Formazione finanziata

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Fondir – Pubblicati gli Avvisi 2012 per la formazione continua dei dirigenti

Sul sito di Fondir – Fondo paritetico interprofessionale nazionale per la formazione continua dei dirigenti del terziario – sono stati pubblicati i nuovi avvisi relativi all’anno 2012.

In particolare, l’Avviso 2/12 riguarda i settori Commercio Turismo Servizi, Logistica Spedizioni Trasporto e Altri settori economici e disciplina sia le modalità di presentazione dei piani formativi sia le richieste di voucher.

Con l’Avviso vengono messi a disposizione delle aziende 5 milioni di euro, di cui 4 per il finanziamento dei piani formativi individuali, aziendali, settoriali e territoriali, ed 1 milione per il finanziamento dei voucher.

Le richieste potranno essere presentate al Fondo a partire dal 1° marzo prossimo.

Si ricorda, in ogni caso, che fino al 29 febbraio prossimo è possibile presentare richieste di finanziamento di piani formativi o voucher, a valere, rispettivamente, sugli Avvisi 2/11 e 3/11.

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La decrescita “felice”. Intervista a Serge Latouche su Repubblica.it

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La sfida di Latouche “Così si può costruire una società solidale”. Il teorico della decrescita felice ha appena pubblicato un nuovo saggio. Dove spiega come siano possibili modelli di vita alternativi “Stiamo finendo le risorse naturali e dobbiamo porci il problema. Le vecchie teorie non servono più: occorre ripensare a tutto il sistema” “Non sono per l´austerità: vorrei riuscire a sottrarre l´ecologia a chi la sta trasformando in una serie di tesi conservatrici”

«Un certo modello di società dei consumi è finito. Ormai l´unica via all´abbondanza è la frugalità, perché permette di soddisfare tutti i bisogni senza creare povertà e infelicità». È la tesi provocatoria di Serge Latouche, professore emerito di scienze economiche all´Università di Paris-Sud, universalmente noto come il profeta della decrescita felice. Il paladino del nuovo pensiero critico che non fa sconti né a destra né a sinistra sarà a Napoli (dal 16 al 20 gennaio), ospite della Fics (Federazione Internazionale Città Sociale) e protagonista del convegno internazionale “Pensare diversa-mente. Per un´ecologia della civiltà planetaria” organizzato dal Polo delle Scienze Umane dell´Università Federico II. Il tour italiano dell´economista eretico coincide con l´uscita del suo nuovo libro Per un´abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita (Bollati Boringhieri). Un´accesa requisitoria contro l´illusione dello sviluppo infinito. Contro la catastrofe prodotta dalla bulimia consumistica.

Cos´è l´abbondanza frugale? Detta così sembra un ossimoro.

«Parlo di “abbondanza” nel senso attribuito alla parola dal grande antropologo americano Marshall Sahlins nel suo libro Economia dell´età della pietra. Sahlins dimostra che l´unica società dell´abbondanza della storia umana è stata quella del paleolitico, perché allora gli uomini avevano pochi bisogni e potevano soddisfare tutte le loro necessità con solo due o tre ore di attività al giorno. Il resto del tempo era dedicato al gioco, alla festa, allo stare insieme».

Vuol dire che non è il consumo a fare l´abbondanza?

«In realtà proprio perché è una società dei consumi la nostra non può essere una società di abbondanza. Per consumare si deve creare un´insoddisfazione permanente. E la pubblicità serve proprio a renderci scontenti di ciò che abbiamo per farci desiderare ciò che non abbiamo. La sua mission è farci sentire perennemente frustrati. I grandi pubblicitari amano ripetere che una società felice non consuma. Io credo ci possano essere modelli diversi. Ad esempio io non sono per l´austerità ma per la solidarietà, questo è il mio concetto chiave. Che prevede anche controllo dei mercati e crescita del benessere».

Perché definisce Joseph Stiglitz un´anima bella?

«Stiglitz è rimasto alla concezione keynesiana che andava bene negli anni ´30, ma che oggi, anche a causa dello sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, mi sembra impraticabile. Nel dopoguerra l´Occidente ha conosciuto un aumento del benessere senza precedenti, basato soprattutto sul petrolio a buon mercato. Ma già negli anni ´70 la crescita era ormai fittizia. Certo il Pil aumentava, ma grazie alla speculazione immobiliare e a quella finanziaria. Un´età dell´oro che non ritornerà più».

È il caso anche dell´Italia?

“Certo, il boom economico italiano del dopoguerra si deve soprattutto a personaggi come Enrico Mattei che riuscì a dare al vostro paese il petrolio che non aveva. È stato un vero miracolo. E i miracoli non si ripetono”.

I sacrifici che i governi europei, compreso quello italiano, stanno chiedendo ai cittadini serviranno a qualcosa?

«Purtroppo i governi spesso sono incapaci di uscire dal vecchio software economico. E allora tentano a tutti i costi di prolungarne l´agonia, ma questo, lo sanno bene, non fa altro che creare deflazione e recessione, aggravando la situazione fino al momento in cui esploderà».

Lei definisce la società occidentale la più eteronoma della storia umana. Eppure comunemente si pensa che sia quella che garantisce il massimo di autonomia democratica. Chi decide per noi?

«Di fatto siamo tutti sottomessi alla mano invisibile del mercato. L´esempio della Grecia è emblematico: il popolo non ha il diritto di decidere il suo destino perché è il mercato finanziario a scegliere per lui. Più che autonoma, la nostra è una società individualista ed egoista, che non crea soggetti liberi ma consumatori coatti».

Qual è il ruolo del dono e della convivialità nella società della decrescita?

«L´alternativa al paradigma della società dei consumi, basata sulla crescita illimitata, è una società conviviale, che non sia più sottomessa alla sola legge del mercato. Che distrugge alla radice il sentimento del legame sociale che è alla base di ogni società. Come ha dimostrato l´antropologo Marcel Mauss, all´origine della vita in comune c´è lo spirito del dono, la trilogia inscindibile del dare, ricevere, ricambiare. Dobbiamo dunque ricomporre i frammenti postmoderni della socialità usando come collante la gratuità, l´antiutilitarismo. In questo concordo con gli esponenti italiani dell´economia della felicità, come Luigino Bruni e Stefano Zamagni, che si rifanno alla grande lezione dell´economia civile napoletana del Settecento di Antonio Genovesi».

Il capitalismo è l´ultimo pugile rimasto in piedi sul ring della storia?

«Non so se sia proprio l´ultimo pugile, perché non si sa mai in cosa è capace di trasformarsi, ci sono scenari ancora peggiori, come l´eco-fascismo dei neoconservatori americani. Certo è che siamo ad una svolta della storia. Se un tempo si diceva “o socialismo o barbarie” oggi direi “o barbarie o decrescita”. Serve un progetto eco-socialista. È tempo che gli uomini di buona volontà si facciano obiettori di crescita».

Francis Fukuyama di recente ha riaffermato di ritenere che il modello liberal-capitalistico resti l´orizzonte unico della storia. Senza alternative. Cosa ne pensa?

«Che ha una bella faccia tosta. Prima si è sbagliato totalmente sulla fine della storia, e oggi ripropone la stessa solfa. La sua profezia è stata vanificata dalla tragedia dell´11 settembre che ha dimostrato che la storia non era per niente finita. Fukuyama chiama fine della storia quella che è semplicemente la fine del modello liberal capitalista».

A chi dice che l´abbondanza frugale è un´utopia lei risponde che è un´utopia concreta. Non è una contraddizione in termini?

«No, perché per me l´utopia concreta non significa qualcosa di irrealizzabile, ma è il sogno di una realtà possibile. Di un nuovo contratto sociale. Abbondanza frugale in una società solidale. Sta a noi volerlo».

Marino Niola
Fonte: www.repubblica.it
14.01.2012

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Benvenuto il luogo dove.. G. Gaber 1984

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Benvenuto il luogo dove
dove tutto è ironia
il luogo dove c’è la vita e i vari tipi di allegria
dove si nasce, dove si vive sorridendo
dove si soffre senza dar la colpa al mondo.

Benvenuto il luogo delle confusioni
dove i conti non tornano mai
ma non si ha paura delle contraddizioni
dove esiste il caos ma non come condanna
dove si ride per come è strana la donna.

Benvenuto il luogo dove
il futuro è sempre più precario
benvenuta l’incertezza di un luogo poco serio
dove esiste ancora qualche antica forma di allergia
benvenuta l’intolleranza, benvenuta la pazzia.

Benvenuto il luogo dove
si crede a tutto e non si crede affatto
dove sorge la città delle madri dal corpo perfetto
benvenuta la donna che riflette tutto su se stessa
benvenuto il luogo dove tanta gente insieme non fa massa.

Benvenuto il luogo dove
se un tuo pensiero trova compagnia
probabilmente è già il momento di cambiare idea.
Il luogo dove l’estetica è importante
e poi malgrado l’ignoranza tutto è intelligente.

Benvenuto il luogo dove
non si prende niente sul serio
dove il rito è superato ma necessario
dove fascismo e comunismo sono vecchi soprannomi per anziani
dove neanche gli indovini pensano al domani.

Benvenuto il luogo dove
tutto è calcolato e non funziona niente
e per mettersi d’accordo si ruba onestamente
dove non c’è un grande amore per lo Stato
ci si crede poco
e il gusto di sentirsi soli è così antico.

Benvenuto il luogo dove
forse per caso o forse per fortuna
sembra che muoia
e poi non muore mai nemmeno la Laguna.
Dove tutto è melodramma con un po’ di indignazione
dove diventano leggere anche le basi americane.

Benvenuto il luogo lungo e stretto con attorno il mare
pieno di regioni
come dovrebbero essere tutte le nazioni
un luogo pieno di dialetti strani
di sentimenti quasi sconosciuti
dove i poeti sono nati tutti a Recanati.

Benvenuto il luogo dove
dove tutto è ironia
il luogo dove c’è la vita e i vari tipi di allegria
magari un po’ per non morire, un po’ per celia
il luogo, caso strano, sembra proprio l’Italia.

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Non si puo’ essere a lungo ricchi e ignoranti

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Questa frase è di Romano Prodi. La pronunciò quando, prima ancora di dedicarsi alla politica e in un periodo di relativa crescita economica, faceva il professore. Mi pare che ci siamo. Un Paese meno ricco lo siamo già, anche se una parte può permettersi di ostentare lo scialo e la sovrabbondanza. E siamo meno ricchi non solo per colpa degli altri: gli speculatori internazionali spregiudicati, i banchieri d’oltre oceano cinici, i governanti europei  iperprudenti. Siamo meno ricchi perché produciamo poco e male, perché troppi non praticano l’onestà fiscale e il lavoro legale, perché nelle istituzioni si predica bene e si razzola male. Ma siamo meno ricchi anche perché non c’è cura della crescita culturale ma si privilegia la tv spazzatura, se c’è da tagliare – nello Stato come nell’impresa – in testa alla lista c’è sempre e da sempre la formazione, l’investimento in innovazione, la scuola e la ricerca.

Ci siamo. Ci stiamo accorgendo che si assottiglia la torta della ricchezza; ci accorgiamo di meno che ciò dipende anche dalla progressiva perdita di capitale in conoscenze: gli abbandoni scolastici, la dequalificazione delle strutture scolastiche, il degrado delle università, il rifugio nelle “lauree deboli”, l’asfissia della ricerca, la fuga dei cervelli all’estero e poi lo scarso rinnovo delle tecnologie, la bassa produttività del lavoro, la forte propensione al capitale prestato rispetto a quello a rischio che fa delle nostre aziende il fanalino di coda del sistema europeo in fatto di autofinanziamento. Tutto ciò, ci rende meno professionalizzati, meno creativi, meno adatti al cambiamento. C’è un deficit di qualità della nostra capacità di far fronte alla crisi che ci spinge a rifugiarci nelle valutazioni quantitative, nella ricerca affannosa e miracolistica dei posti di lavoro da creare, dei consumi da incentivare, delle risorse da trovare.

 

In realtà,  se non vogliamo scivolare sempre di più nella povertà, dobbiamo fare molte cose ma soprattutto   avere il coraggio di rafforzare il nostro grado di conoscenza, di competenza, di proiezione nel futuro, mettendo sotto esame tutto l’apparato istituzionale e le strutture private per farli uscire dalla morta gora in cui sono giunti. I sistemi di formazione – da quelli di base a quelli superiori, da quelli aziendali a quelli amministrativi, da quelli per i giovani a quelli per gli adulti – devono essere rivisitati. In un dibattito pubblico, un medio imprenditore di successo ha detto: la fatica più grande che faccio è abituare i lavoratori a cooperare tra loro, perché la scuola non li ha allenati a copiare. Può sembrare paradossale, ma è la verità. Copiare non può essere sanzionato sempre dalla matita blu, se implica un lavoro di gruppo, una reciproca ricerca di soluzioni, una corale costruzione di un progetto, finanche un comune darsi la mano perché i meno dotati tengano il passo dei più dotati.

Tutto ciò non è avulso dalla discussione in corso sul futuro del mercato del lavoro. Il suo dualismo non  ha una sola componente, la precarietà ma è determinato anche dalla inveterata convinzione che le competenze formative hanno poco a che fare con le professionalità che servono concretamente  e che le professionalità obsolete devono trascinare fuori dall’attività le persone che le identificano. Queste due componenti vanno affrontate congiuntamente perché sono interconnesse sia sul piano culturale che su quello fattuale. Culturalmente, perché è prevalsa per un lungo tempo l’idea che l’autonomia della cultura doveva essere separata dalla vita produttiva e professionale. Fattualmente,  perché l’obsolescenza del mestiere deve tradursi al meglio in assistenza.

 

La prima questione, il superamento della precarietà, ha uno sbocco logico, ma finora impraticato.  Si deve entrare al lavoro per la via maestra: quella dell’apprendistato, contratto a tempo indeterminato che mixa lavoro e formazione sulla base di regole legislative e contrattuali. Terminato il periodo di apprendistato, lo sbocco naturale è l’assunzione a tempo indeterminato a meno che ci sia una motivata ragione che impedisca quella soluzione. Fa da ostacolo a questo scenario, la fitta serie di contratti a tempo, meno onerosa del contratto a tempo indeterminato e quindi decisamente più conveniente, per le aziende, che il ricorso all’apprendistato. La decisione fondamentale è quindi quella di far “costare”  queste forme contrattuali più flessibili quanto o un po’ di più dei contratti standard. Soltanto così l’apprendistato diventa effettivamente  il contratto prevalente per entrare nel mercato del lavoro.

Quanto alla seconda questione, le strade da imboccare sono in parallelo: da un lato, utilizzare gli stages e i tirocini soltanto come alternanza tra scuola e lavoro, per accorciare i tempi di inserimento lavorativo e integrare impresa e scuola in fatto di bagaglio culturale, tecnico e scientifico. Dall’altro, fare  formazione continua nei luoghi di lavoro in modo tale che, specie nei tempi di crisi, di ristrutturazione, di innovazione chi è in possesso di una professionalità obsoleta non venga immediatamente considerato un sovra peso, ma venga coinvolto in politiche formative per essere riutilizzato nei nuovi piani industriali. Una formazione di questo genere andrebbe detassata dal lato dell’impresa ed incentivata dal lato del lavoratore, considerando le ore di formazione ai fini pensionistici, anche se fatte fuori dall’orario di lavoro.

 

Una nuova visione della formazione come volano di uno scambio tra l’impegno delle aziende a non licenziare o a mettere in CIG e quello del lavoratore a riqualificarsi, semmai sopportando salari e orari ridotti, può aprire scenari diversi al tema della flessibilità in uscita, al destino dell’articolo 18, alla prospettiva di ammortizzatori sociali a carattere universale. Di questo bisognerebbe discutere a tutto campo, sapendo che la posta in gioco è l’innalzamento culturale dei lavoratori e dell’intera realtà italiana. Non credo che di fronte all’alternativa “più ricchi ma anche meno ignoranti” o “ meno ricchi e più ignoranti” ci sia qualcuno che opti per la seconda. Il problema è che non si facciano chiacchiere al vento. Il Ministro Profumo, per la sua parte, sembra ben intenzionato. Si capiscono meno le intenzioni del Ministro Fornero, dalla quale ci si attenderebbe una forte sensibilità per un  proficuo  rapporto formazione – lavoro. Anzi, esso potrebbe essere il nocciolo duro di un patto sociale, da più parti invocato, per ridare virtuosità alla ripresa economica del Paese.

Raffaele Morese

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Le nuove relazioni sindacali abitano a Belluno?

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Luxottica ha sicuramente un efficiente struttura di comunicazione esterna. Ogni loro accordo sindacale (di quelli che centinaia di aziende realizzano ogni giorno) viene riportato con enfasi dagli organi di stampa. Meglio di niente, ovviamente. Ma di Luxottica in Italia ce ne sono migliaia…. C’è, purtroppo, molta ignoranza in materia. E quindi molta superficialità. E così le relazioni sindacali in Italia fanno notizia solo quando producono conflitti tanto da far sembrare atti eccezionali e fuori dal comune modesti accordi sull’orario di lavoro…. La vera natura del sistema italiano non viene mai in primo piano. Per questo dobbiamo leggere che Luxottica ha un ottimo welfare aziendale e non che oltre un milione di lavoratori del terziario (grazie al contratto nazionale) hanno una efficace integrazione del sistema sanitario pubblico. Oppure che poche centinaia di lavoratori hanno accettato di iniziare a lavorare dalle 5 mentre molte decine di migliaia hanno formule di orario contrattate con le organizzazioni sindacali molto più complesse. Così va il mondo. I giornalisti che si occupano del sindacale non hanno voglia né tempo per capire. Meglio di niente, ovviamente. Però è deludente vedere come personaggi come Landini o Cremaschi vengano scambiati per buoni sindacalisti facendo una caricatura della professione e, al contrario, sottovalutati coloro i quali fanno accordi, favoriscono l’occupazione e difendono (loro si) gli interessi dei lavoratori.

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Il mercato del lavoro ICT – formazione e recruiting

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Gestione delle risorse umane e valorizzazione dei talenti sembrano essere poco praticati. Il 33% delle aziende con meno di 50 dipendenti non ha piani di formazione strutturati e comunque il focus resta sulle hard skills. Le aziende ricorrono a finanziamenti pubblici per la formazione nel 70% dei casi, ai fondi interprofessionali nel 20% e nel 47% ad autofinanziamento. Sistemi di valutazione strutturati sono assenti nel 78% delle aziende. Nell’89% nelle aziende sotto i 15 dipendenti. Sul fronte del recruiting solo il 4% degli HR usa linkedin o facebook. Il 16% è contrario e l’80% neutrale. Il 52% è contrario all’utilizzo di società specializzate nel recruiting on line e questo dimostra ancora una volta il rischio di scollamento tra fenomeni globali e approcci locali che caratterizza il mondo delle nostre imprese.

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Il mercato del lavoro ICT – occupati e retribuzioni

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Gli occupati al primo semestre sono oltre 600.000 con un lieve saldo negativo. Crescono le PIVA raggiungendo il numero di 153.800 (25% del totale). Le tariffe professionali calano nel 2011 mediamente di circa il 2,2% (calo del 1,7 nel 2010 e del 8,1 nel 2009). A soffrire maggiormente sono quelle legate allo sviluppo degli applicativi (- 3,9). Analizzando il trend delle retribuzioni negli ultimi tre anni registriamo una relativa stabilità nella maggior parte dei casi. Calano nel 25% dei casi ma mai oltre il 4%. Gli incrementi più elevati si registrano per i key account manager e responsabile help desk con percentuali superiori al 9%. Gli stipendi medi delle figure ICT sono sistematicamente inferiori (dal 5 all’8%) per chi lavora in aziende ICT rispetto a chi lavora in altri settori. Al nord le retribuzioni sono superiori del 18% rispetto al sud e alle isole mentre guadagna di più chi lavora in aziende di grandi dimensioni. Key account manager e Direttori sistemi informativi le figure più pagate.

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Oltre l’articolo 18. Priorità e problematiche da affrontare.

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L’acceso dibattito che si è scatenato intorno alla possibile abrogazione dell’art. 18 della legge 300 rischia di consegnare ad una sterile contrapposizione ideologica un problema serio che ha bisogno, al contrario, di essere affrontato in un contesto completamente diverso. Le aziende non assumono innanzitutto perché c’è la crisi e perché il costo del lavoro è alto. Non solo. Dopo aver ridotto le assunzioni e bloccato, di fatto, il turn over, molte aziende stanno anche riducendo i loro organici. Infine non possiamo non registrare un sensibile disallineamento tra domanda e offerta di lavoro in termini di professionalità. Se non partiamo da qui consegnamo il dibattito ad una sterile contrapposizione ideologica. Intervenire su questi temi significa definire alcune priorità. Innanzitutto occorrerebbe abbassare il costo del lavoro, non attraverso i licenziamenti o attraverso lasostituzione di lavoratori “anziani” con lavoratori più giovani e meno costosi, ma attraverso una riduzione decisa di tasse e contributi sul lavoro. Contemporaneamente si dovrebbe intervenire sul fronte della scuola incentivandone il rapporto con l’impresa limitando lo strumento degli stage durante il percorso scolastico e favorendo la nuova legge sull’apprendistato come unico strumento di avviamento al lavoro per i giovani. Per quanto riguarda i lavoratori over 45 se non vogliamo contribuire a creare una nuova emergenza sociale nei prossimi dieci anni dovremmo prevedere interventi sia sul versante della formazione che su quello dei contributi all’interno di una riforma degli ammortizzatori sociali. L’idea che si formi una nuova categoria di cittadini ritenuti troppo giovani per andare in pensione ma troppo vecchi o costosi per il mondo del lavoro ci dovrebbe far riflettere. Passare da una ormai improponibile cultura del “posto di lavoro” ad una nuova cultura del lavoro presuppone un intervento combinato sia sul versante degli ammortizzatori sociali che sulla formazione per consentire le transizioni tra posto e posto, l’aggiornamento professionale continuo e la capacità di muoversi in un mercato del lavoro sempre più competitivo. In questo senso la formazione continua deve cambiare radicalmente la sua offerta sia sul piano qualitativo sia considerando che il rapporto non è più solo tra lavoratore e impresa ma tenderà a coinvolgere il mercato del lavoro e le sue dinamiche. Dunque occorrerà mettere in condizione il lavoratore di dotarsi di nuove competenze e capacità non solo finalizzate alla sua crescita interna all’azienda ma anche e soprattutto in relazione ai suoi percorsi professionali futuri. In questo contesto la cassa integrazione straordinaria dovrà essere modulabile per tipologie di attività e di percorsi individuali di reinserimento e non strutturata sul modello della grande industria manifatturiera. Sul piano contrattuale occorrerà rimettere mano all’inquadramento professionale legandolo all’effettiva attività svolta superando definitivamente la vecchia impostazione legata all’anzianità e al presupposto che si possa solo crescere all’insù. Soprattutto in un contesto di allungamento della vita lavorativa. Infine la bilateralità, ovvero la definizione di nuovi ruoli, compiti e funzioni alle parti sociali come gestori del nuovo welfare contrattuale e di tutta la strumentazione collegata al mercato del lavoro.

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