Etica pubblica e morale individuale di Carlo Maria Martini (*)

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L’attenzione per i temi dell’etica pubblica è visibilmente lievitata nella stagione più recente della vita civile, e di questo fatto ci si deve compiacere. Sorge tuttavia spontaneo il dubbio: è sufficiente il fatto che di argomenti etici tanto si parli, perché si possa effettivamente incidere sulla qualità del tessuto morale della società contemporanea e soprattutto perché si possa porre rimedio a quella spiccata incertezza morale che sembra affliggere la coscienza personale di ciascuno in questo tempo?

Le molteplici forme della comunicazione pubblica certo concorrono ad accrescere in qualche misura la sensibilità di ciascuno per i problemi della vita comune; esse spesso minacciano però di alimentare una specie di delega delle responsabilità.

La comunicazione pubblica colpisce preferibilmente le responsabilità dei poteri pubblici; ignora invece per lo più il momento della vita personale, le difficoltà e gli interrogativi con i quali essa deve cimentarsi, la coscienza di ciascuno, i modelli di comportamento ai quali più o meno consapevolmente una tale coscienza soggiace.

La tendenziale disattenzione del dibattito pubblico sull’etica per quegli aspetti che più immediatamente riguardano la responsabilità di ciascuno ha motivazioni complesse; cerchiamo qui di illustrarne alcune, che ci sembrano più immediatamente attinenti al campo di interesse della presente rivista.L’accresciuta attenzione pubblica ai temi dell’etica è alimentata anzitutto da concreti problemi di “giustizia” proposti dalle forme dell’esperienza civile in rapido mutamento. Si tratta di problemi di qualità molto diversa tra di loro, che quindi non possono essere ricondotti troppo precisamente a un denominatore comune.

Per illustrare questa profonda differenza, facciamo riferimento, a titolo d’esempio, per un lato ai problemi della bioetica e per l’altro lato ai problemi di quell’«etica degli affari e delle professioni», alla quale è intitolata la presente rivista. I problemi della bioetica sono anzitutto legati alle nuove acquisizioni nel campo delle scienze biologiche, e quindi del potere tecnologico in molti ambiti della pratica medica. Più immediata risonanza hanno avuto le nuove forme della «procreazione assistita» e i problemi obiettivamente posti dal configurarsi di un’esasperata artificiosità dei processi generativi.

La consistenza di tali problemi è tale da riguardare, non solo e subito le “giuste” regole sociali a cui sottoporre tali materie, ma prima ancora la coscienza stessa dell’uomo e della donna candidati a far uso di tali tecniche, e più in generale di ogni uomo e di ogni donna. Il problema di “giustizia” – inteso come problema di etica professionale e quindi di equità nel rapporto tra professione medica e utenza – appare qui soltanto secondo rispetto a una serie di più radicali problemi, per formulare i quali la cultura contemporanea sembra addirittura mancare del linguaggio adatto.

Che cosa vuol dire “generare”? Che cosa fa la differenza tra l’arcana figura del “generare” e l’inquietante figura del “fabbricare” un figlio? Che cosa è “vita” in un’accezione propriamente umana, al di là di ciò che ne sa la biologia? Quali sono le condizioni – “morali” o, addirittura, “religiose” – che si debbono rispettare perché la generazione non risulti un sopruso nei confronti di colui che è messo al mondo? È possibile giungere a un consenso civile, per quanto riguarda la determinazione di tali condizioni, oppure occorre rassegnarsi alla prospettiva che vorrebbe la coscienza “privata” giudice insindacabile in tale materia?

Nonostante oggi si parli molto di «etica pubblica», sembra invece che rimanga stretto il silenzio sulla più antica e misteriosa “morale”: su quei criteri dell’agire, cioè, che garantiscono non semplicemente la “giustizia” nei rapporti sociali, la “giustizia” dell’uomo a fronte della sua stessa coscienza. Quando non si affrontino le sottese questioni “morali”, d’altra parte, sembra che le stesse questioni di «etica pubblica» non possano ricevere altro che soluzioni convenzionali, risultato di un compromesso tra punti di vista diversi e incomparabili e non, invece, di un reale consenso a proposito di ciò che è degno dell’uomo, di ciò che fa buona la vita.

Alla radice del tendenziale silenzio del dibattito pubblico sulle questioni propriamente “morali” stanno ragioni note e meno note. Tra le ragioni note ricordiamo quella costituita dal cosiddetto “pluralismo” che caratterizza la civiltà contemporanea per quanto attiene alle questioni relative al senso ultimo della vita. Tra le ragioni meno note, o comunque meno frequentemente ricordate a livello di dibattito pubblico, sono invece quelle connesse al distacco sistematico che, nelle forme della vita civile contemporanea, sembra tendenzialmente stabilirsi tra coscienza individuale e scambio sociale.

È certo riconosciuto da tutti che anche la vita sociale ha bisogno di criteri di carattere “etico”: essi sono di solito cercati in “valori” molto formali – libertà, giustizia, rispetto dei diritti dell’uomo e così via – sui quali sembra facile il consenso di tutti. Il prezzo che si deve pagare per il carattere troppo formale di quei “valori” sui quali tutti consentono è però questo, che essi non bastano a suggerire univoche ragioni di soluzione dei nuovi problemi che oggi si pongono, ad esempio quelli appunto proposti dalla bioetica.

Sembra giustificato questo dubbio: il consenso sui “valori” da tutti declamati è consenso effettivo o solo nominale? Per dare univocità a quei “valori” non è forse necessario che si apra un confronto pubblico su quei problemi morali, che la coscienza del singolo inevitabilmente conosce, e sui quali invece le voci pubbliche sembrano per lo più preferire sia tenuto il silenzio?

Mi chiedo se i contrasti spesso rilevati, e spesso anche deprecati, tra «etica laica» e «morale cattolica» non siano da ricondurre per una parte cospicua esattamente a questo equivoco: la Chiesa si occupa anzitutto di questioni morali, e non di questioni di etica pubblica; essa afferma inoltre che l’attenzione ai profili propriamente morali delle diverse questioni è comunque imprescindibile anche in ordine alla soluzione delle questioni di carattere giuridico. Questo per altro non comporta una conclusione così semplicistica, quale sarebbe quella che intendesse proporre senz’altro la dottrina morale cattolica quale modello a cui conformare la legge civile; mentre proprio questo è il sospetto che viene facilmente nutrito nei confronti della Chiesa e rispettivamente nei confronti delle diverse espressioni del cattolicesimo a livello civile..

Alle difficoltà oggettive di un’intesa tra “laici” e “cattolici” su questioni tanto complesse si aggiungono certo molte difficoltà che invece nascono soltanto da quella inclinazione facile della comunicazione pubblica a far uso di formule stereotipe, che mirano assai più a colpire che ad argomentare. Un’intesa, e prima ancora un confronto più “razionale” e meno emotivo tra “laici” e “cattolici” sulla complessa materia della distinzione e insieme della correlazione tra diritto e morale, sarebbe favorito dal riconoscimento esplicito anche da parte della cosiddetta cultura “laica” della consistenza specifica del problema morale, e quindi dal riconoscimento comune del rilievo che tale problema obiettivamente assume anche sotto il profilo del giudizio sui fatti di civiltà.

La coscienza morale individuale, infatti, non è un fatto puramente “privato”; essa per un lato è obiettivamente plasmata anche a partire dalle condizioni civili della vita; e d’altra parte la buona qualità della vita comune non può essere adeguatamente garantita a opera esclusiva delle “regole” del diritto o della proclamazione pubblica dei massimi “valori”, dipende invece anche e non marginalmente dalla qualità del costume a livello di comportamenti personali.

 Le questioni sollevate dall’«etica degli affari e delle professioni» sembrano, in prima battuta almeno, meno radicali, e di carattere più squisitamente civile. Così come di fatto nascono, in ambito anglosassone, esse sembrano connesse a un originario interesse “utilitaristico” – per quanto del tutto legittimo, e alla fine corrispondente allo stesso interesse sociale – piuttosto che a un interesse propriamente morale.

L’affermarsi delle mille nuove professioni, la sempre più esasperata frammentazione delle competenze specialistiche, la conseguente opacità dei criteri in base ai quali apprezzare la reale consistenza di proclamate “competenze”, gli accresciuti ritmi di obsolescenza delle stesse, tutto questo minaccia di creare un diffuso clima di incertezza. Tale clima d’altra parte sembra incoraggiare strategie di comportamento “selvagge”, che puntano assai più sulla immagine e sul potere di seduzione che sulla qualità obiettiva e accertabile delle competenze in questione.

Una tale dinamica appare obiettivamente perversa, e tale da compromettere alla lunga la stessa immagine complessiva dei singoli corpi professionali. Di qui l’esigenza diffusamente avvertita di procedere a una ridefinizione delle «regole del gioco», capaci di offrire garanzie di trasparenza all’esercizio della professione o rispettivamente dell’attività di impresa. E tuttavia, l’effettiva realizzazione di questi obiettivi non sembra possibile mediante la semplice statuizione di “regole” convenzionali certe; comporta invece che si persegua il più ambizioso obiettivo di un “costume” sufficientemente univoco e consensuale.

 Come definire la differenza tra un vero e proprio “costume” e semplici “regole” materiali di comportamento? Le “regole” hanno di necessità carattere casistico, sono quindi sempre molto analitiche, e anche mai sufficienti a prevedere tutto; sono inoltre difficilmente controllabili, specie da parte dei non addetti ai lavori. Rischiano quindi di fatto di non riuscire a correggere quella cattiva dinamica per la quale la preoccupazione etica è intesa più come cura dell’immagine pubblica, che come effettiva cura della buona qualità obiettiva del servizio che le singole professioni offrono al bene comune della società.

La promozione di un “costume”, per converso, esige appunto che la riflessione dei singoli corpi professionali proceda oltre: dalla semplice statuizione di regole analitiche a cui attenersi nell’esercizio della professione, passi a considerare gli “stili” complessivi di comportamenti, e tenti quindi anche una valutazione consensuale di tali “stili” per riferimento ai parametri di bene e di male almeno virtualmente propri della società nel suo complesso.

 

L’operazione comporta dunque che sia resa operante una riflessione proporzionalmente esplicita sulle ragioni per le quali l’opera delle singole professioni può e deve essere riconosciuta come concorrente al bene comune.Una tale riflessione non potrà prodursi ovviamente nell’ambito esclusivo della “corporazione” professionale; dovrà invece mettersi a confronto con l’opinione pubblica tutta; dovrà curare la comunicazione con tale opinione pubblica; potrà in tal modo anche concorrere a un’obiettiva promozione della stessa.

Lo sviluppo di un’etica professionale a tali condizioni appare capace di divenire, pro parte sua, momento di quell’etica politica, di cui lamentavamo all’inizio il difetto: un’etica che non si limita a denunciare le responsabilità dei poteri pubblici, si preoccupa invece di determinare il contributo che al bene comune può e deve venire dai comportamenti personali di ciascuno. Non solo, ma un’etica professionale di tal genere potrebbe da vicino contribuire allo sviluppo della stessa coscienza “morale” del professionista; di quella coscienza cioè che esige da lui, non solo di non ledere i diritti degli altri, ma di vivere il proprio impegno professionale come momento di quel disegno più profondo della vita, che consiste appunto nello spendere se stessi per il bene di molti.

Anche nel caso dell’attività professionale infatti accade oggi spesso che il singolo sia inquietato, non solo dalle eventuali “ingiustizie” subite, ma dal difetto di motivazione ideale per il proprio impegno; detto altrimenti, dal difetto di una trasparente e convincente “giustificazione” morale – e non di carattere semplicemente economico o di immagine – per un momento della propria vita che certo è tutt’altro che marginale.

 

 

Questo testo venne pubblicato nel 1992 nel periodico «Etica degli affari e delle professioni» (n. 1, pagg. 12-14 edito dal Sole 24 Ore a cura di Armando Massarenti).

 

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Quattro condizioni per rimanere paese industriale di Raffaele Morese

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Con la produzione industriale a -7,3% luglio 2012 su luglio 2011 e con quattro trimestri consecutivi di congiuntura negativa, soltanto uno spensierato non si porrebbe la questione del mantenimento nel tempo del nostro patrimonio manifatturiero. D’altra parte, la lista delle aziende in crisi diventa sempre più lunga e quelle di testa, le “eccellenti”, sempre più inquietanti. Sebbene le motivazioni siano differenti, impressiona vedere Fiat, Ilva, Finmeccanica, Alcoa, Carbosulcis (tanto per citare le più esposte alla deflagrazione economica e sociale) alle prese con problemi strutturali di produzione e di occupazione. Ed impressiona ancora di più il vuoto di politica industriale che aleggia su queste crisi, posto che tutti sono consapevoli che non si possono risolvere con i pannicelli caldi della CIG e dell’attesa di tempi migliori. Come, infine, impressiona l’assottigliarsi dei margini tra questione vertenziale e questione di ordine pubblico, anche come conseguenza della difficoltà ad individuare risposte convincenti sia i lavoratori interessati che le popolazioni coinvolte.

Ha detto Prodi a Cernobbio: “Troppo a lungo si è parlato solo di finanza, ma è nella manifattura il cuore dell’economia europea. Oggi è prioritario difendere e rilanciare il nostro sistema produttivo”. E ancora: “L’Europa sta sottovalutando che c’è un sistema Asia ormai più grande del sistema manifatturiero europeo e un sistema America che è più veloce di prima…. L’Europa non può andare avanti con una parte che si specializza, innova, cresce rapidamente e un’altra che arretra o va a rilento” (R. Prodi, L’Europa punti sulla manifattura, Il Sole 24 ore, 09/09/2012). Questioni di uno spessore gigantesco ed inedito, che si trasferiscono immediatamente sul sistema italiano che, se vuole rimanere la seconda potenza industriale europea, deve recuperare velocemente anni di incuria culturale, di ubriacatura sul post-industriale, di affidamento allo spontaneismo del mercato. Con soluzioni che siano all’altezza del cambiamento in atto, globalizzazione e europeizzazione in primo luogo.

La strada maestra non è certo quella del rigore. Lo ha ammesso anche Monti. Ormai è chiaro: il rigore senza crescita, non solo ci impoverisce ma condanna al ridimensionamento  drastico il nostro potenziale industriale. Né ci consola che le esportazioni continuano a tirare. L’Istat ha documentato recentemente che nell’ultimo anno, da luglio 2011 a giugno 2012, la domanda interna  ha contribuito a far diminuire il Pil di 4,3 punti, controbilanciati da 2,9 punti positivi derivati dalla domanda estera. La performance non è di piccolo conto, dato che la congiuntura mondiale non è affatto sostenuta. Ma l’export non può assolutamente sostituirsi alla ripresa della domanda interna. Questa è la prima condizione per tutelare la manifattura in Italia.

La seconda è quella di spostare investimenti e occupazione nei settori ad alto valore aggiunto, innovativi e sostenibili. L’elenco si può anche fare (carburanti di seconda generazione e derivati chimici e plastici, biomedicale, energie rinnovabili, macchine meccaniche complesse, meccanotronica, domotica, illuminotecnica, alimentazione di qualità, filiera della moda, risanamento del territorio, gestione delle acque, ecc.), ma ciò che conta è che ci siano soggetti, strumenti, politiche che rendano praticabili scelte significative in questi campi. Soltanto così, sarà possibile dirottare risorse ed energie da situazioni e produzioni senza ragionevole futuro e che rischiano di rimanere in piedi solo perché assistite fino alla prossima crisi. Soltanto così, un numero sempre maggiore di medie e piccole imprese possono essere rimesse in corsa nella conquista dei mercati, assicurando loro le reti necessarie e le sinergie indispensabili per mantenerle radicate nel territorio e nello stesso tempo allungare la gittata del loro “fascino” verso clienti sempre più lontani. In altri termini, per usare una definizione di Aldo Bonomi, bisogna ragionare di un “ReMade in Italy”.

La terza condizione è che non si perdano per strada i “pivot” del sistema industriale. Non possiamo diventare un Paese di medie e piccole imprese, anche se dinamiche  e creative. Abbiamo già ridimensionato alcune realtà che avevano una dimensione europea, nel passato. Olivetti, per citarne una. Non si può rinunciare a Fiat e Ilva, sia come aziende che come settori in cui intervengono. Verso l’una e l’altra, non basta l’invettiva e la rabbia per come si sono comportate nei confronti dei dipendenti, delle popolazioni, dell’opinione pubblica, delle istituzioni. Gli atteggiamenti manageriali e della proprietà devono essere corretti prendendo iniziative che puntino alla salvaguardia di quelle realtà. Ma bisogna avere idee, proposte, capacità di impegno. E se managers e proprietari dichiarano impotenza, lo Stato non deve sostituirsi ma compartecipare al superamento delle difficoltà che si frappongono alla competitività e alle compatibilità ambientali. Obama l’ha fatto con successo.

L’ultima condizione attiene alla irrisolta questione della produttività, per la quale è in corso un confronto tra Governo e parti sociali. Al netto della discussione su fattori esterni di produttività come la giustizia, la corruzione, la burocrazia, le infrastrutture materiali ed immateriali, la ricerca e la formazione, rimane centrale l’individuazione delle condizioni per far avanzare la produttività del lavoro, nel tempo. Siamo molto indietro, su questo piano. Il recente Rapporto del CNEL sul mercato del lavoro è ricco di informazioni al riguardo. Molti evocano il modello tedesco di cogestione dei problemi del lavoro. Ma nessuno mette in evidenza che quel modello funziona perché gli attori lo gestiscono con molta flessibilità. Se c’è da saltare una tornata contrattuale, sia nazionale che aziendale, si salta consensualmente. Se c’è da ridurre l’orario e il salario per assicurare la tenuta dell’occupazione, si fa consensualmente. A crisi superata, si riprende a far crescere salari e occupazione, consensualmente. Noi non siamo ancora capaci di tanto. Al dunque, meglio l’assistenzialismo che la contrattazione in deroga, meglio le mani libere che l’assunzione di responsabilità . Ma globalizzazione ed europeizzazione stanno inficiando quest’abitudine. Aziende innovate ed efficienti hanno bisogno di flessibilità nelle relazioni sindacali, fermo restando i modelli contrattuali e le tutele definiti dalle leggi e dalle intese tra le parti. Prima si fa questo salto di qualità e prima si rafforzerà la nostra potenzialità industriale.     

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Produttività e ore lavorate

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Torna ogni tanto il discorso sulla riduzione delle ferie e delle festività e sull’aumento delle ore effettive dedicate al lavoro. Le analisi sul tema dicono che, da un lato, gli occupati italiani godono di più ferie e vacanze della media europea, e che, dall’altro, non lavorano affatto meno. Il punto è che né il monte orario né la quantità del lavoro determinano la crescita . Gli italiani lavorano persino più dei tedeschi o dei norvegesi, eppure Germania e Norvegia hanno una crescita molto superiore. Il problema sta altrove e impone una riflessione più sul come che sul quanto si lavora. La produttività italiana fa leva sull’aumento del monte orario e della base occupazionale, non sull’innovazione e sul capitale umano. Nelle economie più avanzate i fattori della produttività si legano alla qualità e alla efficienza, non alla quantità o allo sfruttamento di impianti e lavoro. Secondo studi accreditati e comparazioni recenti, il nostro ritardo di produttività riguarda aspetti tra loro diversi, ma complementari: deficit nelle tecnologie informatiche e nel rapporto tra utilizzo dell’informatica ed organizzazione del lavoro; insufficienti standard di efficienza della pubblica amministrazione e delle micro e piccole imprese; leva fiscale e creditizia che non premia la crescita dimensionale delle imprese e gli investimenti per la competitività; poco ricorso alla formazione continua. Dai dati di Eurofond risulta come Italia e Grecia abbiano un monte orario settimanale più alto di Germania e Francia (38 ore l’Italia e 40 ore la Grecia, contro le 37 ore della Germania e le 35 della Francia). Se si considerano non le ore contrattuali ma quelle effettive (compresi straordinari, feste e ferie), si scopre che il dato italiano resta invariato, mentre aumenta per i lavoratori tedeschi a causa degli straordinari ( le festività in Germania sono maggiori alle nostre). La quantità del lavoro sembra quindi incidere sempre meno sulla produttività. Sono stati gli sforzi in innovazione ed efficienza che hanno migliorato la situazione francese e tedesca e hanno permesso alla Spagna di superare l’Italia, che intanto fa passi indietro. Dal 2001 al 2010 abbiamo infatti perso oltre 15 punti. L’andamento negativo si ripercuote sui salari. I sistemi economici che pagano i salari migliori sono quelli con maggiori margini di competitività e di profitto. Questo spiega perché i lavoratori tedeschi, che lavorano in media 1658 ore annue, abbiano salari quasi doppi rispetto a quelli italiani (42.400 euro contro 26.181 euro), che però lavora di più (1679 ore l’anno è la media italiana di ore lavorate). Il punto da affrontare è chiaro: non quanto ma come lavori.

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Produttività italiana secondo Istat e forze sociali

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Secondo l’Istat, il fermo dell’economia italiana dal 2008 in poi segue a un rallentamento progressivo cha data da almeno un ventennio. Si è trattato di una “perdita degli anticorpi” propri della nostra competitività che ha riguardato autonomia professionale, capacità d’agire, qualità e quantità del lavoro, produttività. Per gli analisti dell’Istat, se persiste il freno allo sviluppo occupazionale, che costituisce ancora la principale leva italiana per la produttività, il rischio per la crescita è notevole. E’ però evidente che il nostro è soprattutto un ritardo di efficienza complessiva dei fattori produttivi, dentro e fuori l’azienda.
E’ mancato il salto di qualità nell’innovazione. Tra i paesi europei l’Italia è quello che ha tratto meno vantaggio dalla rivoluzione informatica degli anni novanta. Abbiamo comprato i computer ed attivato internet , ma abbiamo continuato a lavorare come prima. Nel terziario e in molte aree del paese l’informatizzazione dei servizi è ancora inadeguata. L’Italia è svantaggiata anche per un dimensionamento aziendale molto basso. Sembra abbastanza provato che un tessuto produttivo molto parcellizzato e un numero di microimprese nettamente superiore alla media europea non abbiano favorito né i processi di innovazione né la capacità produttiva.
La difficoltà della microimpresa nel competere in innovazione ed in qualità riguarda soprattutto il manifatturiero. Peraltro l’Italia è specializzata in alcuni ambiti del manifatturiero tradizionale, in cui la produttività è più bassa. Inoltre le grandi imprese italiane, al contrario di quelle tedesche e francesi, hanno perso terreno nei settori dove più forte è l’investimento in ricerca. La tenuta in produttività ed innovazione si deve, secondo l’Istat, all’area delle medie imprese. Rispondono alla sfida le imprese che si sono poste decisamente sui mercati internazionali e che esportano, mentre vanno male quelle condizionate dal mercato interno, come il mobile o la carta, che devono fronteggiare in casa la concorrenza di nuove aziende internazionali.
Rispetto alle cause del ritardo, l’Istat punta il dito su fattori come la sottocapitalizzazione, l’evasione, il sommerso, il livello del capitale umano. Secondo la maggior parte delle forze economiche e sociali i dati sulla produttività e sul PIL confermano la necessità di misure concertate e ad ampio respiro (fiscali, incentivi, promozione del capitale umano, investimenti infrastrutturali), con una costante attenzione all’efficienza complessiva del processo produttivo.

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Produttività italiana nel confronto europeo

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L’Italia è il paese dell’Europa a 27 in cui la produttività è cresciuta meno nell’ultimo decennio. A una media di poco superiore al 1,4 per cento, contro una media europea di quasi il 12 per cento. Esiste un’oggettiva corrispondenza tra mancata crescita del PlL, arretramento del tasso di occupazione (l’Italia è anche l’unico paese europeo in cui tra il 2001 ed il 2010 non è cresciuto il numero degli occupati, mentre cresce il monte ore lavorate) e inadeguato aumento della produttività, che richiede riflessioni e forti interventi di riforma e di sostegno allo sviluppo.
Chiarificatore è il confronto con la Spagna, cha ha più difficoltà economiche e più disoccupati dell’Italia. La Spagna, pur considerando il crollo dell’ultimo biennio, ha avuto nel 2011 più occupati che nel 2001. Il dato della produttività e quello del Pil sono ancora più evidenti: rispetto al 2001 la Spagna ha avuto un aumento della produttività superiore al 10 per cento, mentre il Pil è aumentato del 22 per cento. Il confronto con altri paesi non ci conforta: all’aumento del Pil italiano del 4 per cento corrisponde, nello stesso periodo, un aumento del Pil francese del 12 per cento e di quello inglese del 17 per cento. L’impatto della crisi del 2008 ha peggiorato di molto le performance del lavoro e dell’economia italiana : il debole stato di salute del tessuto produttivo e la complessiva situazione finanziaria hanno determinato effetti moltiplicatori negativi.
In sintesi, la produttività italiana nell’ultimo decennio è cresciuta dieci volte meno di quella tedesca ed otto volte meno di quella media europea. C’è, secondo gli economisti, un nesso tra aumento della produttività e allargamento della base occupazionale: in Italia la produttività è aumentata non per l’aumento dell’efficienza, ma soprattutto perché ci sono più persone che lavorano o perché le persone lavorano per più tempo. L’arretramento dell’occupazione porta quindi anche a un calo in termini di produttività. È la riprova di come l’Italia abbia in questi anni mancato la sfida della qualità del lavoro e dell’innovazione che invece va messa al centro di ogni strategia di sviluppo, seguendo il filo rosso della formazione.

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Lavoratori italiani all’estero

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Lavoratori all’estero – Procedure per la gestione dei lavoratori italiani all’estero e rilascio del nulla osta al lavoro nei paesi extra UE

Il Ministero del Lavoro, con nota n. 39/0011377 del 3 agosto c.a., precisa che i datori di lavoro che intendono assumere o trasferire lavoratori italiani (o comunitari residenti in Italia) in Paesi extracomunitari hanno l’obbligo di richiedere, al citato Ministero, il rilascio di un’apposita autorizzazione, a cui faranno seguire la richiesta di nulla osta nominativa.

Il nuovo sistema, che prevede anche la gestione delle liste dei lavoratori che intendono lavorare all’estero, entrerà in funzione dal 15 settembre prossimo e avrà carattere sperimentale fino al 31 gennaio 2013, periodo durante il quale saranno accettate anche le richieste in modalità cartacea. Successivamente, dal 1° febbraio 2013 tutte le richieste dovranno pervenire esclusivamente per via telematica.

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Lavoratori extracomunitari

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Lavoratori extracomunitari – Codici tributo per l’emersione dei rapporti di lavoro irregolari

L’Agenzia delle Entrate, con risoluzione n. 85/E del 31 agosto c.a., ha reso noto i codici per il pagamento forfettario della somma di 1.000 euro richiesti, relativamente ad ogni lavoratore extracomunitario interessato, per la sanatoria prevista dal D.L.vo n. 109/2012.

I codici sono i seguenti:
 
“REDO” denominato “Datori di lavoro domestico – regolarizzazione extracomunitari – art. 5, comma 5, del d.lgs. n. 109/2012”;
“RESU” denominato “Datori di lavoro subordinato – regolarizzazione extracomunitari – art. 5, comma 5, del d.lgs. n. 109/2012”.
 
Il versamento dovrà avvenire esclusivamente tramite il modello “F24 Versamenti con elementi identificativi”, necessario per l’identificazione del lavoratore straniero.

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Lavoro intermittente

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Modalità per comunicare la chiamata

 Il Ministero del Lavoro, con nota n. 39/0011779 del 9 agosto c.a., ha reso noto le modalità per effettuare la comunicazione di “chiamata” per il lavoro intermittente, prevista Legge n. 92/2012 (c.d. Riforma del lavoro). 

Le nuove modalità tecniche saranno avviate secondo le seguenti scadenze:   

Fax a partire dal 13 agosto 2012;
Sms a partire dal 17 agosto 2012; 
E-mail a partire dal 17 agosto 2012; 
On-line a partire dal 1° ottobre 2012.   
Tale adempimento è ulteriore e non sostitutivo della comunicazione preventiva di assunzione per mezzo del modello UNILAV.

Tuttavia, fino al 15 settembre 2012, è previsto un periodo transitorio durante il quale le comunicazioni in oggetto potranno continuare ad essere effettuate anche agli indirizzi di posta certificata, posta elettronica e fax delle Direzioni Territoriali del Lavoro, come indicato nella circolare ministeriale n. 18 del 18 luglio 2012.

Solo successivamente a tale data, e non dal 13 agosto come inizialmente indicato nella nota del 9 agosto c.a., ai fini dell’adempimento in questione, i datori di lavoro dovranno utilizzare esclusivamente le modalità indicate nella nota in esame.

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Lavoratori disabili

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Provincia di Milano – Avviso per l’erogazione di incentivi per l’assunzione di disabili. Piano Emergo 2011-2012

La Provincia di Milano, al fine di accrescere l’occupabilità delle persone disabili, ha pubblicato un Avviso per erogare incentivi ai datori di lavoro che assumono persone disabili con regolare contratto di lavoro. Le risorse complessivamente disponibili ammontano a € 500.000,00.

Soggetti beneficiari

Sono soggetti beneficiari degli incentivi tutti i datori di lavoro con sede operativa nel territorio della Provincia di Milano che:

provvedono all’assunzione di un lavoratore disabile con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato o a tempo determinato della durata di almeno 12 mesi (anche dopo uno o più rinnovi) sia part-time che full-time;
provvedono alla trasformazione di un contratto in essere da tempo determinato a tempo indeterminato (sia part time che full time);
I datori di lavoro possono richiedere l’incentivo anche per assunzioni comunicate a partire dal 1° maggio 2011.

Tipologia e valore degli incentivi

Tipologia: DOTE LAVORO AMBITO DISABILITA’ – INCENTIVI

Ai soggetti beneficiari saranno riconosciuti incentivi commisurati al contratto di lavoro attivato così come alla tipologia di disabilità del lavoratore, come da seguente tabella:

Tipologia di contratto

 

Incentivo

A. Contratto tempo indeterminato

€ 4.000,00

 

B. Contratto tempo determinato almeno 12 mesi (anche dopo uno o piu’ rinnovi)

 

€ 3.000,00

 

C. Trasformazione contratto da tempo determinato a indeterminato (sia part-time che

full time), cumulabile anche in caso si sia già beneficiato del contributo di tipo B.

 

€ 1.000,00

 

Qualora il nuovo contratto sia stipulato a tempo pieno l’importo indicato è maggiorato di € 1.000,00.
Ulteriori € 1.000, se si tratta di un soggetto appartenente alla categoria del disabili deboli.
Il contratto in apprendistato è considerato a tempo indeterminato.
L’incentivo è a fondo perduto e:

sarà riconosciuto al datore di lavoro che assume sia in convenzione art. 11 legge 68/99 o non convenzionato e potrà essere erogato solo dopo la comunicazione alla Provincia di Milano del superamento del periodo di prova;
è cumulabile con quelli previsti dal Fondo nazionale per l’occupazione del disabili (art. 13 comma 1. lett. d. legge 68/99) e nei limiti della vigente normativa in materia di aiuti di stato regolamento CE 800/2008.
L’avviso opera a sportello a far data dal giorno 10/08/2012 e gli incentivi saranno riconosciuti fino ad esaurimento delle risorse stanziate e comunque entro e non oltre il 31/12/2013.

Le richieste di incentivo dovranno essere presentate esclusivamente on line al sito:

http://www.provincia.milano.it/lavoro/LOGIN/index.html

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Riforma del lavoro – modifiche

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Decreto crescita – Modifiche alla legge di riforma del mercato del lavoro

È stata pubblicata in G.U. la legge 7 agosto 2012, n. 134, conversione del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83 recante misure urgenti per la crescita del Paese, che prevede anche modifiche alla Legge n. 92 del 2012 (Riforma del Mercato del Lavoro).

Di seguito le principali novità introdotte con l’articolo 46 bis e con l’articolo 24 bis.
 
Contratto a tempo determinato
Si introduce, con riferimento ai periodi di interruzione tra un contratto a tempo determinato ed un altro, la possibilità in capo alla contrattazione collettiva di prevedere termini ridotti rispetto a quelli definiti dalla nuova norma di legge.
 
Somministrazione
È prevista la possibilità di concludere contratti di somministrazione a tempo indeterminato in tutti i settori produttivi, pubblici e privati, per l’esecuzione di servizi di cura e assistenza alla persona e di sostegno alla famiglia.
 
Lavoro accessorio
Per l’anno 2013 le prestazioni di lavoro accessorio possono essere effettuate in tutti i settori produttivi, compresi gli enti locali e nel limite massimo di 3.000 euro per anno solare anche da percettori di ammortizzatori sociali.
 
L’Inps sottrarrà dalla contribuzione figurativa relativa alla prestazione a sostegno del reddito gli accrediti contributivi del lavoro accessorio.
 
Indennità di mobilità- Disposizioni transitorie
I periodi massimi di fruizione dell’indennità di mobilità per il 2014 sono stati ampliati per gli ultracinquantenni e nel Mezzogiorno, come da tabella seguente.
Lavoratori posti in mobilità
 
<40 anni >40 anni < 50 anni > 50 anni
Nel 2013-2014 centro-nord
12 mesi
24 mesi
36 mesi
Nel 2013 -2014 Sud
24 mesi
36 mesi
48 mesi
 
Modifica disciplina intervento integrazione salariale straordinaria
Fino al 31.12.2015, viene ammesso l’intervento di integrazione salariale straordinaria nei casi di fallimento, di liquidazione coatta amministrativa, di amministrazione straordinaria e di omologazione del concordato preventivo con cessione dei beni, nonché di aziende sottoposte a sequestro o confisca, qualora sussistano prospettive di continuazione o di ripresa dell’attività e di salvaguardia, anche parziale, dei livelli occupazionali, da valutare sulla base di parametri oggettivi che verranno, successivamente stabiliti con apposito decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.
 
Dal 1° gennaio 2016, tale tipo di intervento viene abrogato.
 
Diritto al lavoro dei disabili
Sono stati esclusi dalla base di computo dei lavoratori, ai fini dell’applicazione della disciplina dell’assunzione obbligatoria dei disabili, i lavoratori occupati con contratto a tempo determinato di durata fino a sei mesi.
 
Call center
Sono state introdotte norme relative alle attività dei call center. In particolare si segnala l’introduzione di una procedura di informazione al Ministero del Lavoro qualora un call center che occupa più di 20 dipendenti decida di trasferire all’estero la propria attività.
 
Disposizioni in materia di responsabilità solidale dell’appaltatore
Apportate modifiche al comma 28 della legge n. 248/2006, ed introdotti i commi 28-bis e 28-ter, il quale stabilisce che in caso di appalto di opere e di servizi, l’appaltatore risponde in solido con il subappaltatore, nei limiti di quanto dovuto, dell’IRPEF sui redditi da lavoro dipendente.

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