Eurospin. Il giamburrasca della Grande Distribuzione

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Basta poco per agitare  la  business community della GDO. C’è chi predica bene e chi razzola male. A volte sono gli stessi. Adesso ci si mette anche PAM con l’anguria ad un centesimo a giocare d’anticipo proprio mentre Eurospin anziché lasciare, raddoppia questo fine mese con l’uva in vendita sotto l’euro al kg.

Eurospin è un’azienda da studiare. Non è LIDL e neppure Aldi. E, probabilmente, nelle intenzioni, nemmeno un vero discount. Sono i migliori interpreti e continuatori su piazza di ciò che ha prodotto, nel bene e nel male,  la cultura della GDO italiana nel secolo scorso. Forse per questo continuano a macinare risultati incredibili.

Innovazione quanto basta e solo se serve, pochi contatti con i soloni della GDO, alta redditività dei PDV, marca privata per fidelizzare l’insegna, fornitori felici di poter ottimizzare l’utilizzo dei loro impianti altrimenti sottoutilizzati o altri spinti a scegliere tra minestra o finestra, negozi di proprietà, basso costo del lavoro e grande flessibilità organizzativa. Poche chiacchiere e cassetto pieno a sera.

Sotto sotto incarna tutte le ambizioni più o meno esplicite delle leadership imprenditoriali che si sono succedute alla testa delle insegne nazionali nel 900. Per alcune di queste  probabilmente fa male sentirselo ricordare, ma è così. Leggi tutto “Eurospin. Il giamburrasca della Grande Distribuzione”

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Le relazioni industriali in epoca di PNRR. Dialogo costruttivo o ritorno al passato?

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“Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero. – “Che strada devo prendere?” chiese. La risposta fu una domanda: – “Dove vuoi andare?” – “Non lo so”, rispose Alice. – “Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza”. Personalmente non trovo altro modo per descrivere lo stato dell’arte delle relazioni industriali.

I casi recenti da Whirpool a Gianetti passando per GFK e Timken  solo per citare i più noti sono lì a dimostrare che un bivio non si può imboccare. Bisogna scegliere la direzione  in base ad una strategia. E soprattutto non fare confusione in mancanza di questa.

Raramente un’impresa, ancora di più se multinazionale, può essere condizionata a valle di una decisione formalmente già assunta. L’apertura di una procedura che prevede la chiusura o un ridimensionamento di un sito produttivo e i suoi inevitabili  effetti mediatici e reputazionali sono generalmente soppesati con grande attenzione. Ma difficilmente influiscono in modo determinante sulla decisione finale. E il sindacato lo sa benissimo.

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Confcommercio. Cosa deve succedere ancora?

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Merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto.
Dag Hammarskjöld

 Carlo Sangalli lo ha personalmente sempre sofferto. Il confronto tra l’hombre vertical Giuseppe Guzzetti e il democristiano buono per tutte le stagioni è stato sempre implacabile. Il primo, Guzzetti,  riconosciuto da tutti per l’integrità morale, l’attenzione ai problemi della società e una interpretazione trasparente  della politica come servizio. Il secondo sempre al suo inseguimento, bravo nella gestione del potere, esperto nell’accumulare cariche, convinto  che i propri interessi e quelli della organizzazione rappresentata debbano coincidere.

Il primo non ha dovuto ricevere solleciti diretti o indiretti per farsi da parte. Quando è stato il momento lo ha fatto senza alcuna remora né tentennamento. Il secondo si è addirittura fatto costruire uno statuto ad hoc per restare incollato alla poltrona il più a lungo possibile. Un confronto impari, quindi.

Ed è bastata la testimonianza di Giuseppe Guzzetti per rimettere di nuovo la giusta distanza tra i due. In attesa dei supplementari e dei rigori al tribunale di Roma è andato in scena il secondo tempo della causa intentata da Carlo Sangalli contro l’ex Direttore Generale di Confcommercio Francesco Rivolta.

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La distribuzione moderna alla caccia del TOPO?

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Il negoziante del modenese che nel 2019 ha messo in vetrina il cartello: “Prova scarpe, 10 euro” a suo modo, aveva trovato una soluzione semplice ad un problema complesso. Si era stancato di fare showrooming per altri.

Il “dilemma del bottegaio” nell’era di internet, se non si fa un passo in avanti, sta tutto qui. Assecondare il cliente, fargli vivere un’esperienza preclusa alla freddezza dell’acquisto in rete, consigliarlo, trasmettergli l’idea che è nel posto giusto e quindi creare un clima di fiducia o, al contrario, rassegnarsi e fargli pagare  il  suo tempo e la sua competenza lasciando al cliente la decisione di acquistare nel negozio o andare su internet e acquistare la merce nei contenuti e nelle misure provate nel negozio fisico.

Nella stragrande maggioranza dei casi il cliente non è disposto né abituato  a pagare, semplicemente scorporandolo,  il servizio e la competenza del venditore. Né a riconoscerlo nel sovrapprezzo rispetto al web. Insistere su questo tasto non servirebbe a nulla. Il lockdown ha spinto il negozio fisico (comprese le catene della GDO food e no food) a utilizzare l’online per ovviare alle chiusure e/o sostenere il servizio. La mossa ha generalmente funzionato.

Le pur diverse forme di commercio hanno così utilizzato la vendita online, la consegna a domicilio e la presenza in rete non tanto per rispondere alla concorrenza dei big della rete quanto per continuare a lavorare puntando a mantenere i propri o clienti o a farsi conoscere fuori dal bacino tradizionale.

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Garantire a tutti la copertura dei contratti nazionali? Un obiettivo, oggi, di non facile realizzazione

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Roberto Benaglia, segretario generale dei metalmeccanici della Fim CISL nell’articolo pubblicato sull’huffpost (https://bit.ly/3jt3NX4) sulla materia salariale non lascia molto  spazio di manovra sul tema: “E’ solo la piena e unica rappresentatività di un CCNL in ogni settore o comparto la soluzione da adottare, se vogliamo fare qualcosa di veramente utile per le persone”.

Il suo punto di osservazione gli consente un approccio così determinato. Il  loro CCNL di categoria appena rinnovato inverte una tendenza sulla contrattazione  salariale, il secondo livello pur interessando una minoranza delle aziende, è relativamente diffuso e consolidato, sindacati e imprese sul lavoro, sul suo riconoscimento e sulla sua valorizzazione sembra vogliano giocare la stessa partita.

Condivido nel suo ragionamento che il CCNL non è solo l’individuazione dei minimi salariali. E questo rende particolarmente complessa l’adozione meccanica di altre opzioni.  Posto in questi termini è evidente che parlare di salario minimo come semplice   alternativa alla contrattazione nazionale rischia solo di provocare una destrutturazione dell’esistente e nessun vantaggio per i lavoratori oggi coperti dalla contrattazione nazionale. Per le imprese soprattutto quelle più piccole, il discorso sarebbe però ben diverso. 

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Fastweb. It’s always worse than it seems.

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I decided to get to the bottom of this story which concerns me directly above all to underline the lack of centrality and interest in customers by this company. On social media, other harassed customers have pointed out to me that it is a widespread practice. That is not just about Fastweb. I have no doubt that it is a widespread practice. However, I can only describe the damage and disservice I have experienced and continue to experience.

 

I am getting past the hundred days of waiting with no credible answer. A few hours after the first letter of protest addressed to the Fastweb Management Board (https://bit.ly/3zRdzrN) I received the first phone call. Excuses identical to the first twenty calls but with a different goal. Find out if anyone in their structure – directly or indirectly – had rowed against the company. The employee wanted to understand from me if there were internal responsibilities that had put the company in a bad light. As if I cared about their internal issues. The discomfort they caused me remained in the background. She sympathized with me but, evidently, that was not their problem. It was mine.

 

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Assistenza Fastweb: C’è un problema tecnico. Quale? Non lo sappiamo. È un problema tecnico.

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Italian version 

 Ho deciso di seguire fino in fondo questa vicenda (che mi riguarda direttamente) per sottolineare la scarsa centralità e interesse verso il cliente di questa azienda. Sui social altre persone vessate mi hanno fatto presente che è una pratica diffusa. E che non riguarda solo Fastweb.

Non ho dubbi che sia una pratica diffusa. Però non posso che descrivere il danno e il disservizio che ho subito e che continuo a subire. Ad oggi sto superando i cento giorni di attesa senza alcuna risposta credibile.

Poche ore dopo la prima lettera di protesta indirizzata al Management Board di Fastweb  (https://bit.ly/3zRdzrN) mi è  arrivata una telefonata. Scuse identiche alle prime venti chiamate con però un obiettivo diverso. Accertarsi se qualcuno nella loro struttura, diretta o indiretta, avesse remato contro l’azienda.

L’impiegata voleva capire da me  se c’erano responsabilità interne che avevano messo in cattiva luce l’azienda ai miei occhi. Come fosse una cosa importante da condividere con il sottoscritto. Il disagio che mi hanno provocato restava sullo sfondo. Solidarizzava con me ma, evidentemente, non era quello  il loro problema. Era il mio.

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Il lavoro invisibile tra indifferenza, razzismo e dignità

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“Il razzismo spiegato a mia figlia” è un importante romanzo dello scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun. Lo consiglio a tutti coloro che, nella foga di cavarsela a buon prezzo sul tema, se la sono presa con i giocatori della nazionale che, spontaneamente o meno, sembra si vogliano sottrarre a quel rito collettivo ormai abusato e affatto spontaneo dell’ inginocchiarsi per protestare a buon mercato contro il razzismo a favore di telecamera. 

Mentre il dibattito tra favorevoli e contrari montava sui social, Camara Fantamadi, un ragazzo di 27 anni originario del Mali veniva stroncato da un malore dopo aver zappato la terra per oltre quattro ore, in una giornata di afa terribile, nelle campagne di Tuturano a pochi chilometri da Brindisi. Tanto terribile da spingere sia il sindaco di Nardò, che quello di Brindisi, subito dopo il fatto, ad emanare un’ordinanza a tutela dei braccianti per vietare il lavoro nei campi dalle 12.30 alle 16. Sei euro l’ora per raccogliere pomodori, angurie e uva in condizioni estreme. Il razzismo quello che spetta a noi combattere e non ai calciatori della nazionale ce l’abbiamo purtroppo in casa. Ed è, in parte, un succedaneo  della nostra indifferenza.

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Fastweb. Come si perde un cliente…

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Ci sono tanti modi per valutare un’azienda. C’è chi guarda i bilanci, chi la pubblicità, chi come reagisce quando un cliente pone una richiesta. Come un’azienda affronta il problema, come lo gestisce e come cerca di risolverlo. Vale per tutti ma soprattutto dovrebbe valere con clienti che hanno un livello di fidelizzazione importante .

Sotto questo punto di vista Fastweb non c’è proprio. Sono cliente da oltre dieci anni e ricevo ogni giorno offerte dalla concorrenza. Avendo una mail Fastweb tengo duro. Non mi va di cambiarla. Succede però un fatto inusuale che mi costringe a pormi un problema.  Decido di traslocare da Corbetta a Milano. Circa trenta chilometri. Chiedo a Fastweb  il trasloco della linea. Non mi sembrava una richiesta complicata.

Il primo tecnico dell’azienda con cui ho parlato ha  cercato in tutti i modi di convincermi a non fare il trasloco della linea ma a chiudere il contratto e farne uno nuovo. “L’azienda non ama i traslochi di linea, preferisce i contratti nuovi”. Ho subito pensato che il sistema premiale aziendale sia costruito sui nuovi clienti e non a mantenere quelli che già ci sono.

Dopo una discussione infinita capisce che il  numero di telefono e la mia mail per me sono importanti e si rassegna. “Però sappia non sarà una cosa breve” sembra dirmi “io te l’ho detto, adesso fatti tuoi”…. Dopo un mese mi ricontattano per convincermi ad annullare la prima richiesta di trasloco. “È da rifare” sentenzia un secondo responsabile. Argomenta tecnicismi sulla presenza della fibra (la casa è nuova e la fibra c’è). Leggi tutto “Fastweb. Come si perde un cliente…”

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I primi cinquant’anni dell’inquadramento unico: alcuni dubbi e qualche risposta…….. di Simone Caroli

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Pubblico volentieri un contributo di Simone Caroli uno dei “giovani” più interessanti nel mondo HR che ha approfondito i temi dell’innovazione contrattuale e delle relazioni industriali   

L’inquadramento unico tra operai ed impiegati compirà nel 2022 i suoi primi cinquanta anni. Dopo mezzo secolo, è tempo di vedere se sta reggendo bene i segni del tempo. Con la sua introduzione nel CCNL Metalmeccanici, l’inquadramento unico ha avuto il merito di superare la discriminazione retributiva sofferta dagli operai che, nell’impostazione previgente, avevano minimi sindacali sistematicamente inferiori a quelli degli impiegati.

Da questo punto di vista, l’inquadramento unico è ancora in salute: nel mercato del lavoro attuale, innegabilmente, esistono profili operai di contenuto professionale e di valore aggiunto senz’altro maggiore rispetto ad alcuni profili impiegatizi. Quello che, forse, nel 1972 non era chiaro quanto oggi non riguarda però le retribuzioni: è la distanza che si è venuta a creare tra la modalità di lavoro degli impiegati, remotizzabile, rispetto al lavoro degli operai.

Il ricorso al lavoro agile nel primo lockdown 2020, per quanto imperfetto, ne è una prova molto efficace. Da un lato le professioni e le mansioni che non richiedono più lo svolgimento in presenza, dall’altro quelle che, necessariamente, hanno bisogno di uno schema tradizionale per essere rese: tempi, luoghi, e modi predefiniti di lavoro.

In questo ultimo insieme non rientrano solo mestieri operativi di fabbrica, cioè l’archetipo del lavoro del novecento. Il facchinaggio, così come la ristorazione, la cura della persona, o la raccolta di rifiuti (solo per citarne alcuni) vi rientrano a pieno titolo. Leggi tutto “I primi cinquant’anni dell’inquadramento unico: alcuni dubbi e qualche risposta…….. di Simone Caroli”

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