Regione Lombardia – Bando “Responsabilità sociale per la competitività di impresa”

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Regione Lombardia ha approvato un Bando per sostenere,agevolare,intraprendere e consolidare azioni di Responsabilità Sociale d’Impresa – RSI delle MPMI lombar­de e delle grandi imprese anche internazionali radicate sul territorio”.

Gli interventi ammissibili dovranno privilegiare misure sperimentali di welfare complementare a favore dei lavoratori e del contesto territoriale delle MPMI e implementare in maniera strutturata azioni e politiche aziendali di RSI, sviluppando ambiti innovativi sul tema oggetto del bando.

I progetti potranno riguardare uno dei seguenti ambiti:

1 AMBITO PEOPLE CARE

Interventi di supporto e sviluppo di forme di welfare complementare con particolare riguardo a strumenti di:

“health care”: attività di informazione/coinvolgimento relativa ai rischi per la salute della persona, sul lavoro e in ambito famigliare, alle relative modalità di prevenzione e cura, supporto economico ai servizi di assistenza e sanitari già presenti , progetti di sviluppo e/o applicazione di tecnologie innovative volte a migliorare la capillarità dei servizi medici a favore dei dipendenti.
mobilità sostenibile: i progetti dovranno prevedere l’uso integrato di servizi tra i quali accordi e convenzioni (intra/inter-aziendali), iniziative di car pooling e servizi di car sharing al fine di proporre soluzioni in grado di ridurre il parco macchine delle aziende e nello stesso tempo offrire adeguati servizi di mobilità sostenibile ai dipendenti.
benefit non monetari: si fa riferimento a progetti che riguardano benefit non monetari a sostegno del problema della “quarta settimana”, mediante accordi con fornitori di prodotti alimen­tari, scolastici, sanitari, ecc.,  borse di studio per i dipendenti e/o i loro famigliari, assicurazioni sanitarie integrative, accordi con banche e istituti finanziari finalizzati a garantire servizi agevolati o di anticipazione finanziaria.
2 AMBITO APPROVVIGIONAMENTO LOCALE

Tale ambito promuove la definizione e implementazione di politiche e strategie di approvvigionamento che, privilegiando fornitori lombardi e impegnati in attività connesse alla RSI, favoriscano lo sviluppo di attività economiche sul territorio.

3 AMBITO RETI DI SOLIDARIETÀ TRA IMPRESE E TERRITORIO

Sviluppo di progetti di solidarietà tra imprese operanti nello stesso ambito territoriale in situazione di crisi o difficoltà, finalizzati a soste­nere il processo di transizione mediante azioni e servizi per la continuità dello sviluppo professionale, il reimpiego e la riqualificazione dei lavoratori nel contesto occupazionale territoriale di riferimento.

Tale sperimentazione dovrà essere sviluppata attraverso la realizzazione di servizi di outplacement (anche con enti specializzati) condivisi tra più aziende sul territorio, per facilita­re il ricollocamento di dipendenti di aziende in crisi presso altre aziende locali, studi di fattibilità e attivazione di progetti pilota di job sharing tra imprese e tra imprese e organizzazioni non profit, per favorire il reimpiego di dipendenti nella stessa area territoriale coinvolta da fenomeni di crisi occupazionale e/o industriale.

LOCALIZZAZIONE

I progetti devono essere realizzati nell’ambito del territorio di Regione Lombardia. La durata massima dei progetti dovrà essere di 12 mesi. I progetti dovranno concludersi, comunque, entro e non oltre il 31 dicembre 2013.

AZIENDE BENEFICIARIE

Possono beneficiare dei contributi per la realizzazione degli interventi previsti nel bando le seguenti tipologie di imprese:

Micro, Piccole e Medie Imprese (MPMI);
 Grandi Imprese
Tali imprese dovranno appartenere ai seguenti settori:

artigianato, industria e cooperazione, limitatamente alle classificazioni ISTAT ATECO 2007 – primarie e secondarie – di cui alle lettere C ed F (attività manifatturiere e costruzioni)
servizi, limitatamente alle classificazioni ISTAT ATECO 2007 – primarie e secondarie – indicate nel Bando.
Le imprese potranno partecipare in forma singola o con modalità di aggregazione quali Associazioni Temporanee di Imprese (ATI), raggruppamenti, con forma giuridica di “contratto di rete”, gruppi cooperativi paritetici (GCP). Le grandi imprese  potranno beneficiare del contributo solo come partecipanti ad una delle possibili forme di aggregazione previste dal Bando.

SPESE AMMISSIBILI

Le risorse previste ammontano complessivamente a 850.000 euro e le spese ammissibili dovranno essere strettamente funzionali alla realizzazione ed attuazione dell’intervento ed effettivamente sostenute e quietanzate, identificabili, controllabili ed attestate da documenti giustificativi.

TERMINI DI PRESENTAZIONE DELLE DOMANDE

La domanda di partecipazione al Bando deve essere presentata esclusivamente per mezzo del Sistema Informativo (“Finan­ziamenti Online”) a partire dalle ore 10:00 del giorno 23 maggio 2012 e fino alle ore 16:30 del giorno 19 luglio 2012

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Lavoratori stagionali

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La commissione libertà civili del Parlamento europeo ha approvato il rapporto relativo ai lavoratori stagionali prevendendo per la prima volta regole comuni Ue. I lavoratori stagionali extracomunitari potrebbero beneficiare di diritti di lavoro e di condizioni di vita di base, quali un salario minimo e un alloggio decente. Tali regole mirano a lottare contro lo sfruttamento, evitando nel contempo che dei soggiorni temporanei diventino permanenti. Il testo prevede che i datori di lavoro e subappaltatori che non rispettano tale norma sarebbero soggetti a “sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive” e dovrebbero risarcire il lavoratore stagionale interessato. I datori di lavoro potrebbero essere sanzionati da un divieto di assumere lavoratori stagionali per diversi anni. La Commissione europea valuta a oltre 100.000 lavoratori stagionali provenienti da paesi terzi ogni anno. http://www.europarl.europa.eu/meetdocs/2009_2014/organes/libe/libe_20120425_0900.htm

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Relazioni industriali e dialogo sociale

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Ricordiamo la seconda scadenza – 4 settembre
2012 – del bando relativo alle relazioni industriali e al dialogo sociale che, nei suoi obiettivi, include misure e iniziative che riguardano l’adattamento del dialogo sociale ai cambiamenti nell’occupazione e nel lavoro e relative sfide, come l’ammodernamento e la qualità del mercato del lavoro, l’anticipazione, la preparazione e la gestione del cambiamento e la ristrutturazione, la flexicurity, le competenze, la mobilità e la migrazione, l’occupazione dei giovani, i contributi della strategia europea in tema di salute e di sicurezza, la riconciliazione tra vita professionale e vita familiare, l’uguaglianza di genere, le azioni nel settore dell‘antidiscriminazione, l’invecchiamento attivo, l’inclusione attiva e il lavoro decente.

http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=630&langId=en&callId=334&furtherCalls=yes

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Occupazione: misure concrete

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La Commissione europea ha presentato lo scorso 18 aprile un insieme di misure concrete per dare nuovo impulso all’occupazione nell’UE. La proposta definisce raccomandazioni all’indirizzo degli Stati membri per incoraggiare le assunzioni riducendo gli oneri fiscali che gravano sul lavoro e per dare un maggiore sostegno all’avvio di nuove imprese. Il pacchetto occupazione identifica anche gli ambiti che presentano le migliori prospettive occupazionali per il futuro: l’economia verde, i servizi sanitari e le TIC. La Commissione europea ribadisce la necessità di una più forte dimensione occupazionale e sociale nella governance dell’UE e delinea nuove strategie per coinvolgere maggiormente i rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori nella definizione delle priorità Ue. Il pacchetto si compone di una comunicazione e di una serie di documenti di lavoro dei servizi della Commissione che riflettono su come le politiche dell’occupazione siano legate ad una serie di altri settori strategici a sostegno di una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva (per la lista completa si rimanda alla fine della nota). Tra i nove documenti di lavoro figurano anche due consultazioni pubbliche – sulla necessità di orientamenti di qualità dell’UE per i tirocini e sul potenziale occupazionale dei servizi alla persona e dei servizi domestici – la cui scadenza è fissata al mese di luglio (2012). (Scheda dettagliata disponibile su richiesta).

http://ec.europa.eu/social/main.jsp langId=en&catId=89&newsId=1270&furtherNews=yes

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Europa – diritti fondamentali dei cittadini

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La Commissione europea ha pubblicato la relazione relativa alla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, in vigore e giuridicamente vincolante da più di due anni. La funzione principale della Carta è garantire che le istituzioni dell’UE rispettino i diritti fondamentali quando elaborano nuove normative europee. I diritti fondamentali sono ormai sistematicamente presi in considerazione nel processo legislativo dell’Ue. Inoltre, la Carta si applica agli Stati membri nell’attuazione del diritto Ue. Ogni Stato, poi, tutela tali diritti attraverso la propria costituzione nazionale e l’autorità giudiziaria. La Carta non li sostituisce. Se un cittadino ritiene che i suoi diritti siano stati violati deve in primo luogo rivolgersi a un giudice o al difensore civico nazionale.

http://ec.europa.eu/justice/fundamental-rights/index_it.htm

Parità di genere.

Pubblicata l’ultima relazione annuale sulla parità di genere in cui la Commissione europea prende in esame i progressi compiuti durante lo scorso anno per colmare il divario tuttora esistente tra uomini e donne in ambito professionale, economico e sociale. Malgrado i timidi progressi in termini di aumento del numero di donne ai vertici aziendali e di riduzione del divario nelle retribuzioni, resta ancora molto da fare. Per raggiungere l’obiettivo generale dell’UE di un tasso occupazionale del 75% della popolazione adulta entro il 2020, i paesi membri devono promuovere maggiormente la presenza delle donne nel mercato del lavoro. Un modo per accrescere la competitività dell’Europa consiste nel conseguire un migliore equilibrio tra uomini e donne nei posti di responsabilità in ambito economico.

http://ec.europa.eu/justice/gender- equality/index_it.htm

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Programma di apprendimento permanente (LPP)

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Nel bando relativo al LLP pubblicato il 9 agosto 2011, due scadenze sono ancora previste per la presentazione di progetti. Scadenza al 17 settembre 2012: Comenius (Istruzione scolastica: primo ciclo dell’istruzione, dalla scuola materna ed elementare alla scuola secondaria superiore.) e Grundtvig (Educazione degli adulti: risponde alle esigenze didattiche e di apprendimento delle persone coinvolte in ogni forma di istruzione degli adulti che non sia di carattere prevalentemente professionalizzante, nonché delle istituzioni e delle organizzazioni che offrono o che agevolano ogni tipo di istruzione per gli adulti – formale, non formale, informale – compresa la formazione iniziale e la formazione in servizio del personale).
Scadenza al 12 ottobre 2012: il programma trasversale – Attività chiave 1, Azioni di cooperazione politica e di innovazione, che offre sostegno alle visite di studio degli specialisti dell’istruzione e della formazione professionale, nonché alle reti a livello europeo in questi settori.
http://ec.europa.eu/education/llp/call11_en.htm

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Campagna europea per promuovere i collocamenti lavorativi

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Dal 17 aprile, è partita la campagna da parte della Commissione europea “We Mean Business” che intende incoraggiare le imprese a creare un maggior numero di posti di tirocinanti per promuovere le attitudini e l’occupabilità dei giovani. Nel 2012-2013, la Commissione recherà un sostegno finanziario per un totale di 280 000 collocamenti attraverso i suoi programmi Leonardo da Vinci e Erasmus a vantaggio di studenti dell’istruzione professionale e superiore. La campagna dispone di un sito web dedicato che contiene informazioni e link per sapere come organizzare o reperire un collocamento europeo. Negli Stati membri si svolgeranno azioni di sensibilizzazione indirizzate alle camere di commercio, alle agenzie di sviluppo regionale, alle organizzazioni di sostegno alle imprese e ad altri “moltiplicatori” che possono porre in luce i vantaggi che i collocamenti presentano per le imprese.

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Dimissioni in bianco, così non va

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L’onere della prova a carico della donna licenziata, e per sanzione una semplice multa: la nuova normativa contro le dimissioni in bianco è troppo debole. Così com’è scritto, non tutela le lavoratrici. Un appello al parlamento perché lo cambi: una norma di civiltà non può essere oggetto di mediazione tra interessi
In più occasioni la ministra Elsa Fornero, e per la verità non solo lei, per difendere la riforma del mercato del lavoro, ha citato l’articolo 55 del ddl, che definisce le nuove regole contro le dimissioni in bianco. Certo non era scontato che il governo affrontasse l’argomento, per la semplice ragione che a votare quell’articolo è lo stesso parlamento che nel 2008 ha cancellato la legge 188/2007, dedicata appunto a sanzionare e limitare quell’abuso. Tuttavia grazie alle iniziative promosse da tante donne in questi anni la deprecabilità delle dimissioni in bianco è diventata senso comune ed è difficile ormai chiudere gli occhi di fronte alla consapevolezza diffusa che si tratta di un fenomeno inaccettabile in un paese civile. Ci troviamo infatti di fronte a una pratica tanto diffusa quanto illegale: quella di far firmare in anticipo, al momento dell’assunzione, le proprie dimissioni, da completare, riempiendole con la data desiderata a fronte di una malattia, un infortunio, un comportamento sgradito, o più tipicamente una semplice maternità. In pratica, una spada di Damocle permanente, pronta per ogni evenienza della vita di ragazze e ragazzi neoassunti e buona da usare a piacimento per spezzarne i rapporti di lavoro; e purtroppo ampiamente usata, ci dicono i numeri Istat.

Fonte: Rapporto Istat 2010 (Il Rapporto dedica un paragrafo al tema “Interruzioni di lavoro per la nascita di un figlio: le ‘dimissioni in bianco’”. V. Rapporto 2010, pp. 153-154. Sul fenomeno delle dimissioni in bianco, e sugli aspetti normativi, si veda la scheda in questo stesso sito).
Quando la legge 188/2007 è stata abrogata in nome della semplificazione, non ci sono state grosse reazioni, nonostante fosse stata approvata dal parlamento precedente, nell’ottobre del 2007, all’unanimità alla camera e a larga maggioranza al senato. Ma dal momento in cui la 188 è stata cancellata, alcune donne, testardamente, hanno ricominciato a tessere quella tela di consenso e alleanze che aveva prodotto la 188, per riconquistarla con petizioni, raccolte di dati, iniziative pubbliche continue, fino alla decisione di promuovere una legge di iniziativa popolare, decisione maturata nell’autunno del 2011 da parte di un gruppo di donne molto diverse tra di loro per cultura politica, esperienze professionali, generazione.
Il cambio di governo e l’insediamento del nuovo esecutivo guidato da Monti ha fatto sperare di poter riottenere rapidamente la legge e il comitato per l’iniziativa di legge popolare si è trasformato nel “comitato per la 188”, a cui si devono le tante iniziative degli ultimi tempi. Innanzi tutto la campagna “188 firme per la 188”, poi la giornata di mobilitazione nazionale per il ripristino della legge con presidi di fronte a tutte le prefetture d’Italia, che si è svolta il 23 febbraio di quest’anno. E ancora gli incontri con la ministra Fornero e il presidente della camera e le tante lettere aperte che hanno inondato la stessa ministra, le istituzioni, i gruppi parlamentari e le redazioni dei quotidiani di lettere aperte. Iniziative grazie alle quali si è formato un senso comune e una consapevolezza che adesso sono difficili da ignorare. Si è arrivati così all’articolo 155, che reintroduce nell’ordinamento il tema dell’abuso delle dimissioni in bianco, lo nomina, lo depreca e definisce le procedure per contrastarlo: un risultato molto importante e non scontato di quella mobilitazione faticosa, paziente e testarda.
Ma l’articolo 55 non riesce nel suo intento, per diverse ragioni
– È un articolo diviso in 8 commi di difficilissima lettura e interpretazione, e perciò anche applicazione.
– Le nuove procedure sono volte a correggere l’eventuale abuso della firma in bianco ma non a prevenirlo, come invece faceva la legge 188/2007 vincolando le dimissioni volontarie alla compilazione di un modulo dotato di codice alfanumerico progressivo di identificazione, non retrodatabile.
– L’onere della prova è a carico della lavoratrice e del lavoratore: sono loro a dover dimostrare che, pur essendo autografa, la firma della lettera di dimissioni è stata richiesta al momento dell’assunzione (comma 6 dell’art. 55).
– In caso di abuso la sanzione è solamente amministrativa (comma 8 dell’art. 55), una semplice multa. Da notare che su questo punto lo stesso documento ufficiale di policy del governo, precedente di pochi giorni la stesura del disegno di legge, più correttamente paragonava l’abuso del foglio firmato in bianco ad un licenziamento discriminatorio e perciò aveva come conseguenza l’annullamento delle finte dimissioni: altro che multa!
L’articolo 55 può essere cambiato
Il comitato per la 188 lo ha chiesto con una lettera aperta alla ministra Fornero e alle commissioni lavoro di senato e camera, ma lo chiedono anche molte parlamentari e varie memorie consegnate alle commissioni parlamentari. E lo pretende il buon senso: una norma di civiltà non può essere oggetto della mediazione tra interessi diversi. Ci auguriamo che il parlamento, nella discussione parlamentare del ddl sulla riforma del mercato del lavoro, accolga questo appello.

Titti DI Salvo

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Lavoro, retribuzioni e reddito, oggi in Italia: un aggiornamento dei dati disponibili

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Nel Gennaio scorso abbiamo esaminato le tematiche delle retribuzioni e della distribuzione del reddito alla luce di tutti i dati disponibili, prevalentemente dell’Istat, pubblicati nel 2011.

Allora si delineava un andamento nella distribuzione del reddito, dei salari, del risparmio e dei consumi di tendenziale impoverimento della popolazione italiana, in un contesto di crescenti divaricazioni tra le punte minime e massime di ciascun fondamentale.

Oggi, –  alla luce dei preoccupanti allarmi dell’Istat sul divario salario – prezzi che segna un livello record per gli ultimi 15 anni, ed ai dati dell’Ocse sugli stipendi e salari in Italia, rapportati a quelli degli altri paesi aderenti a tale organizzazione – pensiamo sia opportuno aggiornare l’esame che facemmo nei primi giorni dell’anno in corso.

Questo ci aiuterà a capire meglio la situazione economico sociale del nostro paese, soprattutto in rapporto alla crisi economica che dura ormai da 5 anni, ci colpisce particolarmente e sembra non declinare. 

Ma vediamo in premessa i campanelli d’allarme suonati in questi giorni.

Il primo è rappresentato dai dati dell’Istat sulle retribuzioni contrattuali che a Marzo 2012 registrano una differenza del 2,1% tra aumenti retributivi (+1,2%) e tasso di inflazione su base annua (+3,3%).

Per trovare una differenza così ampia bisogna risalire almeno al 1983 (anno di avvio di queste rilevazioni).

E’ da notare che, mentre le retribuzioni orarie crescono dell’1,7% nel settore privato, hanno invece una crescita nulla nell’agricoltura, nella pubblica amministrazione, nel credito e nelle assicurazioni.

Da un lato quindi l’Istat ci dice che le retribuzioni non reggono l’aumento dell’inflazione, mentre dall’altro, dati negativi arrivano dal Rapporto annuale dell’Ocse “Taxing wages”, secondo il quale la retribuzione netta media annua nel 2011 in Italia è al 23° posto su 34 con 19.034 € per un lavoratore single senza figli

Ma le retribuzioni sono tra le più basse d’Europa al netto, mentre al lordo sono praticamente nella media degli altri paesi.

Questo è l’effetto della tassazione del lavoro dipendente che vede il nostro paese al 6° posto per l’incidenza.

Il cuneo fiscale da noi (la differenza tra quanto paga il datore di lavoro e quanto entra in tasca del lavoratore, al netto di tasse e contributi sociali) è del 47,6%.

Su questo dato sono  ben 11 anni che l’Italia è sopra la media Ocse, di più del 10% l’anno.

                                                                      ***

Ripercorriamo allora la situazione economica e del lavoro, con particolare attenzione ai temi delle retribuzioni e del reddito ed aggiornando il quadro, sopra citato, di fine 2011.

Per quanto riguarda il reddito e risparmio delle famiglie, nel 2011 la loro propensione al risparmio(rapporto tra il risparmio lordo delle famiglie e il loro reddito disponibile)  si è attestata al 12%, il valore più basso dal 1995, mentre il reddito disponibile  in valori correnti è aumentato del 2,1%;  se si tiene però conto dell’inflazione, il loro potere di acquisto nel 2011 è diminuito dello 0,5%.

Per  quanto riguarda i profitti delle società, nel 2011 la quota di profitto delle società non finanziarie (data dal rapporto tra il risultato lordo di gestione e il valore aggiunto lordo ai prezzi base) si è attestata al 40,4%, il valore più basso dal 1995, con un meno 1,1 percentuale rispetto all’anno precedente.

Nel 2011,  l’attività di investimento delle società non finanziarie è diminuita rispetto all’anno precedente; gli investimenti fissi lordi, che nel 2010 avevano visto un + 8%, sono aumentatisolo dell’1,6%.

Per quanto attiene  alla tematica del reddito e delle condizioni di vita, non ci sono ulteriori rapporti dell’Istat oltre a quello per l’anno 2010. Quindi per i dati sulla povertà, sull’esclusione sociale, sui rischi e sulle difficoltà economiche delle famiglie si rinvia all’articolo citato.

A questo riguardo sono importanti i dati  che cominciano ad emergere dal censimento 2011: tra il 2001 e il 2011 le famiglie residenti nel paese sono aumentate da 21.810.676 a 24.512.012.  Si è ridotto invece il numero medio dei componenti per famiglia da 2,6 a 2,4 persone.

Le abitazioni sono 28.863.604 , di cui 23.998.381 occupate da residenti. Le famiglie che risiedono in baracche, roulotte, tende ecc. sono 71.101, in forte aumento sul 2001 (erano 23.336).

Anche per quanto riguarda la struttura del costo del lavoro, purtroppo,  i Report dell’Istat si fermano allo studio,  pubblicato a fine settembre 2011,  sulle retribuzioni del 2008 e non ci sono ancora studi ed analisi sugli anni successivi.

Si rinvia quindi all’articolo citato per i dati analitici sulla composizione del costo del lavoro, sulle ore lavorate, sulle retribuzioni lorde e nette per i vari settori

                                                                          ***

Sono invece aggiornati ad Aprile 2012 i dati sui contratti collettivi e retribuzioni contrattuali.  

Alla fine di marzo 2012 i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore corrispondono al 67,4% dei lavoratori dipendenti e al 61,8% del monte retributivo relativo.

Alla fine di marzo la quota dei dipendenti in attesa di rinnovo è del 32,6% rispetto all’insieme dei settori e del 12,3% nel settore privato. L’attesa del rinnovo per i lavoratori che hanno il contratto scaduto è, mediamente, di 27 mesi.

In totale, i contratti da rinnovare sono 36 – di cui 16 appartenenti alla pubblica amministrazione – relativi a circa 4,3 milioni di lavoratori (di cui circa tre milioni del pubblico impiego).

Da gennaio 2010 tutti i contratti della pubblica amministrazione sono scaduti e la legge 122/2010, art. 9 comma 7,  stabilisce il blocco delle procedure contrattuali relative al triennio 2010-2012.

Abbiamo già affrontato il tema delle retribuzioni contrattuali in altra parte dell’articolo.

Va solo ricordato che nel 2011 le retribuzioni medie aumentano del 2,2% rispetto al 2010, mentre gli oneri sociali crescono del 2,5%. In media d’anno l’aumento del costo del lavoro è del 2,3%.

L’occupazione nelle grandi imprese nel Marzo 2012,  depurata della stagionalità,  è stabile rispetto a Febbraio sia al lordo, sia al netto dei dipendenti in Cassa integrazione guadagni (Cig).

Rispetto a Marzo 2010 l’occupazione nelle grandi imprese scende dello 0,7% al lordo dei dipendenti in Cig e dello 0,2% al netto dei dipendenti in Cig.

Sempre rispetto a Marzo 2010, a parità di calendario, si registra una diminuzione del numero di ore lavorate per dipendente (al netto della Cig) dell’1,2%.

                                                                             ***

Di grande interesse e novità è il Report pubblicato dall’Istat ad Aprile 2012 su: “ Disoccupati, inattivi, sottoccupati.” Infatti dal 2011 l’Ufficio statistico dell’Unione europea (Eurostat) ha previsto che annualmente si diffondano alcuni indicatori complementari al tasso di disoccupazione.

Gli indicatori sono calcolati sulla base dell’indagine sulle forze di lavoro divisa in tre gruppi (occupati, disoccupati, inattivi) secondo i criteri definiti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e recepiti dai Regolamenti comunitari.  

Per rappresentare la realtà del mercato del lavoro si intende andare oltre la distinzione tra occupati, disoccupati e inattivi, con l’ausilio di indicatori complementari. I primi riguardano due segmenti di inattivi:

–  coloro che non cercano attivamente un lavoro, ma sono disponibili a lavorare;

–  coloro che cercano lavoro ma non sono subito disponibili.

La somma di questi due segmenti rappresenta le “forze di lavoro potenziali”

Un terzo indicatore è calcolato tenendo conto di quanti lavorano con un orario ridotto non per propria scelta, e  vorrebbero lavorare più ore, i quali vengono definiti “sottoccupati part time.”

Nel 2011 gli inattivi che non cercano un impiego ma sono disponibili a lavorare sono 2 milioni 897 mila, con un incremento del 4,8% (+133 mila unità) rispetto al 2010. Gli inattivi, rispetto alle forze di lavoro, crescono tra il 2010 e il 2011, passando dall’11,1% all’11,6%, dato tre volte superiore a quello medio europeo (3,6%).

Gli inattivi sono inclini allo scoraggiamento: il 43% di loro (circa 1,2 milioni di unità) dichiara di non aver cercato un impiego perché convinto di non riuscire a trovarlo.

Gli inattivi che non cercano un impiego (2 milioni 108 mila nel 2011) sono di più dei disoccupati, mentre in Europa, invece, i disoccupati risultano il doppio degli inattivi.

Nel 2011, gli inattivi che cercano un impiego ma non sono disponibili a lavorare sono 121 mila unità (-4,4%,  6 mila in meno nell’anno).

Sommando le forze di lavoro potenziali ai disoccupati si ottengono le persone “potenzialmente impiegabili” nel processo produttivo: nel 2011 circa 5 milioni di unità.

Sempre nel 2011, i sottoccupati part time sono 451 mila unità (+3,9%, 17 mila in più sul 2010) e rappresentano l’1,8% del totale delle forze di lavoro.

Sul mercato del lavoro, dopo 2 anni di calo, nel 2011 l’occupazione ha avuto un leggero aumento (+0,4%, +95.000 in più sul 2010). E’ aumentata l’occupazione straniera (+170.000 unità), mentre è diminuita quella italiana (-75.000 unità): il tutto concentrato nella sola componente maschile.

Nel 2011, si è ridotta di molto l’occupazione nella fascia d’età 15-34 anni (-233.000 unità), è aumentata quella dei 35-54enni (+36.000 unità) e quella con almeno 55 anni di età (+122.000 unità).

Nel 2011 è continuata la diminuzione dell’occupazione giovanile: nella classe 18-29 anni si contano 87.000 occupati in meno (-2,7%). Dal 2008 si sono perse 569.000 unità giovanili ed il tasso di occupazione è sceso dal 47,7% del 2008 al 41% del 2011, una riduzione quattro volte quella media.

Nel 2011 è ancora diminuita l’occupazione a tempo pieno (-0,1%, pari a -19.000 sul 2010), è ancora aumentato il lavoro part time (+3,3%, pari a +114.000 unità), ma  quello involontario, cioè accettato in mancanza di un lavoro a tempo pieno. Le imprese, dal canto loro, preferiscono assumere con contratti a tempo determinato (pari nel 2011 al 13,4% dell’occupazione, contro il  12,8% nel 2010). Nei mesi finali del 2011 il recupero dell’occupazione si è bloccato in quanto gli occupati, nel quarto trimestre del 2011, sono scesi dello 0,1%. La tendenza negativa è continuata nei primi due mesi del 2012, nei quali è cresciuto anche l’utilizzo della CIG.

Nel 2011 la disoccupazione è stata mediamente sull’8,4%;  nel febbraio del 2012 il tasso è al 9,3%,  il  più elevato dal gennaio 2004. Il tasso di disoccupazione femminile è più alto di quello maschile (a febbraio 2012, il 10,3% contro l’8,6%). Si allunga la durata media della disoccupazione, con un’attesa di almeno 12 mesi per un nuovo lavoro nel 50% dei casi.

                                                                           ***

La situazione di criticità del nostro paese è infine ribadita dal Rapporto Ocse (2011), Divided We Stand: Why Inequality Keeps Rising, con una nota sull’Italia, pubblicato alla fine del 2011.

Si rileva che la disuguaglianza dei redditi tra le persone in età lavorativa è aumentata drasticamente a partire dai primi anni Novanta ed è proseguita fino ad oggi. Si registrano le seguenti caratteristiche nella situazione italiana.  

”La proporzione dei redditi più elevati è aumentata di più di un terzo.

E’ cresciuto un  ruolo maggiore del reddito da lavoro autonomo.

I  lavoratori meglio pagati lavorano più ore.

Sempre più persone si sposano con persone con redditi da lavoro simili ai loro

La redistribuzione attraverso i servizi pubblici è diminuita.”

Il Rapporto “Divided We Stand” detta, a partire dal 2012, delle “Raccomandazioni politiche fondamentali per i paesi dell’OCSE” qui riportate integralmente:

 “ L’occupazione è il modo migliore per ridurre le disparità. La sfida principale consiste nel creare posti di lavoro qualitativamente e quantitativamente migliori, che offrano buone prospettive di carriera e la possibilità concreta di sfuggire alla povertà.

È essenziale investire nelle risorse umane, un processo che deve iniziare dalla prima infanzia ed essere sostenuto per tutto il ciclo di istruzione obbligatoria. Una volta realizzata la transizione dalla scuola al lavoro, occorre fornire incentivi sufficienti affinché tanto i lavoratori che i datori di lavoro investano nelle competenze lungo l’intero arco della vita lavorativa.

La riforma delle politiche fiscali e previdenziali costituisce lo strumento più diretto per accrescere gli effetti redistributivi. Perdite ampie e persistenti di reddito per i gruppi a basso reddito in coincidenza con le fasi recessive evidenziano l’importanza del ruolo degli ammortizzatori sociali, dei trasferimenti pubblici e delle politiche di sostegno del reddito. Tali meccanismi devono essere ben congegnati al fine di ottenere i risultati sperati.

La quota crescente di reddito per la popolazione con le retribuzioni più elevate suggerisce che la sua capacità contributiva è aumentata. In tale contesto, le autorità potrebbero riesaminare il ruolo redistributivo della fiscalità onde assicurare che i soggetti più abbienti contribuiscano in giusta misura al pagamento degli oneri impositivi.

L’offerta di servizi pubblici gratuiti e di qualità elevata in ambiti quali l’istruzione, la sanità e l’assistenza familiare riveste un ruolo importante.”

Abbiamo riprodotto fedelmente le indicazioni finali del Rapporto Ocse in quanto è difficile essere in disaccordo questa volta con le ricette di questa Organizzazione.

Peccato che le politiche di risanamento e per l’uscita dalla crisi adottate dal Governo non siano adeguate, o peggio, vadano in direzione opposta a tutte le indicazioni raccomandate dall’Ocse su come ridurre le diseguaglianze.

E’ difficile infatti pensare che si possa raddrizzare la situazione economica sociale di questo paese con più precari, più disoccupati, più poveri, più baraccati, con meno ammortizzatori sociali legati alla riqualificazione, meno politica industriale e meno sviluppo, meno istruzione e ricerca, meno cultura, meno arricchimento delle risorse umane, meno welfare, meno servizi sociali.

E per quanto riguarda le risorse per tutto ciò, non si può più eludere, in un paese dove più del 90% degli occupati hanno il sostituto d’imposta e lavorano gratis 6 mesi in favore dello Stato, che ci siano annualmente 120 miliardi di evasione fiscale, 60 miliardi di corruzione, 350 miliardi di economia sommersa, gli stimati (sembra per difetto) 500 miliardi esportati nei paradisi fiscali per non pagare le tasse, i costi per gli incidenti sul lavoro, il costo dell’abusivismo ambientale ed edilizio, i costi di una criminalità organizzata che sottrae sviluppo.

E poi, come riportato dall’inchiesta di Nunzia Penelope, “più della metà delle aziende italiane, di cui ben 320 banche, hanno una sede in qualche paradiso fiscale non solo per ottimizzare il carico fiscale, ma anche per creare partite di giro per nascondere risorse finanziarie.” Come è dimostrato da ormai centinaia di casi portati alla luce dalla Magistratura.

E infine se tutti i lavoratori dipendenti e tutti i pensionati pagano fino all’ultimo euro, perché non tassare anche i patrimoni al di sopra di un limite fissato, avviando un’opera di redistribuzione della ricchezza  detassando i redditi più bassi e prossimi alla soglia di povertà?

Perché non avviare finalmente una vera e sistematica lotta all’evasione ed al lavoro nero?

Se,  come ci dice la Banca d’Italia, il 10% degli italiani possiede circa il 50% della ricchezza nazionale, e se negli ultimi 10 anni più di 10 punti di ricchezza si sono trasferiti dalle retribuzioni alle rendite, allora una redistribuzione non solo è auspicabile, ma è indispensabile per uscire dalla crisi e rilanciare il paese.  Con il calo dei redditi e dei consumi di gran parte delle famiglie infatti, la domanda interna non riparte e si rischia il collasso non solo del sistema produttivo, ma anche del tessuto sociale del paese.

Ferruccio Pelos

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Un 1° maggio di passaggio dalle illusioni alle speranze

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Molti la considerano  una festa stanca. Forse anche tra i lavoratori. Ma quest’anno, provoca un particolare senso di curiosità. Chi marcerà, chi andrà alle manifestazioni, chi arriverà da tutt’Italia all’appuntamento del  Concerto di Piazza S. Giovanni a Roma, con quale spirito parteciperà? Difficile dirlo. I tempi sono duri un po’ per tutti, per i lavoratori tradizionali, per i precari cronici, per i disoccupati che lavorano in nero, per quelli che non sanno cos’è lavorare, ma anche per i commercianti onesti, per gli artigiani laboriosi, per gli imprenditori che si rimboccano le maniche. La cinghia la stanno stringendo tutti quelli che pagano le tasse, che rispettano leggi e contratti, che non navigano nell’oro. Ovviamente, gli altri neanche se ne accorgono che c’è la crisi. Evadono, eludono, si considerano liberi di fare quello che meglio credono, spesso riflettono una inveterata abitudine all’immunità.

Ma il Paese che ci interessa è il primo; per il secondo è sperabile che l’acqua in cui sguazzano diventi sempre più bassa. E quel pezzo di Paese, che sicuramente non accetterebbe mai di abolire la festa del 1° Maggio, sta prendendo le misure nei confronti di questa crisi. Che non è soltanto economica, ma valoriale se non epocale. Quasi tutti si sono fatti avvincere dalla nuvola di illusioni che ha coperto a piene mani una realtà che stava già mutando. Si è dato credito all’idea che lo sviluppo sarebbe stato lineare, forse modesto, ma sempre in crescita. Che i sacrifici potevano essere scansati, ricorrendo a maquillages fantasiosi nel contenimento del deficit del Bilancio pubblico. Che la flessibilità potesse essere un’indispensabile scotto circoscrivibile al  mondo del lavoro, mentre stava precarizzando tutta la vita delle giovani generazioni.

Anche i lavoratori si  sono intimiditi di fronte all’arcobaleno di illusioni che ha caratterizzato gli ultimi venti anni. C’erano valide ragioni, anche se non assolutorie, perché essi e i loro sindacati agissero senza una visione lunga.  L’occupazione reggeva, benchè  drogata dall’aumento delle forme di flessibilità che, a loro volta, deprimevano anche il valore dei salari; ma non c’è stata consapevolezza adeguata della caduta di investimenti, specie innovativi dei prodotti e in formazione. I consumi manteneva regimi tali da far sorgere ovunque mega centri commerciali; ma non si reagiva alla loro scarsa influenza sulla dimensione dei prezzi, tanto che ora, come non mai, il divario tra essi e i salari risulta impressionante. Il welfare, sia pure in affanno, continuava la sua funzione calmieratrice delle tensioni sociali; ma non ci si rendeva conto che riguardava fette sempre più strette dalla società, alimentava più logiche di privilegio che legami di solidarietà e stava cedendo inesorabilmente soprattutto nei confronti delle parti più deboli della società.

La crisi sta scuotendo l’albero delle illusioni e chi ha organizzato la politica in ragione di esse, chi ha creduto di salvaguardare le proprie rappresentanze e le proprie prerogative senza prenderle di petto è costretto ad una progressiva afonia. Non sa più che raccontare, quali bandiere brandire, come rapportarsi con la gente. Questa difficoltà è un vero guaio, sia perché coinvolge la parte sana della popolazione, sia perché anche la parte più avveduta della sua rappresentanza non ancora ha riorganizzato idee e fila per fare da guida a questo crollo delle illusioni.

Ma dalle illusioni non si può passare alle delusioni. Bisogna puntare sulle speranze. La politica, d’altra parte, come diceva padre Balducci “altro non è se non l’organizzazione della speranza” (E. Balducci, Siate ragionevoli, chiedete l’impossibile, Chiarelettere 2012). Il cambiamento va gestito, non subito. Il futuro va costruito, non atteso. Nuovi equilibri vanno disegnati tutti insieme, non delegati ai demiurghi di turno. Se questo ha senso, bisogna essere consapevoli che l’economicismo non può dare tutte le risposte, il realismo non può rassicurare tutti, il moralismo (sarebbe meglio dire la moralità) può accompagnare ma non improntare da solo le scelte. C’è bisogno di un grande sforzo intellettuale, sociale e politico per stilare le guide lines della società futura.

Le organizzazioni sindacali confederali hanno ancora un tasso di credibilità sufficienti per far tornare i lavoratori protagonisti di questa costruzione delle speranze. Hanno tre questioni cruciali sulle quali dire, a buon diritto, la propria. Su come produrre beni, servizi e idee in questo Paese senza farsi irretire nella retorica del  mondo globalizzato, ma trovando le ragioni della qualità delle nostre produzioni nell’affermazione della democrazia economica, sia a livello micro che di sistema. Inoltre, su come redistribuire la ricchezza prodotta, dando privilegio al profitto e al salario rispetto alle rendite di ogni tipo, specie quelle finanziarie, commerciali, immobiliari, professionali, manageriali, burocratiche che per troppo tempo hanno goduto della tolleranza soprattutto dei lavoratori. Infine, su come ridisegnare l’esercizio della democrazia sia istituzionale che sindacale, risultando la prima  inadeguata a fronteggiare la complessità dei cambiamenti in atto e quindi troppo esposta all’antipolitica e la seconda spinta o condizionata al ripiegamento sull’opinionismo attraverso i mass media o al minimalismo della delega a decidere, verso l’alto.

Non sarebbe male se questo 1° maggio archiviasse la stagione delle illusioni e aprisse un ciclo nuovo della dialettica politica  e sindacale, finalizzata a disegnare un futuro più accettabile, meno insicuro, meglio vivibile. Non è un problema di buone intenzioni ma di necessità da cogliere e trasformare in passi in avanti. Le energie intellettuali, operative, finanche organizzative per realizzare una positiva reazione alla caduta delle illusioni  ci sono. Vanno poste nelle condizioni di emergere e di contare.

Raffaele Morese  

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