La comunicazione aziendale può mettere al centro il lavoro?

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Forse il primo è stato Giovanni Rana. Ma i collaboratori messi in campo nei suoi spot parlavano della bontà del prodotto. Solo sullo sfondo si poteva percepire una cultura del lavoro priva di contrapposizioni ben illustrata dalla recente intervista di Dario Di Vico sul Corriere Economia al figlio Gianluca, oggi al timone dell’azienda. Altre aziende, nel tempo, hanno scelto come testimonial uno o più  dipendenti in alternativa a personaggi inventati o famosi che si fanno garanti del prodotto e quindi anche del brand.

Se lo spot del  “Mulino  Bianco” puntava sulla casa e quindi su un modello di famiglia con Giovanni Rana la famiglia, intesa in senso più allargato, si è trasferita  dentro i cancelli dell’impresa riuscendo a trasmettere il clima positivo, la genuinità e la semplicità di un prodotto “made in Italy”.

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Grande distribuzione tra panettoni, angurie e scarpe…

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Ebbene sì. Questa mattina, nonostante il lockdown e in piena zona rossa, sono uscito di casa prestissimo. Obiettivo: raggiungere la LIDL di Corbetta prima dell’apertura. Mi aveva stuzzicato un tweet di Michele Arnese, direttore di Start Magazine provocato dall’entusiasmo del titolista di un articolo del giovane giornalista Alessandro Vinci sul  Corriere (https://bit.ly/3pFkFL1). “Tra poche ore le ambitissime sneaker della catena LIDL saranno finalmente acquistabili anche in Italia a 12,99 euro. Spazio anche a ciabatte, calzini e t-shirt: tutto in edizione limitata”.

Quel “finalmente” messo lì come se fossimo alla fine di un incubo. Un avverbio che, di questi tempi, si usa con cautela e circospezione.  Per l’annuncio del vaccino contro il coronavirus o alla percezione di un’inversione del malefico RT o, infine, all’arrivo degli agognati ristori.

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Grande distribuzione. Innovazione e cambiamento passano anche dall’Europa

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Cosa pensano della Grande Distribuzione in buona parte delle istituzioni politiche europee e nazionali risente di due pregiudizi  radicati. Innanzitutto, anche grazie all’azione delle lobby contrarie, la GDO è ritenuta l’attore “cattivo” dell’intera filiera agroalimentare che strozza l’agricoltura anche attraverso pratiche sleali. In secondo luogo perché viene spesso associata al cosiddetto  “lavoro povero” (poco qualificato, precario, con contratti di lavoro atipici e una forte incidenza di part-time involontario, molto spesso femminile). E questo non vale solo per il nostro Paese.

Di questi tempi, poi, sono tutti convinti che la GDO stia facendo un sacco di soldi. Difficile spiegare che non è vero. Né provare a far riflettere, ad esempio nel nostro Paese,  sull’evoluzione dei formati, le riorganizzazioni e le concentrazioni   necessarie, le conseguenze sui modelli di consumo sulla quantità e qualità dell’occupazione che queste comportano.

L’insistenza sulle  chiusure festive, l’isolamento dei reparti no food, le limitazioni al movimento tra comuni e regioni sono solo la punta dell’iceberg di una pregiudizio che ha radici più profonde in una parte del mondo politico tradizionale e di parte dei  media nei confronti dei luoghi di consumo. L’idea stessa di spostare dal lavoro ai consumi il peso fiscale (il cosiddetto tax shift) fa parte di questo filone culturale. Come quello di pretendere di decidere a monte e in sede politica, ciò che è indispensabile, utile e necessario da ciò che non lo è nell’esercizio di una attività economica e, addirittura, di  come dovrebbe essere organizzata.

E poi le web companies. Croce e delizia di un cambiamento epocale in corso che però operano con regole e regimi molto meno stringenti e diversi del resto del commercio tradizionale o moderno che sia. Infine il mondo delle botteghe più o meno cresciute che sembravano resistenti ad ogni avversità ma contemporaneamente  fragili e facili da mettere in un angolo quando la situazione lo richiede. Come dimostra  l’attuale situazione. Leggi tutto “Grande distribuzione. Innovazione e cambiamento passano anche dall’Europa”

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Grande Distribuzione. Il clima aziendale va in classifica…

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Mi sono immaginato l’espressione di sorpresa di molti formatori, consulenti e sindacalisti del commercio nel vedere la classifica pubblicata dal Corriere Economia sulle insegne della GDO in classifica tra le aziende top in cui lavorare. Così come quella dei CEO che si sono trovati chiamati in  causa improvvisamente senza, probabilmente, neanche sapere di aver partecipato ad una gara. Due domande semplici: dai un voto alla tua azienda da 1 a 10 e la consiglieresti a un tuo familiare? Nulla di particolarmente sofisticato ma 12.000 lavoratori coinvolti  da Statista che ha costruito la graduatoria con  i giudizi espressi e pesati che hanno superato i 650.000 e hanno messo in gioco 400 aziende.

Il clima aziendale, checché se ne pensi,  è uno dei principali fattori di successo di un’impresa che sa dove andare. È complementare alle strategie e alle politiche commerciali. È quell’elemento che fa superare le difficoltà, i piccoli e grandi problemi che ti porti sul posto di lavoro ma anche quelli che incontri mentre sei nel PDV. È costituito da quello scambio continuo tra il dare e l’avere (non solo economico) che si gioca sul piano organizzativo, psicologico e personale. È quello che, se stai sopra, di convince che puoi provare a chiedere qualcosa di più in certi momenti.  

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Conad/Auchan. L’ultimo miglio tra opportunità da individuare e inutili profezie negative

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C’è una profonda differenza negli osservatori esterni e nei sindacati tra chi chiama alla responsabilità sociale l’intero mondo Conad e le sue cooperative e quindi  al rispetto degli impegni in vista dell’ultimo miglio e chi, non avendo mai condiviso l’operazione, si nasconde dietro un dito, giudica dal divano di casa complessi quanto legittimi patti societari o ne propone caricature forzate.

Alcuni addirittura hanno scelto di parlare d’altro pretendendo dall’azienda risposte che mai si sarebbero permessi di chiedere ad altri interlocutori. Altri hanno preferito “dare i numeri” per cercare di dimostrare che nulla è cambiato sotto il sole. A questi “ragionieri” poco interessa cosa sta succedendo. Se, dopo l’acquisizione, è accaduto  o meno qualcosa  che potrebbe fornire tutti gli alibi e le strumentalizzazioni possibili che, al contrario, non vengono utilizzati. 

A mio parere bene sta facendo, ad esempio, il segretario della Fisascat Cisl Vincenzo Dell’Orefice ad insistere  chiedendo che le cooperative, nonostante il contesto,  si impegnino di più rispetto ai ricollocamenti del personale ex Auchan. Il sindacato, quello deve fare. Spingere e battersi affinché nessuno resti per strada. Ci può riuscire o meno ma questo resta il suo dovere principale. Non ritirarsi  sull’Aventino.

Capisco anche la cautela di chi, nelle cooperative, preoccupato del contesto in peggioramento e dall’incertezza per il futuro prossimo, teme di doversi far carico di persone  che oggi non gli servono. Non credo ci sia nulla di male nel mettere in relazione la disponibilità alla propria capacità di assorbimento del personale ex Auchan al contesto esterno e ai rischi che comporta sul futuro del business.
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L’evoluzione del lavoro manageriale. Piattaforme e smart working alla prova della contrattazione

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Sono sempre interessanti le proposte che Manageritalia, il sindacato dei dirigenti del terziario, offre alla platea dei manager e dei professional. Nei loro confronti ho sempre avuto uno stimolante doppio ruolo come iscritto ma anche come controparte quando fui incaricato da Confcommercio a condurre i negoziati per il rinnovo del CCNL del terziario. Così come quando ho avuto l’opportunità di lavorare insieme a loro come direttore generale del CFMT.

Manageritalia è un sindacato da sempre portato alla proposta e all’innovazione più che alla protesta. E le proposte tendono sempre a considerare le esigenze dei manager senza mai dimenticare quelle delle imprese. Rientrano in quella cultura che mette al centro la collaborazione e la condivisione degli obiettivi e delle strategie delle aziende alla missione del management e quindi è, per sua natura, innovativa. Disponibile al cambiamento. Una cultura nella quale mi sono sempre riconosciuto.

Lo è stata quando la formazione è diventata per la prima volta e contrattualmente un diritto soggettivo ma anche un dovere per il manager (fin dal 1994) così come quando  la gestione degli inevitabili esuberi prodotti dalle riorganizzazioni che si sono succedute negli anni è stata gestita con strumenti sperimentali di categoria (Managerattivo)  dedicati e utilizzati da una platea ampia e sempre coinvolta consapevolmente. Va sottolineato che, altrettanta importanza, ha avuto Confcommercio nell’assecondare e nel sostenere negli anni questa strategia innovativa.

Dal 20 settembre  Manageritalia e Confcommercio hanno quindi deciso di fare un altro importante passo in avanti sottoscrivendo  il primo accordo aziendale in Italia, collegato al CCNL (firmato a suo tempo e in attesa di rinnovo) che disciplina l’attività lavorativa dirigenziale svolta all’interno e per il tramite di una piattaforma web (https://bit.ly/35idw9T).

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Conad/Auchan. I conti tornano

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I numeri parlano da soli (https://bit.ly/3jeAhjT). Basterebbe leggerli per verificare l’impegno possibile assunto da Conad in coerenza con quanto dichiarato fin dall’inizio e ribaditi  nell’incontro al Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), con le Sottosegretarie Alessandra Todde (MISE) e Francesca Puglisi (Lavoro)  e le Organizzazioni Sindacali per la prevista verifica, a 14 mesi dall’avvio dell’operazione, dell’andamento del piano di salvataggio dell’ex Gruppo Auchan proposto e condotto da Conad.

A dire il vero i “malpancisti” le hanno provate tutte. Non era ancora concluso il passaggio che già invocavano il tradimento del claim “Persone oltre le cose”. Poi si sono nascosti dietro i numeri totali dell’ex Auchan appena ceduta per paventare il rischio di migliaia di disoccupati. Mentre l’operazione era in corso hanno, per incompetenza, mischiato le richieste di CIG, ovviamente complessive, con i potenziali esuberi per avere una loro visibilità nella vicenda. Infine Raffaele Mincione preso strumentalmente dalle cronache vaticane solo per cercare di mettere i bastoni tra le ruote ad un’operazione importante per il nostro Paese e per Conad impegnata in un processo di crescita decisivo per il suo futuro. Per questi “benaltristi”  la strada da prendere era un’altra. Come sempre. Ovviamente dispensandosi dall’indicarla sia sul piano della fattibilità che dei costi. Com’era prevedibile solo la fine del 2020 confermerà o meno che l’operazione di salvataggio e di integrazione in Conad ha raggiunto i suoi obiettivi. Ad oggi però i numeri confermano che non siamo lontani.

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Ristoranti e grande distribuzione. Il rischio di non reggere decisioni affrettate

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Per chi come me ha passato tutta la sua vita professionale in aziende industriali  della filiera agroalimentare e almeno 20 anni nella grande distribuzione e nella rappresentanza di categoria del commercio “prendere parte”, condividere,  solidarizzare, non significa, almeno nelle intenzioni, temere di trovarsi in un conflitto di interesse. Non avendo interessi personali da difendere, non ho conflitti. Semmai opinioni. Condivisibili o meno.

Per questo trovo assolutamente corretto il comunicato congiunto di Cncc, Confcommercio Lombardia, Confimprese, Federdistribuzione e  Fipe, che critica fortemente il provvedimento che prevede la chiusura nei fine settimana degli spazi della media e grande distribuzione non alimentare, tra cui i centri commerciali, e che impone la chiusura anticipata alle 23 dei pubblici esercizi (https://bit.ly/37qcw6c). Personalmente credo abbiano ragione.

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Grande Distribuzione, Terziario di mercato e competizione nella rappresentanza datoriale

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Delle quattro confederazioni/federazioni titolari di un contratto nazionale applicato dalle insegne della  Grande Distribuzione le discussioni  si sono sempre concentrate  sulla scelta di Federdistribuzione di realizzare il proprio uscendo da quello storicamente firmato da Confcommercio.  Comprensibile sul piano dell’immagine interna (essere firmatari di CCNL è un plus apprezzato dagli associati), inutile sul piano strategico perché come ho sempre sostenuto, l’obiettivo di un settore non dovrebbe mai essere l’indebolimento della sua rappresentanza per gli effetti negativi che provoca nel tempo sul piano del peso economico e sociale complessivo.

L’ombrello confederale inoltre  porta con sé livelli di interlocuzione istituzionali e politici spesso sottovalutati ma decisivi nelle fasi controvento. Così non è stato. Ed è facile comprendere come sarebbe importante in una fase come quella che stiamo attraversando. Moltiplicare gli interlocutori ha generato una fragilità di fondo, un pericoloso senso di autosufficienza e, purtroppo, forme di concorrenza  sleale tra imprese.

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Grande Distribuzione. Capro espiatorio o partner fondamentale nella filiera agroalimentare?

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Pluvia defit, causa christiani sunt (manca la pioggia, la colpa è dei cristiani) diceva Sant’Agostino. La trasmissione “Presa Diretta” dedicata alla filiera agroalimentare aveva la necessità di basare la propria trama narrativa sull’individuazione di un facile capro espiatorio.

Gli ingredienti della storia c’erano tutti. I buoni (il mondo agricolo), i cattivi (la Grande distribuzione), il pentito (Giuseppe Caprotti). Il politico che quasi  “giustifica” l’illegalità nei campi (Paolo de Castro) come reazione allo strapotere della GDO e l’insegna ingenua che pur accettando il confronto per provare a dimostrare la propria presunta diversità si è lasciata bacchettare in pubblico  come uno scolaretto preso a copiare il compito dal compagno di banco (Coop). E infine chi, estraneo a questa contrapposizione, paga il conto: i lavoratori del comparto agricolo e i consumatori.

Trovo corretto, da spettatore, il tweet di Anita Lissona “Trattare in sequenza il tema delle aste al ribasso nei supermercati, peraltro già bandite dalla DMO seria, la stragrande maggioranza, e il fenomeno odioso del caporalato sa di tesi preconcetta e  sminuisce il valore obiettivo di un servizio giornalistico.”

Questi i fatti, lo spettacolo confezionato e cucinato. Niente di nuovo sotto il sole. Tesi unilaterali, scorrette, manipolatorie che vengono però da lontano. Partono da un pregiudizio nei confronti di un comparto che, da parte sua, non ha mai voluto agire come tale. Ciascuno pensa al proprio albero. Non alla foresta che rischia di essere incendiata. Leggi tutto “Grande Distribuzione. Capro espiatorio o partner fondamentale nella filiera agroalimentare?”

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