo lavorio a più livelli per definire condizioni e possibilità di accrescimento della produttività. Una di queste è l’abbattimento della fiscalità sul salario di produttività. Questa misura può contribuire a rianimare una produttività del lavoro che da molti anni langue, anche perché su di essa pesano le inefficienze e le rendite di ogni tipo, decenti ed indecenti, esterne ai luoghi di lavoro. Ma c’è da chiedersi se, per il lavoro, possa essere l’intervento più significativo. In linea logica, esso si rivolge a chi è già occupato e puntando alla migliore efficienza, realisticamente sarà labour saving. Ma anche sotto il profilo dell’attivazione di una domanda di beni e servizi può essere del tutto marginale. Infatti, nel 2012 sono stati stanziati 835 milioni di euro; la previsione è che saranno tutti utilizzati e forse anche qualcosa di più, se il trend è in continuità con quello dell’anno precedente. A fronte di quella cifra, si calcola che – su un numero di beneficiari intorno a 1.200.000, un monte retributivo annuo agevolato di 4.800.000.000 e quindi una retribuzione di produttività media annua di 4.000 euro – il beneficio fiscale complessivo per ciascun beneficiario si colloca intorno ai 700 euro. Così, il reddito disponibile aggiuntivo risulta essere complessivamente di 8.400.000 euro (1.200.000 x 700).

E’ quindi necessario, associare a questa misura anche un ‘altra che faciliti le assunzioni. Se lo Stato mettesse a disposizione una cifra analoga a quella prevista per il salario di produttività e la destinasse all’ incentivazione del part time per i giovani, oltre a favorire la produttività, darebbe una forte spinta alla crescita della domanda interna. Una simulazione di questa opinione è riportata nella news letter ( vedi articolo Morese – Olini). Essa fa leva sia sulla ripartizione del lavoro aggiuntivo che ci potrà essere nei prossimi anni e che sicuramente non sarà abbondante e sia sull’esigenza di spingere quanto più possibile i consumi. Quella simulazione fornisce dati confortanti sotto molti aspetti, ma soprattutto conferma che politiche keynesiane sono possibili in regime di austerità. In fondo, mettendo in campo 1.500.000.000 euro si possono cogliere due piccioni con una fava: più produttività e più lavoro, cosa irrangiungibile se fosse adottata una sola di queste misure.

Congiuntamente, invece, coglierebbero l’interessamento sia dei padri (che lavorano) che dei figli (che non lavorano), stimolerebbe le aziende produttive a innovare ma anche a rifornirsi di forze fresche intellettualmente e manualmente, alimenterebbe la propensione ai consumi di fasce sociali che altrimenti non potrebbero osare. Bisogna agire congiuntamente perché non c’è un prima e un dopo. Sono urgenti tanto il ripristino di una più forte competitività del sistema produttivo, quanto il freno alla crescita della disoccupazione giovanile. C’è una responsabilità economica da esercitare, ma c’è anche una responsabilità sociale da non dimenticare. I sacrifici si possono fare ma devono essere accompagnati da visibili obiettivi di equità sociale. Soltanto così, rigore e crescita potranno essere sopportati dalla gente comune, quella che è più esposta al rischio della rottura della coesione sociale.

CNEL – Rapporto sul mercato del lavoro 2011 – 2012

Il CNEL  ha presentato il Rapporto sul mercato del lavoro 2011 – 2012.

Il rapporto consegna la fotografia di un mercato del lavoro che, nella sua evoluzione, risulta completamente mutato nella partecipazione, come nel caso della componente femminile e dei lavoratori immigrati.

Ma il dato che desta preoccupazione è l’aumento della disoccupazione giovanile che si accompagna alla riduzione della componente del lavoro autonomo, soprattutto nelle piccole e piccolissime imprese, ovvero quella parte del tessuto produttivo e imprenditoriale che tanto ha contribuito alla ricchezza e alla crescita del Paese.

Occorre, tuttavia, ricordare che proprio queste imprese, oggi messe a dura prova da una situazione nuova, sono quelle che negli ultimi anni hanno mantenuto l’occupazione, in alcuni casi creando anche nuovi posti di lavoro, come le imprese dei servizi di mercato che, tra il 2000 e il 2010, hanno generato quasi 900mila posti di lavoro, oltre il 70% della crescita occupazionale del terziario nel complesso. 

Etica pubblica e morale individuale di Carlo Maria Martini (*)

L’attenzione per i temi dell’etica pubblica è visibilmente lievitata nella stagione più recente della vita civile, e di questo fatto ci si deve compiacere. Sorge tuttavia spontaneo il dubbio: è sufficiente il fatto che di argomenti etici tanto si parli, perché si possa effettivamente incidere sulla qualità del tessuto morale della società contemporanea e soprattutto perché si possa porre rimedio a quella spiccata incertezza morale che sembra affliggere la coscienza personale di ciascuno in questo tempo?

Le molteplici forme della comunicazione pubblica certo concorrono ad accrescere in qualche misura la sensibilità di ciascuno per i problemi della vita comune; esse spesso minacciano però di alimentare una specie di delega delle responsabilità.

La comunicazione pubblica colpisce preferibilmente le responsabilità dei poteri pubblici; ignora invece per lo più il momento della vita personale, le difficoltà e gli interrogativi con i quali essa deve cimentarsi, la coscienza di ciascuno, i modelli di comportamento ai quali più o meno consapevolmente una tale coscienza soggiace.

La tendenziale disattenzione del dibattito pubblico sull’etica per quegli aspetti che più immediatamente riguardano la responsabilità di ciascuno ha motivazioni complesse; cerchiamo qui di illustrarne alcune, che ci sembrano più immediatamente attinenti al campo di interesse della presente rivista.L’accresciuta attenzione pubblica ai temi dell’etica è alimentata anzitutto da concreti problemi di “giustizia” proposti dalle forme dell’esperienza civile in rapido mutamento. Si tratta di problemi di qualità molto diversa tra di loro, che quindi non possono essere ricondotti troppo precisamente a un denominatore comune.

Per illustrare questa profonda differenza, facciamo riferimento, a titolo d’esempio, per un lato ai problemi della bioetica e per l’altro lato ai problemi di quell’«etica degli affari e delle professioni», alla quale è intitolata la presente rivista. I problemi della bioetica sono anzitutto legati alle nuove acquisizioni nel campo delle scienze biologiche, e quindi del potere tecnologico in molti ambiti della pratica medica. Più immediata risonanza hanno avuto le nuove forme della «procreazione assistita» e i problemi obiettivamente posti dal configurarsi di un’esasperata artificiosità dei processi generativi.

La consistenza di tali problemi è tale da riguardare, non solo e subito le “giuste” regole sociali a cui sottoporre tali materie, ma prima ancora la coscienza stessa dell’uomo e della donna candidati a far uso di tali tecniche, e più in generale di ogni uomo e di ogni donna. Il problema di “giustizia” – inteso come problema di etica professionale e quindi di equità nel rapporto tra professione medica e utenza – appare qui soltanto secondo rispetto a una serie di più radicali problemi, per formulare i quali la cultura contemporanea sembra addirittura mancare del linguaggio adatto.

Che cosa vuol dire “generare”? Che cosa fa la differenza tra l’arcana figura del “generare” e l’inquietante figura del “fabbricare” un figlio? Che cosa è “vita” in un’accezione propriamente umana, al di là di ciò che ne sa la biologia? Quali sono le condizioni – “morali” o, addirittura, “religiose” – che si debbono rispettare perché la generazione non risulti un sopruso nei confronti di colui che è messo al mondo? È possibile giungere a un consenso civile, per quanto riguarda la determinazione di tali condizioni, oppure occorre rassegnarsi alla prospettiva che vorrebbe la coscienza “privata” giudice insindacabile in tale materia?

Nonostante oggi si parli molto di «etica pubblica», sembra invece che rimanga stretto il silenzio sulla più antica e misteriosa “morale”: su quei criteri dell’agire, cioè, che garantiscono non semplicemente la “giustizia” nei rapporti sociali, la “giustizia” dell’uomo a fronte della sua stessa coscienza. Quando non si affrontino le sottese questioni “morali”, d’altra parte, sembra che le stesse questioni di «etica pubblica» non possano ricevere altro che soluzioni convenzionali, risultato di un compromesso tra punti di vista diversi e incomparabili e non, invece, di un reale consenso a proposito di ciò che è degno dell’uomo, di ciò che fa buona la vita.

Alla radice del tendenziale silenzio del dibattito pubblico sulle questioni propriamente “morali” stanno ragioni note e meno note. Tra le ragioni note ricordiamo quella costituita dal cosiddetto “pluralismo” che caratterizza la civiltà contemporanea per quanto attiene alle questioni relative al senso ultimo della vita. Tra le ragioni meno note, o comunque meno frequentemente ricordate a livello di dibattito pubblico, sono invece quelle connesse al distacco sistematico che, nelle forme della vita civile contemporanea, sembra tendenzialmente stabilirsi tra coscienza individuale e scambio sociale.

È certo riconosciuto da tutti che anche la vita sociale ha bisogno di criteri di carattere “etico”: essi sono di solito cercati in “valori” molto formali – libertà, giustizia, rispetto dei diritti dell’uomo e così via – sui quali sembra facile il consenso di tutti. Il prezzo che si deve pagare per il carattere troppo formale di quei “valori” sui quali tutti consentono è però questo, che essi non bastano a suggerire univoche ragioni di soluzione dei nuovi problemi che oggi si pongono, ad esempio quelli appunto proposti dalla bioetica.

Sembra giustificato questo dubbio: il consenso sui “valori” da tutti declamati è consenso effettivo o solo nominale? Per dare univocità a quei “valori” non è forse necessario che si apra un confronto pubblico su quei problemi morali, che la coscienza del singolo inevitabilmente conosce, e sui quali invece le voci pubbliche sembrano per lo più preferire sia tenuto il silenzio?

Mi chiedo se i contrasti spesso rilevati, e spesso anche deprecati, tra «etica laica» e «morale cattolica» non siano da ricondurre per una parte cospicua esattamente a questo equivoco: la Chiesa si occupa anzitutto di questioni morali, e non di questioni di etica pubblica; essa afferma inoltre che l’attenzione ai profili propriamente morali delle diverse questioni è comunque imprescindibile anche in ordine alla soluzione delle questioni di carattere giuridico. Questo per altro non comporta una conclusione così semplicistica, quale sarebbe quella che intendesse proporre senz’altro la dottrina morale cattolica quale modello a cui conformare la legge civile; mentre proprio questo è il sospetto che viene facilmente nutrito nei confronti della Chiesa e rispettivamente nei confronti delle diverse espressioni del cattolicesimo a livello civile..

Alle difficoltà oggettive di un’intesa tra “laici” e “cattolici” su questioni tanto complesse si aggiungono certo molte difficoltà che invece nascono soltanto da quella inclinazione facile della comunicazione pubblica a far uso di formule stereotipe, che mirano assai più a colpire che ad argomentare. Un’intesa, e prima ancora un confronto più “razionale” e meno emotivo tra “laici” e “cattolici” sulla complessa materia della distinzione e insieme della correlazione tra diritto e morale, sarebbe favorito dal riconoscimento esplicito anche da parte della cosiddetta cultura “laica” della consistenza specifica del problema morale, e quindi dal riconoscimento comune del rilievo che tale problema obiettivamente assume anche sotto il profilo del giudizio sui fatti di civiltà.

La coscienza morale individuale, infatti, non è un fatto puramente “privato”; essa per un lato è obiettivamente plasmata anche a partire dalle condizioni civili della vita; e d’altra parte la buona qualità della vita comune non può essere adeguatamente garantita a opera esclusiva delle “regole” del diritto o della proclamazione pubblica dei massimi “valori”, dipende invece anche e non marginalmente dalla qualità del costume a livello di comportamenti personali.

 Le questioni sollevate dall’«etica degli affari e delle professioni» sembrano, in prima battuta almeno, meno radicali, e di carattere più squisitamente civile. Così come di fatto nascono, in ambito anglosassone, esse sembrano connesse a un originario interesse “utilitaristico” – per quanto del tutto legittimo, e alla fine corrispondente allo stesso interesse sociale – piuttosto che a un interesse propriamente morale.

L’affermarsi delle mille nuove professioni, la sempre più esasperata frammentazione delle competenze specialistiche, la conseguente opacità dei criteri in base ai quali apprezzare la reale consistenza di proclamate “competenze”, gli accresciuti ritmi di obsolescenza delle stesse, tutto questo minaccia di creare un diffuso clima di incertezza. Tale clima d’altra parte sembra incoraggiare strategie di comportamento “selvagge”, che puntano assai più sulla immagine e sul potere di seduzione che sulla qualità obiettiva e accertabile delle competenze in questione.

Una tale dinamica appare obiettivamente perversa, e tale da compromettere alla lunga la stessa immagine complessiva dei singoli corpi professionali. Di qui l’esigenza diffusamente avvertita di procedere a una ridefinizione delle «regole del gioco», capaci di offrire garanzie di trasparenza all’esercizio della professione o rispettivamente dell’attività di impresa. E tuttavia, l’effettiva realizzazione di questi obiettivi non sembra possibile mediante la semplice statuizione di “regole” convenzionali certe; comporta invece che si persegua il più ambizioso obiettivo di un “costume” sufficientemente univoco e consensuale.

 Come definire la differenza tra un vero e proprio “costume” e semplici “regole” materiali di comportamento? Le “regole” hanno di necessità carattere casistico, sono quindi sempre molto analitiche, e anche mai sufficienti a prevedere tutto; sono inoltre difficilmente controllabili, specie da parte dei non addetti ai lavori. Rischiano quindi di fatto di non riuscire a correggere quella cattiva dinamica per la quale la preoccupazione etica è intesa più come cura dell’immagine pubblica, che come effettiva cura della buona qualità obiettiva del servizio che le singole professioni offrono al bene comune della società.

La promozione di un “costume”, per converso, esige appunto che la riflessione dei singoli corpi professionali proceda oltre: dalla semplice statuizione di regole analitiche a cui attenersi nell’esercizio della professione, passi a considerare gli “stili” complessivi di comportamenti, e tenti quindi anche una valutazione consensuale di tali “stili” per riferimento ai parametri di bene e di male almeno virtualmente propri della società nel suo complesso.

 

L’operazione comporta dunque che sia resa operante una riflessione proporzionalmente esplicita sulle ragioni per le quali l’opera delle singole professioni può e deve essere riconosciuta come concorrente al bene comune.Una tale riflessione non potrà prodursi ovviamente nell’ambito esclusivo della “corporazione” professionale; dovrà invece mettersi a confronto con l’opinione pubblica tutta; dovrà curare la comunicazione con tale opinione pubblica; potrà in tal modo anche concorrere a un’obiettiva promozione della stessa.

Lo sviluppo di un’etica professionale a tali condizioni appare capace di divenire, pro parte sua, momento di quell’etica politica, di cui lamentavamo all’inizio il difetto: un’etica che non si limita a denunciare le responsabilità dei poteri pubblici, si preoccupa invece di determinare il contributo che al bene comune può e deve venire dai comportamenti personali di ciascuno. Non solo, ma un’etica professionale di tal genere potrebbe da vicino contribuire allo sviluppo della stessa coscienza “morale” del professionista; di quella coscienza cioè che esige da lui, non solo di non ledere i diritti degli altri, ma di vivere il proprio impegno professionale come momento di quel disegno più profondo della vita, che consiste appunto nello spendere se stessi per il bene di molti.

Anche nel caso dell’attività professionale infatti accade oggi spesso che il singolo sia inquietato, non solo dalle eventuali “ingiustizie” subite, ma dal difetto di motivazione ideale per il proprio impegno; detto altrimenti, dal difetto di una trasparente e convincente “giustificazione” morale – e non di carattere semplicemente economico o di immagine – per un momento della propria vita che certo è tutt’altro che marginale.

 

 

Questo testo venne pubblicato nel 1992 nel periodico «Etica degli affari e delle professioni» (n. 1, pagg. 12-14 edito dal Sole 24 Ore a cura di Armando Massarenti).

 

Quattro condizioni per rimanere paese industriale di Raffaele Morese

Con la produzione industriale a -7,3% luglio 2012 su luglio 2011 e con quattro trimestri consecutivi di congiuntura negativa, soltanto uno spensierato non si porrebbe la questione del mantenimento nel tempo del nostro patrimonio manifatturiero. D’altra parte, la lista delle aziende in crisi diventa sempre più lunga e quelle di testa, le “eccellenti”, sempre più inquietanti. Sebbene le motivazioni siano differenti, impressiona vedere Fiat, Ilva, Finmeccanica, Alcoa, Carbosulcis (tanto per citare le più esposte alla deflagrazione economica e sociale) alle prese con problemi strutturali di produzione e di occupazione. Ed impressiona ancora di più il vuoto di politica industriale che aleggia su queste crisi, posto che tutti sono consapevoli che non si possono risolvere con i pannicelli caldi della CIG e dell’attesa di tempi migliori. Come, infine, impressiona l’assottigliarsi dei margini tra questione vertenziale e questione di ordine pubblico, anche come conseguenza della difficoltà ad individuare risposte convincenti sia i lavoratori interessati che le popolazioni coinvolte.

Ha detto Prodi a Cernobbio: “Troppo a lungo si è parlato solo di finanza, ma è nella manifattura il cuore dell’economia europea. Oggi è prioritario difendere e rilanciare il nostro sistema produttivo”. E ancora: “L’Europa sta sottovalutando che c’è un sistema Asia ormai più grande del sistema manifatturiero europeo e un sistema America che è più veloce di prima…. L’Europa non può andare avanti con una parte che si specializza, innova, cresce rapidamente e un’altra che arretra o va a rilento” (R. Prodi, L’Europa punti sulla manifattura, Il Sole 24 ore, 09/09/2012). Questioni di uno spessore gigantesco ed inedito, che si trasferiscono immediatamente sul sistema italiano che, se vuole rimanere la seconda potenza industriale europea, deve recuperare velocemente anni di incuria culturale, di ubriacatura sul post-industriale, di affidamento allo spontaneismo del mercato. Con soluzioni che siano all’altezza del cambiamento in atto, globalizzazione e europeizzazione in primo luogo.

La strada maestra non è certo quella del rigore. Lo ha ammesso anche Monti. Ormai è chiaro: il rigore senza crescita, non solo ci impoverisce ma condanna al ridimensionamento  drastico il nostro potenziale industriale. Né ci consola che le esportazioni continuano a tirare. L’Istat ha documentato recentemente che nell’ultimo anno, da luglio 2011 a giugno 2012, la domanda interna  ha contribuito a far diminuire il Pil di 4,3 punti, controbilanciati da 2,9 punti positivi derivati dalla domanda estera. La performance non è di piccolo conto, dato che la congiuntura mondiale non è affatto sostenuta. Ma l’export non può assolutamente sostituirsi alla ripresa della domanda interna. Questa è la prima condizione per tutelare la manifattura in Italia.

La seconda è quella di spostare investimenti e occupazione nei settori ad alto valore aggiunto, innovativi e sostenibili. L’elenco si può anche fare (carburanti di seconda generazione e derivati chimici e plastici, biomedicale, energie rinnovabili, macchine meccaniche complesse, meccanotronica, domotica, illuminotecnica, alimentazione di qualità, filiera della moda, risanamento del territorio, gestione delle acque, ecc.), ma ciò che conta è che ci siano soggetti, strumenti, politiche che rendano praticabili scelte significative in questi campi. Soltanto così, sarà possibile dirottare risorse ed energie da situazioni e produzioni senza ragionevole futuro e che rischiano di rimanere in piedi solo perché assistite fino alla prossima crisi. Soltanto così, un numero sempre maggiore di medie e piccole imprese possono essere rimesse in corsa nella conquista dei mercati, assicurando loro le reti necessarie e le sinergie indispensabili per mantenerle radicate nel territorio e nello stesso tempo allungare la gittata del loro “fascino” verso clienti sempre più lontani. In altri termini, per usare una definizione di Aldo Bonomi, bisogna ragionare di un “ReMade in Italy”.

La terza condizione è che non si perdano per strada i “pivot” del sistema industriale. Non possiamo diventare un Paese di medie e piccole imprese, anche se dinamiche  e creative. Abbiamo già ridimensionato alcune realtà che avevano una dimensione europea, nel passato. Olivetti, per citarne una. Non si può rinunciare a Fiat e Ilva, sia come aziende che come settori in cui intervengono. Verso l’una e l’altra, non basta l’invettiva e la rabbia per come si sono comportate nei confronti dei dipendenti, delle popolazioni, dell’opinione pubblica, delle istituzioni. Gli atteggiamenti manageriali e della proprietà devono essere corretti prendendo iniziative che puntino alla salvaguardia di quelle realtà. Ma bisogna avere idee, proposte, capacità di impegno. E se managers e proprietari dichiarano impotenza, lo Stato non deve sostituirsi ma compartecipare al superamento delle difficoltà che si frappongono alla competitività e alle compatibilità ambientali. Obama l’ha fatto con successo.

L’ultima condizione attiene alla irrisolta questione della produttività, per la quale è in corso un confronto tra Governo e parti sociali. Al netto della discussione su fattori esterni di produttività come la giustizia, la corruzione, la burocrazia, le infrastrutture materiali ed immateriali, la ricerca e la formazione, rimane centrale l’individuazione delle condizioni per far avanzare la produttività del lavoro, nel tempo. Siamo molto indietro, su questo piano. Il recente Rapporto del CNEL sul mercato del lavoro è ricco di informazioni al riguardo. Molti evocano il modello tedesco di cogestione dei problemi del lavoro. Ma nessuno mette in evidenza che quel modello funziona perché gli attori lo gestiscono con molta flessibilità. Se c’è da saltare una tornata contrattuale, sia nazionale che aziendale, si salta consensualmente. Se c’è da ridurre l’orario e il salario per assicurare la tenuta dell’occupazione, si fa consensualmente. A crisi superata, si riprende a far crescere salari e occupazione, consensualmente. Noi non siamo ancora capaci di tanto. Al dunque, meglio l’assistenzialismo che la contrattazione in deroga, meglio le mani libere che l’assunzione di responsabilità . Ma globalizzazione ed europeizzazione stanno inficiando quest’abitudine. Aziende innovate ed efficienti hanno bisogno di flessibilità nelle relazioni sindacali, fermo restando i modelli contrattuali e le tutele definiti dalle leggi e dalle intese tra le parti. Prima si fa questo salto di qualità e prima si rafforzerà la nostra potenzialità industriale.     

Concorrenza – Aiuti di Stato

Aiuti “de minimis”. La Commissione europea ha indetto una consultazione pubblica, aperta fino al 18 ottobre 2012, per la revisione del regolamento sugli aiuti di minima entità (cd. “de minimis” N. 1998/2006). Il regolamento, infatti, relativo all’applicazione degli articoli 87 e 88 del trattato – ora articoli 107 e 108 del TFUE – agli aiuti d’importanza minore, si applica dal 1° gennaio 2007 e scade il 31 dicembre 2013. La revisione del regolamento “de minimis” fa parte del pacchetto sulla modernizzazione degli aiuti di Stato, adottato dalla Commissione con la comunicazione dell’8 maggio 2012, che accende il dibattito politico sulla modernizzazione del controllo sugli aiuti di Stato e ne definisce il quadro. Il questionario riguarda non solo domande di carattere generale relative all’applicazione del regolamento “de minimis”, ma anche informazioni fattuali relative al suo uso e a determinati aspetti pratici, compreso il controllo. La Commissione invita inoltre le parti interessate a fornire ulteriori informazioni rilevanti anche se non direttamente correlate alle domande del questionario (in particolare, altri documenti, relazioni, studi o fonti di dati pertinenti).

http://ec.europa.eu/competition/consultations/2012_de_minimis/index_it.html

Aiuti di Stato destinati a favorire l’accesso delle PMI al capitale di rischio: consultazione. La Commissione europea ha indetto una consultazione pubblica per raccogliere il parere delle parti interessate sugli aiuti di Stato destinati a favorire l’accesso delle PMI al capitale di rischio. In particolare, gli Stati membri e i soggetti interessati sono invitati ad esprimere le loro osservazioni sull’applicazione degli orientamenti comunitari sugli aiuti di Stato destinati a promuovere gli investimenti in capitale di rischio nelle PMI, d’applicazione dal 18 agosto 2006. Alcune disposizioni degli orientamenti sono state successivamente integrate nel regolamento (CE) n. 800/2008 della Commissione, del 6 agosto 2008, che dichiara alcune categorie di aiuti compatibili con il mercato comune in applicazione degli articoli 87 e 88 del trattato (regolamento generale di esenzione per categoria). Sia il presente regolamento – in vigore dal 29 agosto 2008 – che gli orientamenti comunitari del 2006, scadono il 31 dicembre 2013. La Commissione invita pertanto gli Stati membri e le parti interessate a contribuire alla revisione degli orientamenti sul capitale di rischio. La consultazione è aperta fino al 5 ottobre 2012.

http://ec.europa.eu/competition/consultations/2012_risk_capital/index_en.html

Aiuti di Stato: consultazione. L’8 maggio 2012, la Commissione ha adottato la comunicazione – “Modernizzazione degli aiuti di Stato dell’UE” – , lanciando ufficialmente una vasta riforma della disciplina degli aiuti di Stato. L’obiettivo della riforma è garantire che la politica degli aiuti di Stato contribuisca sia alla realizzazione dell’Agenda Europa 2020, che è la strategia di crescita in Europa per questo decennio, sia al consolidamento di bilancio. La prevista revisione del regolamento (CE) N. 659/1999 del 22 marzo 1999, recante modalità di procedura per i casi di aiuti di Stato (“il regolamento di procedura”), è uno degli elementi costitutivi del pacchetto di modernizzazione degli aiuti di Stato. Secondo la Commissione europea, la riforma del regolamento di procedura dovrebbe in primo luogo consentire alla Commissione di prendere decisioni più velocemente, ma aiuterà anche la Commissione a concentrarsi sui casi di maggiore impatto a livello UE. La consultazione si prefigge pertanto lo scopo di conoscere il parere degli Stati membri e delle parti interessate su due aspetti procedurali della disciplina degli aiuti di Stato, che devono essere rivalutati: migliorare la gestione delle denunce e assicurare che la Commissione ottenga informazioni complete e corrette nelle indagini sugli aiuti di Stato, attraverso i metodi da essa utilizzati per raccoglierle. La consultazione scade il 5 ottobre 2012.

http://ec.europa.eu/competition/consultations/2012_state_aid_reform_procedures/index_en.html

Neutralità della rete: consultazione

La Commissione europea ha lanciato una consultazione pubblica sulla preservazione di un internet aperto (neutralità del net), ossia trasparenza, modalità di cambiamento dell’operatore e alcuni aspetti della gestione del traffico internet. La consultazione si chiude il 15 ottobre 2012.

http://ec.europa.eu/information_society/digital-agenda/actions/oit- consultation/index_en.htm

Le migrazioni dopo la primavera araba

Il centro sulle politiche migratorie dell’Istituto universitario europeo di Firenze ha pubblicato, nel luglio scorso, uno studio intitolato “Migration after the Arab Spring”. P. Fargues e C. Fandrich, gli autori, traggono le conclusioni che la Primavera araba non ha accelerato la migrazione verso l’Europa. Negli Stati arabi, il dibattito migratorio è stato, in effetti, oscurato dai movimenti sociali e politici mentre, nell’Ue, l’enfasi è stata messa sull’opportunità unica che rappresentavano i cambiamenti, in termini di democrazia. Gli Stati membri Ue hanno riconosciuto le aspirazioni della gioventù araba e hanno quindi aperto maggiormente le opportunità per le borse di scambio Erasmus Mundus. Secondo gli autori, tali evoluzioni rimangono comunque subordinate a quelle dei nuovi regimi in corso di insediamento.

http://www.migrationpolicycentre.eu/docs/MPC%202012%20EN%2009.pdf

Comitati aziendali europei (CAE)

Pubblicato il Decreto Legislativo n.113/2012 relativo alla nuova disciplina dei CAE

È stato pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 174, del 27 luglio 2012, il Decreto Legislativo 22 giugno 2012, n. 113, che recepisce, nell’ordinamento italiano, la direttiva 2009/38/CE relativa all’istituzione di un Comitato Aziendale Europeo (CAE) o di una procedura per l’informazione e la consultazione dei lavoratori nelle imprese e nei gruppi di imprese di dimensioni comunitarie. 

Il CAE ha il compito di garantire che i lavoratori delle imprese o dei gruppi di imprese, che operano in più stati membri, siano adeguatamente informati e consultati su “questioni transnazionali”. 

Ai fini dell’applicazione del decreto, si intende:

per impresa di dimensioni comunitarie un’impresa che impiega almeno 1.000 lavoratori negli Stati membri e almeno 150 lavoratori per Stato membro in almeno due Stati membri;

gruppo di imprese, un gruppo costituito da una impresa controllante e dalle imprese da questa controllate;

gruppo di imprese di dimensioni comunitarie, un gruppo di imprese che soddisfa le condizioni seguenti:

il gruppo impiega almeno 1.000 lavoratori negli Stati membri;
almeno due imprese del gruppo si trovano in Stati membri diversi;
almeno un’impresa del gruppo impiega non meno di 150 lavoratori in uno Stato membro e almeno un’altra impresa del gruppo impiega non meno di 150 lavoratori in un altro Stato membro. 
Sono considerate “questioni trasnazionali” quelle che riguardano l’impresa di dimensioni comunitarie nel suo complesso o almeno due imprese o stabilimenti dell’impresa o del gruppo situati in due Stati membri diversi. 

Il decreto legislativo è stato emanato sulla base dell’avviso comune sottoscritto il 12 aprile 2011 tra Confcommercio, Confindustria, ANIA, ABI e CGIL, CISL, UIL.

La scelta dell’impresa: come può la Francia ispirarsi alla Germania….

Segnaliamo la pubblicazione in Francia di uno studio dal titolo: “La scelta dell’impresa: come la Francia può ispirarsi dalla Germania”. Lo studio paragona i modelli economici francese e tedesco, l’autore – Alain Fabre – spiega che la principale differenza tra i due paesi, all’origine del loro scarto di competitività e di performance, è il posto concesso all’impresa. In effetti, mentre in Germania, le imprese hanno un ruolo chiave, in Francia, è il ruolo dello Stato che prevale. La nota di Fabre lancia quindi un appello per fare dell’impresa la “chiave” della strategia economica francese e per rafforzare la struttura finanziaria delle imprese ed incoraggiare l’investimento e l’innovazione.

http://www.institut- entreprise.fr/fileadmin/Docs_PDF/travaux_reflexions/Notes_de_Institut/France_Allemagne_web.pdf