Etica pubblica e morale individuale di Carlo Maria Martini (*)

L’attenzione per i temi dell’etica pubblica è visibilmente lievitata nella stagione più recente della vita civile, e di questo fatto ci si deve compiacere. Sorge tuttavia spontaneo il dubbio: è sufficiente il fatto che di argomenti etici tanto si parli, perché si possa effettivamente incidere sulla qualità del tessuto morale della società contemporanea e soprattutto perché si possa porre rimedio a quella spiccata incertezza morale che sembra affliggere la coscienza personale di ciascuno in questo tempo?

Le molteplici forme della comunicazione pubblica certo concorrono ad accrescere in qualche misura la sensibilità di ciascuno per i problemi della vita comune; esse spesso minacciano però di alimentare una specie di delega delle responsabilità.

La comunicazione pubblica colpisce preferibilmente le responsabilità dei poteri pubblici; ignora invece per lo più il momento della vita personale, le difficoltà e gli interrogativi con i quali essa deve cimentarsi, la coscienza di ciascuno, i modelli di comportamento ai quali più o meno consapevolmente una tale coscienza soggiace.

La tendenziale disattenzione del dibattito pubblico sull’etica per quegli aspetti che più immediatamente riguardano la responsabilità di ciascuno ha motivazioni complesse; cerchiamo qui di illustrarne alcune, che ci sembrano più immediatamente attinenti al campo di interesse della presente rivista.L’accresciuta attenzione pubblica ai temi dell’etica è alimentata anzitutto da concreti problemi di “giustizia” proposti dalle forme dell’esperienza civile in rapido mutamento. Si tratta di problemi di qualità molto diversa tra di loro, che quindi non possono essere ricondotti troppo precisamente a un denominatore comune.

Per illustrare questa profonda differenza, facciamo riferimento, a titolo d’esempio, per un lato ai problemi della bioetica e per l’altro lato ai problemi di quell’«etica degli affari e delle professioni», alla quale è intitolata la presente rivista. I problemi della bioetica sono anzitutto legati alle nuove acquisizioni nel campo delle scienze biologiche, e quindi del potere tecnologico in molti ambiti della pratica medica. Più immediata risonanza hanno avuto le nuove forme della «procreazione assistita» e i problemi obiettivamente posti dal configurarsi di un’esasperata artificiosità dei processi generativi.

La consistenza di tali problemi è tale da riguardare, non solo e subito le “giuste” regole sociali a cui sottoporre tali materie, ma prima ancora la coscienza stessa dell’uomo e della donna candidati a far uso di tali tecniche, e più in generale di ogni uomo e di ogni donna. Il problema di “giustizia” – inteso come problema di etica professionale e quindi di equità nel rapporto tra professione medica e utenza – appare qui soltanto secondo rispetto a una serie di più radicali problemi, per formulare i quali la cultura contemporanea sembra addirittura mancare del linguaggio adatto.

Che cosa vuol dire “generare”? Che cosa fa la differenza tra l’arcana figura del “generare” e l’inquietante figura del “fabbricare” un figlio? Che cosa è “vita” in un’accezione propriamente umana, al di là di ciò che ne sa la biologia? Quali sono le condizioni – “morali” o, addirittura, “religiose” – che si debbono rispettare perché la generazione non risulti un sopruso nei confronti di colui che è messo al mondo? È possibile giungere a un consenso civile, per quanto riguarda la determinazione di tali condizioni, oppure occorre rassegnarsi alla prospettiva che vorrebbe la coscienza “privata” giudice insindacabile in tale materia?

Nonostante oggi si parli molto di «etica pubblica», sembra invece che rimanga stretto il silenzio sulla più antica e misteriosa “morale”: su quei criteri dell’agire, cioè, che garantiscono non semplicemente la “giustizia” nei rapporti sociali, la “giustizia” dell’uomo a fronte della sua stessa coscienza. Quando non si affrontino le sottese questioni “morali”, d’altra parte, sembra che le stesse questioni di «etica pubblica» non possano ricevere altro che soluzioni convenzionali, risultato di un compromesso tra punti di vista diversi e incomparabili e non, invece, di un reale consenso a proposito di ciò che è degno dell’uomo, di ciò che fa buona la vita.

Alla radice del tendenziale silenzio del dibattito pubblico sulle questioni propriamente “morali” stanno ragioni note e meno note. Tra le ragioni note ricordiamo quella costituita dal cosiddetto “pluralismo” che caratterizza la civiltà contemporanea per quanto attiene alle questioni relative al senso ultimo della vita. Tra le ragioni meno note, o comunque meno frequentemente ricordate a livello di dibattito pubblico, sono invece quelle connesse al distacco sistematico che, nelle forme della vita civile contemporanea, sembra tendenzialmente stabilirsi tra coscienza individuale e scambio sociale.

È certo riconosciuto da tutti che anche la vita sociale ha bisogno di criteri di carattere “etico”: essi sono di solito cercati in “valori” molto formali – libertà, giustizia, rispetto dei diritti dell’uomo e così via – sui quali sembra facile il consenso di tutti. Il prezzo che si deve pagare per il carattere troppo formale di quei “valori” sui quali tutti consentono è però questo, che essi non bastano a suggerire univoche ragioni di soluzione dei nuovi problemi che oggi si pongono, ad esempio quelli appunto proposti dalla bioetica.

Sembra giustificato questo dubbio: il consenso sui “valori” da tutti declamati è consenso effettivo o solo nominale? Per dare univocità a quei “valori” non è forse necessario che si apra un confronto pubblico su quei problemi morali, che la coscienza del singolo inevitabilmente conosce, e sui quali invece le voci pubbliche sembrano per lo più preferire sia tenuto il silenzio?

Mi chiedo se i contrasti spesso rilevati, e spesso anche deprecati, tra «etica laica» e «morale cattolica» non siano da ricondurre per una parte cospicua esattamente a questo equivoco: la Chiesa si occupa anzitutto di questioni morali, e non di questioni di etica pubblica; essa afferma inoltre che l’attenzione ai profili propriamente morali delle diverse questioni è comunque imprescindibile anche in ordine alla soluzione delle questioni di carattere giuridico. Questo per altro non comporta una conclusione così semplicistica, quale sarebbe quella che intendesse proporre senz’altro la dottrina morale cattolica quale modello a cui conformare la legge civile; mentre proprio questo è il sospetto che viene facilmente nutrito nei confronti della Chiesa e rispettivamente nei confronti delle diverse espressioni del cattolicesimo a livello civile..

Alle difficoltà oggettive di un’intesa tra “laici” e “cattolici” su questioni tanto complesse si aggiungono certo molte difficoltà che invece nascono soltanto da quella inclinazione facile della comunicazione pubblica a far uso di formule stereotipe, che mirano assai più a colpire che ad argomentare. Un’intesa, e prima ancora un confronto più “razionale” e meno emotivo tra “laici” e “cattolici” sulla complessa materia della distinzione e insieme della correlazione tra diritto e morale, sarebbe favorito dal riconoscimento esplicito anche da parte della cosiddetta cultura “laica” della consistenza specifica del problema morale, e quindi dal riconoscimento comune del rilievo che tale problema obiettivamente assume anche sotto il profilo del giudizio sui fatti di civiltà.

La coscienza morale individuale, infatti, non è un fatto puramente “privato”; essa per un lato è obiettivamente plasmata anche a partire dalle condizioni civili della vita; e d’altra parte la buona qualità della vita comune non può essere adeguatamente garantita a opera esclusiva delle “regole” del diritto o della proclamazione pubblica dei massimi “valori”, dipende invece anche e non marginalmente dalla qualità del costume a livello di comportamenti personali.

 Le questioni sollevate dall’«etica degli affari e delle professioni» sembrano, in prima battuta almeno, meno radicali, e di carattere più squisitamente civile. Così come di fatto nascono, in ambito anglosassone, esse sembrano connesse a un originario interesse “utilitaristico” – per quanto del tutto legittimo, e alla fine corrispondente allo stesso interesse sociale – piuttosto che a un interesse propriamente morale.

L’affermarsi delle mille nuove professioni, la sempre più esasperata frammentazione delle competenze specialistiche, la conseguente opacità dei criteri in base ai quali apprezzare la reale consistenza di proclamate “competenze”, gli accresciuti ritmi di obsolescenza delle stesse, tutto questo minaccia di creare un diffuso clima di incertezza. Tale clima d’altra parte sembra incoraggiare strategie di comportamento “selvagge”, che puntano assai più sulla immagine e sul potere di seduzione che sulla qualità obiettiva e accertabile delle competenze in questione.

Una tale dinamica appare obiettivamente perversa, e tale da compromettere alla lunga la stessa immagine complessiva dei singoli corpi professionali. Di qui l’esigenza diffusamente avvertita di procedere a una ridefinizione delle «regole del gioco», capaci di offrire garanzie di trasparenza all’esercizio della professione o rispettivamente dell’attività di impresa. E tuttavia, l’effettiva realizzazione di questi obiettivi non sembra possibile mediante la semplice statuizione di “regole” convenzionali certe; comporta invece che si persegua il più ambizioso obiettivo di un “costume” sufficientemente univoco e consensuale.

 Come definire la differenza tra un vero e proprio “costume” e semplici “regole” materiali di comportamento? Le “regole” hanno di necessità carattere casistico, sono quindi sempre molto analitiche, e anche mai sufficienti a prevedere tutto; sono inoltre difficilmente controllabili, specie da parte dei non addetti ai lavori. Rischiano quindi di fatto di non riuscire a correggere quella cattiva dinamica per la quale la preoccupazione etica è intesa più come cura dell’immagine pubblica, che come effettiva cura della buona qualità obiettiva del servizio che le singole professioni offrono al bene comune della società.

La promozione di un “costume”, per converso, esige appunto che la riflessione dei singoli corpi professionali proceda oltre: dalla semplice statuizione di regole analitiche a cui attenersi nell’esercizio della professione, passi a considerare gli “stili” complessivi di comportamenti, e tenti quindi anche una valutazione consensuale di tali “stili” per riferimento ai parametri di bene e di male almeno virtualmente propri della società nel suo complesso.

 

L’operazione comporta dunque che sia resa operante una riflessione proporzionalmente esplicita sulle ragioni per le quali l’opera delle singole professioni può e deve essere riconosciuta come concorrente al bene comune.Una tale riflessione non potrà prodursi ovviamente nell’ambito esclusivo della “corporazione” professionale; dovrà invece mettersi a confronto con l’opinione pubblica tutta; dovrà curare la comunicazione con tale opinione pubblica; potrà in tal modo anche concorrere a un’obiettiva promozione della stessa.

Lo sviluppo di un’etica professionale a tali condizioni appare capace di divenire, pro parte sua, momento di quell’etica politica, di cui lamentavamo all’inizio il difetto: un’etica che non si limita a denunciare le responsabilità dei poteri pubblici, si preoccupa invece di determinare il contributo che al bene comune può e deve venire dai comportamenti personali di ciascuno. Non solo, ma un’etica professionale di tal genere potrebbe da vicino contribuire allo sviluppo della stessa coscienza “morale” del professionista; di quella coscienza cioè che esige da lui, non solo di non ledere i diritti degli altri, ma di vivere il proprio impegno professionale come momento di quel disegno più profondo della vita, che consiste appunto nello spendere se stessi per il bene di molti.

Anche nel caso dell’attività professionale infatti accade oggi spesso che il singolo sia inquietato, non solo dalle eventuali “ingiustizie” subite, ma dal difetto di motivazione ideale per il proprio impegno; detto altrimenti, dal difetto di una trasparente e convincente “giustificazione” morale – e non di carattere semplicemente economico o di immagine – per un momento della propria vita che certo è tutt’altro che marginale.

 

 

Questo testo venne pubblicato nel 1992 nel periodico «Etica degli affari e delle professioni» (n. 1, pagg. 12-14 edito dal Sole 24 Ore a cura di Armando Massarenti).

 

Quattro condizioni per rimanere paese industriale di Raffaele Morese

Con la produzione industriale a -7,3% luglio 2012 su luglio 2011 e con quattro trimestri consecutivi di congiuntura negativa, soltanto uno spensierato non si porrebbe la questione del mantenimento nel tempo del nostro patrimonio manifatturiero. D’altra parte, la lista delle aziende in crisi diventa sempre più lunga e quelle di testa, le “eccellenti”, sempre più inquietanti. Sebbene le motivazioni siano differenti, impressiona vedere Fiat, Ilva, Finmeccanica, Alcoa, Carbosulcis (tanto per citare le più esposte alla deflagrazione economica e sociale) alle prese con problemi strutturali di produzione e di occupazione. Ed impressiona ancora di più il vuoto di politica industriale che aleggia su queste crisi, posto che tutti sono consapevoli che non si possono risolvere con i pannicelli caldi della CIG e dell’attesa di tempi migliori. Come, infine, impressiona l’assottigliarsi dei margini tra questione vertenziale e questione di ordine pubblico, anche come conseguenza della difficoltà ad individuare risposte convincenti sia i lavoratori interessati che le popolazioni coinvolte.

Ha detto Prodi a Cernobbio: “Troppo a lungo si è parlato solo di finanza, ma è nella manifattura il cuore dell’economia europea. Oggi è prioritario difendere e rilanciare il nostro sistema produttivo”. E ancora: “L’Europa sta sottovalutando che c’è un sistema Asia ormai più grande del sistema manifatturiero europeo e un sistema America che è più veloce di prima…. L’Europa non può andare avanti con una parte che si specializza, innova, cresce rapidamente e un’altra che arretra o va a rilento” (R. Prodi, L’Europa punti sulla manifattura, Il Sole 24 ore, 09/09/2012). Questioni di uno spessore gigantesco ed inedito, che si trasferiscono immediatamente sul sistema italiano che, se vuole rimanere la seconda potenza industriale europea, deve recuperare velocemente anni di incuria culturale, di ubriacatura sul post-industriale, di affidamento allo spontaneismo del mercato. Con soluzioni che siano all’altezza del cambiamento in atto, globalizzazione e europeizzazione in primo luogo.

La strada maestra non è certo quella del rigore. Lo ha ammesso anche Monti. Ormai è chiaro: il rigore senza crescita, non solo ci impoverisce ma condanna al ridimensionamento  drastico il nostro potenziale industriale. Né ci consola che le esportazioni continuano a tirare. L’Istat ha documentato recentemente che nell’ultimo anno, da luglio 2011 a giugno 2012, la domanda interna  ha contribuito a far diminuire il Pil di 4,3 punti, controbilanciati da 2,9 punti positivi derivati dalla domanda estera. La performance non è di piccolo conto, dato che la congiuntura mondiale non è affatto sostenuta. Ma l’export non può assolutamente sostituirsi alla ripresa della domanda interna. Questa è la prima condizione per tutelare la manifattura in Italia.

La seconda è quella di spostare investimenti e occupazione nei settori ad alto valore aggiunto, innovativi e sostenibili. L’elenco si può anche fare (carburanti di seconda generazione e derivati chimici e plastici, biomedicale, energie rinnovabili, macchine meccaniche complesse, meccanotronica, domotica, illuminotecnica, alimentazione di qualità, filiera della moda, risanamento del territorio, gestione delle acque, ecc.), ma ciò che conta è che ci siano soggetti, strumenti, politiche che rendano praticabili scelte significative in questi campi. Soltanto così, sarà possibile dirottare risorse ed energie da situazioni e produzioni senza ragionevole futuro e che rischiano di rimanere in piedi solo perché assistite fino alla prossima crisi. Soltanto così, un numero sempre maggiore di medie e piccole imprese possono essere rimesse in corsa nella conquista dei mercati, assicurando loro le reti necessarie e le sinergie indispensabili per mantenerle radicate nel territorio e nello stesso tempo allungare la gittata del loro “fascino” verso clienti sempre più lontani. In altri termini, per usare una definizione di Aldo Bonomi, bisogna ragionare di un “ReMade in Italy”.

La terza condizione è che non si perdano per strada i “pivot” del sistema industriale. Non possiamo diventare un Paese di medie e piccole imprese, anche se dinamiche  e creative. Abbiamo già ridimensionato alcune realtà che avevano una dimensione europea, nel passato. Olivetti, per citarne una. Non si può rinunciare a Fiat e Ilva, sia come aziende che come settori in cui intervengono. Verso l’una e l’altra, non basta l’invettiva e la rabbia per come si sono comportate nei confronti dei dipendenti, delle popolazioni, dell’opinione pubblica, delle istituzioni. Gli atteggiamenti manageriali e della proprietà devono essere corretti prendendo iniziative che puntino alla salvaguardia di quelle realtà. Ma bisogna avere idee, proposte, capacità di impegno. E se managers e proprietari dichiarano impotenza, lo Stato non deve sostituirsi ma compartecipare al superamento delle difficoltà che si frappongono alla competitività e alle compatibilità ambientali. Obama l’ha fatto con successo.

L’ultima condizione attiene alla irrisolta questione della produttività, per la quale è in corso un confronto tra Governo e parti sociali. Al netto della discussione su fattori esterni di produttività come la giustizia, la corruzione, la burocrazia, le infrastrutture materiali ed immateriali, la ricerca e la formazione, rimane centrale l’individuazione delle condizioni per far avanzare la produttività del lavoro, nel tempo. Siamo molto indietro, su questo piano. Il recente Rapporto del CNEL sul mercato del lavoro è ricco di informazioni al riguardo. Molti evocano il modello tedesco di cogestione dei problemi del lavoro. Ma nessuno mette in evidenza che quel modello funziona perché gli attori lo gestiscono con molta flessibilità. Se c’è da saltare una tornata contrattuale, sia nazionale che aziendale, si salta consensualmente. Se c’è da ridurre l’orario e il salario per assicurare la tenuta dell’occupazione, si fa consensualmente. A crisi superata, si riprende a far crescere salari e occupazione, consensualmente. Noi non siamo ancora capaci di tanto. Al dunque, meglio l’assistenzialismo che la contrattazione in deroga, meglio le mani libere che l’assunzione di responsabilità . Ma globalizzazione ed europeizzazione stanno inficiando quest’abitudine. Aziende innovate ed efficienti hanno bisogno di flessibilità nelle relazioni sindacali, fermo restando i modelli contrattuali e le tutele definiti dalle leggi e dalle intese tra le parti. Prima si fa questo salto di qualità e prima si rafforzerà la nostra potenzialità industriale.     

Concorrenza – Aiuti di Stato

Aiuti “de minimis”. La Commissione europea ha indetto una consultazione pubblica, aperta fino al 18 ottobre 2012, per la revisione del regolamento sugli aiuti di minima entità (cd. “de minimis” N. 1998/2006). Il regolamento, infatti, relativo all’applicazione degli articoli 87 e 88 del trattato – ora articoli 107 e 108 del TFUE – agli aiuti d’importanza minore, si applica dal 1° gennaio 2007 e scade il 31 dicembre 2013. La revisione del regolamento “de minimis” fa parte del pacchetto sulla modernizzazione degli aiuti di Stato, adottato dalla Commissione con la comunicazione dell’8 maggio 2012, che accende il dibattito politico sulla modernizzazione del controllo sugli aiuti di Stato e ne definisce il quadro. Il questionario riguarda non solo domande di carattere generale relative all’applicazione del regolamento “de minimis”, ma anche informazioni fattuali relative al suo uso e a determinati aspetti pratici, compreso il controllo. La Commissione invita inoltre le parti interessate a fornire ulteriori informazioni rilevanti anche se non direttamente correlate alle domande del questionario (in particolare, altri documenti, relazioni, studi o fonti di dati pertinenti).

http://ec.europa.eu/competition/consultations/2012_de_minimis/index_it.html

Aiuti di Stato destinati a favorire l’accesso delle PMI al capitale di rischio: consultazione. La Commissione europea ha indetto una consultazione pubblica per raccogliere il parere delle parti interessate sugli aiuti di Stato destinati a favorire l’accesso delle PMI al capitale di rischio. In particolare, gli Stati membri e i soggetti interessati sono invitati ad esprimere le loro osservazioni sull’applicazione degli orientamenti comunitari sugli aiuti di Stato destinati a promuovere gli investimenti in capitale di rischio nelle PMI, d’applicazione dal 18 agosto 2006. Alcune disposizioni degli orientamenti sono state successivamente integrate nel regolamento (CE) n. 800/2008 della Commissione, del 6 agosto 2008, che dichiara alcune categorie di aiuti compatibili con il mercato comune in applicazione degli articoli 87 e 88 del trattato (regolamento generale di esenzione per categoria). Sia il presente regolamento – in vigore dal 29 agosto 2008 – che gli orientamenti comunitari del 2006, scadono il 31 dicembre 2013. La Commissione invita pertanto gli Stati membri e le parti interessate a contribuire alla revisione degli orientamenti sul capitale di rischio. La consultazione è aperta fino al 5 ottobre 2012.

http://ec.europa.eu/competition/consultations/2012_risk_capital/index_en.html

Aiuti di Stato: consultazione. L’8 maggio 2012, la Commissione ha adottato la comunicazione – “Modernizzazione degli aiuti di Stato dell’UE” – , lanciando ufficialmente una vasta riforma della disciplina degli aiuti di Stato. L’obiettivo della riforma è garantire che la politica degli aiuti di Stato contribuisca sia alla realizzazione dell’Agenda Europa 2020, che è la strategia di crescita in Europa per questo decennio, sia al consolidamento di bilancio. La prevista revisione del regolamento (CE) N. 659/1999 del 22 marzo 1999, recante modalità di procedura per i casi di aiuti di Stato (“il regolamento di procedura”), è uno degli elementi costitutivi del pacchetto di modernizzazione degli aiuti di Stato. Secondo la Commissione europea, la riforma del regolamento di procedura dovrebbe in primo luogo consentire alla Commissione di prendere decisioni più velocemente, ma aiuterà anche la Commissione a concentrarsi sui casi di maggiore impatto a livello UE. La consultazione si prefigge pertanto lo scopo di conoscere il parere degli Stati membri e delle parti interessate su due aspetti procedurali della disciplina degli aiuti di Stato, che devono essere rivalutati: migliorare la gestione delle denunce e assicurare che la Commissione ottenga informazioni complete e corrette nelle indagini sugli aiuti di Stato, attraverso i metodi da essa utilizzati per raccoglierle. La consultazione scade il 5 ottobre 2012.

http://ec.europa.eu/competition/consultations/2012_state_aid_reform_procedures/index_en.html

Neutralità della rete: consultazione

La Commissione europea ha lanciato una consultazione pubblica sulla preservazione di un internet aperto (neutralità del net), ossia trasparenza, modalità di cambiamento dell’operatore e alcuni aspetti della gestione del traffico internet. La consultazione si chiude il 15 ottobre 2012.

http://ec.europa.eu/information_society/digital-agenda/actions/oit- consultation/index_en.htm

Le migrazioni dopo la primavera araba

Il centro sulle politiche migratorie dell’Istituto universitario europeo di Firenze ha pubblicato, nel luglio scorso, uno studio intitolato “Migration after the Arab Spring”. P. Fargues e C. Fandrich, gli autori, traggono le conclusioni che la Primavera araba non ha accelerato la migrazione verso l’Europa. Negli Stati arabi, il dibattito migratorio è stato, in effetti, oscurato dai movimenti sociali e politici mentre, nell’Ue, l’enfasi è stata messa sull’opportunità unica che rappresentavano i cambiamenti, in termini di democrazia. Gli Stati membri Ue hanno riconosciuto le aspirazioni della gioventù araba e hanno quindi aperto maggiormente le opportunità per le borse di scambio Erasmus Mundus. Secondo gli autori, tali evoluzioni rimangono comunque subordinate a quelle dei nuovi regimi in corso di insediamento.

http://www.migrationpolicycentre.eu/docs/MPC%202012%20EN%2009.pdf

Comitati aziendali europei (CAE)

Pubblicato il Decreto Legislativo n.113/2012 relativo alla nuova disciplina dei CAE

È stato pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 174, del 27 luglio 2012, il Decreto Legislativo 22 giugno 2012, n. 113, che recepisce, nell’ordinamento italiano, la direttiva 2009/38/CE relativa all’istituzione di un Comitato Aziendale Europeo (CAE) o di una procedura per l’informazione e la consultazione dei lavoratori nelle imprese e nei gruppi di imprese di dimensioni comunitarie. 

Il CAE ha il compito di garantire che i lavoratori delle imprese o dei gruppi di imprese, che operano in più stati membri, siano adeguatamente informati e consultati su “questioni transnazionali”. 

Ai fini dell’applicazione del decreto, si intende:

per impresa di dimensioni comunitarie un’impresa che impiega almeno 1.000 lavoratori negli Stati membri e almeno 150 lavoratori per Stato membro in almeno due Stati membri;

gruppo di imprese, un gruppo costituito da una impresa controllante e dalle imprese da questa controllate;

gruppo di imprese di dimensioni comunitarie, un gruppo di imprese che soddisfa le condizioni seguenti:

il gruppo impiega almeno 1.000 lavoratori negli Stati membri;
almeno due imprese del gruppo si trovano in Stati membri diversi;
almeno un’impresa del gruppo impiega non meno di 150 lavoratori in uno Stato membro e almeno un’altra impresa del gruppo impiega non meno di 150 lavoratori in un altro Stato membro. 
Sono considerate “questioni trasnazionali” quelle che riguardano l’impresa di dimensioni comunitarie nel suo complesso o almeno due imprese o stabilimenti dell’impresa o del gruppo situati in due Stati membri diversi. 

Il decreto legislativo è stato emanato sulla base dell’avviso comune sottoscritto il 12 aprile 2011 tra Confcommercio, Confindustria, ANIA, ABI e CGIL, CISL, UIL.

La scelta dell’impresa: come può la Francia ispirarsi alla Germania….

Segnaliamo la pubblicazione in Francia di uno studio dal titolo: “La scelta dell’impresa: come la Francia può ispirarsi dalla Germania”. Lo studio paragona i modelli economici francese e tedesco, l’autore – Alain Fabre – spiega che la principale differenza tra i due paesi, all’origine del loro scarto di competitività e di performance, è il posto concesso all’impresa. In effetti, mentre in Germania, le imprese hanno un ruolo chiave, in Francia, è il ruolo dello Stato che prevale. La nota di Fabre lancia quindi un appello per fare dell’impresa la “chiave” della strategia economica francese e per rafforzare la struttura finanziaria delle imprese ed incoraggiare l’investimento e l’innovazione.

http://www.institut- entreprise.fr/fileadmin/Docs_PDF/travaux_reflexions/Notes_de_Institut/France_Allemagne_web.pdf

Dall’Europa: licenziamenti collettivi….

La Commissione europea ha chiesto all’Italia di porre fine all’esclusione dei dirigenti dalle garanzie procedurali relative all’informazione e alla consultazione dei lavoratori sul luogo di lavoro previste dalla legislazione Ue. La direttiva sui licenziamenti collettivi armonizza le norme applicabili alla procedura e alle modalità pratiche dei licenziamenti collettivi a livello Ue, in modo da garantire una protezione comparabile dei diritti dei lavoratori in tutti gli Stati membri. La legislazione italiana, come applicata dai tribunali, esclude attualmente i dirigenti dall’ambito di applicazione della procedura di mobilità, privando questa categoria di lavoratori della protezione garantita da tale procedura.

http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31998L0059:IT:NOT

http://ec.europa.eu/eu_law/infringements/infringements_it.htm

Il calabrone non potrebbe volare, ma lo fa

Sale l’angoscia di futuro. Per le famiglie e per la gente comune, se l’andamento dello spread, la bomba ad orologeria dei derivati, la perversione degli speculatori di Wall Street sono minacce serie ma lontane, non lo sono la perdita del lavoro, le riduzioni di reddito, l’innalzamento dell’inflazione. Sono misuratori ormai domestici, con i quali fanno i conti tutti i giorni. L’incertezza è dominante, quasi paralizzante. La politica mostra sia limiti d’impotenza reattiva, verso l’aggressività della finanza e sia una incapacità di pensare in grande. Che non vuol dire fare fughe in avanti, ma convinzione che non saranno mai i pannicelli caldi a tirarci fuori dai guai di questa crisi.

Una cosa è certa; dobbiamo farcela ad uscire dalla morsa della recessione. E lo dobbiamo fare soprattutto con le nostre forze. Non ci sarà un angelo benefattore che ci toglierà le castagne dal fuoco. Molti sostengono che c’è poco da fare; “ci deve salvare l’Europa”. A parte il fatto che, visto l’attuale stato dell’Unione, una frase del genere è equivalente a “spera in Dio” (esigenza irrinunciabile, almeno per chi crede), ma non è affatto condivisibile. L’Europa deve fare la sua parte e possibilmente rilanciandosi come prospettiva istituzionalmente unitaria, perché soltanto così si potranno avere gli eurobond per la crescita, una flessibilità nella gestione del fiscal compact, finanche una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali. Ma è in Italia, che va ricostruita la fiducia verso il futuro.
Ancora una volta, la questione non è là (in Europa); il “laismo” è una malattia che prende chi non ha voglia di decidere del proprio destino, che inquina il linguaggio di classi dirigenti infiacchite, che impedisce di osare. Questa malattia si isola e si guarisce soltanto se gli italiani decidono di non delegare, se si ridà fiato al policentrismo culturale, economico e sociale di questo Paese, se si investe sulla serietà della gente, sul merito come criterio di valutazione, sulla solidarietà in quanto valore di coesione. Tutto concorre a credere che ciò sia, se non impossibile, almeno improbabile. Può darsi, ma il problema non si sposta di una virgola.  Per cui, nonostante le difficoltà, bisogna battere questa strada di irrobustimento delle speranze.
La cultura, l’educazione, la formazione, in tutte le loro sfaccettature ed espressioni, sono uno dei pilastri fondamentali su cui puntare per dare senso alla fiducia. Bisogna andare in contro tendenza, perché al di là delle restrizioni di ogni tipo che hanno subito tutte le strutture che ad esse si dedicano, è l’idea stessa del sapere che è stata svalutata in questi anni. Meglio essere informati sui gossip che sull’informatica; meglio partecipare a X Factor che studiare musica; meglio indebitarsi per le vacanze esotiche che per andare all’università. Anni di spensieratezza, di illusione che si potesse guadagnare con facilità e senza sudare, di primato dell’apparire su quello dell’essere. La crisi ha spazzato via queste false credenze e sta facendo pulizia anche dei suoi profeti. La sua durezza ha agevolato la risalita del valore del sapere. Ora si tratta di agire con coerenza per imporre una vera e propria economia dell’educazione.
“Educare, educare, educare” suggerì  Kim Mortensen, Presidente della Commissione Lavoro del Parlamento danese nel lontano 2006, al primo convegno organizzato dall’Associazione Nuovi Lavori (cfr. Il “nuovo” nel mercato del lavoro, ed. Sapere 2000, 22006). Questo era il fondamento della flexsecurity della Danimarca e questo rimane, anche per l’Italia, la possibilità concreta per attrezzare il futuro del lavoro. E per farlo bene occorrono tre scelte. La prima è quella di smetterla di tagliare linearmente la spesa pubblica nei campi del sapere. Razionalizzare sempre; contrarre mai. Questa dovrebbe essere la scelta per il futuro. Darebbe fiducia a chi opera nelle strutture pubbliche ma anche a chi agisce in quelle private, porterebbe un po’ di certezze nelle famiglie, assicurerebbe ai giovani e ai lavoratori una sponda di maggiore sicurezza per vivere di lavori.
La seconda, conoscere sempre meglio le tendenze del mercato del lavoro. Nonostante vi siano molti sensori in campo, più o meno accreditati, lo “spannometro” è l’indicatore più gettonato. Così capita che per un certo periodo di tempo sono di moda le professioni legate all’ICT per essere sostituite poi da quelle manuali; in una fase si sollecitano le iscrizioni alle facoltà scientifiche e poi si passa a quelle umanistiche, più per valutazioni superficiali che basate su elementi concreti. Questo vuoto di conoscenza non lo può coprire soltanto il pubblico. Una “borsa lavori” affidabile per il presente e per il futuro la può assicurare soprattutto una seria collaborazione tra Governo e parti sociali.
La terza scelta riguarda chi lavora già. Il “life long learning” deve essere implementato e divenire parte integrante di tutte le agende delle imprese. Anzi, bisogna ritornare un po’ allo spirito delle 150 ore, per cui ogni lavoratore nell’arco della propria vita lavorativa può accumulare un pacchetto di ore spendibile in educazione, secondo le proprie esigenze. Inoltre, l’esperienza dei Fondi interprofessionali dimostra che, anche nella crisi, le imprese hanno utilizzato lo strumento formativo, spesso in chiave conservativa, ma anche con punte di innovatività che dimostrano la validità dell’investimento nel sapere dei lavoratori. Ogni tentativo di ridimensionare il ruolo dei Fondi interprofessionali in chiave assistenziale va combattuto. Essi devono, anzi, essere sempre più spinti ad accrescere gli standards professionali.
L’Italia da la sensazione di non farcela, ma non è così. Ha soltanto l’esigenza di liberarsi degli intoppi che le impediscono di essere un calabrone. Per questo, soltanto guardando in avanti e non facendosi spaventare dalle difficoltà, potranno essere divelti, di volta in volta, gli ostacoli che impediscono di ricominciare a delineare un futuro positivo. Le forze della rassegnazione e della conservazione cercheranno di impedirlo, ma i fatti e le volontà dei più sapranno imporsi per uscire migliori dalla crisi. Allora, il calabrone volerà.

Raffaele Morese

Europa – diritti fondamentali dei cittadini

La Commissione europea ha pubblicato la relazione relativa alla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, in vigore e giuridicamente vincolante da più di due anni. La funzione principale della Carta è garantire che le istituzioni dell’UE rispettino i diritti fondamentali quando elaborano nuove normative europee. I diritti fondamentali sono ormai sistematicamente presi in considerazione nel processo legislativo dell’Ue. Inoltre, la Carta si applica agli Stati membri nell’attuazione del diritto Ue. Ogni Stato, poi, tutela tali diritti attraverso la propria costituzione nazionale e l’autorità giudiziaria. La Carta non li sostituisce. Se un cittadino ritiene che i suoi diritti siano stati violati deve in primo luogo rivolgersi a un giudice o al difensore civico nazionale.

http://ec.europa.eu/justice/fundamental-rights/index_it.htm

Parità di genere.

Pubblicata l’ultima relazione annuale sulla parità di genere in cui la Commissione europea prende in esame i progressi compiuti durante lo scorso anno per colmare il divario tuttora esistente tra uomini e donne in ambito professionale, economico e sociale. Malgrado i timidi progressi in termini di aumento del numero di donne ai vertici aziendali e di riduzione del divario nelle retribuzioni, resta ancora molto da fare. Per raggiungere l’obiettivo generale dell’UE di un tasso occupazionale del 75% della popolazione adulta entro il 2020, i paesi membri devono promuovere maggiormente la presenza delle donne nel mercato del lavoro. Un modo per accrescere la competitività dell’Europa consiste nel conseguire un migliore equilibrio tra uomini e donne nei posti di responsabilità in ambito economico.

http://ec.europa.eu/justice/gender- equality/index_it.htm