Confcommercio. Tra ambizioni personali e futuro della Confederazione…

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“I leader migliori sono quelli che, quando se ne vanno, lasciano dietro di loro un gruppo di persone che li supera di gran lunga”
Pepe Mujica

 

Carlo Sangalli non credo sia interessato a lasciare qualcosa dietro di sé. Né a Roma né a Milano. Candidati a succedergli ce ne sono stati diversi e anche di buon livello. Spesso li ha creati e motivati lui stesso a volte illudendoli di essere potenziali suoi successori  ma lasciando però che, subito dopo,  i suoi più stretti collaboratori si incaricassero di trovare in loro tutti i difetti possibili “costringendolo” a resistere e passare oltre.

Quindi non c’è, ad oggi, a mio modesto parere, alcuna successione credibile e possibile. Le ovvie critiche all’anziano presidente e alla sua tendenza a considerarsi eterno e insostituibile vengono fatte scivolare come parole in libertà da chi sa di controllare il pacchetto di maggioranza dei voti.

Quindi non è in discussione il “dopo Sangalli” per il semplice fatto che, allo stato,  non può esserci alcun dopo. È, come ho sempre scritto, il “fine mandato mai” che lo ha sempre guidato dal giorno della sua elezione a presidente dell’Unione del Commercio di Milano nel lontano 1995.

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Confcommercio. Tamburi di guerra o segnali di fumo?

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Chi mi segue ed è un po’ più in là con gli anni si ricorderà la pubblicità della Ferrero che, nel 1971 raccontava  dei simpatici personaggi della “Valle Felice” che abitavano in uno sperduto villaggio immerso nel verde la cui letizia veniva turbata dalla presenza sempre più distruttiva di Jo Condor e della sua flotta di sgangherati avvoltoi.

Fortunatamente gli abitanti della Valle Felice potevano contare sull’aiuto di un Gigante buono che, al coro di “Gigante, pensaci tu, accorreva per ristabilire l’ordine e scacciare la sgradita presenza.

Troppo facile l’analogia con la taglia di Fabrizio Palenzona che, da vice presidente di Confcommercio, ben conscio dei rischi che una sostanziale mancanza di iniziativa sta  portando definitivamente su un binario morto l’intera Confederazione, ha deciso di presentare le sue dimissioni come scrive oggi Simone Gallotti sul secolo XIX “In punta di piedi e senza sbattere la porta, raccontano i bene informati, animati soprattutto dalla volontà di gettare acqua sul fuoco. Però il risultato è che comunque l’addio di Fabrizio Palenzona ai vertici di Confcommercio è destinato a fare rumore. Il grande tessitore che ha regnato su autostrade, banche e aeroporti se n’è andato da quel ruolo, ha rassegnato le dimissioni da numero due di Carlo Sangalli, l’eterno presidente dell’associazione che ha iniziato non da molto il terzo mandato”. Su “Alessandria Oggi”  l’interpretazione delle dimissioni è più caratterizzata. (https://bit.ly/3GOEPue). 

Confcommercio è da tempo in difficoltà. I vertici delle quattro federazioni più importanti sono fuori dal massimo organo confederale (Federalberghi, Federmoda e adesso Conftrasporti). Resta FIPE certo per convinzione ma anche  per la lealtà  che lega il suo Presidente, Lino Stoppani, allo stesso Carlo Sangalli. E Stoppani è una persona che stimo e che non ha mai fatto calcoli personali opportunistici.  Leggi tutto “Confcommercio. Tamburi di guerra o segnali di fumo?”

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Grande Distribuzione e contenimento dei costi. Il caso PAM

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Per la grande distribuzione non è tutto oro quello che luccica. Mentre è in corso l’integrazione degli ex punti vendita Auchan in Conad e Carrefour cerca, attraverso una difficile riorganizzazione, di riportare i conti in ordine, altre realtà nella loro quotidianità e lontano dalle logiche della comunicazione ufficiale provano a riallineare margini e fatturati anche attraverso un rigido controllo dei costi.

Purtroppo c’è chi pensa (e scrive) che tutto questo possa avvenire senza ripercussioni sulla qualità e quantità del lavoro impiegato o perlomeno senza che queste problematiche non emergano per quello che in realtà sono. Passi indietro, anche sul piano gestionale e nel rapporto con i propri collaboratori per poterne fare anche qualcuno in avanti.

Le reazioni sindacali sono comprensibili ma testimoniano una difficoltà di fondo. La grande distribuzione, a differenza di altri settori, conta su un’omogeneità che potrebbe essere sfruttata meglio in un contesto di nuove politiche attive. Grandi e piccole imprese nazionali e locali, formati differenti, esigenze formative simili potrebbero essere gestite creando strumenti di comparto a disposizione di tutti i territori e di tutte le imprese. E, soprattutto consentendo ai lavoratori una ricollocazione in tempi ragionevoli accompagnando e non subendo  la riorganizzazione in corso del settore.

Così non è e quindi ad ogni accenno di crisi o di ristrutturazione la reazione pavloviana porta a respingere formalmente i piani aziendali, ad attaccarsi all’interpretazione di leggi e contratti che hanno ragione di esistere in tempi di normalità e di costringere le persone coinvolte a cercare individualmente soluzioni che, se affrontate con lungimiranza, potrebbero costituire una vera innovazione sociale.

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Gorillas e altri unicorni alla conquista dello Spazio…

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Il Gorilla, comunque lo si osservi, provoca sempre reazioni contrapposte. Valutarne le caratteristiche non è facile. Prima Georges Brassens e poi Fabrizio De André ci hanno cantato alcune presunte  qualità dell’animale: “…Con poco senso del pudore le comari di quel rione contemplavano l’animale non dico come, non dico dove.”.. C’è voluto però Vincenzo Venuto, biologo e divulgatore scientifico a rimetterci con i piedi per terra ricordandoci nel suo ultimo libro che:” il Gorilla ce l’ha piccolo” smontando così una fake che aveva resistito fino ad allora. Quindi realtà raccontate o bluff rendono sempre difficile dare giudizi avveduti e compiuti.

Il Gorilla di oggi, anzi il Gorillas di cui voglio parlare è leader del mercato europeo nella consegna istantanea. Ha appena raccolto quasi un miliardo di dollari e, questo nuovo finanziamento arriva sei mesi dopo un altro finanziamento di 290 milioni di dollari che Gorillas ha raccolto nel marzo 2021. Fondata nel 2020 gestisce oggi quasi 200 magazzini in 9 Paesi, consegnando oltre 4,5 milioni di ordini solo negli ultimi 6 mesi.

Mario Gasbarrino, grande esperto di retail,  non si è fatto certo sfuggire la notizia manifestando notevoli perplessità sull’interesse generato dai fondi di investimento. È così o è  l’essere troppo dentro  la dinamiche della GDO che portano a sottovalutare il fenomeno?

In effetti l’accelerazione di Gorillas nella sua crescita e nella credibilità generata sul mercato fa riflettere. Con questi finanziamenti l’azienda tedesca può rafforzare la sua presenza nei mercati presidiati, investendo in modo ancora più efficace in gestione, persone, tecnologia, marketing e infrastrutture finanziarie.

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Contratti nazionali Grande Distribuzione. Trattative lunghe, idee corte…

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Che si arrivasse allo stallo attuale sui contratti nazionali della grande distribuzione era evidente a tutti già il giorno dopo la firma dei 4 CCNL presenti nella GDO.

Nell’ultimo incontro tenuto il 19 ottobre 2021 tra le organizzazioni sindacali Fisascat-Cisl, Filcams-Cgil e Uiltucs e Federdistribuzione la difficoltà ad arrivare ad una conclusione positiva del CCNL scaduto il 31 dicembre 2019 è emersa in tutta la sua dimensione.

Secondo il comunicato della Uiltucs “Federdistribuzione ha manifestato preoccupazione rispetto a due elementi che potrebbero seriamente incidere sul versante dei costi nel medio periodo: fiammata inflazionistica e riforma degli ammortizzatori sociali”. Per non registrare un nulla di fatto “si è stabilito, per il prosieguo del confronto, di dare vita a tre commissioni su classificazione, mercato del lavoro e relazioni sindacali”. Una commissione, purtroppo, quando si vuole prendere tempo, non si nega a nessuno.

Sul versante Confcommercio oltre alle medesime ragioni di preoccupazione, si aggiungono i venti euro circa di sconto che, concessi a suo tempo a Federdistribuzione, pesano sul tavolo negoziale come macigni. Mi immagino, ad esempio,  il peso di quella differenza sul costo dei  settantamila dipendenti circa di Conad che applica il CCCNL firmato da Confcommercio e sulla conseguente necessità di trovare soluzioni che consentano un riequilibrio. Altrimenti il riequilibrio rischia di essere proprio determinato dal “non” rinnovo per il tempo più lungo possibile.

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Carrefour/Auchan. Tra desideri e dura realtà

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Fossi un dipendente di Carrefour Italia o un sindacalista di settore almeno per oggi tirerei un leggero respiro di sollievo. Solo per oggi, naturalmente. Per il momento la soluzione peggiore  non è passata. Come ho già scritto (https://bit.ly/3uPxZiK) per capire cosa potrà succedere in Italia, occorre tenere sotto osservazione ciò che sta succedendo in Francia.

Dietro quel “trop compliqué” pronunciato da Alexandre Bompard  CEO di Carrefour dopo cinque lunghi mesi di negoziato riservato con i rappresentanti della famiglia Mulliez proprietaria di Auchan c’è la presa d’atto dell’enorme difficoltà e delle inevitabili conseguenze di operazioni di quelle dimensioni. Ma c’è anche l’esplicitazione di una strategia altrettanto chiara.

Auchan ha offerto a Carrefour 21,50 euro per azione (16,8 miliardi di euro), di cui il 70% in contanti e il 30% in azioni della società che si andrebbe a creare. E questo piace molto meno agli azionisti attuali…  L’associazione della  famiglia Mulliez fa trasparire una certa sorpresa per questa brusca interruzione.

Secondo notizie di agenzia sarebbe stato innanzitutto il principale azionista Carrefour, la famiglia Moulin-Houzé, ad opporsi all’intesa.  Comunque la si giri, l’intera Carrefour è sul mercato. Preferibilmente francese. E questo è un segnale che non va sottovalutato quando si parla di concentrazioni necessarie per affrontare il futuro della GDO.

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Carrefour. Come presidiare un mercato difficile come quello italiano…

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Purtroppo c’è sempre il rischio di guardare il dito anziché la luna quando si parla di multinazionali o di grandi imprese. Soprattutto nella GDO dove le nuove sfide indotte dalla concorrenza planetaria dei giganti della rete e della logistica spingono sempre più alle concentrazioni necessarie per liberare risorse importanti per competere.

Sotto questo punto di vista ci sono diversi modi per giudicare un’insegna della GDO. Si può partire dal punto vendita, dai prodotti, dalle promozioni o dalla qualità del servizio. Le famose tre C (contenuto, convenienza, comunicazione). Dalla sua capacità di attrarre o di perdere clienti. Spesso i manager o gli osservatori di cultura commerciale si fermano lì.

La fase della crescita continua nei diversi territori ha prodotto una cultura sostanzialmente con queste caratteristiche unita dalla capacità  di mettere insieme una o più insegne in una centrale sfruttando la massa critica nei confronti dei fornitori. Nel contesto competitivo di oggi così ci si gioca qualche punto percentuale in più o in meno. Obiettivo di per sé interessante  per aziende che competono in un mercato locale. Importante ma non  sufficiente per chi ha un diverso scenario di riferimento.

Se guardiamo al futuro sarà sempre più  la capacità di crescere e di generare le risorse necessarie per competere la chiave del successo di un’impresa. Su Carrefour bisogna quindi alzare lo sguardo. Il problema vero sta in Francia, nel quartier generale,  il resto segue. In un mercato della grande distribuzione sempre più competitivo, dove in Francia Leclerc è leader, Alexandre Bompard, CEO di Carrefour, da poco riconfermato, ha una missione ben più sfidante  che riuscire a rimettere in linea i conti della multinazionale a livello globale. Leggi tutto “Carrefour. Come presidiare un mercato difficile come quello italiano…”

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Carrefour. Il franchising è una scelta di rilancio o una scelta obbligata?

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Serve a poco stupirsi della progressione geometrica dei piani di ristrutturazione annunciati da Carrefour negli ultimi dieci anni. Quelli passati non c’entrano nulla con il presente. Anzi. Per certi versi lo scenario che deve affrontare e tentare di risolvere il CEO italia  Cristophe Rabatel è, al contrario, proprio la conseguenza di quei piani falliti, delle occasioni e del tempo persi cullandosi nell’illusione che la malattia fosse meno grave del previsto e che era inutile affrontarla con la determinazione necessaria.

Certo, questo non assegna patenti di credibilità al nuovo CEO ma non serve a attardarsi sulle responsabilità passate. Queste ci sono ma serve a poco ribadirle. In un’azienda di quelle dimensioni e rigidità decisionali dove le leve per mantenere equilibrio tra fatturato e margini scontano la difficoltà a percorrere sperimentazioni su innovazione e progetti vari oltre un certo periodo di tempo non è difficile trovarsi su di un piano inclinato  da cui non è facile risalire.

Cristophe Rabatel non ha potuto fare altro che accelerare i processi decisi da chi l’ha preceduto e forzare sulla strategia del franchising per ridurre i costi. Un rischio sul futuro dell’azienda, una necessità in mancanza di alternative. E questo porta con sé l’inevitabile  conseguenza  sulle diseconomie indotte sulla sede. 

Rabatel, in perfetta sintonia con Alexandre  Bompard  CEO del gruppo, ha avuto la missione di mettere in sicurezza i conti, costi quel che costi. Negli anni precedenti l’azienda ha avuto paura di affrontare la situazione. I più avveduti ricorderanno il tentativo di disdetta del CIA poi ritirato e congelato negli anni a seguire anche in forza delle proteste sindacali e le rigidità di Carrefour in sede di rinnovo del CCNL. Leggi tutto “Carrefour. Il franchising è una scelta di rilancio o una scelta obbligata?”

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Confcommercio. La Grande Distribuzione torna al centro degli equilibri…

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“Il pesce vede l’esca, mai l’amo.” 

Ho incontrato per la prima volta  Carlo Sangalli in una pizzeria di Roma. Insieme al suo assistente. Accompagnavo Francesco Rivolta. Era un mercoledì sera  e la discussione affrontò vari temi. Chiacchierare con Sangalli non è mai banale.  A causa del mio “interismo” ci mise un po’ a passare dagli insulti ironici da curva sud ai fatti del giorno.

Verso la fine della cena,  il Presidente posò il suo cellulare sul tavolo. Un vecchio modello tipo “startac” parecchio rovinato. Scherzando disse che quell’oggetto era la dimostrazione del fatto che lui ormai in Confcommercio non contava più nulla.

In quel periodo, si vociferava di un suo possibile passo di lato verso un ruolo da “Presidente onorario”. Il palazzo aveva così interpretato l’arrivo di Francesco Rivolta proveniente da un’azienda della Grande Distribuzione. Comparto da sempre indigesto in  Confcommercio. Convinti della sua “imminente” uscita, secondo il suo racconto,  i servizi generali della confederazione non gli avevano assegnato un nuovo modello di cellulare.

Trattava la sua (im)probabile e ciclica disponibilità a farsi da parte, sempre con una sottile ironia. Sapeva dove voleva andare a parare. Eravamo nel 2011. La sua uscita non era affatto prossima nonostante il delfino già in vasca e l’apparente sua volontà. Difficile possa esserlo  anche ora.

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Confcommercio. È il suo futuro da RI-COSTRUIRE…

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Manca un giorno all’assemblea confederale e sinceramente mi domando dove è finita la Confcommercio. Già lo slogan scelto “Ri-costruiamo il futuro” fa pensare che di quello vero, quello che interessa il Paese,   se ne stanno occupando altri che lo stanno Co-struendo. Eppure fino  a qualche anno fa era un avvenimento importante che doveva rappresentare, tra le altre cose,  la diminuita distanza da Confindustria e dal suo ruolo predominante nella rappresentanza datoriale.

“Terziario si, ma secondi a nessuno” era il grido di battaglia  di un Presidente che sentiva e gestiva con sobrietà e orgoglio gli umori, le contraddizioni e le aspettative della sua base. L’assemblea nazionale era il luogo formale dove la presenza della tifoseria, la qualità del parterre e l’effetto mediatico ne amplificavano la statura del leader e la consapevolezza che il comparto economico rappresentato marcava confini sempre più vasti.

L’idea di comprendere nel proprio perimetro organizzativo e sotto la sigla “Confcommercio”  l’intero terziario di mercato, annetterlo in un contratto nazionale di natura confederale che superasse la logica delle singole categorie economiche mettendo a disposizione delle imprese uno strumento flessibile, meno costoso di altri e applicabile in modo lasco è stata la vera intuizione che ha assicurato prestigio, rappresentatività  e risorse altrimenti difficili da realizzare. Un vero e proprio “salario minimo” ante litteram.

A differenza di altre Confederazioni, poi,  il 76% delle entrate di Confcommercio è dato da contributi della bilateralità e dei fondi welfare, il 20% dalle associazioni territoriali, il 3% dalle associazioni nazionali di categoria (dati Confcommercio prog. rappr. 4.0). Quindi i numeri e le risorse portavano vento nelle vele di chi sapeva dove stava andando. Leggi tutto “Confcommercio. È il suo futuro da RI-COSTRUIRE…”

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