Ma un impresa può aver paura del Governo?

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Non era mai successo che il mondo delle imprese fosse così preoccupato alla vigilia di una legge finanziaria. E’ vero che, per ora, le notizie che filtrano sono generalmente volute e pilotate per sondare le reazioni ma il quadro complessivo resta preoccupante.

Condoni, nuove tasse, patrimoniale sulle pensioni alte accompagnano in sottofondo e compensano gli interventi più mediatici. Quelli che hanno caratterizzato la campagna elettorale.

E’ chiaro che una coalizione così eterogenea come quella uscita dalle urne il 4 marzo vanta, comprensibilmente, priorità in conflitto tra loro sia nell’efficacia proposta che in termini di costo per la collettività.

Ma quello che preoccupa le imprese è che, mentre  i risultati contenuti nelle promesse elettorali non aiutano né la ripresa né il lavoro, il rastrellamento di risorse, necessario per consentirne la spendibilità politica e mediatica, rischia di provocare un aggravio d costi e nuovo piombo alle ali.

L’aumento dell’IVA è l’incognita principale. Ed è singolare che ci si trovi quasi costretti ad accettarne, almeno concettualmente,  una sua “rimodulazione” per evitare un risultato ben più pesante.

Così la realtà viene edulcorata con nuove parole, slogan soavi nella forma ma ben più preoccupanti nella sostanza, proposti  come risolutivi e positivi che rischiano di confondere l’opinione pubblica. “Rimodulazione dell’IVA”, “pace fiscale”, “domeniche in famiglia”, “decreto dignità”, “quota 100”, “spazza corrotti” e via discorrendo ci preparano ad un futuro prossimo che rischia di essere ricco di incertezze e preoccupazioni soprattutto per chi è obbligato a fare i conti non fermandosi al fascino diabolico delle parole.

Pretendere l’uovo oggi  sembra la scelta che prevarrà in questa legge di stabilità. Il ministro Tria, ovviamente, cerca di evitare che ai costi certi  si sommino quelli derivati immediatamente dopo dalle speculazioni possibili determinate sia dalle dichiarazioni che dalla natura di quei provvedimenti.

Ciò non toglie che le imprese siano molto preoccupate. L’intervista di Dario Di Vico a Dal Poz, Presidente Federmeccanica,  di oggi (http://bit.ly/2O5wk5A) ne è un segnale evidente che segue l’allarme di Carlo Sangalli Presidente di Confcommercio, sull’aumento dell’IVA e su ciò che potrebbe causare o quelle degli imprenditori della GDO preoccupati per la leggerezza con la quale si vuole procedere alle chiusure domenicali per decreto, di superficialità di analisi sulla  concorrenza tra online e offline e contemporaneamente, ad esempio, dell’annunciato aumento dei contributi per la disoccupazione involontaria o della loro “rimodulazione” nei Fondi Interprofessionali oggi utilizzati per la formazione aziendale. 

Il termine “Prenditori” non è solo volgare (seppure riservato dallo stesso Di Maio solo a quelli che a suo giudizio sarebbero cattivi imprenditori)  ma testimonia una volontà punitiva, negativa, tesa a giudicare secondo parametri soggettivi e politici, chi fa impresa. E questo non fa ben sperare sulla natura dei provvedimenti e degli interventi in via di approvazione.

Costringere gli imprenditori a sperare nella capacità del ministro Tria di tenere a freno le spinte anti impresa dei 5S o nella stessa Lega che ha una ben diversa capacità  di dialogo con gli imprenditori  rischia di essere un rimedio pericoloso. Innanzitutto perché manca una  visione complessiva nella quale innestare i provvedimenti di natura economica e fiscale.

Le stesse continue tensioni con i Paesi nei quali le nostre imprese esportano o dai quali potrebbero arrivare nuovi investimenti non tranquillizzano chi deve metterci risorse proprie.

C’è, e non può essere negato, una sorta di pregiudizio sulle multinazionali che non porta da nessuna parte. C’è una sottovalutazione della grande impresa, della importanza della manifattura italiana. Ma anche del terziario che innova.

Per quanto possa essere importante non è sufficiente un dialogo privilegiato con l’agricoltura, la piccolissima impresa e il turismo. Ci vuole ben altro.

La stessa vicenda ILVA tanto sbandierata come successo dal Governo in contrapposizione  al protagonismo precedente di Carlo Calenda è  frutto anche della costanza e della volontà del sindacato dei metalmeccanici che ha saputo tenere unitariamente il punto fino al’ accordo sottraendosi alle trappole insidiose della comunicazione politica.

In una situazione di scarsità di risorse occorre avere uno sguardo più ampio e soprattutto più lungimirante sul ruolo che le nostre imprese possono e devono giocare nelle filiere internazionali. Altrimenti, proprio a causa di questa continua instabilità, diventeremmo solo terra di conquista consegnando inevitabilmente un ruolo ancillare e non da protagonista al nostro Paese nel posizionamento internazionale.

Per questo le imprese e le loro associazioni, per la prima volta, sono allineate e molto preoccupate della natura dei provvedimenti che verranno o potranno essere adottati. Aldous Huxley ci ricorda che: “I fatti non cessano di esistere solo perché noi li ignoriamo”. E i fatti, purtroppo, resistono alla propaganda. 

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