Non si puo’ essere a lungo ricchi e ignoranti

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Questa frase è di Romano Prodi. La pronunciò quando, prima ancora di dedicarsi alla politica e in un periodo di relativa crescita economica, faceva il professore. Mi pare che ci siamo. Un Paese meno ricco lo siamo già, anche se una parte può permettersi di ostentare lo scialo e la sovrabbondanza. E siamo meno ricchi non solo per colpa degli altri: gli speculatori internazionali spregiudicati, i banchieri d’oltre oceano cinici, i governanti europei  iperprudenti. Siamo meno ricchi perché produciamo poco e male, perché troppi non praticano l’onestà fiscale e il lavoro legale, perché nelle istituzioni si predica bene e si razzola male. Ma siamo meno ricchi anche perché non c’è cura della crescita culturale ma si privilegia la tv spazzatura, se c’è da tagliare – nello Stato come nell’impresa – in testa alla lista c’è sempre e da sempre la formazione, l’investimento in innovazione, la scuola e la ricerca.

Ci siamo. Ci stiamo accorgendo che si assottiglia la torta della ricchezza; ci accorgiamo di meno che ciò dipende anche dalla progressiva perdita di capitale in conoscenze: gli abbandoni scolastici, la dequalificazione delle strutture scolastiche, il degrado delle università, il rifugio nelle “lauree deboli”, l’asfissia della ricerca, la fuga dei cervelli all’estero e poi lo scarso rinnovo delle tecnologie, la bassa produttività del lavoro, la forte propensione al capitale prestato rispetto a quello a rischio che fa delle nostre aziende il fanalino di coda del sistema europeo in fatto di autofinanziamento. Tutto ciò, ci rende meno professionalizzati, meno creativi, meno adatti al cambiamento. C’è un deficit di qualità della nostra capacità di far fronte alla crisi che ci spinge a rifugiarci nelle valutazioni quantitative, nella ricerca affannosa e miracolistica dei posti di lavoro da creare, dei consumi da incentivare, delle risorse da trovare.

 

In realtà,  se non vogliamo scivolare sempre di più nella povertà, dobbiamo fare molte cose ma soprattutto   avere il coraggio di rafforzare il nostro grado di conoscenza, di competenza, di proiezione nel futuro, mettendo sotto esame tutto l’apparato istituzionale e le strutture private per farli uscire dalla morta gora in cui sono giunti. I sistemi di formazione – da quelli di base a quelli superiori, da quelli aziendali a quelli amministrativi, da quelli per i giovani a quelli per gli adulti – devono essere rivisitati. In un dibattito pubblico, un medio imprenditore di successo ha detto: la fatica più grande che faccio è abituare i lavoratori a cooperare tra loro, perché la scuola non li ha allenati a copiare. Può sembrare paradossale, ma è la verità. Copiare non può essere sanzionato sempre dalla matita blu, se implica un lavoro di gruppo, una reciproca ricerca di soluzioni, una corale costruzione di un progetto, finanche un comune darsi la mano perché i meno dotati tengano il passo dei più dotati.

Tutto ciò non è avulso dalla discussione in corso sul futuro del mercato del lavoro. Il suo dualismo non  ha una sola componente, la precarietà ma è determinato anche dalla inveterata convinzione che le competenze formative hanno poco a che fare con le professionalità che servono concretamente  e che le professionalità obsolete devono trascinare fuori dall’attività le persone che le identificano. Queste due componenti vanno affrontate congiuntamente perché sono interconnesse sia sul piano culturale che su quello fattuale. Culturalmente, perché è prevalsa per un lungo tempo l’idea che l’autonomia della cultura doveva essere separata dalla vita produttiva e professionale. Fattualmente,  perché l’obsolescenza del mestiere deve tradursi al meglio in assistenza.

 

La prima questione, il superamento della precarietà, ha uno sbocco logico, ma finora impraticato.  Si deve entrare al lavoro per la via maestra: quella dell’apprendistato, contratto a tempo indeterminato che mixa lavoro e formazione sulla base di regole legislative e contrattuali. Terminato il periodo di apprendistato, lo sbocco naturale è l’assunzione a tempo indeterminato a meno che ci sia una motivata ragione che impedisca quella soluzione. Fa da ostacolo a questo scenario, la fitta serie di contratti a tempo, meno onerosa del contratto a tempo indeterminato e quindi decisamente più conveniente, per le aziende, che il ricorso all’apprendistato. La decisione fondamentale è quindi quella di far “costare”  queste forme contrattuali più flessibili quanto o un po’ di più dei contratti standard. Soltanto così l’apprendistato diventa effettivamente  il contratto prevalente per entrare nel mercato del lavoro.

Quanto alla seconda questione, le strade da imboccare sono in parallelo: da un lato, utilizzare gli stages e i tirocini soltanto come alternanza tra scuola e lavoro, per accorciare i tempi di inserimento lavorativo e integrare impresa e scuola in fatto di bagaglio culturale, tecnico e scientifico. Dall’altro, fare  formazione continua nei luoghi di lavoro in modo tale che, specie nei tempi di crisi, di ristrutturazione, di innovazione chi è in possesso di una professionalità obsoleta non venga immediatamente considerato un sovra peso, ma venga coinvolto in politiche formative per essere riutilizzato nei nuovi piani industriali. Una formazione di questo genere andrebbe detassata dal lato dell’impresa ed incentivata dal lato del lavoratore, considerando le ore di formazione ai fini pensionistici, anche se fatte fuori dall’orario di lavoro.

 

Una nuova visione della formazione come volano di uno scambio tra l’impegno delle aziende a non licenziare o a mettere in CIG e quello del lavoratore a riqualificarsi, semmai sopportando salari e orari ridotti, può aprire scenari diversi al tema della flessibilità in uscita, al destino dell’articolo 18, alla prospettiva di ammortizzatori sociali a carattere universale. Di questo bisognerebbe discutere a tutto campo, sapendo che la posta in gioco è l’innalzamento culturale dei lavoratori e dell’intera realtà italiana. Non credo che di fronte all’alternativa “più ricchi ma anche meno ignoranti” o “ meno ricchi e più ignoranti” ci sia qualcuno che opti per la seconda. Il problema è che non si facciano chiacchiere al vento. Il Ministro Profumo, per la sua parte, sembra ben intenzionato. Si capiscono meno le intenzioni del Ministro Fornero, dalla quale ci si attenderebbe una forte sensibilità per un  proficuo  rapporto formazione – lavoro. Anzi, esso potrebbe essere il nocciolo duro di un patto sociale, da più parti invocato, per ridare virtuosità alla ripresa economica del Paese.

Raffaele Morese

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Le nuove relazioni sindacali abitano a Belluno?

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Luxottica ha sicuramente un efficiente struttura di comunicazione esterna. Ogni loro accordo sindacale (di quelli che centinaia di aziende realizzano ogni giorno) viene riportato con enfasi dagli organi di stampa. Meglio di niente, ovviamente. Ma di Luxottica in Italia ce ne sono migliaia…. C’è, purtroppo, molta ignoranza in materia. E quindi molta superficialità. E così le relazioni sindacali in Italia fanno notizia solo quando producono conflitti tanto da far sembrare atti eccezionali e fuori dal comune modesti accordi sull’orario di lavoro…. La vera natura del sistema italiano non viene mai in primo piano. Per questo dobbiamo leggere che Luxottica ha un ottimo welfare aziendale e non che oltre un milione di lavoratori del terziario (grazie al contratto nazionale) hanno una efficace integrazione del sistema sanitario pubblico. Oppure che poche centinaia di lavoratori hanno accettato di iniziare a lavorare dalle 5 mentre molte decine di migliaia hanno formule di orario contrattate con le organizzazioni sindacali molto più complesse. Così va il mondo. I giornalisti che si occupano del sindacale non hanno voglia né tempo per capire. Meglio di niente, ovviamente. Però è deludente vedere come personaggi come Landini o Cremaschi vengano scambiati per buoni sindacalisti facendo una caricatura della professione e, al contrario, sottovalutati coloro i quali fanno accordi, favoriscono l’occupazione e difendono (loro si) gli interessi dei lavoratori.

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Il mercato del lavoro ICT – formazione e recruiting

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Gestione delle risorse umane e valorizzazione dei talenti sembrano essere poco praticati. Il 33% delle aziende con meno di 50 dipendenti non ha piani di formazione strutturati e comunque il focus resta sulle hard skills. Le aziende ricorrono a finanziamenti pubblici per la formazione nel 70% dei casi, ai fondi interprofessionali nel 20% e nel 47% ad autofinanziamento. Sistemi di valutazione strutturati sono assenti nel 78% delle aziende. Nell’89% nelle aziende sotto i 15 dipendenti. Sul fronte del recruiting solo il 4% degli HR usa linkedin o facebook. Il 16% è contrario e l’80% neutrale. Il 52% è contrario all’utilizzo di società specializzate nel recruiting on line e questo dimostra ancora una volta il rischio di scollamento tra fenomeni globali e approcci locali che caratterizza il mondo delle nostre imprese.

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Il mercato del lavoro ICT – occupati e retribuzioni

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Gli occupati al primo semestre sono oltre 600.000 con un lieve saldo negativo. Crescono le PIVA raggiungendo il numero di 153.800 (25% del totale). Le tariffe professionali calano nel 2011 mediamente di circa il 2,2% (calo del 1,7 nel 2010 e del 8,1 nel 2009). A soffrire maggiormente sono quelle legate allo sviluppo degli applicativi (- 3,9). Analizzando il trend delle retribuzioni negli ultimi tre anni registriamo una relativa stabilità nella maggior parte dei casi. Calano nel 25% dei casi ma mai oltre il 4%. Gli incrementi più elevati si registrano per i key account manager e responsabile help desk con percentuali superiori al 9%. Gli stipendi medi delle figure ICT sono sistematicamente inferiori (dal 5 all’8%) per chi lavora in aziende ICT rispetto a chi lavora in altri settori. Al nord le retribuzioni sono superiori del 18% rispetto al sud e alle isole mentre guadagna di più chi lavora in aziende di grandi dimensioni. Key account manager e Direttori sistemi informativi le figure più pagate.

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Oltre l’articolo 18. Priorità e problematiche da affrontare.

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L’acceso dibattito che si è scatenato intorno alla possibile abrogazione dell’art. 18 della legge 300 rischia di consegnare ad una sterile contrapposizione ideologica un problema serio che ha bisogno, al contrario, di essere affrontato in un contesto completamente diverso. Le aziende non assumono innanzitutto perché c’è la crisi e perché il costo del lavoro è alto. Non solo. Dopo aver ridotto le assunzioni e bloccato, di fatto, il turn over, molte aziende stanno anche riducendo i loro organici. Infine non possiamo non registrare un sensibile disallineamento tra domanda e offerta di lavoro in termini di professionalità. Se non partiamo da qui consegnamo il dibattito ad una sterile contrapposizione ideologica. Intervenire su questi temi significa definire alcune priorità. Innanzitutto occorrerebbe abbassare il costo del lavoro, non attraverso i licenziamenti o attraverso lasostituzione di lavoratori “anziani” con lavoratori più giovani e meno costosi, ma attraverso una riduzione decisa di tasse e contributi sul lavoro. Contemporaneamente si dovrebbe intervenire sul fronte della scuola incentivandone il rapporto con l’impresa limitando lo strumento degli stage durante il percorso scolastico e favorendo la nuova legge sull’apprendistato come unico strumento di avviamento al lavoro per i giovani. Per quanto riguarda i lavoratori over 45 se non vogliamo contribuire a creare una nuova emergenza sociale nei prossimi dieci anni dovremmo prevedere interventi sia sul versante della formazione che su quello dei contributi all’interno di una riforma degli ammortizzatori sociali. L’idea che si formi una nuova categoria di cittadini ritenuti troppo giovani per andare in pensione ma troppo vecchi o costosi per il mondo del lavoro ci dovrebbe far riflettere. Passare da una ormai improponibile cultura del “posto di lavoro” ad una nuova cultura del lavoro presuppone un intervento combinato sia sul versante degli ammortizzatori sociali che sulla formazione per consentire le transizioni tra posto e posto, l’aggiornamento professionale continuo e la capacità di muoversi in un mercato del lavoro sempre più competitivo. In questo senso la formazione continua deve cambiare radicalmente la sua offerta sia sul piano qualitativo sia considerando che il rapporto non è più solo tra lavoratore e impresa ma tenderà a coinvolgere il mercato del lavoro e le sue dinamiche. Dunque occorrerà mettere in condizione il lavoratore di dotarsi di nuove competenze e capacità non solo finalizzate alla sua crescita interna all’azienda ma anche e soprattutto in relazione ai suoi percorsi professionali futuri. In questo contesto la cassa integrazione straordinaria dovrà essere modulabile per tipologie di attività e di percorsi individuali di reinserimento e non strutturata sul modello della grande industria manifatturiera. Sul piano contrattuale occorrerà rimettere mano all’inquadramento professionale legandolo all’effettiva attività svolta superando definitivamente la vecchia impostazione legata all’anzianità e al presupposto che si possa solo crescere all’insù. Soprattutto in un contesto di allungamento della vita lavorativa. Infine la bilateralità, ovvero la definizione di nuovi ruoli, compiti e funzioni alle parti sociali come gestori del nuovo welfare contrattuale e di tutta la strumentazione collegata al mercato del lavoro.

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Buon Natale e buon 2012 a tutti!!!!

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Lode della cattiva considerazione di sé (Wislawa Szymborska)
 

 
La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni.

Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.

Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l’alligatore, la trichina e il tafano
vivono come vivono e ne sono contenti.

Il cuore dell’orca pesa cento chili,
ma sotto un altro aspetto è leggero.

Non c’è nulla di più animale
della coscienza pulita,
sul terzo pianeta del sistema solare.

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norme welfare e pensioni uscite dalle commissioni parlamentari

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N.B. le modifiche rispetto al testo del D.L. sono in neretto

 

DISPOSIZIONI IN MATERIA PREVIDENZIALE

 

Soppressione enti (art.21)

Dall’1.1.2012 l’INPDAP (Istituto previdenziale obbligatorio per i dipendenti pubblici) e l’ENPALS (Ente previdenziale obbligatorio per i lavoratori dello spettacolo) sono soppressi e le relative funzioni sono attribuite all’INPS che succede in tutti i rapporti, attivi e passivi, degli enti soppressi.

La disposizione deve comportare una riduzione dei costi complessivi di funzionamento dell’INPS e degli enti soppressi di 20 milioni di euro nel 2012, di 50 milioni di euro per il 2013 e di 100 milioni di euro a decorrere dal 2014.

Disposizioni in materia pensionistica (art.24)

 

Clausola di salvaguardia (comma 3)

I lavoratori che entro il 31.12.2011 maturino i requisiti anagrafici e contributivi vigenti prima dell’entrata in vigore del presente decreto, sono esclusi dalle nuove regole e conseguono la pensione di vecchiaia e di anzianità, nonché la pensione nel sistema contributivo, secondo le norme previgenti; a tal fine, possono richiedere all’INPS la certificazione di tale diritto.

L’Istituto ha precisato, con il messaggio n.24126 del 20.12.2011, che anche in caso di mancata certificazione del diritto alla pensione, il lavoratore, che entro il 31.12.2011 maturi i prescritti requisiti consegue, in ogni caso, il diritto alla pensione stessa, secondo la normativa antecedente al decreto in esame.

Pensione di vecchiaia ordinaria – parificazione fra uomini e donne (commi 6 e 7)

Dall’1.1.2018 il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia  fra lavoratrici e lavoratori è parificato. Tale parificazione è stata anticipata rispetto all’1.1.2026 come previsto dalla precedente normativa.

Dall’1.1.2012 per i lavoratori che maturano i requisiti a partire dalla predetta data, i requisiti di età per la pensione di vecchiaia saranno i seguenti:

a)      lavoratrici dipendenti settore privato

1.1.2012-31.12.2013 = 62 anni

1.1.2014-31.12.2015 = 63 anni e 6 mesi

1.1.2016-31.12.2017 = 65 anni

Dall’1.1.2018 = 66 anni

Resta fermo, in ogni caso, l’adeguamento dei requisiti anagrafici agli incrementi della speranza di vita.

b)      lavoratrici autonome e parasubordinate

1.1.2012-31.12.2013 = 63 anni e 6 mesi

1.1.2014-31.12.2015 =  64 anni e 6 mesi

1.1.2016-31.12.2017 =  65 anni e 6 mesi

Dall’1.1.2018  = 66 anni.

Resta fermo, in ogni caso, l’adeguamento dei requisiti anagrafici agli incrementi della speranza di vita.

 

c) lavoratori dipendenti del settore privato e lavoratrici del pubblico impiego

.      Dall’1.1.2012  = 66 anni

d)      lavoratori autonomi e parasubordinati

Dall’1.1.2012 = 66 anni

La pensione di vecchiaia si consegue con il requisito contributivo minimo di venti anni. Tale requisito, già in vigore per il sistema misto, è esteso anche al sistema di calcolo contributivo (in precedenza pari a 5 anni).

Per i lavoratori cui si applica il sistema contributivo (cioè la cui contribuzione sia successiva all’1.1.1996) la prestazione è corrisposta  a condizione che l’importo della pensione sia almeno pari a 1,5 volte (non più pari a 1,2 volte) l’importo dell’assegno sociale (nel 2012 pari a circa 643 euro  mensili).Tale importo è indicizzato.

Il predetto requisito reddituale non è richiesto al compimento dell’età anagrafica di 70 anni, in presenza, comunque,  di almeno 5 anni di contributi effettivi.

Deroga per le lavoratrici (comma 15-bis lettera b)

Durante l’iter parlamentare è stata introdotta una particolare deroga al regime sopraindicato. Le sole lavoratrici dipendenti che al 31.12.2012 abbiano almeno 20 anni di contributi ed almeno 60 anni di età possono andare in pensione all’età di 64 anni.

 

Età minima pensione vecchiaia ordinaria (comma 9)

A decorrere dal 2021, l’età anagrafica  minima per la pensione di vecchiaia non può, in ogni caso, essere inferiore a 67 anni.

Resta fermo, in ogni caso, l’adeguamento dei requisiti anagrafici agli incrementi della speranza di vita.

Pensione anticipata (ex pensione di anzianità) (comma 10)

A decorrere dall’1.1.2012 la pensione è erogata esclusivamente ai lavoratori in possesso dell’anzianità contributiva di 42 anni ed un mese per gli uomini e di 41 anni ed un mese per le donne. Non è più previsto né il possesso del requisito anagrafico, né  il sistema delle cosiddette quote ( età anagrafica + anzianità contributiva).

A decorrere dall’1.1.2013 il requisito contributivo minimo è elevato a 42 anni e 2 mesi per gli uomini ed a 41 anni e 2 mesi per le donne

A decorrere dall’1.1.2014 il requisito contributivo minimo è elevato a 42 anni e 3 mesi per gli uomini ed a 41 anni e tre mesi per le donne.

Ai predetti requisiti contributivi sono da aggiungere gli adeguamenti connessi all’incremento della speranza di vita (tre mesi in più  a decorrere dall’1.1.2013 ed eventuali ulteriori incrementi a scadenza triennale e biennale).

Sulla quota di pensione relativa all’anzianità contributiva antecedente l’1.1.2012 è applicata una riduzione del 1% (il D.L. prevedeva il 2%) per ogni anno di anticipo rispetto all’età anagrafica di 62 anni. Tale penalizzazione è pari al 2% annuo se l’anticipo supera i due anni.    

Qualora l’età di pensionamento non sia intera, la riduzione percentuale è riproporzionata in base al numero dei mesi.

Deroghe (comma 15-bis lettera a)

Durante l’iter parlamentare è stata introdotta una particolare deroga al regime della pensione anticipata. I soli lavoratori dipendenti che al 31.12.2012 abbiano maturato almeno 35 anni di contributi ed almeno 60 anni di età, possono andare in pensione al compimento dell’età anagrafica di 64 anni.

 

Esclusioni nuove disposizioni (commi 14 e 15)

Come già precisato, sono esclusi dalla nuova normativa  tutti coloro che al 31.12.2011 risultino in possesso dei requisiti precedentemente in vigore.

Sono escluse, altresì, le donne che accedono alla pensione di anzianità entro il 31.12.2015 in possesso di 57 anni di età per le dipendenti, 58 anni per le lavoratrici autonome ed almeno 35 anni di contributi, a condizione che l’interessata opti per la liquidazione della pensione interamente con il sistema di calcolo contributivo.

Sono esclusi, altresì nei limiti delle risorse stabilite e delle previste procedure  (il D.L. prevedeva invece un numero massimo di  50.000 beneficiari), anche qualora maturino i requisiti pensionistici dopo il 31.12.2011, i seguenti soggetti:

a)      lavoratori in mobilità  in base ad accordi sindacali stipulati prima del prima del 4.12.2011 (invece del 31.10.2011) e che maturano i requisiti pensionistici entro il periodo di fruizione del’indennità di mobilità;

b)      lavoratori in mobilità lunga in base ad accordi collettivi stipulati prima del 4.12.2011 (invece del 31.10.2011);

c)      lavoratori  autorizzati alla prosecuzione volontaria prima del 4.12.2011 (invece del 31.10.2011.

Nel corso dell’iter parlamentare è stato introdotto un limite di spesa. Con decreto interministeriale, da adottare entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, saranno definite le modalità attuative delle esclusioni dalla nuova normativa, ivi compresa la determinazione del numero massimo dei beneficiari nel limite delle risorse, pari a 240 milioni di euro per il 2013, pari a 630 milioni per il 2014, a 1.040 milioni per il 2015, a 1.220 milioni  per il 2016, a 1.030 milioni per il 2017, a 610 milioni per il 2018 ed, infine, a 300 milioni per il 2019.

Il monitoraggio del raggiungimento del predetto limite massimo sarà effettuato dagli Enti previdenziali competenti.

Una volta raggiunto tale limite, i predetti Enti non prenderanno in esame ulteriori domande di pensionamento relative a tali fattispecie.

Nell’ambito del predetto limite numerico vanno computati, entro il numero massimo di diecimila, anche i lavoratori posti in mobilità con accordi sindacali stipulati prima del 30.4.2010, nonché i soggetti collocati  in mobilità lunga per effetto di accordi collettivi stipulati entro il 30.4.2010 che maturano i requisiti per la pensione a decorrere dall’1.1.2011.

Resta fermo che per i soggetti sopraindicati, che maturano i requisiti  dall’1.1.2012, trovano comunque applicazione gli adeguamenti all’incremento della speranza di vita.

 

Lavori usuranti (comma 17)

In via transitoria, l’agevolazione per i lavoratori che hanno svolto attività usuranti sono limitate agli anni 2008-2011, con l’esclusione del 2012.

Dall’1.1.2012, di conseguenza, l’accesso alla pensione per gli addetti alle attività usuranti sarà  possibile al raggiungimento di una quota (somma di età anagrafica ed anzianità contributiva) pari a 96 ( almeno 60 anni di età e almeno 35 anni di contributi). Restano fermi  gli adeguamenti dei requisiti agli incrementi della speranza di vita.

La precedente normativa prevedeva invece, dal 2013, l’accesso alla pensione con un’età anagrafica inferiore di tre anni ed una quota inferiore di un valore pari a tre, rispetto ai requisiti introdotti dalla Tabella B della legge 247/2007. Pertanto,per tali lavoratori, la pensione poteva essere conseguita al raggiungimento di quota 94 (invece di 97) e di un’ età pari a 58 anni (invece di 61).

Per i lavoratori che svolgano attività lavorativa notturna, articolata in turni, per almeno sei ore e per  meno di 78  giornate l’anno e che maturano i requisiti per l’accesso anticipato nel periodo 1.7.2009-31.12.2011, la riduzione dell’età anagrafica non può superare:

a)      un anno per coloro che svolgono attività lavorativa notturna per un numero di giornate annue comprese fra 64 e 71;

b)      due anni per coloro che svolgono attività lavorativa notturna per un numero di giornate annue comprese fra 72 e 77.

Per i lavoratori che svolgano attività lavorativa notturna, articolata in turni,  per almeno sei ore e per meno di 78  giornate l’anno e che maturino i requisiti per l’accesso anticipato dall’1.1.2012, il requisito anagrafico ed il valore della quota, di cui alla Tabella B della legge 247/2007:

a)      sono incrementati rispettivamente di 2 anni e di 2 unità per coloro che svolgono le predette attività per un numero di giornate annue da 64 a 71;

b)      sono incrementati rispettivamente di un anno e di una unità per coloro che svolgono le predette attività per un numero di giornate annue da 72 a 77.

Aliquote contributive lavoratori autonomi (comma 22)

Dall’1.1.2012 le aliquote contributive e di computo di artigiani e commercianti sono aumentate dell’1,3% e successivamente dello 0,45% annuo fino a raggiungere il 24% nel 2018. Il D.L. prevedeva invece, un aumento dello 0,3% annuo, fino a raggiungere il 22% nel 2018.

Enti previdenziali privatizzati (comma 24)

Gli enti previdenziali privatizzati, fra i quali anche l’ENASARCO, adottano, entro il 30.6.2012 (il D.L. prevedeva entro il 31.3.2012), misure finalizzate ad assicurare l’equilibrio fra entrate contributive e spese per prestazioni, in base a bilanci tecnici, con un arco temporale di 50 anni.

Qualora gli enti non provvedano entro il predetto termine, troverà applicazione il sistema contributivo pro-rata agli iscritti per le anzianità successive all’1.1.2012 ed un contributo di solidarietà dell’1% per il biennio 2012-2013, a carico dei pensionati.

Perequazione automatica pensioni (comma 25)

Per il biennio 2012-2013 la rivalutazione automatica delle pensioni è riconosciuta, nella misura del 100 per cento, solo ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo, nel 2011 pari a  circa 1.400 euro mensili. Il D.L. prevedeva la rivalutazione automatica del 100% solo ai trattamenti pensionistici di importo complessivo  fino a due volte il trattamento minimo, nel 2011 pari a  936 euro mensili.

Per le pensioni superiori al predetto limite che raggiungano il limite stesso mediante la rivalutazione automatica che sarebbe spettata, l’aumento per il predetto biennio verrà comunque attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.

Fondo interventi occupazione giovanile e femminile (comma 27)

Presso il Ministero del lavoro è istituito un Fondo per finanziare interventi  per l’incremento dell’occupazione giovanile e femminile. Tale Fondo è finanziato con 200 milioni di euro per il 2012, con 300 milioni di euro per gli anni 2013 e 2014 e 240 milioni per il 2015. A tale riguardo  il D.L. stanziava 300 milioni  a partire dal 2013.

Prelievo su pensioni di importo più elevato (comma 31-bis)

Durante l’iter parlamentare, è stata introdotta una norma sulle pensioni di importo più elevato. Fino al 2014, pertanto,  il prelievo sui trattamenti pensionistici complessivamente superiori a 200.000 euro è aumentato dal 10 al 15%.

 
 
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