Per capire dove stiamo andando di Ferruccio Pelos

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Nei giorni scorsi, abbiamo avuto la pubblicazione di importanti studi e risultati di ricerche, utili per meglio comprendere la situazione della nostra industria, dell’andamento dell’economia e del mercato del lavoro. Sono cinque questi indicatori che vogliamo richiamare ed esaminare nel dettaglio.

1 – La previsione delle assunzioni per il quarto trimestre del 2012, secondo le analisi di Excelsior.
2 – La previsione dell’incremento del PIL nei prossimi anni, da uno studio dell’OCSE.
3 – Gli investimenti per l’innovazione, nelle imprese italiane negli ultimi anni.
4 – L’andamento della produzione industriale.
5 – La qualità del lavoro dei giovani laureati, il ministro Fornero e il Rapporto della Banca d’Italia.
1 – INDAGINE EXCELSIOR
L’indagine relativa al quarto trimestre 2012 del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e del ministero del Lavoro, ci rappresenta una situazione del lavoro sempre più precario e meno garantito e tutelato. Si acuisce la differenziazione tra le assunzioni con contratti a tempo indeterminato e le altre forme di lavoro, sia subordinato (contratto a termine e stagionale e lavoro interinale), sia autonomo (collaboratori a progetto, partite Iva e lavoratori occasionali). Per il quarto trimestre dell’anno, il 19% sarà lavoro stabile e l’81% nelle altre forme.

Le imprese mettono in evidenza lo stato di incertezza della congiuntura; infatti assumono, soprattutto nelle aree più interessate all’esportazione, ma con rapporti di lavoro non standard e meno vincolanti.
Su 158 mila assunzioni di lavoratori dipendenti, 91 mila sono assunzioni non stagionali, 40 mila stagionali e 27 mila interinali; 60 mila sono invece gli assunti con contratti di lavoro “autonomo”. Un totale di oltre 218 mila nuovi assunti nelle imprese dell’industria e dei servizi entro la fine del 2012.
Per il lavoro subordinato, il saldo complessivo si manterrà negativo: quasi 120mila i posti di lavoro in meno, in parte dovuti alla conclusione dei contratti stagionali o a termine, di cui circa 12 mila lavoratori in somministrazione o interinali. I restanti 107 mila lavoratori dipendenti persi riguardano tutte le regioni, meno il Trentino Alto Adige dove con l’arrivo della stagione turistica, si assumeranno 2.700 lavoratori in più entro fine anno.

Per i collaboratori a progetto si prevede una riduzioni di circa 12mila unità.
Il fabbisogno di lavoratori dipendenti sarà a fine anno (al netto degli interinali) superiore alle previsioni delle imprese per il quarto trimestre 2011 (il peggiore dagli ultimi due anni).
Il confronto annuale delle entrate mostra una crescita della domanda nei settori industriali più legati all’export e nei servizi.

2 – STUDIO OCSE

Il PIL italiano dovrebbe crescere dell’1,4% l’anno in media nei prossimi 50 anni, segnando uno dei ritmi più lenti tra i paesi industrializzati, ad eccezione della Germania e del Giappone (+1,1% e +1,3% rispettivamente). Queste proiezioni contenute in uno studio Ocse sulla crescita globale sul lungo termine, addebitano all’invecchiamento della popolazione la causa principale di tale andamento. A ragione di questo trend, il peso del PIL italiano sul totale mondiale scenderà, dal 2,8% segnato nel 2008, all’1,8% nel 2020 e all’1,4% nel 2060.

Con le nostre caratteristiche ci sono Portogallo, Grecia e Austria. Per noi, le proiezioni sono di una crescita dell’1,3% l’anno, tra il 2011 e il 2030, seguita dall’1,5% nei 20 anni successivi, mentre la media Ocse al 2060 è del 2%.
Per l’OCSE i trend di crescita risentono dell’invecchiamento della popolazione, responsabile del ribasso sull’input di lavoro e sulla produttività. L’Italia, quanto a invecchiamento, è terza dopo Giappone e Germania. Nel 2030, gli ultra 65enni nella penisola saranno il 40% della popolazione e nel 2060 circa il 60%, il doppio rispetto ad oggi. In Giappone, nel 2060, gli over 65 sfioreranno il 70% , mentre in Germania saranno il 60%, come in Italia.
A nostro avviso questi dati OCSE vanno letti per il loro valore di tendenza, essendo oggi molto aleatorio prevedere fenomeni ad una cinquantina di anni data.

3 – Nel triennio 2008-2010, il 31,5% delle imprese italiane con almeno 10 addetti ha introdotto nel mercato o nel proprio processo produttivo almeno un’innovazione.
L’industria si conferma il settore più innovativo, con il 43,1% di imprese innovatrici contro il 24,5% dei servizi e il 15,9% delle costruzioni.
La propensione all’innovazione è maggiore nelle grandi imprese: il 64,1% delle imprese con 250 o più addetti ha introdotto innovazioni, contro il 47,1% delle imprese con 50-249 addetti e il 29,1% di quelle con 10-49 addetti.
Il 48,1% delle imprese innovatrici ha avuto innovazioni sia di prodotto che di processo.
Il 27,2% ha scelto di investire solo in nuovi prodotti, mentre il 24,7% ha adottato solo nuovi processi di produzione.
Nel 2010 le imprese italiane hanno investito complessivamente 28 miliardi di euro per l’innovazione. Oltre l’85% della spesa è costituito dalle attività di Ricerca e sviluppo (R&S) e da investimenti in macchinari e apparecchiature.
La spesa sostenuta dalle imprese per l’innovazione è stata in media di 7.700 euro per addetto. I valori più elevati sono stati registrati nell’industria (9.400 euro) e in particolare, nelle grandi imprese (11.200 euro).
Il 29,8% delle imprese ha dichiarato di aver ricevuto un sostegno pubblico per l’innovazione, proveniente principalmente da amministrazioni pubbliche locali o regionali.
Le imprese hanno innovato soprattutto per migliorare la qualità (89,4%) e ampliare la gamma dei prodotti e dei servizi offerti (80,6%). La riduzione dei costi (di lavoro, materiali ed energia) sembra, invece, essere un obiettivo meno importante.

4 – A settembre 2012 l’indice destagionalizzato della produzione industriale è diminuito dell’1,5% rispetto ad agosto. Nella media del trimestre luglio-settembre l’indice ha registrato una flessione dello 0,1% rispetto al trimestre precedente.
Corretto per gli effetti di calendario, a settembre l’indice è diminuito del 4,8% in termini tendenziali (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 22 di settembre 2011).Nella media dei primi nove mesi dell’anno la produzione è diminuita del 6,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano, a settembre 2012, variazioni tendenziali negative in tutti i settori industriali. La diminuzione più marcata riguarda l’energia (-7,8%), ma cali significativi si registrano anche per beni intermedi (-5,8%) e beni strumentali (-4,2%), mentre una flessione più contenuta si rileva per i beni di consumo (-2,5%).
I settori dell’industria che risultano in crescita sono: farmaceutici di base e preparati farmaceutici, computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi e fabbricazione di prodotti chimici.

5 – RAPPORTO BANCA D’ITALIA
La Banca d’Italia, nel suo Rapporto 2012 sulle Economie regionali, ha riservato un approfondimento all’occupazione giovanile in Italia. Vi si legge ad esempio che il 67,5% dei laureati in discipline umanistiche trova un lavoro. Di questi però il 40% ne accetta uno di bassa o senza nessuna qualifica professionale, mentre il 70% di loro svolge lavori diversi da quelli per cui ha studiato.
Siamo ben lontani da avere i giovani “schizzinosi” rispetto al lavoro, come dice il ministro Fornero.
La Banca d’Italia, nel suo studio, ha affrontato proprio il tema della qualità del lavoro dei giovani laureati. L’occupazione, infatti, può non essere pienamente corrispondente agli skills posseduti. Esistono degli indicatori in grado di misurare questo fenomeno. Si chiamano, tecnicamente, overeducation, undereducation e mismatch. I primi due misurano quante persone svolgono mansioni che richiedono competenze o superiori o inferiori a quelle acquisite negli studi. Il mismatch segnala quanti lavoratori svolgono mansioni diverse da quelle per cui hanno studiato.
L’analisi è stata condotta sui giovani tra i 25 e i 34 anni in possesso di almeno una laurea triennale e per il periodo tra il 2009 e il 2011. Si rinvia alla lettura della tabella che segue. Il dato generale dice che il tasso di occupazione in Italia di questi giovani laureati è stato del 75,1%. Nello stesso periodo circa un quarto dei giovani occupati in possesso di una laurea, svolgeva un lavoro a bassa o nessuna qualifica. In tutte le aree, sottolinea la Banca d’Italia, il fenomeno dell’overeducation è più frequente tra gli occupati laureati nelle discipline umanistiche (39 per cento) e nelle scienze sociali (34 per cento). I laureati in scienze mediche, in ingegneria e architettura, registrano tassi di occupazione più alti e un tasso di overeducation più basso.
Per quanto riguarda l’altro fenomeno, quello del mismatch, sempre nel triennio considerato, il 32,3% dei giovani laureati occupati ha svolto mansioni che non riflettevano l’ambito tematico degli studi di provenienza. In tutte le aree il fenomeno, spiega lo studio della Banca d’Italia, è più marcato tra gli occupati in possesso di una laurea nelle discipline umanistiche, nelle scienze naturali (matematica, fisica, chimica) e nelle scienze della formazione, agraria, veterinaria e servizi.

Triennio 2009 – 2011

Tasso di occupazione dei laureati che hanno terminato gli studi 75,1

Tasso di overeducation (1) 25,3

Tasso di mismatch (2) 32,3

Fonte: elaborazioni su dati Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro.
(1) Quota di laureati occupati che svolgono mansioni a bassa o nessuna qualifica sul totale degli occupati laureati in una data classe. (2) Quota di laureati occupati che svolgono mansioni diverse dall’ambito tematico di laurea sul totale degli occupati laureati in una data classe.

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