La riforma del lavoro

La riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita

Il Consiglio dei Ministri, nella riunione del 23 marzo, ha approvato, salvo intese, il disegno di legge di riforma del mercato del lavoro. “

Si tratta, si legge nel comunicato stampa del Governo, “di una riforma lungamente attesa dal Paese, fortemente auspicata dall’Europa, e per questo discussa con le Parti Sociali con l’intento di realizzare un mercato del lavoro dinamico, flessibile e inclusivo, capace cioè di contribuire alla crescita e alla creazione di occupazione di qualità, di stimolare lo sviluppo e la competitività delle imprese, oltre che di tutelare l’occupazione e l’occupabilità dei cittadini. Il disegno di legge è il frutto del confronto con le parti sociali.”

Ne emerge una proposta articolata che, una volta a regime, introdurrà cambiamenti importanti, così sintetizzabili:

Favorirà, anzitutto, la distribuzione più equa delle tutele dell’impiego, contenendo i margini di flessibilità progressivamente introdotti negli ultimi vent’anni e adeguando all’attuale contesto economico la disciplina del licenziamento individuale;
Renderà più efficiente, coerente ed equo l’assetto degli ammortizzatori sociali e delle relative politiche attive;
Introdurrà elementi di premialità per l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili;
Favorirà, infine, il contrasto più incisivo agli usi elusivi degli obblighi contributivi e fiscali degli istituti contrattuali.
Per ottenere questi risultati, il disegno di legge individua alcune macro-aree di intervento, 7 in tutto. Sono coinvolti gli istituti contrattuali, le tutele dei lavoratori nel caso di licenziamento illegittimo, la flessibilità e le coperture assicurative, i fondi di solidarietà, l’equità di genere e le politiche attive. Di seguito, in sintesi, le novità più importanti:

1. La prima area riguarda gli istituti contrattuali esistenti. Con la riforma se ne preservano gli usi virtuosi, limitano quelli impropri. Il nuovo impianto del mercato delle professioni attribuisce massimo valore all’apprendistato – inteso nelle sue varie formulazioni e platee – che diviene il “trampolino di lancio” verso la maturazione professionale dei lavoratori. È un punto sul quale tutte le parti coinvolte nella concertazione si sono trovate d’accordo. 

È per questo motivo che la riforma insiste fortemente sul valore formativo dell’apprendistato. Si introduce, a tal fine, un meccanismo che collega l’assunzione di nuovi apprendisti al fatto di averne stabilizzati una certa percentuale nell’ultimo triennio (50%); si prevede la durata minima di sei mesi del periodo di apprendistato (ferma restando la possibilità di durate inferiori per attività stagionali); infine, si innalza il rapporto tra apprendisti e lavoratori qualificati dall’attuale 1/1 a 3/2.

2. La seconda area di intervento riguarda le tutele del lavoratore nel caso di licenziamento illegittimo. 
Con la riforma si riduce l’incertezza che circonda gli esiti dei procedimenti eventualmente avviati a fronte del licenziamento. A tal fine, si introduce una precisa delimitazione dell’entità dell’indennità risarcitoria eventualmente dovuta e si eliminano alcuni costi indiretti dell’eventuale condanna (ad esempio le sanzioni amministrative dovute a fronte del ritardato pagamento dei contributi sociali). Grazie a questi provvedimenti il costo sostenuto dal datore di lavoro in caso di vittoria del lavoratore è “svincolato” dalla durata del procedimento e dalle inefficienze del sistema giudiziario.

Si prevede inoltre che il diritto alla reintegrazione nel posto del lavoro debba essere disposto dal giudice nel caso di licenziamenti discriminatori o in alcuni casi di infondatezza del licenziamento disciplinare. Negli altri casi, tra cui il licenziamento per motivi economici, il datore di lavoro può essere condannato solo al pagamento di un’indennità. Particolare attenzione è riservata all’intento di evitare abusi. È prevista, infine, l’introduzione di un rito procedurale abbreviato per le controversie in materia di licenziamenti, che ridurrà ulteriormente i costi indiretti del licenziamento.

3. La terza area riguarda il Fondo di solidarietà per la tutela dei lavoratori nei settori non coperti da Cassa Integrazione Straordinaria. La riforma prevede la salvaguardia e l’estensione della Cassa integrazione guadagni: un importante istituto assicurativo che ha permesso alle imprese italiane di affrontare la crisi meglio che in altri Paesi. L’istituto, infatti, offre un’integrazione salariale in caso di riduzione dell’orario di lavoro durante una congiuntura sfavorevole, consentendo di adeguare rapidamente l’orario di lavoro al calo di domanda, preservando però i singoli rapporti di lavoro e il loro contenuto di professionalità e di investimento. Allo stesso tempo, si potenzia l’istituto dell’assicurazione contro la disoccupazione estendendone l’accesso ai più giovani, a coloro che sono da poco entrati nel mercato del lavoro e alle tipologie d’impiego attualmente escluse (ad esempio quella degli apprendisti).

4. La quarta area è quella della tutela dei lavoratori anziani. La riforma crea una cornice giuridica per gli esodi con costi a carico dei datori di lavoro. A tal fine è prevista la facoltà per le aziende di stipulare accordi con i sindacati maggiormente rappresentativi, finalizzati a incentivare l’esodo dei lavoratori anziani.

5. La quinta area è quella dell’equità di genere. Oggi, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro risulta ancora limitata rispetto a quella degli uomini. Il divario risulta particolarmente ampio nel Mezzogiorno e tra le fasce meno qualificate è presente anche tra le fasce qualificate e di vertice (ad oggi, infatti, anche le giovani laureate trovano lavoro meno frequentemente dei colleghi maschi). Per diminuire questo divario la riforma interviene su quattro ambiti. Il primo è l’introduzione (a favore di tutti i lavoratori, per quanto il fenomeno riguardi prevalentemente le lavoratrici) di norme di contrasto alla pratica delle cosiddette “dimissioni in bianco”, con modalità semplificate e senza oneri per il datore di lavoro e il lavoratore e il rafforzamento (con l’estensione sino a tre anni di età del bambino) del regime della convalida delle dimissioni rese dalle lavoratrici madri. Il secondo ambito mira a favorire una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli. Viene quindi introdotto il congedo di paternità obbligatorio. Il terzo ambito riguarda il potenziamento dell’accesso delle donne alle posizioni di vertice. Si approva il regolamento che definisce termini e modalità di attuazione della disciplina delle cd “quote rosa” alle società controllate da pubbliche amministrazioni.

 

6. L’ultima area di intervento riguarda le politiche attive e i servizi per l’impiego. In questa area, che prevede un forte concerto tra Stato e Regioni, ci si propone di rinnovare le politiche attive, adattandole alle mutate condizioni del contesto economico e assegnando loro il ruolo effettivo di accrescimento dell’occupabilità dei soggetti e del tasso di occupazione del sistema mediante:

attivazione del soggetto che cerca lavoro, in quanto mai occupato, espulso o soprattutto beneficiario di ammortizzatori sociali, al fine di incentivarne la ricerca attiva di una nuova occupazione
qualificazione professionale dei giovani che entrano nel mercato del lavoro
formazione nel continuo dei lavoratori
riqualificazione di coloro che sono espulsi, per un loro efficace e tempestivo ricollocamento
collocamento di soggetti in difficile condizione rispetto alla loro occupabilità.
Si creano inoltre, attraverso le politiche attive, canali di convergenza tra l’offerta di lavoro (nuova o connessa a perdita del posto di lavoro) e la domanda (valutazione dei fabbisogni delle imprese e coerenza dei percorsi formativi dei lavoratori e delle professionalità disponibili), in un’ottica di facilitazione del punto di incontro tra chi offre lavoro e chi lo domanda. Gli interventi di attivazione devono sottendere un patto di mutua responsabilità/obbligazione tra enti che offrono servizi per il lavoro, lavoratori, datori di lavoro. La presenza nel mercato del lavoro di intermediari privati professionali modifica la ragion d’essere dell’intervento pubblico nei processi di intermediazione, la cui finalità non può che diventare quella di intervenire prioritariamente nei confronti di soggetti deboli ed a rischio di emarginazione. Il perseguimento di una tale finalità diviene inoltre possibile non solo mediante un intervento diretto, ma anche tramite l’acquisizione di servizi da providers privati. La presenza d’un regime di sussidi di disoccupazione rafforza la necessità di tener conto d’una finalità particolare dell’intervento pubblico: al generico “aiuto” ai soggetti deboli ed a rischio di emarginazione si aggiunge infatti l’esigenza di contrastare abusi e disincentivi connessi con l’operare dei sussidi. Questa esigenza implica che in molti casi non ci si limiterà a “mettere a disposizione” servizi (che altrimenti la logica di mercato potrebbe non fornire o non fornire a tutti a condizioni adeguate), ma si arriverà a voler “imporre” determinati interventi concreti, in una logica tutoria e di prevenzione, rispetto a possibili abusi e derive di emarginazione (attivazione o mutual obligation).

In tale contesto, è necessario identificare i target su cui impostare le azioni:

giovani al primo ingresso (per i quali l’azione prioritaria qualifica la formazione all’interno del contratto di apprendistato)
lavoratori già inseriti o sospesi in via temporanea (occorre valutare ruolo e attività dei Fondi Interprofessionali per allargare la loro capacità di intervento e per rafforzare il loro ruolo nella sinergia tra politiche attive e politiche passive nonché sulla qualità della loro offerta formativa permanente)
lavoratori espulsi o da ricollocare (è necessario evitare che i lavoratori sospesi per lungo tempo od espulsi siano progressivamente disconnessi dal mercato del lavoro e accrescano bacini di disoccupazione di lunga durata. Si devono porre, in particolare nei processi di ristrutturazione, specifici impegni – da inserire eventualmente all’interno di accordi di accesso a politiche passive- a carico delle Parti Sociali per il reimpiego di questi lavoratori, attraverso azioni di riqualificazione e di accesso a nuove opportunità di occupazione.
soggetti con caratteristiche di difficile occupabilità e inattivi (occorre delimitare il target, prevederne il censimento e creare aree di accesso ai servizi del lavoro specifiche, rafforzando la rete di orientamento e di servizi per il loro inserimento nel mercato del lavoro e promuovendo politiche di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.”

Negoziato, pregiudizi e percorso parlamentare

Le reazioni al progetto di riforma del mercato del lavoro non può non fare riflettere soprattutto perché l’impegnativo confronto con il Governo ha portato in superficie una serie di pregiudizi e approcci negativi che se non superati concretamente ci manterranno ai margini del contesto europeo e impediranno la ripresa.
Al di là delle conseguenze sul terreno dei costi per le imprese in un momento economico estremamente difficile ci si è, purtroppo, dovuti confrontare all’interno di un clima sostanzialmente “anti impresa” che non promette nulla di buono per il futuro del nostro Paese.
Parlare come si è detto di “licenziamenti facili”, ad esempio, significa travisare i termini del problema.
Persiste, purtroppo, una cultura del lavoro che fatica ad uscire da vecchi schemi ideologici che continua a considerare l’impresa un luogo di antagonismo sociale.
Per questo io credo che quello che continua a rimanere fuori dai nostri ragionamenti è la vera cultura dell’impresa.
Non dell’impresa di ieri ma di quella di oggi e di domani.
Chi ha impostato e condotto la trattativa ha tentato, forse sottovalutando alcuni interlocutori, di riassegnare nuove equilibri di peso, di contribuzione economica e di potere tra le parti (lavoratore, impresa e tra imprese di dimensioni e settori diversi) individuando il problema della possibile crescita economica e occupazionale nella modifica di questi equilibri.
Da questo, ad esempio, discende la teoria della “flessibilità cattiva” e delle imprese che ne abuserebbero da contrapporre alla flessibilità buona.
Quasi come se fosse lo strumento e non l’utilizzo che se ne fa a qualificarne la qualità.
Questa impostazione culturale ha consentito l’equazione flessibilità=precarietà=disoccupazione che oltre a essere sbagliata ha illuso alcune parti sociali che fosse possibile e utile al Paese realizzare uno scambio tra minore flessibilità in entrata con una maggiore flessibilità in uscita.
Sottovalutando il peso che per alcuni settori e molte imprese che operano correttamente hanno particolari tipologie di flessibilità in entrata.
In questo modo, non solo si è avallata in parte dell’opinione pubblica una falsa equazione aziende=abusi certi ma, una volta intascati i maggiori vincoli alla flessibilità in entrata con la benedizione del Ministro, c’è chi sta già lavorando per annacquare gli interventi sulla flessibilità in uscita sostenendo lo stessa equazione: licenziamenti per ragioni economiche=libertà di licenziamento tout court.
L’idea che gli imprenditori nella loro generalità non stiano aspettando altro per procedere con licenziamenti ingiustificati mascherandoli dietro motivazioni economiche oltre ad essere offensiva è poco credibile.
Oggi le imprese hanno problemi di mercato, di competitività e di produttività.
Problemi che questo accordo non risolve né affronta.
Questo è il problema centrale!
Io credo che l’intenzione di affidare ai tribunali il compito di decidere la congruità della sostanza di un licenziamento non discriminatorio sia una follia.
Si abbia il coraggio di dire che non si vuole modificare la sostanza piuttosto che dipingere una classe imprenditoriale tutta tesa a mascherare licenziamenti e ad espellere lavoratori!
Il compito delle parti sociali in una situazione difficile è assumersi la responsabilità del cambiamento magari introducendo sistemi di controllo nuovi che affidano ruoli positivi e costruttivi alle parti stesse.
In questo senso come comparto del Terziario ci si era mossi, ad esempio, sul tema dell’arbitrato.
Occorre proseguire completando e non demolendo l’opera di Marco Biagi.
Questa è la strada maestra da percorrere e sarebbe sbagliato cedere alla cultura antagonista che rischia solo di tentare di riproporre la logica di un conflitto sociale di cui non se ne sente la necessità.
Utilizzare la crisi economica per tentare di demolire, prima culturalmente, poi concretamente, quanto di buono è stato fatto dal pacchetto Treu in avanti per innovare il mercato del lavoro e per rilanciare una cultura sindacale riformista e positiva, è inaccettabile.
Il percorso parlamentare sul pacchetto lavoro deve riaffermare l’importanza di questa cultura e deve far crescere nel Paese uno spirito nuovo che sappia emarginare nei fatti la cultura antagonista.
Vedere riemergere in questi giorni linguaggi violenti, azioni di prevaricazione o minacce di scioperi che, seppur legittimi, non aiutano il Paese ad uscire dalla difficile situazione economica non può non preoccupare le forze politiche e sociali e richiamare ad un senso di responsabilità e di impegno di coesione sociale tutti noi.
Avremmo preferito ben altri interventi e un atteggiamento meno punitivo e di sostegno alla piccola impresa e al terziario che restano due pilastri fondamentali sui quali ritornare a crescere e che invece rischiano di essere ulteriormente penalizzati.
Si è riusciti a far comprendere alcune esigenze e specificità importanti al Governo ma credo che, nel percorso parlamentare, si debbano recuperare situazioni che consentano alle aziende di operare, di crescere e di contribuire al rilancio del Paese.
Pensare che i settori ancora in grado di creare lavoro debbano essere ulteriormente appesantiti o penalizzati scaricando su di essi costi altrui è inaccettabile.
L’azienda deve ritornare ad essere un luogo dove si collabora per creare ricchezza per poi poterla distribuire.
Solo in questo modo si potrà creare lavoro.
Costruire il nuovo mercato del lavoro in un clima di antagonismo e di diffidenza non porta da nessuna parte.
Dobbiamo puntare decisi sugli strumenti che favoriscono la collaborazione tra lavoratori e imprese, la cultura della bilateralità e del rispetto reciproco.
Altro che licenziamenti facili!
Più responsabilità per le imprese e le parti sociali per creare opportunità di lavoro e incrementare la produttività e più responsabilizzazione per i singoli lavoratori.
Insieme dobbiamo individuare gli strumenti necessari per consentire alle imprese e ai lavoratori di crescere.
Alle aziende riducendo i costi e la burocrazia, facilitando l’accesso al credito e migliorando le infrastrutture.
Ai lavoratori garantendo una retribuzione corretta e non gravata da tasse e contributi eccessivi, formazione efficace e tutela nelle transizioni tra posto e posto di lavoro.
Il cambiamento vero del Paese passa da queste priorità.

Gratta gratta questo nuovo mi sembra già vecchio….

La trattativa sul mercato del lavoro è in dirittura di arrivo. La montagna partorirà il topolino. Purtroppo rischia di essere un topolino dannoso per il lavoro e per le imprese. Mi ricorda da vicino altre intese “significative”. Una su tutte quella sul punto unico di contingenza. Grande impresa e sindacati convergono sul nuovo mercato del lavoro. Nessun accenno su come si crea lavoro, come si mantiene o come si sviluppa. Solo come si gestisce. In entrata e in uscita. E chi paga. In un momento grave di crisi, anziché convergere su di un progetto comune di sviluppo, di incremento di produttività e di riduzione fiscale per le imprese e per i lavoratori si trova un accordo che aumenta i costi per la piccola e media impresa e non consente la creazione di UN posto di lavoro. È un’intesa che puzza di “novecento”. Buona per gettare fumo negli occhi all’Europa ma assolutamente inadatta a risolvere i problemi del lavoro.

Il paese che verrà…

Dove stiamo andando? Una domanda che ricorre continuamente in ogni riflessione. Quello che vediamo non ci piace. Rischi di default, sacrifici, mancanza di prospettive per i giovani, crisi della politica e dei corpi intermedi, interessi forti che prevalgono sull’interesse generale. Quale Paese si profila? Come nelle aziende, ogni cambiamento è complesso. In parte si subisce, in parte si accetta. “Capire il nuovo, guidare il cambiamento” è uno slogan ritornato prepotentemente di attualità. E il “nuovo” decolla sulle ceneri del “vecchio”. Interessi di parte, rendite di posizione, “privilegi” di una generazione perdono di peso per lasciare spazio a nuovi equilibri sociali, economici e politici. Dobbiamo prenderne atto. Il mondo è cambiato. Si è interconnesso, si “meticcia” e si condiziona continuamente. Nuovi interessi e nuovi equilibri compaiono e cercano spazi mentre vecchi equilibri vanno in frantumi. Cogliere questi segnali è fondamentale per intuire il Paese che verrà. Alcuni elementi sono già chiari. Il welfare europeo è destinato ad una profonda rivisitazione. Cercare il lavoro, mantenerlo e crearsene, spesso, uno nuovo sarà parte integrante del nostro agire. I legittimi interessi di ogni parte sociale dovranno trovare una ricomposizione nell’interesse generale. ognuno dovrà concorrere in base alle sue possibilità al benessere della società. Sembra semplice ma è la “semplicità che è difficile a farsi”. Si è parlato di “disarmo bilanciato” intendendo con questo una cultura della rinuncia collettiva e individuale tesa a perdere qualche cosa da parte di tutti per non perdere tutto. Forse è la strada giusta. Personalmente non so se sarà meglio o peggio domani. So che, ci piaccia o meno, per migliorare, occorre cambiare.

Coesione sociale e mercato del lavoro di Ferruccio Pelos

Lunedì  13 Febbraio u.s., Ministero del  lavoro, Inps e Istat hanno presentato  il 2° Rapporto sulla Coesione sociale nel Paese: in due poderosi volumi quanto serve  per capire la situazione nazionale, in rapporto all’Europa. L’obiettivo ambizioso è quello : ” di fornire, in modo particolare ai policy maker, le indicazioni basilari per conoscere le situazioni economiche e sociali sulle quali intervenire per migliorare le condizioni di vita delle persone”.

Riteniamo opportuno dare ai nostri lettori una visione completa del sommario di quest’opera per l’estrema rilevanza dei temi e dei dati in essa contenuti e ricordiamo che i due volumi e le tavole del 2° volume sono reperibili dal link:    http://www.istat.it/it/archivio/53075

Queste indicazioni sono articolate in tre grandi “sezioni”.
Quella CONTESTI con i seguenti capitoli:

 Il quadro socio demografico( Struttura e dinamica della popolazione, Strutture familiari,Proiezioni della popolazione)
Quadro economico ( Conti economici, Struttura produttiva)
Mercato del lavoro ( Occupati, disoccupati e inattivi in generale, Occupati contribuenti INPS, Retribuzioni dei lavoratori dipendenti contribuenti INPS, Lavoratori autonomi e lavoratori parasubordinati, Sistema delle comunicazioni obbligatorie)
Attività ispettiva di vigilanza sul lavoro
Quella FAMIGLIA  E COESIONE SOCIALE  divisa in:

Capitale umano ( Competenze e transizione al lavoro, Scuole e classi per ordine e grado e partecipazione scolastica
Tempo di lavoro e tempo di cura della famiglia (Maternità e congedi parentali)
Salute ( Cause di morte in generale, Dipendenza e disagio mentale, Infortuni e decessi sul lavoro )
Disabilità
Povertà
Povertà e consumi
Deprivazione
Disagio per rischio di criminalità
Infine quella  SPESA ED INTERVENTI PER LA COESIONE SOCIALE:

Spesa sociale aggregata (Spesa delle amministrazioni pubbliche, Spesa della protezione sociale )
Politiche attive per il lavoro
Politiche previdenziali di sostegno al reddito (Disoccupazione, Mobilità, Cassa integrazione guadagni, Assegni al nucleo familiare, Pensioni e pensionati in generale , Invalidità e assegni sociali)
Servizi sociali (Spesa per servizi socio-assistenziali, Servizi per la prima infanzia)
In questa sede  intendiamo riprendere ed evidenziare solamente alcuni dati estremamente  rilevanti sul mercato del lavoro.
Nel secondo trimestre 2011 gli occupati erano 23 milioni 94mila, mentre i disoccupati erano 1  milione 947mila unità. Il tasso di disoccupazione era al 7,8% (+0,5 punti percentualirispetto al terzo trimestre 2010), quello giovanile (15-24 anni) si attestava invece al 27,4%, raggiungendo il 44% se riferito alle donne del Mezzogiorno.

Nel 2010  gli occupati a tempo determinato erano 2 milioni  182 mila,  il 12,8% dei  lavoratori  dipendenti, in gran parte giovani e donne. Gli occupati part-time erano 3 milioni  437mila, il 15% dell’occupazione complessiva, tra la quale prevale nettamente la componente femminile.Nel primo semestre 2011 sono stati attivati oltre 5 milioni 325 mila rapporti di lavoro dipendente o  parasubordinato. Il 67,7% delle assunzioni è  avvenuto con contratti a tempo determinato, il  19% con contratti a tempo indeterminato e l’8,6% con contratti di collaborazione. I rapporti di apprendistato sono stati solamente il 3% del totale.Sempre nel primo semestre 2011 circa 687 mila rapporti di lavoro hanno avuto la durata di un giorno (supplenze nelle scuole e addetti ai pubblici esercizi).

Nel  lavoro dipendente si contano nel 2011, 12 milioni 425mila occupati (anche agricoli e domestici), circa 5mila in più rispetto al 2010. Ma il numero dei  dipendenti aumenta di poco nel Nord Ovest (+0,7%) e nel Nord Est (+0,5%), mentre cala nel Sud e nelle Isole (-1,4%).
La Lombardia è la Regione con più lavoratori dipendenti, in media 2 milioni 748 mila, il 22,1% del totale (dati 2011). La sua crescita su base annua è la più alta (+1%). La Campania, anch’essa regione con molti lavoratori dipendenti, oltre 732 mila, fa registrare il calo più forte (-1,4%).
Negli ultimi quattro anni (2007- 2011) si è ridotta la quota di lavoratori dipendenti under30, dal 21,4% al 17,6%, mentre è cresciuto il peso relativo della quota femminile, dal 39,6% al 41,2%.
In crescita è il numero dei quadri (+1,8%) e quello di impiegati e dirigenti (+0,9%);  in diminuzione quello degli apprendisti (-6%) e degli operai (-0,2%) (dati 1° semestre 2011).
Il numero di dipendenti con contratto a tempo indeterminato risulta in discesa (-0,5%), attestandosi  a quota 10 milioni 563mila. Il calo è molto più rilevante per i lavoratori sotto i 30 anni (-7,9%).

Le donne con un lavoro standard sono oltre 4 milioni 193mila, in crescita dello 0,5% rispetto al 2010, mentre i maschi (più di 6 milioni 369mila) sono in calo dell’1,1%.
Il lavoro a tempo parziale riguarda in prevalenza l’universo femminile: nelle forme tipiche di part time, orizzontale verticale e misto, le donne rappresentano, nel 2011, rispettivamente il 74,2%, il 70,3% e il 76,7% dei lavoratori con contratto a orario ridotto.
I contribuenti Parasubordinati, della Gestione separata Inps, (con almeno un versamento nell’anno) sono 1,7 milioni, dei quali 1,4 milioni (85%) collaboratori e poco più di 250mila (15%) professionisti.  

La componente maschile è preponderante (58,7%, pari a circa 995 mila) su quella femminile (41,3%, circa 700 mila). Rispetto all’anno precedente, il numero dei collaboratori fa registrare un calo dell’1,7% mentre risulta in aumento del 3,2% quello dei professionisti. I lavoratori parasubordinati si concentrano nelle regioni del Nord (55,4%) e, in misura molto più contenuta, al Centro (25,9%) al Sud (12,5%) e nelle Isole (6,2%). L’età media dei contribuenti si attesta su 42,2 anni (45,0 anni per i maschi e 38,3 anni per le femmine).

Nonostante il miglioramento avvenuto negli ultimi anni, le donne continuano ad avere maggiori difficoltà a conciliare i tempi di lavoro e di cura della famiglia: in media, giornalmente, guardando all’insieme del lavoro e delle attività di cura, la donna lavora 1 ora e 3 minuti in più del suo partner quando entrambi sono occupati (9 ore e 9 minuti di lavoro totale per le donne contro le 8 ore e 6 minuti degli uomini). Per le coppie con figli il divario di tempo sale a 1 ora e 15 minuti .

L’indice di asimmetria del lavoro familiare – ossia quanta parte del tempo dedicato al lavoro domestico, di cura e di acquisti di beni e servizi è svolta dalle donne – indica che il 71,3% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne.Nelle coppie con entrambi i partner occupati, il maggior grado di asimmetria si osserva tra le coppie con figli residenti nel Mezzogiorno (74,6%), in quelle in cui l’età del figlio più piccolo supera i 14 anni (74,6%) e quelle in cui la donna ha un titolo di studio basso (72,2% nel caso di licenza elementare o media).

Le donne, in particolare quelle occupate, sono penalizzate anche per il tempo libero. Il gap di genere si riduce nel tempo, ma resta a livelli elevati: gli uomini dispongono di 59 minuti in più di tempo libero rispetto alle donne, venti anni fa la differenza era di 1 ora e 14 minuti.

Al 31 dicembre 2010 si contano in Italia 16 milioni 708mila pensionati. Di questi, il 75% percepisce solo pensioni di tipo Invalidità, Vecchiaia e Superstiti (Ivs), mentre al restante 25% vengono erogate pensioni di tipo indennitario e assistenziale, eventualmente cumulate con pensioni di tipo Ivs.

Quasi un pensionato su due (49,4%) ha un reddito da pensione inferiore a  1.000€, il 37,4% percepisce fra 1.000 e 2.000€, mentre il 13,2%  più di 2.000€.

E se avesse ragione Fornero?

Dalla famosa esternazione sui “bamboccioni” di Padoa Schioppa alle dichiarazioni dei prof. Monti, Fornero e del ministro Cancellieri, a prima vista, sembra che vengano utilizzate parole fuori misura. O perlomeno che si sia commessa un’ingenuità o peggio una sottovalutazione della realtà. Le reazioni indignate della rete e di molti commentatori confermerebbero il negativo effetto mediatico di certe affermazioni. Addirittura c’è chi ha evidenziato i privilegi di cui godrebbero i figli di alcuni ministri e quindi l’inattendibilità degli stessi ad esternare consigli o opinioni. Come dire: predicano bene ma razzolano male. Dunque non possono parlare o che almeno stiano zitti. Credo sia una polemica inutile e sbagliata. Sarebbe come pretendere che possa parlare male della scuola solo chi è stato bocciato oppure che sarebbe necessario produrre il 740 prima di poter discutere di diseguaglianze sociali. Sinceramente mi sembra un modo vecchio per impedire un confronto su temi importanti. Probabilmente i figli di Fornero o di Monti non hanno mai avuto i problemi che colpiscono una parte delle giovani generazioni. Non li avevano né prima dell’incarico affidato ai loro genitori né li avranno dopo ma questo non impedisce ai loro illustri parenti di tentare di dare un contributo che consenta di aprire una discussione vera nella società italiana. Parlare di occupabilità, impiegabilità, disponibilità alla mobilità territoriale significa uscire dagli schemi a cui siamo abituati. Questo è un Paese immobile che trova un consenso diffuso solo se guarda indietro. Fatica a guardare avanti perché c’è sempre una buona ragione per non farlo. E chiunque ha un minimo di responsabilità o sensibilità sociale non può non sapere che, soprattutto per i meno fortunati, serve a poco la solidarietà pelosa. Occorre incentivre e promuovere una forte responsabilizzazione individuale. E quesa si ottiene solo se si induce alla riflessione. Aiutare i giovani a guardare lontano, oltre il proprio punto di osservazione, è fondamentale. Per questo chi ha la responsabilità di orientare il dibattito dovrebbe sempre riflettere prima di accodarsi alle banalità o alla retorica nazionale. Parlare alla “pancia” della gente è facile. Parlare alla “testa” lo è meno. Per questo Fornero comincia ad essermi simpatica….

La decrescita “felice”. Intervista a Serge Latouche su Repubblica.it

La sfida di Latouche “Così si può costruire una società solidale”. Il teorico della decrescita felice ha appena pubblicato un nuovo saggio. Dove spiega come siano possibili modelli di vita alternativi “Stiamo finendo le risorse naturali e dobbiamo porci il problema. Le vecchie teorie non servono più: occorre ripensare a tutto il sistema” “Non sono per l´austerità: vorrei riuscire a sottrarre l´ecologia a chi la sta trasformando in una serie di tesi conservatrici”

«Un certo modello di società dei consumi è finito. Ormai l´unica via all´abbondanza è la frugalità, perché permette di soddisfare tutti i bisogni senza creare povertà e infelicità». È la tesi provocatoria di Serge Latouche, professore emerito di scienze economiche all´Università di Paris-Sud, universalmente noto come il profeta della decrescita felice. Il paladino del nuovo pensiero critico che non fa sconti né a destra né a sinistra sarà a Napoli (dal 16 al 20 gennaio), ospite della Fics (Federazione Internazionale Città Sociale) e protagonista del convegno internazionale “Pensare diversa-mente. Per un´ecologia della civiltà planetaria” organizzato dal Polo delle Scienze Umane dell´Università Federico II. Il tour italiano dell´economista eretico coincide con l´uscita del suo nuovo libro Per un´abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita (Bollati Boringhieri). Un´accesa requisitoria contro l´illusione dello sviluppo infinito. Contro la catastrofe prodotta dalla bulimia consumistica.

Cos´è l´abbondanza frugale? Detta così sembra un ossimoro.

«Parlo di “abbondanza” nel senso attribuito alla parola dal grande antropologo americano Marshall Sahlins nel suo libro Economia dell´età della pietra. Sahlins dimostra che l´unica società dell´abbondanza della storia umana è stata quella del paleolitico, perché allora gli uomini avevano pochi bisogni e potevano soddisfare tutte le loro necessità con solo due o tre ore di attività al giorno. Il resto del tempo era dedicato al gioco, alla festa, allo stare insieme».

Vuol dire che non è il consumo a fare l´abbondanza?

«In realtà proprio perché è una società dei consumi la nostra non può essere una società di abbondanza. Per consumare si deve creare un´insoddisfazione permanente. E la pubblicità serve proprio a renderci scontenti di ciò che abbiamo per farci desiderare ciò che non abbiamo. La sua mission è farci sentire perennemente frustrati. I grandi pubblicitari amano ripetere che una società felice non consuma. Io credo ci possano essere modelli diversi. Ad esempio io non sono per l´austerità ma per la solidarietà, questo è il mio concetto chiave. Che prevede anche controllo dei mercati e crescita del benessere».

Perché definisce Joseph Stiglitz un´anima bella?

«Stiglitz è rimasto alla concezione keynesiana che andava bene negli anni ´30, ma che oggi, anche a causa dello sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, mi sembra impraticabile. Nel dopoguerra l´Occidente ha conosciuto un aumento del benessere senza precedenti, basato soprattutto sul petrolio a buon mercato. Ma già negli anni ´70 la crescita era ormai fittizia. Certo il Pil aumentava, ma grazie alla speculazione immobiliare e a quella finanziaria. Un´età dell´oro che non ritornerà più».

È il caso anche dell´Italia?

“Certo, il boom economico italiano del dopoguerra si deve soprattutto a personaggi come Enrico Mattei che riuscì a dare al vostro paese il petrolio che non aveva. È stato un vero miracolo. E i miracoli non si ripetono”.

I sacrifici che i governi europei, compreso quello italiano, stanno chiedendo ai cittadini serviranno a qualcosa?

«Purtroppo i governi spesso sono incapaci di uscire dal vecchio software economico. E allora tentano a tutti i costi di prolungarne l´agonia, ma questo, lo sanno bene, non fa altro che creare deflazione e recessione, aggravando la situazione fino al momento in cui esploderà».

Lei definisce la società occidentale la più eteronoma della storia umana. Eppure comunemente si pensa che sia quella che garantisce il massimo di autonomia democratica. Chi decide per noi?

«Di fatto siamo tutti sottomessi alla mano invisibile del mercato. L´esempio della Grecia è emblematico: il popolo non ha il diritto di decidere il suo destino perché è il mercato finanziario a scegliere per lui. Più che autonoma, la nostra è una società individualista ed egoista, che non crea soggetti liberi ma consumatori coatti».

Qual è il ruolo del dono e della convivialità nella società della decrescita?

«L´alternativa al paradigma della società dei consumi, basata sulla crescita illimitata, è una società conviviale, che non sia più sottomessa alla sola legge del mercato. Che distrugge alla radice il sentimento del legame sociale che è alla base di ogni società. Come ha dimostrato l´antropologo Marcel Mauss, all´origine della vita in comune c´è lo spirito del dono, la trilogia inscindibile del dare, ricevere, ricambiare. Dobbiamo dunque ricomporre i frammenti postmoderni della socialità usando come collante la gratuità, l´antiutilitarismo. In questo concordo con gli esponenti italiani dell´economia della felicità, come Luigino Bruni e Stefano Zamagni, che si rifanno alla grande lezione dell´economia civile napoletana del Settecento di Antonio Genovesi».

Il capitalismo è l´ultimo pugile rimasto in piedi sul ring della storia?

«Non so se sia proprio l´ultimo pugile, perché non si sa mai in cosa è capace di trasformarsi, ci sono scenari ancora peggiori, come l´eco-fascismo dei neoconservatori americani. Certo è che siamo ad una svolta della storia. Se un tempo si diceva “o socialismo o barbarie” oggi direi “o barbarie o decrescita”. Serve un progetto eco-socialista. È tempo che gli uomini di buona volontà si facciano obiettori di crescita».

Francis Fukuyama di recente ha riaffermato di ritenere che il modello liberal-capitalistico resti l´orizzonte unico della storia. Senza alternative. Cosa ne pensa?

«Che ha una bella faccia tosta. Prima si è sbagliato totalmente sulla fine della storia, e oggi ripropone la stessa solfa. La sua profezia è stata vanificata dalla tragedia dell´11 settembre che ha dimostrato che la storia non era per niente finita. Fukuyama chiama fine della storia quella che è semplicemente la fine del modello liberal capitalista».

A chi dice che l´abbondanza frugale è un´utopia lei risponde che è un´utopia concreta. Non è una contraddizione in termini?

«No, perché per me l´utopia concreta non significa qualcosa di irrealizzabile, ma è il sogno di una realtà possibile. Di un nuovo contratto sociale. Abbondanza frugale in una società solidale. Sta a noi volerlo».

Marino Niola
Fonte: www.repubblica.it
14.01.2012

Benvenuto il luogo dove.. G. Gaber 1984

Benvenuto il luogo dove
dove tutto è ironia
il luogo dove c’è la vita e i vari tipi di allegria
dove si nasce, dove si vive sorridendo
dove si soffre senza dar la colpa al mondo.

Benvenuto il luogo delle confusioni
dove i conti non tornano mai
ma non si ha paura delle contraddizioni
dove esiste il caos ma non come condanna
dove si ride per come è strana la donna.

Benvenuto il luogo dove
il futuro è sempre più precario
benvenuta l’incertezza di un luogo poco serio
dove esiste ancora qualche antica forma di allergia
benvenuta l’intolleranza, benvenuta la pazzia.

Benvenuto il luogo dove
si crede a tutto e non si crede affatto
dove sorge la città delle madri dal corpo perfetto
benvenuta la donna che riflette tutto su se stessa
benvenuto il luogo dove tanta gente insieme non fa massa.

Benvenuto il luogo dove
se un tuo pensiero trova compagnia
probabilmente è già il momento di cambiare idea.
Il luogo dove l’estetica è importante
e poi malgrado l’ignoranza tutto è intelligente.

Benvenuto il luogo dove
non si prende niente sul serio
dove il rito è superato ma necessario
dove fascismo e comunismo sono vecchi soprannomi per anziani
dove neanche gli indovini pensano al domani.

Benvenuto il luogo dove
tutto è calcolato e non funziona niente
e per mettersi d’accordo si ruba onestamente
dove non c’è un grande amore per lo Stato
ci si crede poco
e il gusto di sentirsi soli è così antico.

Benvenuto il luogo dove
forse per caso o forse per fortuna
sembra che muoia
e poi non muore mai nemmeno la Laguna.
Dove tutto è melodramma con un po’ di indignazione
dove diventano leggere anche le basi americane.

Benvenuto il luogo lungo e stretto con attorno il mare
pieno di regioni
come dovrebbero essere tutte le nazioni
un luogo pieno di dialetti strani
di sentimenti quasi sconosciuti
dove i poeti sono nati tutti a Recanati.

Benvenuto il luogo dove
dove tutto è ironia
il luogo dove c’è la vita e i vari tipi di allegria
magari un po’ per non morire, un po’ per celia
il luogo, caso strano, sembra proprio l’Italia.

Non si puo’ essere a lungo ricchi e ignoranti

Questa frase è di Romano Prodi. La pronunciò quando, prima ancora di dedicarsi alla politica e in un periodo di relativa crescita economica, faceva il professore. Mi pare che ci siamo. Un Paese meno ricco lo siamo già, anche se una parte può permettersi di ostentare lo scialo e la sovrabbondanza. E siamo meno ricchi non solo per colpa degli altri: gli speculatori internazionali spregiudicati, i banchieri d’oltre oceano cinici, i governanti europei  iperprudenti. Siamo meno ricchi perché produciamo poco e male, perché troppi non praticano l’onestà fiscale e il lavoro legale, perché nelle istituzioni si predica bene e si razzola male. Ma siamo meno ricchi anche perché non c’è cura della crescita culturale ma si privilegia la tv spazzatura, se c’è da tagliare – nello Stato come nell’impresa – in testa alla lista c’è sempre e da sempre la formazione, l’investimento in innovazione, la scuola e la ricerca.

Ci siamo. Ci stiamo accorgendo che si assottiglia la torta della ricchezza; ci accorgiamo di meno che ciò dipende anche dalla progressiva perdita di capitale in conoscenze: gli abbandoni scolastici, la dequalificazione delle strutture scolastiche, il degrado delle università, il rifugio nelle “lauree deboli”, l’asfissia della ricerca, la fuga dei cervelli all’estero e poi lo scarso rinnovo delle tecnologie, la bassa produttività del lavoro, la forte propensione al capitale prestato rispetto a quello a rischio che fa delle nostre aziende il fanalino di coda del sistema europeo in fatto di autofinanziamento. Tutto ciò, ci rende meno professionalizzati, meno creativi, meno adatti al cambiamento. C’è un deficit di qualità della nostra capacità di far fronte alla crisi che ci spinge a rifugiarci nelle valutazioni quantitative, nella ricerca affannosa e miracolistica dei posti di lavoro da creare, dei consumi da incentivare, delle risorse da trovare.

 

In realtà,  se non vogliamo scivolare sempre di più nella povertà, dobbiamo fare molte cose ma soprattutto   avere il coraggio di rafforzare il nostro grado di conoscenza, di competenza, di proiezione nel futuro, mettendo sotto esame tutto l’apparato istituzionale e le strutture private per farli uscire dalla morta gora in cui sono giunti. I sistemi di formazione – da quelli di base a quelli superiori, da quelli aziendali a quelli amministrativi, da quelli per i giovani a quelli per gli adulti – devono essere rivisitati. In un dibattito pubblico, un medio imprenditore di successo ha detto: la fatica più grande che faccio è abituare i lavoratori a cooperare tra loro, perché la scuola non li ha allenati a copiare. Può sembrare paradossale, ma è la verità. Copiare non può essere sanzionato sempre dalla matita blu, se implica un lavoro di gruppo, una reciproca ricerca di soluzioni, una corale costruzione di un progetto, finanche un comune darsi la mano perché i meno dotati tengano il passo dei più dotati.

Tutto ciò non è avulso dalla discussione in corso sul futuro del mercato del lavoro. Il suo dualismo non  ha una sola componente, la precarietà ma è determinato anche dalla inveterata convinzione che le competenze formative hanno poco a che fare con le professionalità che servono concretamente  e che le professionalità obsolete devono trascinare fuori dall’attività le persone che le identificano. Queste due componenti vanno affrontate congiuntamente perché sono interconnesse sia sul piano culturale che su quello fattuale. Culturalmente, perché è prevalsa per un lungo tempo l’idea che l’autonomia della cultura doveva essere separata dalla vita produttiva e professionale. Fattualmente,  perché l’obsolescenza del mestiere deve tradursi al meglio in assistenza.

 

La prima questione, il superamento della precarietà, ha uno sbocco logico, ma finora impraticato.  Si deve entrare al lavoro per la via maestra: quella dell’apprendistato, contratto a tempo indeterminato che mixa lavoro e formazione sulla base di regole legislative e contrattuali. Terminato il periodo di apprendistato, lo sbocco naturale è l’assunzione a tempo indeterminato a meno che ci sia una motivata ragione che impedisca quella soluzione. Fa da ostacolo a questo scenario, la fitta serie di contratti a tempo, meno onerosa del contratto a tempo indeterminato e quindi decisamente più conveniente, per le aziende, che il ricorso all’apprendistato. La decisione fondamentale è quindi quella di far “costare”  queste forme contrattuali più flessibili quanto o un po’ di più dei contratti standard. Soltanto così l’apprendistato diventa effettivamente  il contratto prevalente per entrare nel mercato del lavoro.

Quanto alla seconda questione, le strade da imboccare sono in parallelo: da un lato, utilizzare gli stages e i tirocini soltanto come alternanza tra scuola e lavoro, per accorciare i tempi di inserimento lavorativo e integrare impresa e scuola in fatto di bagaglio culturale, tecnico e scientifico. Dall’altro, fare  formazione continua nei luoghi di lavoro in modo tale che, specie nei tempi di crisi, di ristrutturazione, di innovazione chi è in possesso di una professionalità obsoleta non venga immediatamente considerato un sovra peso, ma venga coinvolto in politiche formative per essere riutilizzato nei nuovi piani industriali. Una formazione di questo genere andrebbe detassata dal lato dell’impresa ed incentivata dal lato del lavoratore, considerando le ore di formazione ai fini pensionistici, anche se fatte fuori dall’orario di lavoro.

 

Una nuova visione della formazione come volano di uno scambio tra l’impegno delle aziende a non licenziare o a mettere in CIG e quello del lavoratore a riqualificarsi, semmai sopportando salari e orari ridotti, può aprire scenari diversi al tema della flessibilità in uscita, al destino dell’articolo 18, alla prospettiva di ammortizzatori sociali a carattere universale. Di questo bisognerebbe discutere a tutto campo, sapendo che la posta in gioco è l’innalzamento culturale dei lavoratori e dell’intera realtà italiana. Non credo che di fronte all’alternativa “più ricchi ma anche meno ignoranti” o “ meno ricchi e più ignoranti” ci sia qualcuno che opti per la seconda. Il problema è che non si facciano chiacchiere al vento. Il Ministro Profumo, per la sua parte, sembra ben intenzionato. Si capiscono meno le intenzioni del Ministro Fornero, dalla quale ci si attenderebbe una forte sensibilità per un  proficuo  rapporto formazione – lavoro. Anzi, esso potrebbe essere il nocciolo duro di un patto sociale, da più parti invocato, per ridare virtuosità alla ripresa economica del Paese.

Raffaele Morese

Buon Natale e buon 2012 a tutti!!!!

Lode della cattiva considerazione di sé (Wislawa Szymborska)
 

 
La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni.

Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.

Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l’alligatore, la trichina e il tafano
vivono come vivono e ne sono contenti.

Il cuore dell’orca pesa cento chili,
ma sotto un altro aspetto è leggero.

Non c’è nulla di più animale
della coscienza pulita,
sul terzo pianeta del sistema solare.