Dall’Europa: licenziamenti collettivi….

La Commissione europea ha chiesto all’Italia di porre fine all’esclusione dei dirigenti dalle garanzie procedurali relative all’informazione e alla consultazione dei lavoratori sul luogo di lavoro previste dalla legislazione Ue. La direttiva sui licenziamenti collettivi armonizza le norme applicabili alla procedura e alle modalità pratiche dei licenziamenti collettivi a livello Ue, in modo da garantire una protezione comparabile dei diritti dei lavoratori in tutti gli Stati membri. La legislazione italiana, come applicata dai tribunali, esclude attualmente i dirigenti dall’ambito di applicazione della procedura di mobilità, privando questa categoria di lavoratori della protezione garantita da tale procedura.

http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31998L0059:IT:NOT

http://ec.europa.eu/eu_law/infringements/infringements_it.htm

Il calabrone non potrebbe volare, ma lo fa

Sale l’angoscia di futuro. Per le famiglie e per la gente comune, se l’andamento dello spread, la bomba ad orologeria dei derivati, la perversione degli speculatori di Wall Street sono minacce serie ma lontane, non lo sono la perdita del lavoro, le riduzioni di reddito, l’innalzamento dell’inflazione. Sono misuratori ormai domestici, con i quali fanno i conti tutti i giorni. L’incertezza è dominante, quasi paralizzante. La politica mostra sia limiti d’impotenza reattiva, verso l’aggressività della finanza e sia una incapacità di pensare in grande. Che non vuol dire fare fughe in avanti, ma convinzione che non saranno mai i pannicelli caldi a tirarci fuori dai guai di questa crisi.

Una cosa è certa; dobbiamo farcela ad uscire dalla morsa della recessione. E lo dobbiamo fare soprattutto con le nostre forze. Non ci sarà un angelo benefattore che ci toglierà le castagne dal fuoco. Molti sostengono che c’è poco da fare; “ci deve salvare l’Europa”. A parte il fatto che, visto l’attuale stato dell’Unione, una frase del genere è equivalente a “spera in Dio” (esigenza irrinunciabile, almeno per chi crede), ma non è affatto condivisibile. L’Europa deve fare la sua parte e possibilmente rilanciandosi come prospettiva istituzionalmente unitaria, perché soltanto così si potranno avere gli eurobond per la crescita, una flessibilità nella gestione del fiscal compact, finanche una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali. Ma è in Italia, che va ricostruita la fiducia verso il futuro.
Ancora una volta, la questione non è là (in Europa); il “laismo” è una malattia che prende chi non ha voglia di decidere del proprio destino, che inquina il linguaggio di classi dirigenti infiacchite, che impedisce di osare. Questa malattia si isola e si guarisce soltanto se gli italiani decidono di non delegare, se si ridà fiato al policentrismo culturale, economico e sociale di questo Paese, se si investe sulla serietà della gente, sul merito come criterio di valutazione, sulla solidarietà in quanto valore di coesione. Tutto concorre a credere che ciò sia, se non impossibile, almeno improbabile. Può darsi, ma il problema non si sposta di una virgola.  Per cui, nonostante le difficoltà, bisogna battere questa strada di irrobustimento delle speranze.
La cultura, l’educazione, la formazione, in tutte le loro sfaccettature ed espressioni, sono uno dei pilastri fondamentali su cui puntare per dare senso alla fiducia. Bisogna andare in contro tendenza, perché al di là delle restrizioni di ogni tipo che hanno subito tutte le strutture che ad esse si dedicano, è l’idea stessa del sapere che è stata svalutata in questi anni. Meglio essere informati sui gossip che sull’informatica; meglio partecipare a X Factor che studiare musica; meglio indebitarsi per le vacanze esotiche che per andare all’università. Anni di spensieratezza, di illusione che si potesse guadagnare con facilità e senza sudare, di primato dell’apparire su quello dell’essere. La crisi ha spazzato via queste false credenze e sta facendo pulizia anche dei suoi profeti. La sua durezza ha agevolato la risalita del valore del sapere. Ora si tratta di agire con coerenza per imporre una vera e propria economia dell’educazione.
“Educare, educare, educare” suggerì  Kim Mortensen, Presidente della Commissione Lavoro del Parlamento danese nel lontano 2006, al primo convegno organizzato dall’Associazione Nuovi Lavori (cfr. Il “nuovo” nel mercato del lavoro, ed. Sapere 2000, 22006). Questo era il fondamento della flexsecurity della Danimarca e questo rimane, anche per l’Italia, la possibilità concreta per attrezzare il futuro del lavoro. E per farlo bene occorrono tre scelte. La prima è quella di smetterla di tagliare linearmente la spesa pubblica nei campi del sapere. Razionalizzare sempre; contrarre mai. Questa dovrebbe essere la scelta per il futuro. Darebbe fiducia a chi opera nelle strutture pubbliche ma anche a chi agisce in quelle private, porterebbe un po’ di certezze nelle famiglie, assicurerebbe ai giovani e ai lavoratori una sponda di maggiore sicurezza per vivere di lavori.
La seconda, conoscere sempre meglio le tendenze del mercato del lavoro. Nonostante vi siano molti sensori in campo, più o meno accreditati, lo “spannometro” è l’indicatore più gettonato. Così capita che per un certo periodo di tempo sono di moda le professioni legate all’ICT per essere sostituite poi da quelle manuali; in una fase si sollecitano le iscrizioni alle facoltà scientifiche e poi si passa a quelle umanistiche, più per valutazioni superficiali che basate su elementi concreti. Questo vuoto di conoscenza non lo può coprire soltanto il pubblico. Una “borsa lavori” affidabile per il presente e per il futuro la può assicurare soprattutto una seria collaborazione tra Governo e parti sociali.
La terza scelta riguarda chi lavora già. Il “life long learning” deve essere implementato e divenire parte integrante di tutte le agende delle imprese. Anzi, bisogna ritornare un po’ allo spirito delle 150 ore, per cui ogni lavoratore nell’arco della propria vita lavorativa può accumulare un pacchetto di ore spendibile in educazione, secondo le proprie esigenze. Inoltre, l’esperienza dei Fondi interprofessionali dimostra che, anche nella crisi, le imprese hanno utilizzato lo strumento formativo, spesso in chiave conservativa, ma anche con punte di innovatività che dimostrano la validità dell’investimento nel sapere dei lavoratori. Ogni tentativo di ridimensionare il ruolo dei Fondi interprofessionali in chiave assistenziale va combattuto. Essi devono, anzi, essere sempre più spinti ad accrescere gli standards professionali.
L’Italia da la sensazione di non farcela, ma non è così. Ha soltanto l’esigenza di liberarsi degli intoppi che le impediscono di essere un calabrone. Per questo, soltanto guardando in avanti e non facendosi spaventare dalle difficoltà, potranno essere divelti, di volta in volta, gli ostacoli che impediscono di ricominciare a delineare un futuro positivo. Le forze della rassegnazione e della conservazione cercheranno di impedirlo, ma i fatti e le volontà dei più sapranno imporsi per uscire migliori dalla crisi. Allora, il calabrone volerà.

Raffaele Morese

Europa – diritti fondamentali dei cittadini

La Commissione europea ha pubblicato la relazione relativa alla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, in vigore e giuridicamente vincolante da più di due anni. La funzione principale della Carta è garantire che le istituzioni dell’UE rispettino i diritti fondamentali quando elaborano nuove normative europee. I diritti fondamentali sono ormai sistematicamente presi in considerazione nel processo legislativo dell’Ue. Inoltre, la Carta si applica agli Stati membri nell’attuazione del diritto Ue. Ogni Stato, poi, tutela tali diritti attraverso la propria costituzione nazionale e l’autorità giudiziaria. La Carta non li sostituisce. Se un cittadino ritiene che i suoi diritti siano stati violati deve in primo luogo rivolgersi a un giudice o al difensore civico nazionale.

http://ec.europa.eu/justice/fundamental-rights/index_it.htm

Parità di genere.

Pubblicata l’ultima relazione annuale sulla parità di genere in cui la Commissione europea prende in esame i progressi compiuti durante lo scorso anno per colmare il divario tuttora esistente tra uomini e donne in ambito professionale, economico e sociale. Malgrado i timidi progressi in termini di aumento del numero di donne ai vertici aziendali e di riduzione del divario nelle retribuzioni, resta ancora molto da fare. Per raggiungere l’obiettivo generale dell’UE di un tasso occupazionale del 75% della popolazione adulta entro il 2020, i paesi membri devono promuovere maggiormente la presenza delle donne nel mercato del lavoro. Un modo per accrescere la competitività dell’Europa consiste nel conseguire un migliore equilibrio tra uomini e donne nei posti di responsabilità in ambito economico.

http://ec.europa.eu/justice/gender- equality/index_it.htm

Lavoro, retribuzioni e reddito, oggi in Italia: un aggiornamento dei dati disponibili

Nel Gennaio scorso abbiamo esaminato le tematiche delle retribuzioni e della distribuzione del reddito alla luce di tutti i dati disponibili, prevalentemente dell’Istat, pubblicati nel 2011.

Allora si delineava un andamento nella distribuzione del reddito, dei salari, del risparmio e dei consumi di tendenziale impoverimento della popolazione italiana, in un contesto di crescenti divaricazioni tra le punte minime e massime di ciascun fondamentale.

Oggi, –  alla luce dei preoccupanti allarmi dell’Istat sul divario salario – prezzi che segna un livello record per gli ultimi 15 anni, ed ai dati dell’Ocse sugli stipendi e salari in Italia, rapportati a quelli degli altri paesi aderenti a tale organizzazione – pensiamo sia opportuno aggiornare l’esame che facemmo nei primi giorni dell’anno in corso.

Questo ci aiuterà a capire meglio la situazione economico sociale del nostro paese, soprattutto in rapporto alla crisi economica che dura ormai da 5 anni, ci colpisce particolarmente e sembra non declinare. 

Ma vediamo in premessa i campanelli d’allarme suonati in questi giorni.

Il primo è rappresentato dai dati dell’Istat sulle retribuzioni contrattuali che a Marzo 2012 registrano una differenza del 2,1% tra aumenti retributivi (+1,2%) e tasso di inflazione su base annua (+3,3%).

Per trovare una differenza così ampia bisogna risalire almeno al 1983 (anno di avvio di queste rilevazioni).

E’ da notare che, mentre le retribuzioni orarie crescono dell’1,7% nel settore privato, hanno invece una crescita nulla nell’agricoltura, nella pubblica amministrazione, nel credito e nelle assicurazioni.

Da un lato quindi l’Istat ci dice che le retribuzioni non reggono l’aumento dell’inflazione, mentre dall’altro, dati negativi arrivano dal Rapporto annuale dell’Ocse “Taxing wages”, secondo il quale la retribuzione netta media annua nel 2011 in Italia è al 23° posto su 34 con 19.034 € per un lavoratore single senza figli

Ma le retribuzioni sono tra le più basse d’Europa al netto, mentre al lordo sono praticamente nella media degli altri paesi.

Questo è l’effetto della tassazione del lavoro dipendente che vede il nostro paese al 6° posto per l’incidenza.

Il cuneo fiscale da noi (la differenza tra quanto paga il datore di lavoro e quanto entra in tasca del lavoratore, al netto di tasse e contributi sociali) è del 47,6%.

Su questo dato sono  ben 11 anni che l’Italia è sopra la media Ocse, di più del 10% l’anno.

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Ripercorriamo allora la situazione economica e del lavoro, con particolare attenzione ai temi delle retribuzioni e del reddito ed aggiornando il quadro, sopra citato, di fine 2011.

Per quanto riguarda il reddito e risparmio delle famiglie, nel 2011 la loro propensione al risparmio(rapporto tra il risparmio lordo delle famiglie e il loro reddito disponibile)  si è attestata al 12%, il valore più basso dal 1995, mentre il reddito disponibile  in valori correnti è aumentato del 2,1%;  se si tiene però conto dell’inflazione, il loro potere di acquisto nel 2011 è diminuito dello 0,5%.

Per  quanto riguarda i profitti delle società, nel 2011 la quota di profitto delle società non finanziarie (data dal rapporto tra il risultato lordo di gestione e il valore aggiunto lordo ai prezzi base) si è attestata al 40,4%, il valore più basso dal 1995, con un meno 1,1 percentuale rispetto all’anno precedente.

Nel 2011,  l’attività di investimento delle società non finanziarie è diminuita rispetto all’anno precedente; gli investimenti fissi lordi, che nel 2010 avevano visto un + 8%, sono aumentatisolo dell’1,6%.

Per quanto attiene  alla tematica del reddito e delle condizioni di vita, non ci sono ulteriori rapporti dell’Istat oltre a quello per l’anno 2010. Quindi per i dati sulla povertà, sull’esclusione sociale, sui rischi e sulle difficoltà economiche delle famiglie si rinvia all’articolo citato.

A questo riguardo sono importanti i dati  che cominciano ad emergere dal censimento 2011: tra il 2001 e il 2011 le famiglie residenti nel paese sono aumentate da 21.810.676 a 24.512.012.  Si è ridotto invece il numero medio dei componenti per famiglia da 2,6 a 2,4 persone.

Le abitazioni sono 28.863.604 , di cui 23.998.381 occupate da residenti. Le famiglie che risiedono in baracche, roulotte, tende ecc. sono 71.101, in forte aumento sul 2001 (erano 23.336).

Anche per quanto riguarda la struttura del costo del lavoro, purtroppo,  i Report dell’Istat si fermano allo studio,  pubblicato a fine settembre 2011,  sulle retribuzioni del 2008 e non ci sono ancora studi ed analisi sugli anni successivi.

Si rinvia quindi all’articolo citato per i dati analitici sulla composizione del costo del lavoro, sulle ore lavorate, sulle retribuzioni lorde e nette per i vari settori

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Sono invece aggiornati ad Aprile 2012 i dati sui contratti collettivi e retribuzioni contrattuali.  

Alla fine di marzo 2012 i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore corrispondono al 67,4% dei lavoratori dipendenti e al 61,8% del monte retributivo relativo.

Alla fine di marzo la quota dei dipendenti in attesa di rinnovo è del 32,6% rispetto all’insieme dei settori e del 12,3% nel settore privato. L’attesa del rinnovo per i lavoratori che hanno il contratto scaduto è, mediamente, di 27 mesi.

In totale, i contratti da rinnovare sono 36 – di cui 16 appartenenti alla pubblica amministrazione – relativi a circa 4,3 milioni di lavoratori (di cui circa tre milioni del pubblico impiego).

Da gennaio 2010 tutti i contratti della pubblica amministrazione sono scaduti e la legge 122/2010, art. 9 comma 7,  stabilisce il blocco delle procedure contrattuali relative al triennio 2010-2012.

Abbiamo già affrontato il tema delle retribuzioni contrattuali in altra parte dell’articolo.

Va solo ricordato che nel 2011 le retribuzioni medie aumentano del 2,2% rispetto al 2010, mentre gli oneri sociali crescono del 2,5%. In media d’anno l’aumento del costo del lavoro è del 2,3%.

L’occupazione nelle grandi imprese nel Marzo 2012,  depurata della stagionalità,  è stabile rispetto a Febbraio sia al lordo, sia al netto dei dipendenti in Cassa integrazione guadagni (Cig).

Rispetto a Marzo 2010 l’occupazione nelle grandi imprese scende dello 0,7% al lordo dei dipendenti in Cig e dello 0,2% al netto dei dipendenti in Cig.

Sempre rispetto a Marzo 2010, a parità di calendario, si registra una diminuzione del numero di ore lavorate per dipendente (al netto della Cig) dell’1,2%.

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Di grande interesse e novità è il Report pubblicato dall’Istat ad Aprile 2012 su: “ Disoccupati, inattivi, sottoccupati.” Infatti dal 2011 l’Ufficio statistico dell’Unione europea (Eurostat) ha previsto che annualmente si diffondano alcuni indicatori complementari al tasso di disoccupazione.

Gli indicatori sono calcolati sulla base dell’indagine sulle forze di lavoro divisa in tre gruppi (occupati, disoccupati, inattivi) secondo i criteri definiti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e recepiti dai Regolamenti comunitari.  

Per rappresentare la realtà del mercato del lavoro si intende andare oltre la distinzione tra occupati, disoccupati e inattivi, con l’ausilio di indicatori complementari. I primi riguardano due segmenti di inattivi:

–  coloro che non cercano attivamente un lavoro, ma sono disponibili a lavorare;

–  coloro che cercano lavoro ma non sono subito disponibili.

La somma di questi due segmenti rappresenta le “forze di lavoro potenziali”

Un terzo indicatore è calcolato tenendo conto di quanti lavorano con un orario ridotto non per propria scelta, e  vorrebbero lavorare più ore, i quali vengono definiti “sottoccupati part time.”

Nel 2011 gli inattivi che non cercano un impiego ma sono disponibili a lavorare sono 2 milioni 897 mila, con un incremento del 4,8% (+133 mila unità) rispetto al 2010. Gli inattivi, rispetto alle forze di lavoro, crescono tra il 2010 e il 2011, passando dall’11,1% all’11,6%, dato tre volte superiore a quello medio europeo (3,6%).

Gli inattivi sono inclini allo scoraggiamento: il 43% di loro (circa 1,2 milioni di unità) dichiara di non aver cercato un impiego perché convinto di non riuscire a trovarlo.

Gli inattivi che non cercano un impiego (2 milioni 108 mila nel 2011) sono di più dei disoccupati, mentre in Europa, invece, i disoccupati risultano il doppio degli inattivi.

Nel 2011, gli inattivi che cercano un impiego ma non sono disponibili a lavorare sono 121 mila unità (-4,4%,  6 mila in meno nell’anno).

Sommando le forze di lavoro potenziali ai disoccupati si ottengono le persone “potenzialmente impiegabili” nel processo produttivo: nel 2011 circa 5 milioni di unità.

Sempre nel 2011, i sottoccupati part time sono 451 mila unità (+3,9%, 17 mila in più sul 2010) e rappresentano l’1,8% del totale delle forze di lavoro.

Sul mercato del lavoro, dopo 2 anni di calo, nel 2011 l’occupazione ha avuto un leggero aumento (+0,4%, +95.000 in più sul 2010). E’ aumentata l’occupazione straniera (+170.000 unità), mentre è diminuita quella italiana (-75.000 unità): il tutto concentrato nella sola componente maschile.

Nel 2011, si è ridotta di molto l’occupazione nella fascia d’età 15-34 anni (-233.000 unità), è aumentata quella dei 35-54enni (+36.000 unità) e quella con almeno 55 anni di età (+122.000 unità).

Nel 2011 è continuata la diminuzione dell’occupazione giovanile: nella classe 18-29 anni si contano 87.000 occupati in meno (-2,7%). Dal 2008 si sono perse 569.000 unità giovanili ed il tasso di occupazione è sceso dal 47,7% del 2008 al 41% del 2011, una riduzione quattro volte quella media.

Nel 2011 è ancora diminuita l’occupazione a tempo pieno (-0,1%, pari a -19.000 sul 2010), è ancora aumentato il lavoro part time (+3,3%, pari a +114.000 unità), ma  quello involontario, cioè accettato in mancanza di un lavoro a tempo pieno. Le imprese, dal canto loro, preferiscono assumere con contratti a tempo determinato (pari nel 2011 al 13,4% dell’occupazione, contro il  12,8% nel 2010). Nei mesi finali del 2011 il recupero dell’occupazione si è bloccato in quanto gli occupati, nel quarto trimestre del 2011, sono scesi dello 0,1%. La tendenza negativa è continuata nei primi due mesi del 2012, nei quali è cresciuto anche l’utilizzo della CIG.

Nel 2011 la disoccupazione è stata mediamente sull’8,4%;  nel febbraio del 2012 il tasso è al 9,3%,  il  più elevato dal gennaio 2004. Il tasso di disoccupazione femminile è più alto di quello maschile (a febbraio 2012, il 10,3% contro l’8,6%). Si allunga la durata media della disoccupazione, con un’attesa di almeno 12 mesi per un nuovo lavoro nel 50% dei casi.

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La situazione di criticità del nostro paese è infine ribadita dal Rapporto Ocse (2011), Divided We Stand: Why Inequality Keeps Rising, con una nota sull’Italia, pubblicato alla fine del 2011.

Si rileva che la disuguaglianza dei redditi tra le persone in età lavorativa è aumentata drasticamente a partire dai primi anni Novanta ed è proseguita fino ad oggi. Si registrano le seguenti caratteristiche nella situazione italiana.  

”La proporzione dei redditi più elevati è aumentata di più di un terzo.

E’ cresciuto un  ruolo maggiore del reddito da lavoro autonomo.

I  lavoratori meglio pagati lavorano più ore.

Sempre più persone si sposano con persone con redditi da lavoro simili ai loro

La redistribuzione attraverso i servizi pubblici è diminuita.”

Il Rapporto “Divided We Stand” detta, a partire dal 2012, delle “Raccomandazioni politiche fondamentali per i paesi dell’OCSE” qui riportate integralmente:

 “ L’occupazione è il modo migliore per ridurre le disparità. La sfida principale consiste nel creare posti di lavoro qualitativamente e quantitativamente migliori, che offrano buone prospettive di carriera e la possibilità concreta di sfuggire alla povertà.

È essenziale investire nelle risorse umane, un processo che deve iniziare dalla prima infanzia ed essere sostenuto per tutto il ciclo di istruzione obbligatoria. Una volta realizzata la transizione dalla scuola al lavoro, occorre fornire incentivi sufficienti affinché tanto i lavoratori che i datori di lavoro investano nelle competenze lungo l’intero arco della vita lavorativa.

La riforma delle politiche fiscali e previdenziali costituisce lo strumento più diretto per accrescere gli effetti redistributivi. Perdite ampie e persistenti di reddito per i gruppi a basso reddito in coincidenza con le fasi recessive evidenziano l’importanza del ruolo degli ammortizzatori sociali, dei trasferimenti pubblici e delle politiche di sostegno del reddito. Tali meccanismi devono essere ben congegnati al fine di ottenere i risultati sperati.

La quota crescente di reddito per la popolazione con le retribuzioni più elevate suggerisce che la sua capacità contributiva è aumentata. In tale contesto, le autorità potrebbero riesaminare il ruolo redistributivo della fiscalità onde assicurare che i soggetti più abbienti contribuiscano in giusta misura al pagamento degli oneri impositivi.

L’offerta di servizi pubblici gratuiti e di qualità elevata in ambiti quali l’istruzione, la sanità e l’assistenza familiare riveste un ruolo importante.”

Abbiamo riprodotto fedelmente le indicazioni finali del Rapporto Ocse in quanto è difficile essere in disaccordo questa volta con le ricette di questa Organizzazione.

Peccato che le politiche di risanamento e per l’uscita dalla crisi adottate dal Governo non siano adeguate, o peggio, vadano in direzione opposta a tutte le indicazioni raccomandate dall’Ocse su come ridurre le diseguaglianze.

E’ difficile infatti pensare che si possa raddrizzare la situazione economica sociale di questo paese con più precari, più disoccupati, più poveri, più baraccati, con meno ammortizzatori sociali legati alla riqualificazione, meno politica industriale e meno sviluppo, meno istruzione e ricerca, meno cultura, meno arricchimento delle risorse umane, meno welfare, meno servizi sociali.

E per quanto riguarda le risorse per tutto ciò, non si può più eludere, in un paese dove più del 90% degli occupati hanno il sostituto d’imposta e lavorano gratis 6 mesi in favore dello Stato, che ci siano annualmente 120 miliardi di evasione fiscale, 60 miliardi di corruzione, 350 miliardi di economia sommersa, gli stimati (sembra per difetto) 500 miliardi esportati nei paradisi fiscali per non pagare le tasse, i costi per gli incidenti sul lavoro, il costo dell’abusivismo ambientale ed edilizio, i costi di una criminalità organizzata che sottrae sviluppo.

E poi, come riportato dall’inchiesta di Nunzia Penelope, “più della metà delle aziende italiane, di cui ben 320 banche, hanno una sede in qualche paradiso fiscale non solo per ottimizzare il carico fiscale, ma anche per creare partite di giro per nascondere risorse finanziarie.” Come è dimostrato da ormai centinaia di casi portati alla luce dalla Magistratura.

E infine se tutti i lavoratori dipendenti e tutti i pensionati pagano fino all’ultimo euro, perché non tassare anche i patrimoni al di sopra di un limite fissato, avviando un’opera di redistribuzione della ricchezza  detassando i redditi più bassi e prossimi alla soglia di povertà?

Perché non avviare finalmente una vera e sistematica lotta all’evasione ed al lavoro nero?

Se,  come ci dice la Banca d’Italia, il 10% degli italiani possiede circa il 50% della ricchezza nazionale, e se negli ultimi 10 anni più di 10 punti di ricchezza si sono trasferiti dalle retribuzioni alle rendite, allora una redistribuzione non solo è auspicabile, ma è indispensabile per uscire dalla crisi e rilanciare il paese.  Con il calo dei redditi e dei consumi di gran parte delle famiglie infatti, la domanda interna non riparte e si rischia il collasso non solo del sistema produttivo, ma anche del tessuto sociale del paese.

Ferruccio Pelos

Un 1° maggio di passaggio dalle illusioni alle speranze

Molti la considerano  una festa stanca. Forse anche tra i lavoratori. Ma quest’anno, provoca un particolare senso di curiosità. Chi marcerà, chi andrà alle manifestazioni, chi arriverà da tutt’Italia all’appuntamento del  Concerto di Piazza S. Giovanni a Roma, con quale spirito parteciperà? Difficile dirlo. I tempi sono duri un po’ per tutti, per i lavoratori tradizionali, per i precari cronici, per i disoccupati che lavorano in nero, per quelli che non sanno cos’è lavorare, ma anche per i commercianti onesti, per gli artigiani laboriosi, per gli imprenditori che si rimboccano le maniche. La cinghia la stanno stringendo tutti quelli che pagano le tasse, che rispettano leggi e contratti, che non navigano nell’oro. Ovviamente, gli altri neanche se ne accorgono che c’è la crisi. Evadono, eludono, si considerano liberi di fare quello che meglio credono, spesso riflettono una inveterata abitudine all’immunità.

Ma il Paese che ci interessa è il primo; per il secondo è sperabile che l’acqua in cui sguazzano diventi sempre più bassa. E quel pezzo di Paese, che sicuramente non accetterebbe mai di abolire la festa del 1° Maggio, sta prendendo le misure nei confronti di questa crisi. Che non è soltanto economica, ma valoriale se non epocale. Quasi tutti si sono fatti avvincere dalla nuvola di illusioni che ha coperto a piene mani una realtà che stava già mutando. Si è dato credito all’idea che lo sviluppo sarebbe stato lineare, forse modesto, ma sempre in crescita. Che i sacrifici potevano essere scansati, ricorrendo a maquillages fantasiosi nel contenimento del deficit del Bilancio pubblico. Che la flessibilità potesse essere un’indispensabile scotto circoscrivibile al  mondo del lavoro, mentre stava precarizzando tutta la vita delle giovani generazioni.

Anche i lavoratori si  sono intimiditi di fronte all’arcobaleno di illusioni che ha caratterizzato gli ultimi venti anni. C’erano valide ragioni, anche se non assolutorie, perché essi e i loro sindacati agissero senza una visione lunga.  L’occupazione reggeva, benchè  drogata dall’aumento delle forme di flessibilità che, a loro volta, deprimevano anche il valore dei salari; ma non c’è stata consapevolezza adeguata della caduta di investimenti, specie innovativi dei prodotti e in formazione. I consumi manteneva regimi tali da far sorgere ovunque mega centri commerciali; ma non si reagiva alla loro scarsa influenza sulla dimensione dei prezzi, tanto che ora, come non mai, il divario tra essi e i salari risulta impressionante. Il welfare, sia pure in affanno, continuava la sua funzione calmieratrice delle tensioni sociali; ma non ci si rendeva conto che riguardava fette sempre più strette dalla società, alimentava più logiche di privilegio che legami di solidarietà e stava cedendo inesorabilmente soprattutto nei confronti delle parti più deboli della società.

La crisi sta scuotendo l’albero delle illusioni e chi ha organizzato la politica in ragione di esse, chi ha creduto di salvaguardare le proprie rappresentanze e le proprie prerogative senza prenderle di petto è costretto ad una progressiva afonia. Non sa più che raccontare, quali bandiere brandire, come rapportarsi con la gente. Questa difficoltà è un vero guaio, sia perché coinvolge la parte sana della popolazione, sia perché anche la parte più avveduta della sua rappresentanza non ancora ha riorganizzato idee e fila per fare da guida a questo crollo delle illusioni.

Ma dalle illusioni non si può passare alle delusioni. Bisogna puntare sulle speranze. La politica, d’altra parte, come diceva padre Balducci “altro non è se non l’organizzazione della speranza” (E. Balducci, Siate ragionevoli, chiedete l’impossibile, Chiarelettere 2012). Il cambiamento va gestito, non subito. Il futuro va costruito, non atteso. Nuovi equilibri vanno disegnati tutti insieme, non delegati ai demiurghi di turno. Se questo ha senso, bisogna essere consapevoli che l’economicismo non può dare tutte le risposte, il realismo non può rassicurare tutti, il moralismo (sarebbe meglio dire la moralità) può accompagnare ma non improntare da solo le scelte. C’è bisogno di un grande sforzo intellettuale, sociale e politico per stilare le guide lines della società futura.

Le organizzazioni sindacali confederali hanno ancora un tasso di credibilità sufficienti per far tornare i lavoratori protagonisti di questa costruzione delle speranze. Hanno tre questioni cruciali sulle quali dire, a buon diritto, la propria. Su come produrre beni, servizi e idee in questo Paese senza farsi irretire nella retorica del  mondo globalizzato, ma trovando le ragioni della qualità delle nostre produzioni nell’affermazione della democrazia economica, sia a livello micro che di sistema. Inoltre, su come redistribuire la ricchezza prodotta, dando privilegio al profitto e al salario rispetto alle rendite di ogni tipo, specie quelle finanziarie, commerciali, immobiliari, professionali, manageriali, burocratiche che per troppo tempo hanno goduto della tolleranza soprattutto dei lavoratori. Infine, su come ridisegnare l’esercizio della democrazia sia istituzionale che sindacale, risultando la prima  inadeguata a fronteggiare la complessità dei cambiamenti in atto e quindi troppo esposta all’antipolitica e la seconda spinta o condizionata al ripiegamento sull’opinionismo attraverso i mass media o al minimalismo della delega a decidere, verso l’alto.

Non sarebbe male se questo 1° maggio archiviasse la stagione delle illusioni e aprisse un ciclo nuovo della dialettica politica  e sindacale, finalizzata a disegnare un futuro più accettabile, meno insicuro, meglio vivibile. Non è un problema di buone intenzioni ma di necessità da cogliere e trasformare in passi in avanti. Le energie intellettuali, operative, finanche organizzative per realizzare una positiva reazione alla caduta delle illusioni  ci sono. Vanno poste nelle condizioni di emergere e di contare.

Raffaele Morese  

Ritornare tutti allo stesso tavolo

“Non l’articolo 18, ma i tempi incerti della burocrazia e della politica”. Questa frase è riportata da Repubblica dell’ 11 aprile e non è stata espressa da un sovversivo. Fa parte di un’intervista rilasciata al quotidiano dall’amministratore delegato dell’Ikea Italia, Lars Petersson, in occasione dell’annuncio del trasferimento dalla Cina all’Italia di attività che assicurerà un incremento di 200 addetti nell’azienda fornitrice. A suo parere, sono quelli i motivi veri per cui gli investitori esteri sono riluttanti a venire in Italia.

Non è un buon servizio reso al Presidente Monti, ma è sperabile che lo aiuti a rivedere tutta la strategia del suo Governo per mettere sul binario giusto l’economia italiana, che continua a mandare segnali negativi. C’è stata troppa enfasi sulla riforma del lavoro (come panacea per far crescere l’occupazione e attirare imprenditori esteri), si è messa troppa carne al fuoco (superamento del precariato, tutele universali nelle crisi) ma, al dunque, un po’ tutti si sono fatti intrappolare nell’angusto recinto dell’articolo 18. Dalle dichiarazioni che circolano, si ha la sensazione che si debba ritornare alla casella di partenza di un gioco dell’oca che doveva, invece, essere considerato concluso dopo gli aggiustamenti (pro labour) sull’articolo 18. Invece, il sistema delle imprese è insorto e vuole un risarcimento sul lato della flessibilità in entrata.

Così, l’incertezza è tornata dominante. Ex Ministri rilanciano le loro creature, anche se i fatti dimostrano che avevano alimentato brutte distorsioni nel mercato del lavoro, specie nei confronti dei giovani; la neo Ministro Fornero paventa  la fine del Governo se la sua riforma non passa; nel Parlamento ne vedremo delle belle, quando si passerà agli emendamenti. E le parti sociali ridotte a fare il tifo o al meglio, a fare  lobby, perché Monti non ha scelto di percorrere fino in fondo la via della concertazione. L’illusione di aver miglior gioco con i partiti che lo sostengono, lo hanno riportato in alto mare. Anche la carta della fiducia è, su questo tema, un’arma pericolosa. La legge potrebbe passare risicatamente, ma la tenuta politica del suo Governo potrebbe essere fortemente compromessa.

C’è un’altra via, meno spinosa e meglio gestibile? Non è facile rispondere a questa domanda, anche perché nel frattempo la casa ha ripreso a bruciare. I mercati mandano messaggi sfiducianti finanche il buono realizzato finora e l’Europa sembra essersi di nuovo assopita. Con la Germania che tira i remi in barca, almeno fino alle elezioni amministrative, non possiamo attenderci grandi colpi di genio. L’attenzione, ormai, è rivolta alla recessione che si allarga in Europa e sta dilagando in Italia. Tutti invocano misure per la crescita economica, ma nello stesso tempo, i tassi sul debito pubblico si stanno mangiando gli spiccioli disponibili per fare qualche politica keynesiana.

In questo scenario, la questione della riforma del mercato del lavoro diventa parte integrante delle scelte difficili che dovranno essere realizzate per invertire la tendenza recessiva. Ma, forse, proprio questa coincidenza può consentire di riacciuffare per i capelli una situazione che si va sfilacciando e ingarbugliando. E’ da supporre che le parti sociali, nel loro insieme, siano fortemente interessate alle soluzioni di politica economica che dovranno essere prese per il rilancio e queste vanno correlate a ciò che si può modificare sul tema della dualità del mercato del lavoro. In altre parole, qualità della crescita e qualità dell’occupazione sono strettamente connesse e le misure che le renderanno compatibili non possono che maturare da un  confronto costruttivo tra Governo e parti sociali, prima e non durante la discussione tra i partiti e nel Parlamento.

Tutti sanno che le misure da adottare hanno come presupposto l’individuazione di risorse adeguate e  ciò implica che si discuta di abbattimento debito pubblico, di tagli alla spesa della pubblica amministrazione, di messa in  vendita di assets pubblici importanti  e del demanio, di nuovo di costi della politica e finanche di misure fiscali straordinarie sui grandi patrimoni.

La si chiami come si vuole, ma il Governo Monti – se ripristinasse un tavolo di discussione sulle prospettive del sostegno alla produzione, all’occupazione e ai consumi – potrebbe recuperare in questa sede anche il tema del mercato dl lavoro, coinvolgendo le parti sociali nella individuazione delle ulteriori modifiche da apportare. Qualsiasi soluzione che scaturisse da scelte condivise, è meglio di quelle che fossero vissute come imposte da questa o da quella parte. Specie se fossero individuate entro un contesto di scelte che riguardassero anche la crescita. La concertazione non è soltanto un metodo, semmai per dare una golden share del consenso a qualcuno. E’ una scelta politica per la costruzione di un consenso innanzitutto sociale, capace di sbarrare la strada ai corporativismi e alle logiche di potere. Per questo è stato un errore non crederci e sarebbe un vantaggio proporla ora.

Questo non è un momento qualsiasi e l’antipolitica potrebbe avere il sopravvento. A Monti non si può chiedere di fare l’impossibile perché ciò non accada. Ma sicuramente va chiesto di evitare che l’azione di Governo sia in qualche modo condizionata da logiche che non favoriscano la corresponsabilità generale. Contemporaneamente, alle forze sociali, prima ancora di quelle politiche, va chiesto di  dimostrare che sono all’altezza delle sfide del momento. Hanno un patrimonio di credibilità e di consapevolezza che devono spendere per dare al Paese segnali di determinazione e di solidarietà, indicazioni di lungimiranza e di fiducia sulle capacità della gente di potercela fare. Questo è già avvenuto altre volte, in momenti altrettanto difficili e duri. Anche a vantaggio del sistema politico, che ha potuto rimontare la china dell’indebolimento proprio ed istituzionale. E così, si darebbe anche una risposta alle sollecitazioni dell’amministratore delegato dell’Ikea e di quanti, specie dall’estero, intendono investire in Italia. 

Raffaele Morese

Importanti (le parti sociali) ma non decisive; cosi’ si archivia la concertazione. Intervento di Raffaele Morese

L’invio alle Camere di un disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro, piuttosto che un decreto, fa capire a tutti che il testo  sarà sottoposto ad un iter parlamentare se non lungo certamente complesso e quindi prevedibilmente modificabile nei suoi innumerevoli contenuti. Le prime dichiarazioni dei leaders dei partiti della “strana”  maggioranza non promettono tranquillità a quel testo, benché Monti continui a dichiarare che esso debba essere considerato blindato. Questa è la prima, vera, grande inquietudine che avvolge una proposta governativa finora giunta alla discussione parlamentare. E c’è da chiedersi come mai, un testo significativo come quello confezionato dal Ministro Fornero, non sia accompagnato da certezze   come meriterebbe.

Prima di cercare di dare una spiegazione, vale la pena di esprimere una valutazione del documento elaborato dal Ministro del Welfare, ben sapendo che soltanto la lettura dell’articolato legislativo può offrire un punto di riferimento inequivocabile. Lo dividerei in tre aree di intervento. Quella relativa alle flessibilità in entrata e alla tutela della donna lavoratrice non è una rivoluzione, ma deve essere apprezzata; essa si muove lungo un solco di cultura di moderno laburismo ed è definita in modo che può entrare in vigore appena la legge sarà approvata. Cosa diversa è per l’altra area, quella della revisione degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive del lavoro. L’impianto universalistico e strutturale è un buon disegno di ammodernamento delle strumentazioni per la gestione delle crisi aziendali. Ma è inficiato da due grosse incognite: la dimensione delle risorse necessarie per farlo funzionare con modalità assicurative (cioè a carico delle imprese e dei lavoratori) e la data di entrata in vigore, il 2017; decisamente molto in là per non temere che i consensi di oggi si  possano trasformare, domani, in ripensamenti, riletture o semplicemente modifiche che, però, potrebbero  cambiarne l’identità.

Infine la terza area, quella dell’articolo 18 su cui il braccio di ferro può diventare socialmente e politicamente incandescente. Le avvisaglie – dalla diversità di posizioni tra ciascuno dei tre maggiori sindacati, alle polemiche tra i partiti della maggioranza, alle alzate di scudi di tutte le opposizioni presenti e non presenti in Parlamento, tutte riflettenti un malessere sociale che tra l’altro spariglia vecchie e nuove logiche di schieramento – ci sono in abbondanza e non rassicurano sulla  bassa tenuta  dei loro toni. D’altra parte, il testo finora conosciuto è decisamente squilibrato, a spese del lavoratore, tanto che lo stesso Monti ha ammesso che potrebbero esserci degli abusi. Quindi, dovrà essere sicuramente cambiato nella parte relativa ai licenziamenti individuali per motivi economici. Lo chiedono in troppi e chi non lo chiede – come la Confindustria di Squinzi, il suo futuro Presidente – dichiara che non è una priorità.

Ma perché Monti non ha tentato fino in fondo una mediazione con le parti sociali anche su questo argomento, per andare in Parlamento forte di un consenso sociale diffuso? La chiave di lettura sta, con ogni probabilità, nella sua insistenza nel dire che il tempo della concertazione è finito. Non ha argomentato in modo esaustivo questo suo convincimento, ma il sospetto che il vero messaggio ai mercati internazionali non fosse sui licenziamenti ma sul potere del sindacato, a questo punto è legittimo. Il Premier preferisce che sia il Parlamento a cambiargli la proposta, piuttosto che definirla con il sindacato. Probabilmente ritiene di avere una forza coercitiva sufficiente sulla sua “strana” maggioranza, affinché il risultato finale non si discosti dalla sua proposta, ma in ogni caso dimostra “urbi et orbi” che non ha dato spazio condizionante ai sindacati.

Non si può discutere sulla cittadinanza di questa opinione; si può discutere però del suo costo sociale, economico e politico. La concertazione non è un obbligo per nessuno; qualsiasi livello di governo istituzionale può decidere qual’ è la forma migliore per regolare i propri rapporti con i rappresentanti delle realtà sociali. Ebbene, è indiscusso che  essa abbia avuto successo soprattutto in momenti di grande difficoltà del Paese (negli anni 1992/93 con i Governi Amato e Ciampi)  ed è servita a supplire a carenze di capacità di innovazione e di sintesi della politica. Infatti, in quelle occasioni, ciò che fu definito nelle intese concertative non subì cambiamenti da parte del potere legislativo. La forza persuasiva di esse ebbe la meglio sulle diverse volontà che pur esistevano in Parlamento, ma erano indebolite da “mani pulite”.

La scommessa di Monti è sul primato della politica. Paradossalmente, chiamato a governare per palese incapacità della politica di farlo, non se la sente di privilegiare il consenso sociale su quello politico. Considera il primo inadeguato a rassicurare chi deve investire in questo Paese, chi guarda alla nostra capacità di tenere il passo con i tempi. Preferisce  mettere alla prova i partiti che gli hanno chiesto di governare nella loro capacità di orientare le scelte del Paese. Il terreno che ha scelto è dei più sdrucciolevoli. Molte delle questioni che ha affrontato con le parti sociali attengono largamente alla loro libera valutazione e non tanto al volere politico. Ma tant’è; non gli si può addebitare il fatto che le parti sociali abbiano accettato quel terreno di discussione. Se la politica non dovesse risultare all’altezza della situazione, il costo della mancata concertazione sarà altissimo e le maggiori responsabilità cadrebbero inevitabilmente sulle spalle di Monti. Ma soprattutto del Paese.

La riforma del lavoro

La riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita

Il Consiglio dei Ministri, nella riunione del 23 marzo, ha approvato, salvo intese, il disegno di legge di riforma del mercato del lavoro. “

Si tratta, si legge nel comunicato stampa del Governo, “di una riforma lungamente attesa dal Paese, fortemente auspicata dall’Europa, e per questo discussa con le Parti Sociali con l’intento di realizzare un mercato del lavoro dinamico, flessibile e inclusivo, capace cioè di contribuire alla crescita e alla creazione di occupazione di qualità, di stimolare lo sviluppo e la competitività delle imprese, oltre che di tutelare l’occupazione e l’occupabilità dei cittadini. Il disegno di legge è il frutto del confronto con le parti sociali.”

Ne emerge una proposta articolata che, una volta a regime, introdurrà cambiamenti importanti, così sintetizzabili:

Favorirà, anzitutto, la distribuzione più equa delle tutele dell’impiego, contenendo i margini di flessibilità progressivamente introdotti negli ultimi vent’anni e adeguando all’attuale contesto economico la disciplina del licenziamento individuale;
Renderà più efficiente, coerente ed equo l’assetto degli ammortizzatori sociali e delle relative politiche attive;
Introdurrà elementi di premialità per l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili;
Favorirà, infine, il contrasto più incisivo agli usi elusivi degli obblighi contributivi e fiscali degli istituti contrattuali.
Per ottenere questi risultati, il disegno di legge individua alcune macro-aree di intervento, 7 in tutto. Sono coinvolti gli istituti contrattuali, le tutele dei lavoratori nel caso di licenziamento illegittimo, la flessibilità e le coperture assicurative, i fondi di solidarietà, l’equità di genere e le politiche attive. Di seguito, in sintesi, le novità più importanti:

1. La prima area riguarda gli istituti contrattuali esistenti. Con la riforma se ne preservano gli usi virtuosi, limitano quelli impropri. Il nuovo impianto del mercato delle professioni attribuisce massimo valore all’apprendistato – inteso nelle sue varie formulazioni e platee – che diviene il “trampolino di lancio” verso la maturazione professionale dei lavoratori. È un punto sul quale tutte le parti coinvolte nella concertazione si sono trovate d’accordo. 

È per questo motivo che la riforma insiste fortemente sul valore formativo dell’apprendistato. Si introduce, a tal fine, un meccanismo che collega l’assunzione di nuovi apprendisti al fatto di averne stabilizzati una certa percentuale nell’ultimo triennio (50%); si prevede la durata minima di sei mesi del periodo di apprendistato (ferma restando la possibilità di durate inferiori per attività stagionali); infine, si innalza il rapporto tra apprendisti e lavoratori qualificati dall’attuale 1/1 a 3/2.

2. La seconda area di intervento riguarda le tutele del lavoratore nel caso di licenziamento illegittimo. 
Con la riforma si riduce l’incertezza che circonda gli esiti dei procedimenti eventualmente avviati a fronte del licenziamento. A tal fine, si introduce una precisa delimitazione dell’entità dell’indennità risarcitoria eventualmente dovuta e si eliminano alcuni costi indiretti dell’eventuale condanna (ad esempio le sanzioni amministrative dovute a fronte del ritardato pagamento dei contributi sociali). Grazie a questi provvedimenti il costo sostenuto dal datore di lavoro in caso di vittoria del lavoratore è “svincolato” dalla durata del procedimento e dalle inefficienze del sistema giudiziario.

Si prevede inoltre che il diritto alla reintegrazione nel posto del lavoro debba essere disposto dal giudice nel caso di licenziamenti discriminatori o in alcuni casi di infondatezza del licenziamento disciplinare. Negli altri casi, tra cui il licenziamento per motivi economici, il datore di lavoro può essere condannato solo al pagamento di un’indennità. Particolare attenzione è riservata all’intento di evitare abusi. È prevista, infine, l’introduzione di un rito procedurale abbreviato per le controversie in materia di licenziamenti, che ridurrà ulteriormente i costi indiretti del licenziamento.

3. La terza area riguarda il Fondo di solidarietà per la tutela dei lavoratori nei settori non coperti da Cassa Integrazione Straordinaria. La riforma prevede la salvaguardia e l’estensione della Cassa integrazione guadagni: un importante istituto assicurativo che ha permesso alle imprese italiane di affrontare la crisi meglio che in altri Paesi. L’istituto, infatti, offre un’integrazione salariale in caso di riduzione dell’orario di lavoro durante una congiuntura sfavorevole, consentendo di adeguare rapidamente l’orario di lavoro al calo di domanda, preservando però i singoli rapporti di lavoro e il loro contenuto di professionalità e di investimento. Allo stesso tempo, si potenzia l’istituto dell’assicurazione contro la disoccupazione estendendone l’accesso ai più giovani, a coloro che sono da poco entrati nel mercato del lavoro e alle tipologie d’impiego attualmente escluse (ad esempio quella degli apprendisti).

4. La quarta area è quella della tutela dei lavoratori anziani. La riforma crea una cornice giuridica per gli esodi con costi a carico dei datori di lavoro. A tal fine è prevista la facoltà per le aziende di stipulare accordi con i sindacati maggiormente rappresentativi, finalizzati a incentivare l’esodo dei lavoratori anziani.

5. La quinta area è quella dell’equità di genere. Oggi, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro risulta ancora limitata rispetto a quella degli uomini. Il divario risulta particolarmente ampio nel Mezzogiorno e tra le fasce meno qualificate è presente anche tra le fasce qualificate e di vertice (ad oggi, infatti, anche le giovani laureate trovano lavoro meno frequentemente dei colleghi maschi). Per diminuire questo divario la riforma interviene su quattro ambiti. Il primo è l’introduzione (a favore di tutti i lavoratori, per quanto il fenomeno riguardi prevalentemente le lavoratrici) di norme di contrasto alla pratica delle cosiddette “dimissioni in bianco”, con modalità semplificate e senza oneri per il datore di lavoro e il lavoratore e il rafforzamento (con l’estensione sino a tre anni di età del bambino) del regime della convalida delle dimissioni rese dalle lavoratrici madri. Il secondo ambito mira a favorire una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli. Viene quindi introdotto il congedo di paternità obbligatorio. Il terzo ambito riguarda il potenziamento dell’accesso delle donne alle posizioni di vertice. Si approva il regolamento che definisce termini e modalità di attuazione della disciplina delle cd “quote rosa” alle società controllate da pubbliche amministrazioni.

 

6. L’ultima area di intervento riguarda le politiche attive e i servizi per l’impiego. In questa area, che prevede un forte concerto tra Stato e Regioni, ci si propone di rinnovare le politiche attive, adattandole alle mutate condizioni del contesto economico e assegnando loro il ruolo effettivo di accrescimento dell’occupabilità dei soggetti e del tasso di occupazione del sistema mediante:

attivazione del soggetto che cerca lavoro, in quanto mai occupato, espulso o soprattutto beneficiario di ammortizzatori sociali, al fine di incentivarne la ricerca attiva di una nuova occupazione
qualificazione professionale dei giovani che entrano nel mercato del lavoro
formazione nel continuo dei lavoratori
riqualificazione di coloro che sono espulsi, per un loro efficace e tempestivo ricollocamento
collocamento di soggetti in difficile condizione rispetto alla loro occupabilità.
Si creano inoltre, attraverso le politiche attive, canali di convergenza tra l’offerta di lavoro (nuova o connessa a perdita del posto di lavoro) e la domanda (valutazione dei fabbisogni delle imprese e coerenza dei percorsi formativi dei lavoratori e delle professionalità disponibili), in un’ottica di facilitazione del punto di incontro tra chi offre lavoro e chi lo domanda. Gli interventi di attivazione devono sottendere un patto di mutua responsabilità/obbligazione tra enti che offrono servizi per il lavoro, lavoratori, datori di lavoro. La presenza nel mercato del lavoro di intermediari privati professionali modifica la ragion d’essere dell’intervento pubblico nei processi di intermediazione, la cui finalità non può che diventare quella di intervenire prioritariamente nei confronti di soggetti deboli ed a rischio di emarginazione. Il perseguimento di una tale finalità diviene inoltre possibile non solo mediante un intervento diretto, ma anche tramite l’acquisizione di servizi da providers privati. La presenza d’un regime di sussidi di disoccupazione rafforza la necessità di tener conto d’una finalità particolare dell’intervento pubblico: al generico “aiuto” ai soggetti deboli ed a rischio di emarginazione si aggiunge infatti l’esigenza di contrastare abusi e disincentivi connessi con l’operare dei sussidi. Questa esigenza implica che in molti casi non ci si limiterà a “mettere a disposizione” servizi (che altrimenti la logica di mercato potrebbe non fornire o non fornire a tutti a condizioni adeguate), ma si arriverà a voler “imporre” determinati interventi concreti, in una logica tutoria e di prevenzione, rispetto a possibili abusi e derive di emarginazione (attivazione o mutual obligation).

In tale contesto, è necessario identificare i target su cui impostare le azioni:

giovani al primo ingresso (per i quali l’azione prioritaria qualifica la formazione all’interno del contratto di apprendistato)
lavoratori già inseriti o sospesi in via temporanea (occorre valutare ruolo e attività dei Fondi Interprofessionali per allargare la loro capacità di intervento e per rafforzare il loro ruolo nella sinergia tra politiche attive e politiche passive nonché sulla qualità della loro offerta formativa permanente)
lavoratori espulsi o da ricollocare (è necessario evitare che i lavoratori sospesi per lungo tempo od espulsi siano progressivamente disconnessi dal mercato del lavoro e accrescano bacini di disoccupazione di lunga durata. Si devono porre, in particolare nei processi di ristrutturazione, specifici impegni – da inserire eventualmente all’interno di accordi di accesso a politiche passive- a carico delle Parti Sociali per il reimpiego di questi lavoratori, attraverso azioni di riqualificazione e di accesso a nuove opportunità di occupazione.
soggetti con caratteristiche di difficile occupabilità e inattivi (occorre delimitare il target, prevederne il censimento e creare aree di accesso ai servizi del lavoro specifiche, rafforzando la rete di orientamento e di servizi per il loro inserimento nel mercato del lavoro e promuovendo politiche di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.”

Negoziato, pregiudizi e percorso parlamentare

Le reazioni al progetto di riforma del mercato del lavoro non può non fare riflettere soprattutto perché l’impegnativo confronto con il Governo ha portato in superficie una serie di pregiudizi e approcci negativi che se non superati concretamente ci manterranno ai margini del contesto europeo e impediranno la ripresa.
Al di là delle conseguenze sul terreno dei costi per le imprese in un momento economico estremamente difficile ci si è, purtroppo, dovuti confrontare all’interno di un clima sostanzialmente “anti impresa” che non promette nulla di buono per il futuro del nostro Paese.
Parlare come si è detto di “licenziamenti facili”, ad esempio, significa travisare i termini del problema.
Persiste, purtroppo, una cultura del lavoro che fatica ad uscire da vecchi schemi ideologici che continua a considerare l’impresa un luogo di antagonismo sociale.
Per questo io credo che quello che continua a rimanere fuori dai nostri ragionamenti è la vera cultura dell’impresa.
Non dell’impresa di ieri ma di quella di oggi e di domani.
Chi ha impostato e condotto la trattativa ha tentato, forse sottovalutando alcuni interlocutori, di riassegnare nuove equilibri di peso, di contribuzione economica e di potere tra le parti (lavoratore, impresa e tra imprese di dimensioni e settori diversi) individuando il problema della possibile crescita economica e occupazionale nella modifica di questi equilibri.
Da questo, ad esempio, discende la teoria della “flessibilità cattiva” e delle imprese che ne abuserebbero da contrapporre alla flessibilità buona.
Quasi come se fosse lo strumento e non l’utilizzo che se ne fa a qualificarne la qualità.
Questa impostazione culturale ha consentito l’equazione flessibilità=precarietà=disoccupazione che oltre a essere sbagliata ha illuso alcune parti sociali che fosse possibile e utile al Paese realizzare uno scambio tra minore flessibilità in entrata con una maggiore flessibilità in uscita.
Sottovalutando il peso che per alcuni settori e molte imprese che operano correttamente hanno particolari tipologie di flessibilità in entrata.
In questo modo, non solo si è avallata in parte dell’opinione pubblica una falsa equazione aziende=abusi certi ma, una volta intascati i maggiori vincoli alla flessibilità in entrata con la benedizione del Ministro, c’è chi sta già lavorando per annacquare gli interventi sulla flessibilità in uscita sostenendo lo stessa equazione: licenziamenti per ragioni economiche=libertà di licenziamento tout court.
L’idea che gli imprenditori nella loro generalità non stiano aspettando altro per procedere con licenziamenti ingiustificati mascherandoli dietro motivazioni economiche oltre ad essere offensiva è poco credibile.
Oggi le imprese hanno problemi di mercato, di competitività e di produttività.
Problemi che questo accordo non risolve né affronta.
Questo è il problema centrale!
Io credo che l’intenzione di affidare ai tribunali il compito di decidere la congruità della sostanza di un licenziamento non discriminatorio sia una follia.
Si abbia il coraggio di dire che non si vuole modificare la sostanza piuttosto che dipingere una classe imprenditoriale tutta tesa a mascherare licenziamenti e ad espellere lavoratori!
Il compito delle parti sociali in una situazione difficile è assumersi la responsabilità del cambiamento magari introducendo sistemi di controllo nuovi che affidano ruoli positivi e costruttivi alle parti stesse.
In questo senso come comparto del Terziario ci si era mossi, ad esempio, sul tema dell’arbitrato.
Occorre proseguire completando e non demolendo l’opera di Marco Biagi.
Questa è la strada maestra da percorrere e sarebbe sbagliato cedere alla cultura antagonista che rischia solo di tentare di riproporre la logica di un conflitto sociale di cui non se ne sente la necessità.
Utilizzare la crisi economica per tentare di demolire, prima culturalmente, poi concretamente, quanto di buono è stato fatto dal pacchetto Treu in avanti per innovare il mercato del lavoro e per rilanciare una cultura sindacale riformista e positiva, è inaccettabile.
Il percorso parlamentare sul pacchetto lavoro deve riaffermare l’importanza di questa cultura e deve far crescere nel Paese uno spirito nuovo che sappia emarginare nei fatti la cultura antagonista.
Vedere riemergere in questi giorni linguaggi violenti, azioni di prevaricazione o minacce di scioperi che, seppur legittimi, non aiutano il Paese ad uscire dalla difficile situazione economica non può non preoccupare le forze politiche e sociali e richiamare ad un senso di responsabilità e di impegno di coesione sociale tutti noi.
Avremmo preferito ben altri interventi e un atteggiamento meno punitivo e di sostegno alla piccola impresa e al terziario che restano due pilastri fondamentali sui quali ritornare a crescere e che invece rischiano di essere ulteriormente penalizzati.
Si è riusciti a far comprendere alcune esigenze e specificità importanti al Governo ma credo che, nel percorso parlamentare, si debbano recuperare situazioni che consentano alle aziende di operare, di crescere e di contribuire al rilancio del Paese.
Pensare che i settori ancora in grado di creare lavoro debbano essere ulteriormente appesantiti o penalizzati scaricando su di essi costi altrui è inaccettabile.
L’azienda deve ritornare ad essere un luogo dove si collabora per creare ricchezza per poi poterla distribuire.
Solo in questo modo si potrà creare lavoro.
Costruire il nuovo mercato del lavoro in un clima di antagonismo e di diffidenza non porta da nessuna parte.
Dobbiamo puntare decisi sugli strumenti che favoriscono la collaborazione tra lavoratori e imprese, la cultura della bilateralità e del rispetto reciproco.
Altro che licenziamenti facili!
Più responsabilità per le imprese e le parti sociali per creare opportunità di lavoro e incrementare la produttività e più responsabilizzazione per i singoli lavoratori.
Insieme dobbiamo individuare gli strumenti necessari per consentire alle imprese e ai lavoratori di crescere.
Alle aziende riducendo i costi e la burocrazia, facilitando l’accesso al credito e migliorando le infrastrutture.
Ai lavoratori garantendo una retribuzione corretta e non gravata da tasse e contributi eccessivi, formazione efficace e tutela nelle transizioni tra posto e posto di lavoro.
Il cambiamento vero del Paese passa da queste priorità.

Gratta gratta questo nuovo mi sembra già vecchio….

La trattativa sul mercato del lavoro è in dirittura di arrivo. La montagna partorirà il topolino. Purtroppo rischia di essere un topolino dannoso per il lavoro e per le imprese. Mi ricorda da vicino altre intese “significative”. Una su tutte quella sul punto unico di contingenza. Grande impresa e sindacati convergono sul nuovo mercato del lavoro. Nessun accenno su come si crea lavoro, come si mantiene o come si sviluppa. Solo come si gestisce. In entrata e in uscita. E chi paga. In un momento grave di crisi, anziché convergere su di un progetto comune di sviluppo, di incremento di produttività e di riduzione fiscale per le imprese e per i lavoratori si trova un accordo che aumenta i costi per la piccola e media impresa e non consente la creazione di UN posto di lavoro. È un’intesa che puzza di “novecento”. Buona per gettare fumo negli occhi all’Europa ma assolutamente inadatta a risolvere i problemi del lavoro.