Geografia del nuovo Made in Italy

C’è chi dice che l’Italia sia un Paese senza futuro. Che dietro l’angolo ci aspetti un ineluttabile declino, la perdita di posizioni nella competizione internazionale, il definitivo declassamento, dopo le glorie remote e recenti, a nazione satellite. Tesi che trova il sostegno di fonti autorevoli, nazionali e internazionali: “Il modello di specializzazione dell’Italia è molto simile a quello di Paesi emergenti come la Cina – dice l’ultimo rapporto, datato 4 aprile 2013, dedicato al nostro Paese dalla Commissione Europea – con la maggior parte del valore aggiunto in settori tradizionali a bassa tecnologia, principalmente a causa della limitata capacità innovativa delle imprese italiane”.

Ma l’Italia è davvero questa: scarsamente innovativa, in competizione al ribasso con i Paesi emergenti? Forse sì, se usiamo le lenti del pregiudizio, se ci accontentiamo di griglie di valutazione inadeguate, che magari inducono a sposare tesi come quella, tutta ideologica, che la ripresa passa per la modifica dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Ma se al nostro Paese guardiamo con un po’ di simpatia e di affetto, e con un pizzico di curiosità e attenzione in più, la risposta è no, decisamente no.

Una delle eccellenze italiane, l’industria del mobile, soffre da anni di una crisi durissima. Attaccata prima dalla concorrenza, non sempre leale, dei paesi dell’Asia e di quelli dell’Est Europa. Poi dall’esplosione della bolla immobiliare, che ha affossato mercati strategici come quello statunitense. Poi la crisi globale, che – complice anche l’ostinazione ragionieristica del governo e dell’Europa sul rigore dei conti pubblici – ha mandato a picco il mercato nazionale. Tutto questo ha lasciato ferite molto profonde nel settore. Se l’Italia fosse quella adombrata da qualche pigro tecnocrate della Commissione Europea, dovremmo avere intorno solo macerie.

Non è così. Inaridito il mercato interno, le aziende si sono rimboccate la maniche, andando a cercare dove sinora non si erano spinte. A volte mettendo un piede, a volte conquistando, mercati promettenti: dai Paesi Arabi a quelli emergenti come Cina, India, Brasile, a piazze minori ma ricche di prospettive come Azerbaigian, Georgia. E hanno fatto innovazione, con l’ecodesign ad esempio. Così, pur senza raggiungere i livelli pre-crisi, dal 2009 l’export italiano di mobili è in costante crescita. Di cosa si tratta se non di capacità di reazione di fronte al mutare degli scenari? Di quella creatività e duttilità che sono il marchio di fabbrica del made in Italy?

L’Italia deve affrontare e risolvere tante questioni, non solo legate al pesante debito pubblico, che aggravano la crisi: le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, l’economia in nero e la criminalità, una macchina burocratica elefantiaca e spesso inefficace, gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo, il ritardo di tante aree del Sud. Guai a sottovalutare, ma è un errore confondere tutto questo col posizionamento del Paese nel mondo.

Dietro i foschi pronostici internazionali e le lamentazioni delle prediche nazionali c’è altro, c’è una questione culturale: la pervasività di certi stereotipi disfattisti che, anche a non voler considerare gli effetti negativi sui mercati, non giovano certo a ridare speranza al Paese. E c’è anche una questione più tecnica, che ne è il riflesso: manca la capacità, la curiosità e la voglia di superare strumenti interpretativi inadeguati a cogliere quanto si agita nei nostri distretti, nei territori, nelle nuove realtà creative.

Se, ad esempio, continuiamo pretendere di misurare la competitività italiana con la quota di mercato detenuta nell’export mondiale – indicatore sempre meno rappresentativo, ma ancora oggi ritenuto erroneamente il principale parametro di riferimento – vedremo solo un’Italia in discesa libera. E saremo fuori strada. Se adottiamo invece come metro la bilancia commerciale dei prodotti, le cose cambiano: l’Italia è uno dei soli 5 Paesi del G-20 (con Cina, Germania, Giappone e Corea) ad avere un surplus strutturale con l’estero nei prodotti manufatti non alimentari. Vantiamo quasi 1000 prodotti in cui siamo tra i primi tre posti al mondo per saldo commerciale attivo con l’estero. Vuol dire che se pensiamo al mercato globale come a un’olimpiade, ai prodotti come discipline sportive in cui vince chi ha un export di gran lunga superiore all’import, l’Italia arriva a medaglia quasi mille volte. Meglio di noi solo Cina, Germania e Stati Uniti. Può essere questo l’identikit di un Paese dalla “limitata capacità innovativa”?

E infatti siamo stati, nel 2012, i secondi in Europa, dopo la Germania, per attivo manifatturiero con i Paesi extra-UE (proprio quei mercati emergenti che secondo la Commissione ci avrebbero mandato a picco). La maggior parte di questo surplus, poi, non proviene dai settori tradizionali (il tessile, le calzature, il mobile), ma dalla meccanica e dai mezzi di trasporto. Tra i prodotti per i quali guadagniamo più di una medaglia per il saldo commerciale troviamo le nuove tecnologie del caldo e del freddo, le macchine per lavorare il legno e le pietre ornamentali, oppure i fili isolati di rame e gli strumenti per la navigazione aerea e spaziale.

Tutti oggetti così poco italiani, se continuiamo ad avere in testa l’Italia di 15-20 anni fa, che in realtà identificano la geografia di un nuovo made in Italy. E dimostrano che siamo stati in grado di risintonizzarci, con successo, sulle nuove frequenze del mercato globale. Senza, peraltro, perdere il presidio di quei settori per noi più abituali, per i quali manteniamo il più alto surplus in Europa con i Paesi extra-UE: “semplicemente’” occupando le fasce di più alto valore aggiunto, quelle del lusso e del design. Mentre frotte di analisti discutevano dei rischi e delle potenzialità insite nella crescita dei Paesi BRIC, un’avanguardia di imprese italiane era già sul posto, a fare da apripista e portabandiera: perché anche in quei Paesi la capacità, tutta italiana, di creare bellezza è uno dei beni più ambiti.

Il discorso è lo stesso per il turismo. Non avremo mai un ritratto fedele delle nostre performance fin quando useremo come indicatore il numero degli arrivi. Se invece guardiamo i pernottamenti, vedremo che l’Italia soffre, è vero, e tanto, la contrazione del mercato domestico, ma è prima assoluta in Europa per pernottamenti di turisti extra-Ue, distaccando di molto Gran Bretagna e Spagna che la seguono nella classifica. Siamo in Europa la meta preferita di americani, giapponesi, cinesi, australiani, canadesi, brasiliani, sudcoreani, turchi, ucraini e sudafricani.

Lo scenario si ripete sul fronte caldissimo dell’innovazione. Il nostro sistema economico viene descritto nelle tabelle internazionali come scarsamente propenso a innovare. Ma se osserviamo da vicino queste classificazioni, vedremo che una macchina per imballaggio realizzata su misura o una grande nave da crociera progettata à la carte sono considerate prodotti meno innovativi e complessi di un banale telefono cellulare o di uno dei tanti computer entry level fatti in serie. Per questo – e anche per il fatto che le migliaia di piccole e medie imprese del quarto capitalismo spesso non catalogano come tali tutti gli investimenti in ricerca e sviluppo – l’innovazione italiana è largamente sottovalutata. Ma allora come spiegare i nostri primati mondiali in singoli settori caratterizzati proprio da un alto tasso di innovazione, come (solo per citarne alcuni) la robotica di servizio, le biotecnologie, i nuovi materiali, le neuroscienze, la fisica delle particelle? Non è un caso che il nostro Paese sia in prima linea, con Cnr, in due importantissimi progetti su cui la Commissione Europea ha deciso di puntare per il futuro, con un finanziamento di 2 miliardi di euro: il grafene e il cervello artificiale.

L’Italia è la culla della cultura. Ma, con paradosso tipicamente tricolore, è un Paese che alla cultura dà scarso credito. Non c’è nessuno che neghi quanto questo settore sia importante ma, prima, sentiamo ripetere, dobbiamo risolvere problemi più seri. E invece proprio la cultura è una delle soluzioni. Mentre il tessuto imprenditoriale del Paese, nel 2012, resta sostanzialmente immobile, le attività del sistema produttivo culturale (tra industrie culturali propriamente dette, industrie creative – attività produttive ad alto valore creativo ma ulteriori rispetto alla creazione culturale in quanto tale – patrimonio storico artistico, performing arts e arti visive) crescono del 3,3%, arrivando ad essere quasi 460 mila, il 7,5% del totale nazionale. Danno lavoro a quasi 1,4 milioni di persone, il 5,7% del totale degli occupati. Creano, direttamente, 75,4 miliardi di euro di valore aggiunto. E ne attivano nel resto dell’economia altri 133. In tutto fa 214 miliardi: il 15% circa del totale. Si può forse lasciare a tempi migliori la cura di questo fattore trainante del sistema Paese?

C’è poi la green economy. Mentre i governi faticano ancora a capirne la portata epocale, quasi una impresa italiana su quattro investe in tecnologie o prodotti “verdi”: di queste, il 37,9% ha introdotto innovazioni di prodotto o di servizio, contro il 18,3% delle imprese che non investono nell’ambiente. Lo stesso dicasi per la propensione all’export: il 37,4% delle imprese green vanta presenze sui mercati esteri, contro il 22,2% delle altre. Testimonianza di come il sistema economico sia, su questo fronte, complessivamente più avanti della politica.

Anche la filiera agroalimentare, settore in cui la vocazione alla qualità è evidentissima, soffre di simili letture distorte, quasi che il posto che ci siamo guadagnati nel mondo sia solo frutto di fortuna, e non dell’attitudine a dare valore all’irripetibile patrimonio agricolo, ambientale ed enogastronomico del Paese. L’Italia ha una capacità di creazione di valore aggiunto pari a quasi duemila euro per ettaro: il doppio di quanto registrato mediamente in Francia, Germania e Spagna, il triplo circa della Gran Bretagna. Un caso? Siamo il primo Paese nell’Unione Europea per numero di operatori biologici (48.269) e il secondo per superficie investita (quasi un milione e centomila ettari). Siamo undicesimi al mondo come valore agroalimentare complessivamente esportato, ma in 13 produzioni su un totale di 70 monitorate – dalla pasta, agli aceti ai superalcolici a base di vino – abbiamo la leadership globale.

Non si può poi non menzionare il Terzo Settore, il cui impegno nella produzione ed erogazione di servizi sociali – grazie alle tante cooperative sparse sul territorio e alle “nuove” imprese sociali – è fondamentale. Questo variegato comparto contribuisce ad un 4,3% del Pil (con un volume di entrate annuo stimato di 67 miliardi di euro). Dati ancor più significativi se accompagnati da una quantificazione del risparmio sociale derivante dalle ore di lavoro messe gratuitamente a disposizione dai quattro milioni di volontari e, ancor più, dal benessere materiale e immateriale apportato a chi ha beneficiato delle loro prestazioni, del loro aiuto e della loro solidarietà. Infatti, una recente stima del valore economico del lavoro volontario in Italia, basata sulla determinazione dell’ammontare delle ore di volontariato prestate trasformate in unità di lavoro equivalente (ULA), ha evidenziato come tale valore sia pari a 7.779 milioni di euro. In termini relativi, questa stima corrisponde allo 0,7% del Pil; nel complesso, il volontariato in termini economici rappresenta il 20% dell’ammontare complessivo delle entrate delle istituzioni non-profit.

Questa Italia che ce la fa, che resiste alla crisi, che in qualche caso se la sta lasciando alle spalle, è quella che si ostina, nonostante le sirene del declino, a fare l’Italia. Che sa innovare senza perdere la propria anima. Che ha capito che nel mondo del XXI secolo, se uno spazio c’è per il nostro Paese è quello della qualità. È l’Italia che scommette sull’attitudine ai prodotti taylor-made, sulle competenze radicate nei territori e mantenute salde con la coesione sociale e la cura del capitale umano. Che presidia la nuova frontiera della qualità ambientale. Che sa dare valore alla propria bellezza (quella dei paesaggi, dell’arte, della cultura, dell’ospitalità, degli stili di vita) intercettando la grande, e crescente, domanda di Italia che viene da ogni angolo del pianeta.

Questa Italia non può più attendere. Va riconosciuta, guardata con attenzione, raccontata con passione. È l’ambizione del rapporto I.T.A.L.I.A. di Symbola, Fondazione Edison e Unioncamere, giunto alla sua seconda edizione: la stessa scelta del nome del nostro Paese, usato come acronimo, segnala già dal titolo la voglia di percorrere le geografie del nuovo made in Italy, dall’Industria al Turismo, dall’Agroalimentare al Localismo e alla sussidiarietà, dall’Innovazione, la tecnologia e l’ambiente all’Arte e la cultura. Numeri e storie di un’Italia che va sostenuta: con un progetto collettivo, una missione in grado di ridare speranza e motivazione alle tante energie depresse. “Non conosciamo mai la nostra altezza – ha scritto Emily Dickinson – finché non siamo chiamati ad alzarci”. A molti talenti italiani la possibilità di alzarsi viene negata. Rimuovere gli ostacoli che ci separano da un futuro degno di questi talenti è la vera priorità per il Paese.

Le modifiche al decreto lavoro

Premessa. Nel merito le proposte di modifica dell’esecutivo al provvedimento “partono dalla riscrittura del preambolo, con il compito di attribuire al decreto funzione di raccordo con il disegno di legge delega, ricordando che tutti i provvedimenti in esso contenuti hanno come obiettivo il contratto a tempo indeterminato a protezione crescente che sarà esaminato nella delega” spiega ancora Bobba.

Sanzioni. Il governo modifica quindi, pur rispettando la validità del principio, la sanzione prevista per le aziende che non rispettino il tetto del 20% per il numero dei contratti a tempo determinato rispetto a quelli a tempo indeterminato. Ora la sanzione non è più l’obbligo dell’assunzione a tempo indeterminato, ma diventa di tipo amministrativo, con una multa pari al 20% dello stipendio del 21esimo contratto a tempo determinato per tutta la sua durata, che sale al 50% per gli ulteriori contratti successivi al 21esimo.

Enti ricerca e 5 dipendenti. Significativa novità riguarda quindi gli istituti pubblici e privati che operano nella ricerca, per i quali il limite del 20% non vale, proprio in ragione della specificità dell’attività svolta. Esclusi dall’obbligo del tetto del 20% anche le aziende con meno di 5 dipendenti.

Apprendisti. Per quanto concerne l’apprendistato, si stabilisce che il 20% degli apprendisti deve essere stabilizzato solo per le aziende con oltre 50 dipendenti (non più come prima con oltre 30 dipendenti).

Stagionali. Sempre per l’apprendistato le proposte del governo prevedono la possibilità del suo utilizzo a tempo determinato per le attività stagionali. Le Regioni devono però aver definito un sistema di alternanza scuola-lavoro e la possibilità dovrà essere prevista nei contratti di lavoro collettivi.

Formazione. Altro punto su cui si era acceso il dibattito politico è quello dell’offerta formativa pubblica: con un ulteriore emendamento, il governo specifica che la Regione dovrà indicare anche “sedi e calendario” e potrà anche avvalersi “delle imprese e delle loro associazioni che si siano dichiarate disponibili”. Infine, spiega sempre Bobba, sarà “responsabilità della Regione comunicare entro 45 giorni” le modalità di svolgimento “e non se ne potrà far carico né esimere l’impresa”.

Regime Transitorio. Un’altra modifica riguarda una riformulazione del regime transitorio per i contratti a termine. Viene specificato che nel periodo fino al 31 dicembre oltre alla “norma nazionale del 20%” varranno anche le regole già scritte nei contratti vigenti. Le imprese devono cioè adeguarsi al tetto del 20%, a meno che non il contratto collettivo applicabile sia più favorevole. Quindi, il datore di lavoro che all’entrata in vigore del decreto abbia in corso rapporti di lavoro a termine superiori al tetto del 20% dovrà rientrare a meno che “un contratto collettivo applicabile nell’azienda disponga un limite-percentuale o un termine più favorevole”. E, infine, viene previsto che il diritto di precedenza per le donne in gravidanza sia prevista nel contratto.

Sconfiggere le paure, alimentare le speranze di Raffaele Morese

A proposito di Europa, mi piace riportare un’esperienza nella quale Nuovi Lavori è stata, sia pure marginalmente, coinvolta. E’ il percorso di studio, ricerca, confronto e sintesi che ha fatto per due anni un gruppo di studenti (16 più 8 tra insegnanti ed esperti) del liceo linguistico “Leopoldo Pirelli” di Roma, assieme ad altrettanti coetanei belgi, spagnoli e tedeschi. Nell’ambito del programma COMENIUS (fratello minore dell’Erasmus) hanno lavorato sulle tematiche del lavoro contemporaneo, utilizzando e producendo vari strumenti di lavoro (tutti rintracciabili sul sito EST, european shared treasure) oltre a partecipare a incontri nei singoli Paesi. Studenti e insegnanti italiani, come gli altri, sono entusiasti dell’esperienza e con loro le famiglie che hanno ospitato nelle proprie case i giovani venuti dagli altri Paesi. Per loro, i confini dell’Europa sono i loro confini. Senza se e senza ma.*

Ma questi giovani non votano il 25 maggio. Votano gli adulti dei 27 Paesi che formano l’Unione, attraversati da paure di vario tipo e speranze altrettanto varie. Le prime sembrano prevalere, anche se, non tanto lontano da noi, in Ucraina, c’è gente che rischia di morire per avere espresso il diritto di scegliere di far parte di questo progetto continentale. Di certo, non sono elezioni come le precedenti. Fino all’ultima, cinque anni fa, l’idea di Europa non era messa in discussione se non da modeste frange politiche, specie in alcuni Paesi come la Francia e l’Italia. Ma il grosso dell’elettorato è sempre andato alle urne per esprimere un’adesione, tra il moderato e l’entusiasta, al rafforzamento dei vincoli europeistici.

Ora la musica è cambiata. L’euro è sotto tiro, dopo anni ed anni di crisi economica. Bruxelles è vista come un luogo che da una spinta, specie per Paesi in maggiori difficoltà, ma per avvicinarli al baratro. L’allargamento a molti Paesi dell’Est non è stato presentato e gestito come un’opportunità per tutti, ma come una convenienza soltanto per essi. Le istituzioni europee non hanno avuto mai parole d’ordine volte allo sviluppo, ma anzi ad un’ossessiva austerità. E’ abbastanza per giustificare quel grande cambiamento di umore che serpeggia in molti popoli dell’Unione. In pochi anni si è consumata buona parte di quel patrimonio di sintonie che accompagnò, dal Trattato di Roma fino all’introduzione dell’euro, il cammino dell’unità degli europei. Ma non per questo, va condiviso l’accumulo di pessimismo.

Non è con le mozioni degli affetti, con enfatizzazioni fuori spartito, con lanci del cuore oltre lo steccato che si possono cancellare le paure e far avanzare le speranze. Né basta dire che uscire dall’euro è una pazzia. Lo è, ma fermarsi a questa affermazione è come dire che “o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra”. La nostra moneta è l’euro, ma una pura gestione monetaristica, nonostante gli sforzi della Banca Centrale Europea guidata da Mario Draghi, non ha dato bella mostra di sé. Né agli occhi dei “benestanti” come i tedeschi, né a quelli dei “malestanti” come gli italiani. Verso i primi, allarmati per i costi, più presunti che effettivi, a loro carico per sostenere la stabilità dell’euro e verso i secondi, tormentati soltanto dalle richieste di fare i “compiti a casa”.

Con queste elezioni, o si volta pagina o l’Europa rischia di sfarinarsi. C’è da sperare che tutte le forze politiche che non giocano allo sfascio puntino, innanzitutto, a realizzare l’unità politica europea senza la quale le politiche economiche non riescono ad avere lo spessore che è necessario in questa fase. E’ ormai evidente che se i singoli Stati hanno l’obbligo morale e politico di mantenere in ordine i propri conti pubblici, l’Unione si deve farsi carico di essere il motore dello sviluppo. Se viene meno questo, anche la sopportabilità sociale del pareggio di bilancio diventa difficile. Un convincimento profondo su questa impostazione rappresenterebbe un punto di riferimento importante per tagliare le unghie al qualunquismo e al nazionalismo striscianti.

E poi c’è la questione del lavoro. Grande cenerentola del dibattito europeo: mai una sessione del Parlamento europeo sull’argomento, mai un serio programma della Commissione, tanto da far rimpiangere i tempi di Delors. La ripresa economica mondiale aiuta a frenare la recessione, ma non a rilanciare l’occupazione. Investimenti e consumi possono avere ritmi ben più sostenuti di quelli previsti, soltanto se la funzione keynesiana degli investimenti europei viene spinta al massimo. Associata ad un deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, potrebbero innestare una marcia in più per l’occupazione, specie giovanile.

In un contesto che assuma questi connotati, non è né azzardato, né utopico ipotizzare che a livello europeo si progettino due nuovi filoni di intervento. Il primo è quello di istituire un Servizio civile obbligatorio di 6 mesi per tutti i giovani diplomati e laureati, preferibilmente da realizzarsi in Paesi diversi da quelli di origine. Per tutti i partecipanti sarebbe un’esperienza indimenticabile. Il secondo è quello di sostenere, con adeguati incentivi, quelle aziende che decidono di diminuire l’orario di lavoro in modo strutturale e non soltanto per far fronte alla congiuntura negativa, favorendo così occupazione aggiuntiva. Una gestione europea di questa misura sarebbe garanzia di serietà e fattibilità.

Infine, c’è la questione fiscale. E’ difficile ipotizzare a breve un sistema fiscale unico per l’Europa. Ma sarebbe almeno auspicabile un rafforzamento delle norme restrittive del “nomadismo” delle aziende e delle loro sedi legali, indotte unicamente da vantaggi fiscali esistenti in questo o quell’altro Paese. Jurger Habermans in un suo recente libro (Nella spirale tecnocratica, La terza 2014) la definisce “offesa alla solidarietà civile”. Ormai lo sanno tutti, il lavoro è locale e il capitale è globale; ma almeno nell’Unione europea va contrastato l’andazzo di avere la testa dell’azienda da una parte e il corpo dall’altro. Prima o poi, il corpo va dove vuole e dice la testa e non viceversa.

Ovviamente ben altre questioni sono in ballo, in queste elezioni. Ma se ci fossero dei punti fermi su materie essenziali per la qualità del benessere dei cittadini, già sarebbe un buon passo in avanti sulla strada della speranza. Non siamo in un vicolo cieco, ma certamente ad un bivio. Il continuismo non attira più; occorrono scelte di rottura con il passato. Di ciò devono farsi portatori i gruppi dirigenti europei, sapendo che saranno valutati soltanto con questo metro. Che, peraltro, è l’unico che può sgonfiare la bolla antieuropeista che è cresciuta in questi anni. E’ l’unico che può consolidare le convinzioni di una generazione, come quella dei giovani del “Leopoldo Pirelli” e dei loro coetanei europei.

Manifesto per un’Europa di progresso

Il mondo è in rapida trasformazione. Società ed economia della conoscenza hanno profondamente ridisegnato equilibri ritenuti consolidati. Aree geografiche depresse hanno conquistato, in tempi storicamente irrisori, potenziali enormi di sviluppo e crescita. Conoscenza, cultura e innovazione rappresentano più che mai il traino decisivo verso il futuro.

All’opposto l’Occidente, e alcuni aspetti del suo modello di sviluppo, sono entrati in una crisi profonda. L’Europa, in particolare, risulta investita da gravissimi e apparentemente irrisolubili problemi: disoccupazione, crisi del tessuto produttivo, riduzione sostanziale del welfare. A pochi anni dalla sua formale consacrazione, con la nascita ufficiale della moneta comune, l’Europa rischia di deflagrare come sogno di una comunità di cittadine e cittadini che avevano ambito ad una nuova Nazione comune: più ampia non solo geograficamente, quanto nello spazio dei diritti, dei valori e delle opportunità. Lo storico americano Walter Laqueur ha parlato della “fine del sogno europeo”.

Le responsabilità sono diverse e distribuite e investono certamente l’eccessiva timidezza nel processo di costituzione politica del soggetto europeo: la responsabilità di presentare questo orizzonte politico, culturale e sociale con le sole fattezze della severità dei “conti in ordine”. L’Europa dei mercanti e dei banchieri, della restrizione e del rigore: una sorta di gendarme che impone limiti spesso insensati, piuttosto che sostegno nell’ampliare prospettive di visuale sugli sviluppi del futuro.

Proprio a causa di ciò, assistiamo, in corrispondenza della crisi, ad un’impressionante crescita di egoismi locali, di particolarismi e di veri e propri nazionalismi.
Fenomeni spesso intenzionalmente organizzati per sfruttare malesseri veri, e reali stati di sofferenza, ma che rischiano di produrre reazioni esattamente opposte a quanto oggi servirebbe alle popolazioni d’Europa.

Come scienziate e scienziati di questo continente – consapevoli che esiste un nesso inscindibile tra scienza e democrazia – sentiamo quindi la necessità di metterci in gioco. Di ribadire che il processo di costruzione degli Stati Uniti d’Europa è la più importante opportunità che ci è concessa dalla Storia. Che società ed economia della conoscenza -essenziali per il processo di reale evoluzione civile, pacifica, economica e culturale- si alimentano di comunità coese e collaborative, di comunicazioni intense e produttive e di uno spirito critico che permei strati sempre più vasti della società.

L’unica risposta possibile alla crisi incombente è allora la costruzione dell’Europa dei popoli, di un’Europa di Progresso! Realizzata sulla base dei principi di libertà, democrazia, conoscenza e solidarietà.

Nutriamo la stessa speranza con cui Albert Einstein e Georg Friedrich Nicolai nel “Manifesto agli Europei” del 1914 richiamarono alla ragione i popoli europei contro la sventura della guerra, e con cui Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi ispirarono l’idea d’Europa nel loro “Manifesto di Ventotene” del 1943. Le stesse idee che ebbero indipendentemente fautori illustri anche in tutti i Paesi d’Europa.
Vogliamo riprendere ed estendere all’Europa lo spirito che nel 1839 portò gli scienziati italiani a organizzare la loro prima riunione e a inaugurare il Risorgimento di una nazione divisa.

(*) Firmato da innumerevoli scienziati,accademici,ricercatori.

Evitiamo il braccio di ferro tra politica e sociale di Raffaele Morese

Man mano che, faticosamente, il lavoro conquista la prima fila nel dibattito politico, ritorna di attualità il conflitto tra primato della politica e primato del sociale. Era dai tempi della scala mobile, dell’inflazione a due cifre, della stagflation che non si assisteva ad una avvisaglia di contrapposizione tra politica e sociale, come quella che si profila. Ma non è un replay di quella fase. Neanche una sua brutta copia. Non ci sono più né un Berlinguer che non accetta di essere scavalcato da un’intesa tra un Governo – specie se a guida Craxi – e i sindacati, né un Carniti e Benvenuto che in nome dell’autonomia, interrompono l’unità con Lama. Non c’è più né il tentativo di realizzare una politica dei redditi concertata, né la scelta di dare un’alternativa al contrattualismo conflittuale, che aveva contrassegnato gli anni 70 e 80 e che tuttora aleggia nelle dinamiche tra le parti sociali.

Oggi, il conflitto che si delinea riguarda soggetti che – ciascuno per il ruolo e la rappresentanza che esprimono – non hanno né la baldanza, né la visione, né il vigore dimostrati trenta anni fa. Il sistema dei partiti e i Governi che si sono succeduti in questo primo scorcio di secolo hanno dimostrato una debolezza propositiva sempre più accentuata, che si è tradotta in decisioni quasi sempre non definitive, spesso tendenti al rinvio, praticamente elusive dell’esigenza di un vero riformismo. A loro volta, le rappresentanze sociali – a partire da quelle degli imprenditori e dei lavoratori e passando da quelle dei consumatori o dei senza casa, da quelle delle donne o degli immigrati – hanno marciato prevalentemente in ordine sparso, hanno privilegiato l’identità d’organizzazione rispetto alla qualità delle rivendicazioni, sono state sopraffatte dalla pesantezza e lunghezza della crisi economica e sociale.

Di conseguenza, si fronteggiano due debolezze storiche e strategiche. La politica, appesantita dall’emergenza, non riesce ad offrire prospettive di medio e lungo periodo; il sociale fa una fatica bestiale ad arginare lo scivolamento verso la tutela del proprio specifico, il lavoro dipendente standard. La globalizzazione fa il resto; marginalizza l’autonomia dei poteri istituzionali e politici e spunta le armi della rappresentanza sociale, dato che il capitale è global e il lavoro è local. E’ in questo contesto che si miscelano esigenze, aspettative, delusioni e soddisfazioni, senza seguire gli itinerari canonici. Renzi parla di imprese e lavoratori, ma pensa a Farinetti e a Cipputi non alle loro rappresentanze e da più peso alle parole dei primi che ai proclami delle seconde. E non è una contraddizione se tra il Presidente del Consiglio e il capo della Fiom sembra esserci dialogo, mentre non ce n’è molto con Camusso e Bonanni. Attiene più alla tattica politica che alle scelte strategiche.

Queste ultime non ancora si vedono e quindi è più facile, meno impegnativa la sintonia con chi è fondamentalmente un “opinionista”, rispetto a chi si presenta in chiave “neocorporativa”. Ma anche l’opinionismo non può concedere al Governo più di quanto il contrattualismo è in grado di offrire. Basta leggere su Repubblica la lettera aperta di Landini del 9/4/2014. Le richieste possono essere più o meno condivisibili, ma è un chiedere senza alcun cenno a dare. Esattamente come Camusso. E così la politica prova a riprendere il primato, finanche in modo arrogante (dice Renzi: ”se il sindacato non ci sta, ce ne faremo una ragione”). Ma, in questo modo, anche se avesse più argomenti a proprio favore, la politica non renderebbe un servizio al Paese. Sia perché cercare la forzatura non è mai salutare, sia perché la costruzione del consenso non è poca cosa rispetto alla bontà, ma anche alla complessità, delle soluzioni che si andranno a proporre.

Politica e sociale si ricompongono in un unico, comune sentire, non giocando a braccio di ferro, ma cercando una visione e un percorso condiviso. E una politica pro labour può affermarsi soltanto se il sindacato si propone come interlocutore credibile dell’aumento della produttività aziendale, che non riguarda né l’intensità del lavoro individuale né le alchimie sulle regole del mercato del lavoro, ma il governo di quel complesso intreccio tra qualità del prodotto, organizzazione per ottenerlo e soddisfazione personale di chi lo realizza. Uno scambio di alto profilo tra destinazione di tutte le risorse pubbliche disponibili ai redditi delle persone e delle famiglie meno abbienti e all’occupazione giovanile e miglioramento delle condizioni di competitività delle aziende, intervenendo sui fattori di freno sia esterni che interni all’azienda; esso rappresenterebbe un grande contributo all’inversione della tendenza deindustrializzante della società italiana.

Si tratta di uno sforzo mai tentato compiutamente nel nostro Paese, mentre in altri è quasi pane quotidiano. Ma mai dire mai. La politica non ha bisogno di affermare una sua egemonia formale. “Sento tutti e decido da solo” non è messaggio rassicurante e forse neanche accattivante. Il sociale, a sua volta, non si fidi dell’ebbrezza del rivendicazionismo. Questo è tempo di progettualità da realizzare e comporta un massiccio impegno per la comprensibilità di quel messaggio “visionario”. Tanto la politica, quanto il sociale devono dare il meglio di sé stessi per favorire un avanzamento a questi tempi così turbolenti ma anche così avvincenti.

È l’offerta che crea la domanda di Raffaele Morese

Per ammissione collettiva e consolidata, si fa poco per dare una prospettiva ai giovani, non potendo dare alla maggior parte di essi, un lavoro dignitoso. C’è un senso di arrendevolezza, di fronte allo spessore della questione, che coinvolge tutti, ma soprattutto le istituzioni. C’è chi si attacca a quello 0,1% di crescita del Pil dell’ultimo trimestre del 2013, più per darsi coraggio che per profondere convinzioni ottimistiche sull’immediato futuro. La perdita di ricchezza di questi ultimi anni è irrecuperabile nel breve periodo e anche se il recupero si dovesse materializzare in una tendenza positiva della produzione di beni e servizi, gli effetti in termini di nuovi posti di lavoro sarebbero ancor più spinti in là, nel tempo.

L’arrendevolezza, però, non può mettere con le spalle al muro un Paese. La sua vitalità – che eppure è diffusa e spessa – oggi vaga nelle nebbie dell’impotenza per deficit di iniziativa delle pubbliche autorità, non per eccesso di prudenza dei singoli individui o delle singole aziende. Certo, questi non sono né ingenui, né sventati. Si guardano intorno e vedono soltanto i segni dell’immobilismo, del rinvio, del rattoppo ma vorrebbero mettere in mostra la loro capacità di agire, di compromettersi, di azzardare finanche. Invece, la fa da protagonista un silenzio ambiguo su cui cercano di speculare politicamente leaders spregiudicati, adagiati sulle loro comode argomentazioni disfattiste e senza costrutto.

Non ce lo possiamo permettere. E se un segnale va dato, deve riguardare i giovani, quelli da riguadagnare alla fiducia per il futuro, alla certezza che il merito paga, alla convinzione che è meglio darsi da fare che bighellonare, alla voglia di progettare e realizzare. Le strade per realizzare questa vera e propria riconversione delle coscienze, per lo più sono impervie e per di più spostate temporalmente troppo in là. Ovviamente, quelle vie devono essere non dico intraprese ma almeno tracciate perché questo è il tempo della semina, senza il quale non si potrà pretendere raccolto. Ed è il tempo giusto per agganciare la ripresa economica internazionale, senza della quale nessuna possibilità di crescita ci sarà data.

Ma anche in questo tormentato momento di affanno, tra le opportunità che si aprono e le resistenze al cambiamento che fanno opposizione, c’è uno strumento che va utilizzato per dialogare con i giovani: il Servizio Civile Nazionale. Il suo periodo d’avviamento è passato. Finalità “patriottiche” e senso educativo sono state collaudate positivamente. La macchina in qualche modo funziona. Ma il tutto va a scartamento ridotto. I giovani coinvolti sono francamente troppo pochi. Con il rischio che l’esperienza non fa tendenza, che una proposta dalle carature solidaristiche resti emarginata, che buona parte dei giovani non sono invogliati a misurarsi con la “res publica”, con il senso concreto del vivere in pace.

Questo è il classico settore dove è l’offerta che forma la domanda. Più c’è proposta, più c’è interesse ad “andare a vedere”. Non vale il contrario. Molti giovani neanche sanno di che si parla. Non c’è ressa per accedere ai bandi. Ma la responsabilità non è dei giovani. E’ l’offerta che è magra e quindi non raggiunge masse consistenti di aventi diritto (si stima che riguardi più di 2 milioni di giovani non occupati). Nel 2010 ci sono state 87.157 domande e 20.701 posti messi a bando. Lo stesso rapporto di 1 a 4 è registrato per il 2011 dall’Ufficio centrale del Servizio Civile. Ora che sotto il profilo qualitativo l’offerta si è posizionata su livelli da tutti ritenuti soddisfacenti, anche se non si hanno monitoraggi particolareggiati, resta aperto il profilo quantitativo.

Per mantenere un’adesione volontaria al Servizio e una partecipazione decisamente più ampia c’è una sola strada: quella di aumentare le risorse disponibili e renderle strutturali. A partire da quest’anno. Il modo per incrementare la disponibilità definita per il 2014 (104 mil di euro) c’è ed è anche prevista dal programma Garanzia Giovani. Il Servizio civile è indicato tra le aree su cui questo piano può intervenire. Se il Governo ritenesse che la scelta di potenziare il Servizio sia prioritaria, potrebbe concordare con le Regioni che una quota consistente dell’ 1,5 miliardo di euro di cui dispone per un biennio il programma Garanzia Giovani vada in quella direzione, come finanziamento aggiuntivo. In questo modo, l’offerta si dilaterebbe e già nel 2014 si potrebbero avere 100.000 volontari in tutt’Italia in attività di solidarietà e di utilità sociale.

Al di là di tante parole, una scelta di questo genere sarebbe un messaggio forte verso i giovani. Non è la promessa di un impegno per la vita, ma è la proposta di una adesione ad un progetto da realizzare. Non si tratterebbe di mera assistenza, ma di un coinvolgimento in ambienti e situazioni che, senza la loro presenza, farebbero più fatica a rientrare nei parametri della coesione sociale. La lacerazione del tessuto sociale del nostro Paese non è ricucibile con la bacchetta magica; ma la realizzazione di tante micro iniziative di solidarietà consentirebbe di affrontare questo gravoso problema con una spirito positivo e innovativo.

Dal disincanto all’unione politica europea di Giorgio Napolitano

1. Le prove più dure nella storia dell’Unione europea

Torno in quest’aula a sette anni di distanza dall’omaggio che volli rendere al Parlamento europeo poco dopo la mia elezione a Presidente della Repubblica italiana. E colgo oggi l’opportunità che mi è stata offerta dal vostro Presidente di rinnovare quell’omaggio, fondandolo su riflessioni scaturite dall’esperienza più recente vissuta da noi tutti.

Nei sette anni trascorsi, la costruzione europea ha dovuto fronteggiare le prove più dure della sua storia.

Si è spesso osservato che fin dagli inizi l’Europa comunitaria si sviluppò attraverso crisi via via insorte e poi superate : ma si trattò essenzialmente di crisi politiche nei rapporti tra Stati membri della Comunità. Mai – come a partire dal 2008 – di crisi strutturali, nella capacità di crescita economica e sociale, nel funzionamento delle istituzioni, nelle basi di consenso tra i cittadini. Mai era stata, di conseguenza, messa in questione, e radicalmente in questione, la prosecuzione del cammino intrapreso. Questo è invece il contesto nel quale ci si avvia alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Ritengo che perciò si debba considerare la situazione che si è venuta a creare, anche se in misura e in forme diverse da paese a paese come un momento della verità, da affrontare fino in fondo e in tutte le sue implicazioni.

E’ del tutto evidente che la principale fonte del disincanto, della sfiducia o del rifiuto verso il disegno europeo e innanzitutto verso l’operato delle istituzioni dell’Unione, risiede nel peggioramento delle condizioni di vita e dello status sociale che ha investito larghi strati della popolazione nella maggior parte dei paesi membri dell’Unione e dell’Eurozona. Il dato emblematico, riassuntivo di tutti gli effetti negativi e traumatici della crisi, è l’aumento della disoccupazione, è l’impennata drammatica della disoccupazione giovanile.

2. Politica di austerità e recessione

Appare dunque naturale che nel dibattito pubblico e nel confronto politico abbia assunto una netta priorità il tema di una svolta capace di condurre a quell’effettivo rilancio della crescita e dell’occupazione da ogni parte considerato indispensabile e auspicato. Si ritiene cioè che non regga più una politica di austerità ad ogni costo. Quest’ultima ha costituito la risposta prevalente alla crisi del debito sovrano nell’area dell’Euro e ha privilegiato drastiche misure per il contenimento del rapporto deficit-PIL, per il riequilibrio, a tappe forzate, della finanza pubblica in ciascun paese dell’area.

E in effetti di fronte alla crisi che aveva messo pesantemente in questione la sostenibilità finanziaria dei paesi dell’Eurozona, non si poteva sfuggire alla necessità di definire e rendere vincolante una disciplina di bilancio rimasta gravemente carente dopo l’introduzione della moneta unica. Voi avete perciò – come Parlamento dell’Unione – giustamente contribuito al varo di importanti pacchetti di misure per stabilire un quadro stringente di sorveglianza e di coordinamento rispetto alle decisioni di bilancio degli Stati membri dell’area Euro.

L’Italia, in particolare, ha compiuto in questi anni rilevanti sforzi e sacrifici, essendo bersaglio di forti pressioni sui mercati finanziari per il livello degli interessi sull’ingente debito pubblico accumulato nei decenni precedenti. E nemmeno il netto miglioramento, sotto questo profilo, raggiunto nel corso del 2013, può spingerci a desistere dall’impegno di progressiva sostanziale riduzione del debito, un pesante fardello che non può essere caricato dalla classe dirigente nazionale sulle spalle delle giovani generazioni.

Ma le conseguenze dei severi interventi di stabilizzazione adottati dall’Unione e ancorati ai parametri di Maastricht, hanno avuto ricadute di innegabile gravità in termini di recessione, di caduta del prodotto lordo e della domanda interna specialmente nei paesi chiamati ai maggiori sacrifici. E ciò nonostante scelte coraggiose compiute dalla BCE per contrastare la speculazione sul mercato dei titoli del debito pubblico e per iniettare liquidità nelle molto provate economie dell’Eurozona.

3. Una svolta per la crescita e l’occupazione

La svolta che oggi si auspica da parte di molti non può perciò certamente andare nel senso dell’irresponsabilità demagogica e del ripiegamento su situazioni di deficit e di debiti eccessivi. Essa deve però riflettere la consapevolezza di un circolo vizioso ormai insorto tra politiche restrittive nel campo della finanza pubblica e arretramento delle economie europee, giunte oggi al bivio tra primi segni di ripresa e rischi, se non di deflazione, di sostanziale stagnazione.

Rompere quello che per diversi aspetti è diventato, appunto, un circolo vizioso – suggerendo a un autorevole studioso, Claus Offe, l’immagine di una “Europa intrappolata” – è ormai essenziale, se si guarda soprattutto alla condizione di un’intera generazione oggi alla deriva. Ad essa anche una ripresa della crescita – se debole e non finalizzata ad obbiettivi specifici per i giovani privi di lavoro – tende ad offrire scarsa e cattiva occupazione.

Occorre infatti, a questo proposito, tener conto delle radicali trasformazioni tecnologiche intervenute e ancora in corso e dell’arduo confronto competitivo con grandi aree economiche extraeuropee; e si deve quindi procedere – dove non lo si è già fatto – a riforme dei sistemi formativi e del mercato del lavoro, investire in conoscenza, ricerca, preparazione della giovane forza lavoro a nuove opportunità e forme di occupazione.

Una crescita sostenuta e qualificata richiede certamente riforme strutturali, ma richiede in pari tempo un rilancio, oltre che di investimenti privati, di ben mirati investimenti pubblici, al servizio di progetti europei e nazionali. A tal fine è necessaria – al di là del riferimento a parametri rigidamente intesi – maggiore attenzione per le effettive condizioni di sostenibilità del debito in ciascun paese e, in relazione a ciò, sufficiente apertura sui modi e sui tempi dell’ulteriore riequilibrio finanziario.

Il Parlamento europeo ha dato utili indicazioni con l’ampia risoluzione approvata il 12 dicembre scorso, ispirata a criteri di rinnovata solidarietà in seno all’Unione e in particolare all’Eurozona.

Dall’Unione Bancaria, avviata già nel giugno 2012 dal Consiglio europeo, a un’adeguata capacità di bilancio dell’Unione fondata su specifiche risorse proprie, a regole forti di coordinamento delle politiche economiche nazionali tali da assicurare una crescente coesione tra le economie degli Stati membri : questi ed altri elementi sono collocati dalla vostra risoluzione nel quadro di un rilancio della strategia di “integrazione differenziata”, con particolare riferimento alla cooperazione rafforzata nel campo delle politiche economiche e sociali. E non manca, nella risoluzione, il richiamo sia alle potenzialità ancora inesplorate dei Trattati vigenti sia alle esigenze, in prospettiva, di modifica dei Trattati stessi.

4. Un cambiamento profondo del modo di essere e di operare dell’Unione Europea

Si va insomma delineando un cambiamento profondo del modo di essere e di operare dell’Unione europea. I cittadini-elettori non sono dinanzi a una scelta fuorviante tra stanca, retorica difesa da una parte di un’Europa che ha mostrato gravi carenze e storture nel cammino della sua integrazione, e dall’altra parte agitazione distruttiva contro l’Euro e contro l’Unione. Si, puramente distruttiva, anche se in nome di un’immaginaria “altra Europa” da far nascere sulle rovine di quella che abbiamo conosciuto. No, i termini della scelta non sono questi.

Infatti, poste di fronte a una drammatica crisi finanziaria, economica e sociale, le istituzioni europee si sono mosse a fatica, fra troppe esitazioni, divergenze e lentezze, ma si sono certamente mosse nel senso della correzione di comportamenti precedentemente tenuti.

Il Presidente Draghi ha negato, in un Convegno del novembre scorso a Berlino, che si possa parlare di “un decennio perduto”. I paesi dell’area dell’Euro sono stati indotti – egli ha detto – ad “usare il secondo decennio di vita dell’Euro per disfare gli errori del primo”. In queste parole non c’è ombra di retorica, ma chiara consapevolezza autocritica.

L’Euro ha rappresentato una innovazione di valore storico. Ma è rimasta per troppi anni monca, priva di complementi essenziali ; il che può essere spiegato solo con anacronistiche chiusure e arroccamenti nazionali in campi che dopo l’introduzione dell’Euro non potevano rimanere presidiati dalla sovranità nazionale.

La gravità della crisi ha travolto molte resistenze e spinto fortemente nella direzione di una maggiore integrazione. Tuttavia, per quel che riguarda il metodo e il quadro giuridico che sono prevalsi, è indubbio che si sia operato in chiave di decisioni intergovernative e di accordi internazionali, fuori del tracciato comunitario. E bisognerà dunque giungere, come chiede il Parlamento e come prevede lo stesso “fiscal compact” a “collocare la governance di un’autentica Unione Economica e Monetaria all’interno del quadro istituzionale dell’Unione”. Perché passa di qui la questione di un deciso rafforzamento della legittimità democratica del processo decisionale in seno all’Unione : questione che si è aggravata nella percezione generale, politica se non tecnica, dell’opinione pubblica, concorrendo al diffondersi tra i cittadini di fenomeni di distacco e diffidenza verso le istituzioni europee.

5. Garantire legittimità democratica con nuovi sviluppi istituzionali e politici nella vita dell’Unione Europea

Voglio dire che – nella crisi di consenso popolare di cui l’Unione europea e il processo di integrazione stanno soffrendo – c’è tutto il peso del malessere economico e sociale che l’Unione non è stata in grado di evitare ; ma c’è anche il peso di una grave carenza politica, in varie forme, sul piano dell’informazione e del coinvolgimento dei cittadini nella formazione degli indirizzi e delle scelte dell’Unione. E il cambiamento da proporre all’elettorato deve dunque andare al di là delle politiche economiche e sociali. Così come al di là di esse deve andare la sfida con le forze che negano e avversano il disegno dell’integrazione europea, nella sua continuità e nel suo necessario e possibile rinnovamento. Una nuova stagione di crescita economica, sostenibile da tutti i punti di vista, è indispensabile per ricreare fiducia ; ma essa non basta per garantire la legittimità democratica del processo d’integrazione, se non è accompagnata da nuovi sviluppi in senso istituzionale e politico nella vita dell’Unione.

Penso che quanti di noi credono nella causa dell’Europa unita, possano prepararsi al confronto elettorale con serenità e con fiducia, come portatori di cambiamento, tanto più se si restituirà al nostro disegno e alla nostra esperienza il loro volto complessivo, tutta intera la loro ricchezza, dopo averne visto in questi anni prevalere una versione riduttiva, economicistica, con pesanti connotati tecnici. Si è attenuata – e va riproposta con forza – la visione di quel che si è costruito in poco più di mezzo secolo : non solo un’area di mercato comune e di cooperazione economica, ma una comunità di valori, e con essa una comunità di diritto complessa e articolata nel segno della libertà e della democrazia. C’è stato un continuo allargarsi di orizzonti del progetto europeo. E si è delineata la prospettiva di una comune visione e capacità d’azione europea nel campo delle relazioni internazionali e della difesa e sicurezza.

Il lievito di questa costruzione senza precedenti è stato il sentimento di una ricchissima cultura comune : sentimento che abbiamo avvertito giorni fa nell’addio dell’Europa a un grande campione dei valori europei, Claudio Abbado.

6. Nulla può farci tornare indietro

Da tutto ciò traggo la conclusione che la costruzione europea ha ormai delle fondamenta talmente profonde, che si è creata un’interconnessione e compenetrazione così radicata tra le nostre società, tra le nostre istituzioni, tra le forze sociali, i cittadini e i giovani dei nostri paesi, che nulla può farci tornare indietro.

C’è dunque vacua propaganda e scarsa credibilità nel discorso di quanti hanno assunto atteggiamenti liquidatori verso quel che abbiamo edificato nei decenni scorsi, dall’Europa dei 6 all’Europa dei 28. Come si può parlare di “fine del sogno europeo”, sostenendo magari che quella fine si potrebbe scongiurarla abbandonando l’Euro per salvare l’Unione? La fattibilità e le conseguenze traumatiche di quell’abbandono vengono considerate da qualcuno con disarmante semplicismo. Né vedo quale dovrebbe essere il luogo e quali i garanti di un così improbabile scambio.

In effetti, nonostante il moltiplicarsi, in questi anni, delle previsioni catastrofiche sull’imminente crollo dell’Euro, le istituzioni dell’Unione e le più avvedute leadership politiche nazionali hanno compreso che per salvaguardare l’intero progetto europeo era essenziale difendere l’Euro. Ma è stato necessario fare i conti con gli errori compiuti, dovuti, a ben vedere, all’affievolirsi della volontà politica comune che aveva reso possibile quel balzo in avanti e che avrebbe dovuto presiedere a tutti i successivi sviluppi della integrazione europea, in uno con i processi dell’unificazione tedesca e dell’allargamento dell’Unione.

7. Vecchie e nuove motivazioni razionali ed emotive del progetto europeo

Se quello che oggi stiamo vivendo e si manifesterà nell’imminente confronto elettorale, è – come ho detto all’inizio – un momento della verità per la causa dell’unità e del futuro dell’Europa, condizione decisiva del successo è una nuova, più forte e decisa, volontà politica comune, capace di trasmettere alle più vaste platee di cittadini le ragioni storiche e le nuove motivazioni del progetto europeo. Trasmetterle razionalmente ed emotivamente: deve trattarsi cioè di un messaggio appassionato, profondamente sentito, come quello consegnatoci da grandi immagini dei passati decenni. Quella, ad esempio, di François Mitterrand ed Helmut Kohl che rendono omaggio, mano nella mano, ai caduti nella terribile battaglia di Verdun durante la prima guerra mondiale.

Si è scritto che quei “due grandi Europei erano impregnati di sentimento tragico della Storia” : di lì il loro europeismo, fino all’accordo sull’unificazione tedesca e sulla moneta unica. Ma di quel sentimento erano “impregnati” tutti i padri fondatori dell’Europa comunitaria, firmatari della Dichiarazione Schuman del maggio 1950, fautori della prospettiva di una Federazione europea.

Non mi ha però mai contagiato il timore che nel passaggio delle responsabilità politiche e di governo a generazioni successive potessero dissolversi l’ispirazione, la consapevolezza, la volontà politica comune europea, culminata nell’unificazione dell’intero continente su basi di pace e di libertà. Tuttavia, che queste non si siano dissolte e possano ritrovare forza in un contesto diverso e nuovo, è ciò di cui si deve ora dare l’estrema prova.

Naturalmente, le motivazioni del progetto europeo sono divenute altre, ed esse possono ben parlare agli europei di questo secolo, agli europei del mondo d’oggi.

Ieri la molla del porre fine ai nazionalismi economici e politici, generatori di conflitti fatali, era una molla potente per conquistare consensi alla causa dell’unità europea. Ebbene, una molla non meno potente può essere oggi quella dello scongiurare il declino del nostro continente, di quel che esso ha rappresentato nella storia. L’Europa nel suo insieme è diventata più piccola rispetto ad altri continenti in termini di peso demografico, di potenza economica, di ruolo negli equilibri mondiali ; ma se saprà unire sempre di più le sue forze, potrà continuare a dare il suo apporto peculiare allo sviluppo storico e all’avvenire della civiltà mondiale.

La missione nuova ed esaltante dell’Europa unita è quella di far vivere, nel flusso di una globalizzazione che potrebbe sommergerci come nazioni europee, la nostra identità storica, il nostro inconfondibile retaggio culturale, il nostro esempio e modello di integrazione sovranazionale, di comunità di diritto, di economia sociale di mercato.

Perché questa missione sia condivisa dai popoli della nostra Unione e possa essere portata avanti con successo, occorre una più forte coesione politica europea, una più convinta e determinata leadership politica europea. Trent’anni fa, esattamente trent’anni fa, qui a Strasburgo – lasciate che lo ricordi – Altiero Spinelli riuscì a far esprimere al Parlamento europeo questa capacità di leadership con il progetto di Trattato che porta il suo nome. L’occasione non fu allora raccolta : ma la sua ispirazione costituzionale ha continuato a vivere e a contare. Anche perché la sua idea di Europa federale non aveva nulla a che fare con lo spauracchio agitato da varie parti di un super-Stato centralizzato. Molta strada dal 1984 ad oggi è stata dunque fatta. Ma restano da vincere ancora dure battaglie politiche, se non contro possibili ritorni di nazionalismi aggressivi, certamente contro persistenti egoismi e meschinità nazionali, contro ristrettezze di vedute, calcoli di convenienza e conservatorismi anacronistici, quotidianamente riscontrabili nelle classi dirigenti nazionali.

8. La “vista lunga” : una politica europea, uno spazio pubblico europeo

Manca oggi – ha di recente notato Helmut Schmidt – “la vista lunga” in troppi leader europei, per insufficiente consapevolezza del declino che minaccia l’Europa. I padri fondatori e costruttori dell’Europa comunitaria non erano solo “impregnati di sentimento tragico della storia”, erano in pari tempo portatori di un’audace e realistica visione del futuro. E questa può darla oggi, ovvero nei prossimi anni, solo una politica che si faccia finalmente europea. Mentre finora in un continente così interconnesso come il nostro, la politica è rimasta nazionale, con i suoi fatali limiti e con le sue diffuse degenerazioni.

Una politica europea, uno spazio pubblico europeo, dei partiti politici europei: che cos’è l’Unione politica di cui si parla, se non si fa vivere su scala europea il confronto politico democratico, la competizione tra le diverse correnti ideali e forze politiche organizzate ? E’ questo un grande salto in avanti da compiere e rispetto al quale molto hanno da dire il Parlamento e i parlamentari europei, in stretto raccordo con i Parlamenti e i parlamentari nazionali, per raggiungere le masse più larghe di cittadini, coinvolgendoli in una più informata e attiva partecipazione politica alla costruzione di un’Europa più unita, più democratica, più efficace.

In questo Parlamento opera già il nucleo originario e vitale dei partiti politici europei. E’ qui che si raccolgono le maggiori sensibilità e competenze su cui poter fondare un messaggio politico per il governo dell’Europa da condividere con i cittadini, al di là del linguaggio in codice e dei complessi tecnicismi delle istituzioni di governo dell’Unione. E’ nelle vostre mani, signor Presidente, signori deputati, per gran parte nelle vostre mani, il compito di far nascere e crescere la dimensione politica dell’integrazione europea, nella nuova fase di sviluppo che per essa si apre.

Una scommessa non un azzardo di Raffaele Morese

Niente di veramente nuovo sul fronte occidentale. Era già scritto nelle cose che, se la Fiat avesse acquisito il 100% del capitale della Chrysler, sarebbe iniziata una nuova storia dell’auto di matrice italiana. La fusione di due aziende della stazza della Fiat (115 anni di storia) e della Chrysler (90 anni) non può che far nascere una identità nuova. Che non riguarda soltanto il nome (non ancora deciso, mentre i marchi resteranno a quanto par di capire), né la sede non formale ma di comando (se la quotazione è a Wall Street, si può dire anche che ci saranno tanti quartier generali quanti presidi continentali avrà la nuova azienda, ma è negli Usa che si deciderà sempre di più), né il management (Marchionne è stato riconfermato per altri 3 anni).

Riguarderà fondamentalmente la qualità deI prodotto che offrirà sul mercato. La Fiat era l’auto che tutti potevano comprare, l’auto popolare. La Chrysler era l’auto della middle class americana. Ora, integrate, andranno sopratutto a caccia dei compratori benestanti di tutto il mondo. Anzi, per le produzioni che verranno fatte negli stabilimenti italiani, il profilo è ancora più raffinato. Ritorna in prima fila l’Alfa Romeo, vera novità della strategia aggressiva dell’ impresa globale, fino alla Maserati da 150.000 euro. La fascia “premium” diventa l’ossatura portante della sesta azienda del mondo. L’assalto al lusso crescente in tutto il mondo è la “scommessa” della coppia Elkann – Marchionne.

Scommessa, non azzardo. Per il semplice motivo che non solo la globalizzazione impone che la gamma bassa di produzione sia largamente acquisita dalle economie emergenti (non a caso sarà appannaggio degli stabilimenti brasiliani), dove i prezzi delle auto possono essere contenuti per tanti motivi ma soprattutto perché i volumi possono essere consistenti dato il livello di benessere da cui quei paesi partono, ma anche perché, nei paesi dalle economie mature, è possibile il mantenimento di standard di vita e di lavoro acquisiti, soltanto a condizione che il valore aggiunto di ciò che si produce sia elevato. Lo si capisce meglio se ci spostiamo a Nord Est, a Pordenone dove l’Unione industriale locale è giunta a proporre una riduzione del 20% dl costo dl lavoro (che include anche la paga) come condizione per tutelare i livelli occupazionali del territorio ed evitare una disastrosa deindustrializzazione, a partire dalla Elettrolux che ha shockato tutti con la richiesta di riduzione del 15% del salario dei lavoratori dei quattro stabilimenti italiani oltre allo stop ai premi, agli scatti d’anzianità, al pagamento delle festività.

Di questa scommessa, componente decisiva, oltre la qualità del prodotto, è l’organizzazione del lavoro, imperniata sul Wcm (World class manufacturing), un sistema di strutturazione degli impianti che supera la catena di montaggio, utilizza piattaforme tecnologiche d’avanguardia, coinvolge direttamente i lavoratori nella definizione ed implementazione del processo produttivo. L’accordo con il Veba Trust (fondo pensionistico e sanitario dei lavoratori del settore auto americano) esplicitamente afferma che “la Uaw assumerà alcuni impegni…..partecipando attivamente alle attività di benchmarking collegate all’implementazione di tali programmi in tutti gli stabilimenti Fiat-Chrysler al fine di garantire valutazioni obiettive della performance e la corretta applicazione dei principi del Wcm e a contribuire attivamente al raggiungimento del piano industriale di lungo termine del Gruppo”.

A questa prospettiva non si potranno sottrarre i lavoratori italiani e i loro sindacati. Quel “tutti gli stabilimenti” lo spiega senza mezzi termini. Non fosse altro, perché il Wcm è costoso, implica grossi investimenti e forte “governabilità” degli impianti. Ma se ce la fanno i lavoratori statunitensi, ce la potranno fare anche quelli italiani. Se rientreranno tutti dalla lunga cassa integrazione che stanno subendo. Il “se” è d’obbligo e forse a metà anno, quando Marchionne presenterà il piano prodotti, ne sapremo di più. Ma il sindacato è chiamato ad una sfida impegnativa e l’unico modo per testare la volontà reale della nuova azienda è quello di prepararsi alla gestione partecipativa di questa nuova stagione dell’industria automobilistica nel nostro Paese.

La partecipazione alle scelte strategiche diventa sempre più stringente. Dal reparto al vertice. Quindi riguarda tutti i protagonisti, a partire dall’azienda Investimenti altamente tecnologici, processi produttivi e commerciali integrati e coinvolgimento delle persone sembrano gli ingredienti decisivi per fare buone macchine e avere buoni salari. Ma la conoscenza e la condivisione diventano le chiavi di volta per massimizzare quegli ingredienti. L’azienda deve fare la sua parte; non basterà più un comunicato per esaurire il confronto e l’informazione. Il sindacato non può stare sulla soglia o addirittura fuori della stanza dei bottoni. Il sindacato americano ne ha fatto il centro della propria strategia di azione e di forza della propria autonomia. Non soffre di subalternità verso i nuovi proprietari. Lo stesso atteggiamento ci si aspetta dal sindacato italiano, anche dalle componenti che finora sono state più riottose a dare senso alla partecipazione. Anche per tutti loro è una scommessa, non un azzardo.

Imprenditoria sociale: evento europeo a Strasburgo

L’economia sociale costituisce un importante pilastro dell’economia europea, pari a circa il 10% del PIL. Oltre 11 milioni di lavoratori, ossia il 4,5% della popolazione attiva dell’UE, lavorano nell’economia sociale. Un’impresa su quattro tra quelle costituite ogni anno è un’impresa sociale, proporzione che sale a un’impresa su tre in Francia, Finlandia e Belgio.
Gli imprenditori sociali mirano a produrre un impatto sulla società e non unicamente a generare profitti per i proprietari e gli azionisti. Ad esempio, offrono posti di lavoro ai gruppi svantaggiati, favorendo la loro inclusione sociale e aumentando la solidarietà nel campo dell’economia ma devono tuttavia affrontare enormi sfide e condizioni di disparità nella concorrenza.
Questo è il motivo per cui il 16 e il 17 gennaio 2014 la Commissione europea, il Comitato economico e sociale europeo (CESE) e la città di Strasburgo hanno organizzato un grande evento interattivo europeo sull’imprenditoria e l’economia sociale. Questo evento di due giorni si è avvalso di un’impostazione basata sulla partecipazione e la collaborazione. I partecipanti stessi hanno scelto i temi da affrontare e identificheranno il cammino da seguire per il settore dell’imprenditoria sociale.
Antonio Tajani, Vicepresidente della Commissione europea e Commissario per l’Industria e l’imprenditoria, ha dichiarato: “Le imprese sociali aiutano l’UE a creare un’economia sociale di mercato altamente competitiva e rappresentano dei motori per la crescita sostenibile. Durante la crisi hanno dimostrato il loro valore dando prova di notevole resilienza. La loro capacità di creazione di posti di lavoro le rende ora più necessarie che mai.”

“Evangelii Gaudium” di Papa Francesco (stralci relativi all’economia)

“ Alcune sfide del mondo attuale”

L’umanità vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi. Si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione. Non possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste. Aumentano alcune patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone, persino nei cosiddetti paesi ricchi. La gioia di vivere frequentemente si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’inequità diventa sempre più evidente. Bisogna lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità. Questo cambiamento epocale è stato causato dai balzi enormi che, per qualità, quantità, velocità e accumulazione, si verificano nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo.

No a un’economia dell’esclusione

Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo.

No alla nuova idolatria del denaro

Una delle cause di questa situazione si trova nella relazione che abbiamo stabilito con il denaro, poiché accettiamo pacificamente il suo predomino su di noi e sulle nostre società. La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo.

Mentre i guadagni di pochi crescono esponen-zialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d’acquisto. A tutto ciò si aggiunge una corruzione ramificata e un’evasione fiscale egoista, che hanno assunto dimensioni mondiali. La brama del potere e dell’avere non conosce limiti. In questo sistema, che tende a fagocitare tutto al fine di accrescere i benefici, qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta.

No a un denaro che governa invece di servire

Dietro questo atteggiamento si nascondono il rifiuto dell’etica e il rifiuto di Dio. All’etica si guarda di solito con un certo disprezzo beffardo. La si considera controproducente, troppo umana, perché relativizza il denaro e il potere. La si avverte come una minaccia, poiché condanna la manipolazione e la degradazione della persona. In definitiva, l’etica rimanda a un Dio che attende una risposta impegnativa, che si pone al di fuori delle categorie del mercato. Per queste, se assolutizzate, Dio è incontrollabile, non manipolabile, persino pericoloso, in quanto chiama l’essere umano alla sua piena realizzazione e all’indipendenza da qualunque tipo di schiavitù. L’etica – un’etica non ideologizzata – consente di creare un equilibrio e un ordine sociale più umano. In tal senso, esorto gli esperti finanziari e i governanti dei vari Paesi a considerare le parole di un saggio dell’antichità: « Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro ».

Una riforma finanziaria che non ignori l’etica richiederebbe un vigoroso cambio di atteggiamento da parte dei dirigenti politici, che esorto ad affrontare questa sfida con determinazione e con lungimiranza, senza ignorare, naturalmente, la specificità di ogni contesto. Il denaro deve servire e non governare! Il Papa ama tutti, ricchi e poveri, ma ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare che i ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli. Vi esorto alla solidarietà disinteressata e ad un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano.

No all’inequità che genera violenza

Oggi da molte parti si reclama maggiore sicurezza. Ma fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice. Come il bene tende a comunicarsi, così il male a cui si acconsente, cioè l’ingiustizia, tende ad espandere la sua forza nociva e a scardinare silenziosamente le basi di qualsiasi sistema politico e sociale, per quanto solido possa apparire. Se ogni azione ha delle conseguenze, un male annidato nelle strutture di una società contiene sempre un potenziale di dissoluzione e di morte. È il male cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste, a partire dal quale non ci si può attendere un futuro migliore. Siamo lontani dalla cosiddetta “fine della storia”, giacché le condizioni di uno sviluppo sostenibile e pacifico non sono ancora adeguatamente impiantate e realizzate.

I meccanismi dell’economia attuale promuovono un’esasperazione del consumo, ma risulta che il consumismo sfrenato, unito all’inequità, danneggia doppiamente il tessuto sociale. In tal modo la disparità sociale genera prima o poi una violenza che la corsa agli armamenti non risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti. Alcuni semplicemente si compiacciono incolpando i poveri e i paesi poveri dei propri mali, con indebite generalizzazioni, e pretendono di trovare la soluzione in una “educazione” che li tranquillizzi e li trasformi in esseri addomesticati e inoffensivi. Questo diventa ancora più irritante se gli esclusi vedono crescere questo cancro sociale che è la corruzione profondamente radicata in molti Paesi – nei governi, nell’imprenditoria e nelle istituzioni – qualunque sia l’ideologia politica dei governanti.”

“Economia e distribuzione delle entrate

La necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere, non solo per una esigenza pragmatica di ottenere risultati e di ordinare la società, ma per guarirla da una malattia che la rende fragile e indegna e che potrà solo portarla a nuove crisi. I piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie. Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’inequità è la radice dei mali sociali.La dignità di ogni persona umana e il bene comune sono questioni che dovrebbero strutturare tutta la politica economica, ma a volte sembrano appendici aggiunte dall’esterno per completare un discorso politico senza prospettive né programmi di vero sviluppo integrale. Quante parole sono diventate scomode per questo sistema! Dà fastidio che si parli di etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia. Altre volte accade che queste parole diventino oggetto di una manipolazione opportunista che le disonora. La comoda indifferenza di fronte a queste questioni svuota la nostra vita e le nostre parole di ogni significato. La vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita; questo gli permette di servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo.

Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate, alla creazione di opportunità di lavoro, a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo. Lungi da me il proporre un populismo irresponsabile, ma l’economia non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi. Chiedo a Dio che cresca il numero di politici capaci di entrare in un autentico dialogo che si orienti efficacemente a sanare le radici profonde e non l’apparenza dei mali del nostro mondo! La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune. Dobbiamo convincerci che la carità « è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici ». Prego il Signore che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri! È indispensabile che i governanti e il potere finanziario alzino lo sguardo e amplino le loro prospettive, che facciano in modo che ci sia un lavoro degno, istruzione e assistenza sanitaria per tutti i cittadini. E perché non ricorrere a Dio affinché ispiri i loro piani? Sono convinto che a partire da un’apertura alla trascendenza potrebbe formarsi una nuova mentalità politica ed economica che aiuterebbe a superare la dicotomia assoluta tra l’economia e il bene comune sociale. L’economia, come indica la stessa parola, dovrebbe essere l’arte di raggiungere un’adeguata amministrazione della casa comune, che è il mondo intero. Ogni azione economica di una certa portata, messa in atto in una parte del pianeta, si ripercuote sul tutto; perciò nessun governo può agire al di fuori di una comune responsabilità. Di fatto, diventa sempre più difficile individuare soluzioni a livello locale per le enormi contraddizioni globali, per cui la politica locale si riempie di problemi da risolvere. Se realmente vogliamo raggiungere una sana economia mondiale, c’è bisogno in questa fase storica di un modo più efficiente di interazione che, fatta salva la sovranità delle nazioni, assicuri il benessere economico di tutti i Paesi e non solo di pochi.

Qualsiasi comunità della Chiesa, nella misura in cui pretenda di stare tranquilla senza occuparsi creativamente e cooperare con efficacia affinché i poveri vivano con dignità e per l’inclusione di tutti, correrà anche il rischio della dissoluzione, benché parli di temi sociali o critichi i governi. Facilmente finirà per essere sommersa dalla mondanità spirituale, dissimulata con pratiche religiose, con riunioni infeconde o con discorsi vuoti.

Se qualcuno si sente offeso dalle mie parole, gli dico che le esprimo con affetto e con la migliore delle intenzioni, lontano da qualunque interesse personale o ideologia politica. La mia parola non è quella di un nemico né di un oppositore. Mi interessa unicamente fare in modo che quelli che sono schiavi di una mentalità individualista, indifferente ed egoista, possano liberarsi da quelle indegne catene e raggiungano uno stile di vita e di pensiero più umano, più nobile, più fecondo, che dia dignità al loro passaggio su questa terra.

Avere cura della fragilità

Gesù, l’evangelizzatore per eccellenza e il Vangelo in persona, si identifica specialmente con i più piccoli (cfr Mt 25,40). Questo ci ricorda che tutti noi cristiani siamo chiamati a prenderci cura dei più fragili della Terra. Ma nel vigente modello “di successo” e “privatistico”, non sembra abbia senso investire affinché quelli che rimangono indietro, i deboli o i meno dotati possano farsi strada nella vita.

È indispensabile prestare attenzione per essere vicini a nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati: i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati, ecc. I migranti mi pongono una particolare sfida perché sono Pastore di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti. Perciò esorto i Paesi ad una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali. Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!

Mi ha sempre addolorato la situazione di coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta di persone. Vorrei che si ascoltasse il grido di Dio che chiede a tutti noi: « Dov’è tuo fratello? » (Gen 4,9). Dov’è il tuo fratello schiavo? Dov’è quello che stai uccidendo ogni giorno nella piccola fabbrica clandestina, nella rete della prostituzione, nei bambini che utilizzi per l’accattonaggio, in quello che deve lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato? Non facciamo finta di niente. Ci sono molte complicità. La domanda è per tutti! Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hanno le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta.

Doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti. Tuttavia, anche tra di loro troviamo continuamente i più ammirevoli gesti di quotidiano eroismo nella difesa e nella cura della fragilità delle loro famiglie.

Tra questi deboli, di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Frequentemente, per ridicolizzare allegramente la difesa che la Chiesa fa delle vite dei nascituri, si fa in modo di presentare la sua posizione come qualcosa di ideologico, oscurantista e conservatore. Eppure questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. È un fine in sé stesso e mai un mezzo per risolvere

altre difficoltà. Se cade questa convinzione, non rimangono solide e permanenti fondamenta per la difesa dei diritti umani, che sarebbero sempre soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno. La sola ragione è sufficiente per riconoscere il valore inviolabile di ogni vita umana, ma se la guardiamo anche a partire dalla fede, « ogni violazione della dignità personale dell’essere umano grida vendetta al cospetto di Dio e si configura come offesa al Creatore dell’uomo ».

Proprio perché è una questione che ha a che fare con la coerenza interna del nostro messaggio sul valore della persona umana, non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a “modernizzazioni”. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana. Però è anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie, particolarmente quando la vita che cresce in loro è sorta come conseguenza di una violenza o in un contesto di estrema povertà. Chi può non capire tali situazioni così dolorose? Ci sono altri esseri fragili e indifesi, che molte volte rimangono alla mercé degli interessi economici o di un uso indiscriminato. Mi riferisco all’insieme della creazione. Come esseri umani non siamo dei meri beneficiari, ma custodi delle altre creature. Mediante la nostra realtà corporea, Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione. Non lasciamo che al nostro passaggio rimangano segni di distruzione e di morte che colpiscono la nostra vita e quella delle future generazioni. In questo senso, faccio proprio il lamento bello e profetico che diversi anni fa hanno espresso i Vescovi delle Filippine: « Un’incredibile varietà d’insetti viveva nella selva ed erano impegnati con ogni sorta di compito proprio […] Gli uccelli volavano nell’aria, le loro brillanti piume e i loro differenti canti aggiungevano colore e melodie al verde dei boschi […] Dio ha voluto questa terra per noi, sue creature speciali, ma non perché potessimo distruggerla e trasformarla in un terreno desertico […] Dopo una sola notte di pioggia, guarda verso i fiumi marron-cioccolato dei tuoi paraggi, e ricorda che si portano via il sangue vivo della terra verso il mare […] Come potranno nuotare i pesci in fogne come il rio Pasig e tanti altri fiumi che abbiamo contaminato? Chi ha trasformato il meraviglioso mondo marino in cimiteri subacquei spogliati di vita e di colore? ».

Piccoli ma forti nell’amore di Dio, come san Francesco d’Assisi, tutti i cristiani siamo chiamati a prenderci cura della fragilità del popolo e del mondo in cui viviamo.