La crisi in Ucraina spiegata in breve… per gentile concessione di Valerio Ricci

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In Ucraina ho vissuto quattro mesi meravigliosi, a cavallo fra il 2009 e il 2010, viaggiando in lungo e largo per il paese per motivi di lavoro, finendo poi col trascorrere un’estate splendida in Crimea. Nei miei spostamenti, mi rendevo sempre conto che quel paese aveva (ed ha) due anime, distinte, separate fondamentalmente dal corso di un fiume, il Dniepr. Un’anima russa, propriamente russa, di ucraini che parlano russo, che sono di religione ortodossa e che  sono eredi di quella cultura del Don che non ha mai conosciuto un confine reale fra Russia e Ucraina. Faccio notare che in russo la parola stessa У-край на vuol dire : presso/lungo i confini.

L’altra anima del paese è invece propriamente slava e mitteleuropea, direi quasi asburgica, considerato che a Leopoli furono incoronati ben due imperatori della casata imperiale austriaca. La Galizia, i Carpazi, tutti i territori fra Polonia e Ucraina esprimono infatti una cultura diversa, fondamentalmente cattolici, si parla ucraino, si avverte da secoli, la Russia, come un vicino ingombrante.

In effetti anche se si guarda la mappa dell’Europa, si nota che l’Ucraina ha la forma di un ponte. Ora questo essere ponte fra due mondi, che ha sempre trovato in Kiev, la bellissima capitale,  la sua sintesi ideale, invece di divenire un vantaggio strategico per il paese, è diventato nel tempo la sua grande tara.

Come si è arrivati a questa polarizzazione drammatica?

Facciamo un passo indietro: fine dell’URSS, nascono, nelle repubbliche dell’ex impero, le pseudo-monarchie dei Lukashenko (Bielorussia), degli Aleev (Azerbaijan), dei Nazarbayev (Kazakistan) etc etc.. A Kiev si instaura un governo di incapaci attaccato alla tetta russa, che però di latte, all’indomani del crollo sovietico, ne ha ben poco. Il paese si impoverisce, le infrastrutture non reggono, la gente scende finalmente in piazza chiedendo rinnovamento. Sono i giorni di speranza della rivoluzione arancione, la rivoluzione di Maidan, la grande piazza che si apre sul Kreshatik, la via principale della capitale.

La rivoluzione riesce, il governo in carica di dimette, le elezioni vengono vinte da Victor Yushenko, professore, scacchista, persona onesta, ma pessimo politico, e soprattutto, amministratore incapace. Fra i tanti errori di Yushenko c’è quello di mettersi vicino una pasionaria fascistoide, Yulia Timoshenko, che contribuirà non poco ad avvelenare l’aria del paese. Il governo Yushenko non funziona, la grivna crolla, la gente continua ad impoverirsi, le grandi speranze rimangono disilluse.

Si torna a votare e questa volta, l’esito del voto premia un altro Victor, Yanukovich, espressione della parte russofona e russofila del paese, fra cui il Donbass appunto, essendo lui stesso nato a Donetsk. Ex malavitoso, uomo controllato dal FSB, estremamente corrotto.

È l’anno in cui arrivo a Kiev. Il mio autista è anche un musicista, per la precisione oboista della filarmonica di stato. La quale filarmonica, ogni giovedì, va in casa di Yanukovich, un enorme villa sopra l’Arsenalnaya, a suonare per ialle feste del presidente.

Si ferma l’occidentalizzazione del paese, ci si riavvicina alla Russia.

Tuttavia alcuni impegni come i colloqui per una preadesione all’UE erano stati già presi dal governo precedente. Yanukovich stoppa tutto. Questo scatena la rabbia delle generazioni più giovani e della parte del paese ad occidente del Dniepr. Yanukovich viene rimosso con la forza, da frange organizzatissime dietro le quali fra gli altri c’è la stessa Timoshenko. Ma Yanukovich era stato eletto democraticamente e quella parte del paese che lo aveva eletto, non ci sta.

E’ la contro-rivolta, vengono occupati i municipi di Lugansk, Donetsk, Sebastopoli..  E in questa fase, Il nuovo governo di Kiev non trova di meglio che inviare in quelle zone i carri armati. Contro una parte del proprio popolo. Un’assurdita’. La Russia manda i rinforzi tecnici e paramilitari che l’esercito ucraino non ha la forza di sconfiggere. Putin vede un’occasione unica e si prende la Crimea, senza sparare un colpo.
La situazione si cristallizza e questo status quo viene sancito internazionalmente dagli accordi di Minsk nel 2014.

Considerazioni finali: nelle situazioni così complesse il male e il bene, la ragione e il torto non stanno mai da una parte sola.
La NATO non può pensare di bussare alla porta di territori e paesi che sono al confine dello spazio strategico vitale della Federazione Russa. Ne’ può giustificare la sua esistenza con il solo spauracchio della russofobia.
La Federazione Russa non può pensare di violare la sovranità di paesi che sono comunque paesi terzi e indipendenti, ne’ può continuare ad inquinare il processo di integrazione europeo (l’unico argomento che vede convergere gli interessi russi e americani).

Si può ammettere che l’Ucraina non entri mai nella NATO ma non si può costringere nessuno a firmare un accordo scritto sulla testa di uno stato terzo, come vorrebbero i russi.

Gli USA non possono forzare la mano senza capire che i rapporti geopolitici fra Russia e Europa sono molto più complessi e interconnessi di quello che gli americani stessi vorrebbero. A 6000 km di distanza se ne fottono. Per loro l’energia non è un problema, per noi si.

L’Europa dovrà parlare con una voce sola, e dovrà mediare. Ne va del suo, pardon, del nostro futuro. Il resto lo leggeremo sui giornali….

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Vicenda Carrefour. Auchan, vade retro….

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Com’era prevedibile il 16 febbraio il CEO di Carrefour ha dimostrato, dati alla mano, dove è arrivato il suo importante lavoro di riposizionamento dell’azienda (https://bit.ly/3I2yUCn). Oggi l’attenzione dei media è però rivolta ad altre latitudini.  Carrefour non è quindi sotto i riflettori. In Francia altri problemi agitano l’opinione pubblica.

Alexandre Bompard a suo tempo  aveva lavorato per la soluzione Couche Tard. Una realtà canadese che non aveva una presenza in Francia che stava puntando a diversificare le attività. Una partnership di quel calibro avrebbe consentito a Carrefour di continuare a crescere e di competere a livello internazionale restando però al centro dei giochi.

I suoi azionisti principali lo hanno assecondato fin da subito sostanzialmente  perché volevano vendere. Fallita l’operazione, Bernard Arnault, il principale azionista ha comunque lasciato. Considerava da tempo inutile, costosa e non più strategica la sua presenza in Carrefour.

Ad Alexandre Bompard nel 2017 lui stesso aveva assegnato, tra gli altri obiettivi, quello di individuare una partnership di livello disposta a subentrare e accelerare la crescita.  Stoppata l’operazione per intervento della politica il gruppo si è trovato, obtorto collo, sul mercato. Con il rischio evidente di finire  in balia degli eventi. Ai suoi azionisti principali, che non vedono l’ora di lasciare, interessa solo  il valore dell’azienda per cederla con il massimo vantaggio possibile.

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Grande Distribuzione. PAM, meglio l’uovo oggi?

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Ho partecipato al processo di selezione di Gianpietro Corbari in Galbani nella metà degli anni 90. Il candidato che stavamo cercando  avrebbe dovuto lavorare come Direttore di Stabilimento a Casale Cremasco con l’ing. Claudio Baroncelli capo delle Operations. Un manager con un carattere difficile ma di grande esperienza che aveva, nel suo CV prima della Galbani la Sir di Rovelli, e la Mira Lanza. Corbari era il più qualificato.

Nel comparto industriale dell’azienda lattiero-casearia si fece strada per la sua competenza. Soprattutto per la sua capacità di scomporre e ricomporre i processi migliorando le performance aziendali come pochi altri. Poi ci siamo persi di vista e lui ha fatto molta  strada confermando indubbiamente  le sue qualità. In PAM la rivisitazione dei negozi era quasi conclusa e i cambiamenti già visibili. Gianpietro Corbari come CEO ha fatto bene il suo lavoro.

La recente vicenda sul rientro parziale delle pulizie che ha portato allo scontro con il sindacato è sicuramente figlia di uno dei suoi progetti di razionalizzazione. Non è un caso che la sua uscita dall’azienda è praticamente contemporanea al mesto ritiro del progetto stesso. Un errore da “ingegnere” lanciare quella campagna in tempi di covid. Un errore peggiore, una volta lanciata, ritirarla. L’obiettivo non era la qualità delle pulizie come strumentalmente hanno sostenuto i sindacati. Era l’ottimizzazione delle risorse interne.

Eppure le conseguenze di quella mossa erano prevedibili. L’impatto sui lavoratori di un progetto che determina, di fatto,  un demansionamento contrattuale non è mai di facile realizzazione. È difficile da motivare perché  irrita ben oltre il perimetro del personale sindacalizzato. L’inquadramento contrattuale è vissuto, anche ai livelli più bassi, come un riconoscimento del proprio lavoro. Le pulizie sono l’ultimo gradino della scala. È più facile trovare volontari per il lavoro domenicale che per pulire i bagni. È vista come una punizione. Certe operazioni in pejus, seppur parziali e motivate, reggono solo se sono mirate a ridurre sacche di evidenti esuberi potenziali. Ma queste devono essere dichiarate formalmente. Non solo paventate. Leggi tutto “Grande Distribuzione. PAM, meglio l’uovo oggi?”

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Grande Distribuzione cooperativa. È ora di cambiare…

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Non c’è più nulla che giustifichi sul piano gestionale le differenze di costo e di organizzazione del lavoro che ancora esistono tra la Grande Distribuzione privata e quella appartenente alla cooperazione. Non ha più senso neppure avere un CCNL (contratto nazionale) separato. Lo pensano, credo, anche gli stessi  sindacati di categoria. Compresi quelli che si “ostinano” a ritenere che la “Coop non deve perdere le sue caratteristiche peculiari”.

 Ovviamente sarebbe necessario intendersi sul significato di queste caratteristiche. Così come, sull’altro versante della cooperazione, le cooperative di imprenditori stanno realizzando ottime performance in Italia e nel resto del  continente. Da Conad in Italia, a Rewe in Germania fino a Leclerc in Francia.  Il mondo cooperativo a 360° sta dimostrando ovunque una flessibilità e una resilienza importanti.  Coop stessa ha scelto di avvalersi di imprenditori locali proprio  laddove la gestione diretta si è rilevata complessa. Quindi è un mondo in evoluzione. 

Credo però che occorra individuare cosa ne debba ancora rappresentare concretamente i punti di forza e cosa, per ovvie ragioni, va superato prima che corroda l’essenza stessa del modello rendendolo incapace di reagire al cambiamento. Restano  fondamentali il rapporto con il cliente in termini di convenienza e qualità, l’integrazione con il territorio e le comunità di insediamento all’interno di  un confronto costruttivo nelle filiere. Ultimo ma non ultimo, il rispetto del lavoro. Caratteristiche identificative ma non più esclusive di quel perimetro.

Sul versante del lavoro nel mondo Coop in Italia, convivono importanti CIA (contratti integrativi aziendali). Questi ultimi restano strumenti fondamentali per governare,  azienda e sindacato insieme, la complessa fase di riposizionamento. Soprattutto sulle grandi superfici.
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Sui prezzi la ricreazione è finita. Sta suonando la campanella.

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Patrizio Podini è una persona seria. È stato il primo a mettersi di traverso quando tra i fornitori qualcuno sembrava volesse anticipare aumenti a suo parere non sempre giustificati ma non ci ha messo molto a capire che la situazione stava prendendo una brutta piega. Il patron di MD espone nell’intervista al Mattino tutto il suo pessimismo rispetto a quello che ci aspetta nei prossimi mesi. Aumenti consistenti interesseranno praticamente tutta la filiera agroalimentare.

Il suo grido di allarme chiama direttamente in causa il Governo con l’obiettivo di evitare che quello che appare ad alcuni osservatori come un elemento che attraverserà il 2022 si trasformi in un dato destinato a proseguire nel tempo innescando inevitabilmente una spirale di aumenti prezzi/salari che rischia di far deragliare le speranze di ripresa del Paese. La linea Maginot improvvisata dalle insegne, più preoccupate dalla concorrenza che dal problema in sé, sta cedendo rovinosamente. Resistere alle richieste indipendentemente dalle loro ragioni si sta dimostrando un errore perché non se ne percepisce la concreta efficacia vista la sensazione dei consumatori che la situazione sia ormai sfuggita di mano.

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Vade retro e-commerce. La guerra personale di Paul Magnette in Belgio

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Per cercare di capire quale futuro prossimo attende il comparto della distribuzione  non serve lanciarsi in avventate profezie a lungo termine. Basta osservare cosa succede intorno a noi. Cogliere negli avvenimenti che attraversano i Paesi vicini quei segnali che indicano possibili traiettorie sociali ed economiche.

Si segnalano nuove ipotesi di concentrazioni indispensabili per competere e un decisa affermazione dei discount con inizio di possibili disagi sociali causati dall’inflazione. Fino ad arrivare ai tentativi di inquadrare nuovi lavori in vecchi schemi. In Belgio una levata di scudi contro l’ecommerce segnala la nascita di una forma di neoluddismo 4.0 destinato ad avere riflessi anche altrove. Non è un caso che Amazon, ad esempio, si stia infilando in tutte le lobby possibili sia in Europa che in alcuni Paesi chiave del suo sviluppo futuro. Una misura preventiva comprensibile vista l’aria che tira.

Il futurista Marinetti nel 1930 se la prese con gli spaghetti. Il padre del futurismo propose “l’abolizione della pasta asciutta assurda religione gastronomica italiana”. La lotta contro i mulini a vento, dal don Chisciotte di Cervantes in avanti ha sempre avuto un certo fascino. La stessa fine, credo attenda, la proposta di   Paul Magnette, presidente del Partito socialista Belga.

Anche lui si  è dato un obiettivo ambizioso: “il Belgio dopo aver eliminato il nucleare deve diventare il primo Paese senza e-commerce e solo con negozi veri”. Non va dimenticato che proprio le rigidità sulle liberalizzazioni volute dai socialisti in Vallonia hanno indubbiamente favorito il commercio elettronico. Ma tant’è. Quindi adesso tocca all’e-commerce.

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Affaire Auchan/Carrefour. I fondi chiedono di pesare nella governance.

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L’operazione continua  sottotraccia ma le difficoltà aumentano. In gioco c’è la governance della nuova realtà. Carrefour è però sempre nel mirino mentre gli analisti più attenti avanzano dubbi. Alcuni degli stessi  fondi interpellati da Lazard avrebbero  già gettato la spugna.

Ho seguito la “fuga” di Auchan dal nostro Paese e la cessione a Conad, non mancherò di documentarmi e di proporre le mie riflessioni anche su questa vicenda che ha conseguenze evidenti anche sulle attività di Carrefour nel nostro Paese.

C’è innanzitutto da sottolineare un’analoga spregiudicatezza nei comportamenti  di Auchan. In Italia come in Francia. Da noi nell’aver  trovato un modo originale di sparire senza lasciare traccia. Oltralpe per la pretesa di individuare finanziatori disposti a partecipare ad  un’operazione di quelle dimensioni senza però farli entrare nella stanza dei bottoni. C’è una manifestazione  di forza e di sicurezza  che nasconde una debolezza di fondo.

La AFM è divisa. C’è chi crede nell’operazione e chi ne teme la complessità. Soprattutto le conseguenze. Questa volta c’è da metterci la faccia. Non certo da nascondersi dietro altri come hanno fatto da noi. La diffidenza di alcuni dei  fondi coinvolti è sulla reale capacità manageriale necessaria per la dimensione dell’operazione, la sua gestione e le sue ricadute. In poche parole ne vogliono la governance.

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Commercio e associazioni di categoria nella pandemia…

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La crisi dei partiti e la necessità di una loro affermazione su basi nuove pone sullo sfondo l’identica crisi che attraversa il ruolo della rappresentanza sociale ed economica del Paese. Alcune molto più di altre stanno marciando decise verso l’irrilevanza. Nel commercio e nei servizi la situazione è sotto gli occhi di tutti.  La gestione della pandemia ha però solo sottolineato una tendenza già in essere.

È così in Europa e nei luoghi che contano dove sono le lobby vere che giocano un ruolo decisivo sia direttamente che trasversalmente lasciando alla rappresentanza tradizionale solo  la consumazione di vecchi  riti e liturgie che poco incidono sulla vita  reale  dei rispettivi associati. In crisi, oltre per l’evanescenza dei risultati conseguiti, sempre più dettati dalla  politica e sempre meno dall’iniziativa associativa, è anche il rapporto tra  centro  e periferie. Queste ultime sempre più in affanno con i rispettivi associati alle prese con problemi quotidiani di sopravvivenza quindi lontani da un modo di porsi inefficace.

Nel commercio e nei servizi più che altrove l’incapacità di cambiare vecchie traiettorie organizzative, ormai datate e di mettere così in discussione i propri tradizionali confini associativi erosi da un contesto socioeconomico profondamente cambiato ben prima della pandemia, ci  si è limitati a sciorinare ovvietà e ad invocare “tavoli e confronti” più per rassicurare le rispettive basi che per interpretare una nuova visione del ruolo.

Quasi nessuna ha capito per tempo che un’epoca si è chiusa. E che l’inadeguatezza nel “capire il nuovo e guidare il cambiamento” è esiziale. Ovviamente non tutte reagiscono allo stesso modo. Dove gli imprenditori partecipano e contano nelle decisioni interne la reazione in parte c’è stata. La protesta ha portato a qualche risultato e a correggere la rotta. Sempre poco, ovviamente,  perché l’impatto della pandemia sta contribuendo a ridisegnare attività, priorità, organizzazioni aziendali e prospettive del business. Dove però sono le burocrazie autoreferenziali, come in Confcommercio,  a guidarne l’azione non si è andati al di là della richiesta dei ristori, della guerra contro lo smart working o la difesa dello status quo vedi i balneari e le farmacie. Battaglie di retroguardia tese a ricompattare vecchi equilibri animati dalla speranza che, passata la nottata, si sarebbe potuto ritornare alla situazione precedente. Leggi tutto “Commercio e associazioni di categoria nella pandemia…”

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La grande distribuzione e il lavoro. La fatica di andare oltre il suo costo…

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L’inflazione è una brutta bestia. Non colpisce solo il consumatore e la filiera nel suo complesso. Colpisce anche il lavoro dipendente di tutte le attività a monte e a valle. Scordarselo relegandolo ad un problema secondario è un errore. Rilancia inevitabilmente la questione salariale e del lavoro  anche nella Grande Distribuzione. Lo dico pur essendo convinto che questo elemento manca completamente nelle riflessioni dei CEO delle diverse insegne.

Il rinnovo dei CCNL è bloccato da oltre due anni. Né Confcommercio né Federdistribuzione sembrano in grado di fare proposte. Confesercenti e Coop girano anch’esse alla larga. Sul tema c’è una grave caduta di autorevolezza delle associazioni datoriali. È anche una questione di serietà. Non si firmano scadenze e impegni senza rispettarne i termini. Altrimenti sarà inevitabile arrivare al salario minimo di legge.

E così, anziché sfidare il sindacato di categoria sui temi decisivi che accompagneranno i prossimi anni di vigenza del CCNL, si trincerano tutti dietro ad un facile  “NO” al rinnovo pur mascherandolo con argomentazioni legittime quanto fuorvianti. Nessuna organizzazione fa il primo passo per paura di essere scavalcata (al ribasso) dall’altra. È il frutto avvelenato  dell’aver voluto fare del CCNL argomento di concorrenza associativa senza essere in grado di gestirne le conseguenze.

Sui temi del lavoro nella GDO le idee sono poche e confuse. Alle imprese spaventate dai costi non viene proposto nulla di innovativo. E quindi prevale la preoccupazione e l’incertezza sul futuro prossimo che chi riveste responsabilità politiche nelle rispettive associazioni si limita a cavalcare. È chiaro che esiste un problema di fondo che attraversa tutto il mondo del lavoro dipendente. Leggi tutto “La grande distribuzione e il lavoro. La fatica di andare oltre il suo costo…”

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Affaire Auchan/Carrefour. Adesso ci prova la Banca Lazard….

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Mentre la nostra vocazione al nanismo imprenditoriale  ci vincola nel rissoso cortile di casa, francesi e tedeschi si stanno guardando intorno. Il campo da gioco è il mondo. Industria, telecomunicazioni e trasporti segnalano diversi passaggi di mano e rafforzano la presenza dei due Paesi sul continente.

Nella grande distribuzione i grandi player rinserrano le fila mentre aleggia lo spettro di Amazon e di quella che potrà essere la sua prossima mossa. Spagna e Italia sotto i riflettori. L’azienda di Seattle è brava a mostrare l’albero continuando però  ad immaginare la foresta. Nel suo ecosistema potenzialmente può entrarci di tutto. Questa è la sua vera forza. Aldi sta studiano come accelerare la propria crescita, LIDL come mantenere la sua leadership continentale. I discount sanno che le incertezze causate dalla pandemia e dai rischi di ripresa dell’inflazione giocano a loro favore e che il 2022 sarà il loro anno. Quindi ne vogliono approfittare.

In Francia si accendono i riflettori. Cinque giocatori storici. Leclerc, Carrefour, Auchan, Intermarché, Système U e due outsider tedeschi come Aldi e Lidl che nel 2021 hanno aumentato il loro clienti rispettivamente di 900.000 e 400.000, a cui si aggiungono alcuni nuovi arrivati  come Action e Costco. La competizione  è quindi molto agguerrita. Alexandre Bompard, CEO di Carrefour, tra l’altro lo ripete da tempo che il mercato della distribuzione francese deve concentrarsi. Carrefour è riuscita con grande difficoltà a recuperare la redditività  in Francia. Auchan è ancora in difficoltà.

In questo contesto sono però i “vitigni” a tenere banco. Secondo i giornalisti  Ivan Letessier e Marie Bartnik de “Le Figaro” avrebbe ripreso vigore l’operazione Auchan/Carrefour.  Nome in codice  sul documento riservato: “Merlot”. È la  missione della banca d’affari Lazard. Consentire l’acquisizione di “Pinot” (Carrefour), da parte di “Sauvignon”, (Auchan). L’obiettivo è convincere alcuni fondi di investimento a finanziare questa operazione. “Il “Merlot” diventerebbe il principale distributore in Francia con oltre il 29% di quota di mercato in Francia e una presenza internazionale unica in 17 paesi”, spiega il documento riservato inviato da Lazard ai fondi di investimento individuati. I viticoltori francesi (e non solo) però ne sono certi. Pinot e Sauvignon non consentono di ottenere il Merlot. Leggi tutto “Affaire Auchan/Carrefour. Adesso ci prova la Banca Lazard….”

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