Quattro condizioni per rimanere paese industriale di Raffaele Morese

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Con la produzione industriale a -7,3% luglio 2012 su luglio 2011 e con quattro trimestri consecutivi di congiuntura negativa, soltanto uno spensierato non si porrebbe la questione del mantenimento nel tempo del nostro patrimonio manifatturiero. D’altra parte, la lista delle aziende in crisi diventa sempre più lunga e quelle di testa, le “eccellenti”, sempre più inquietanti. Sebbene le motivazioni siano differenti, impressiona vedere Fiat, Ilva, Finmeccanica, Alcoa, Carbosulcis (tanto per citare le più esposte alla deflagrazione economica e sociale) alle prese con problemi strutturali di produzione e di occupazione. Ed impressiona ancora di più il vuoto di politica industriale che aleggia su queste crisi, posto che tutti sono consapevoli che non si possono risolvere con i pannicelli caldi della CIG e dell’attesa di tempi migliori. Come, infine, impressiona l’assottigliarsi dei margini tra questione vertenziale e questione di ordine pubblico, anche come conseguenza della difficoltà ad individuare risposte convincenti sia i lavoratori interessati che le popolazioni coinvolte.

Ha detto Prodi a Cernobbio: “Troppo a lungo si è parlato solo di finanza, ma è nella manifattura il cuore dell’economia europea. Oggi è prioritario difendere e rilanciare il nostro sistema produttivo”. E ancora: “L’Europa sta sottovalutando che c’è un sistema Asia ormai più grande del sistema manifatturiero europeo e un sistema America che è più veloce di prima…. L’Europa non può andare avanti con una parte che si specializza, innova, cresce rapidamente e un’altra che arretra o va a rilento” (R. Prodi, L’Europa punti sulla manifattura, Il Sole 24 ore, 09/09/2012). Questioni di uno spessore gigantesco ed inedito, che si trasferiscono immediatamente sul sistema italiano che, se vuole rimanere la seconda potenza industriale europea, deve recuperare velocemente anni di incuria culturale, di ubriacatura sul post-industriale, di affidamento allo spontaneismo del mercato. Con soluzioni che siano all’altezza del cambiamento in atto, globalizzazione e europeizzazione in primo luogo.

La strada maestra non è certo quella del rigore. Lo ha ammesso anche Monti. Ormai è chiaro: il rigore senza crescita, non solo ci impoverisce ma condanna al ridimensionamento  drastico il nostro potenziale industriale. Né ci consola che le esportazioni continuano a tirare. L’Istat ha documentato recentemente che nell’ultimo anno, da luglio 2011 a giugno 2012, la domanda interna  ha contribuito a far diminuire il Pil di 4,3 punti, controbilanciati da 2,9 punti positivi derivati dalla domanda estera. La performance non è di piccolo conto, dato che la congiuntura mondiale non è affatto sostenuta. Ma l’export non può assolutamente sostituirsi alla ripresa della domanda interna. Questa è la prima condizione per tutelare la manifattura in Italia.

La seconda è quella di spostare investimenti e occupazione nei settori ad alto valore aggiunto, innovativi e sostenibili. L’elenco si può anche fare (carburanti di seconda generazione e derivati chimici e plastici, biomedicale, energie rinnovabili, macchine meccaniche complesse, meccanotronica, domotica, illuminotecnica, alimentazione di qualità, filiera della moda, risanamento del territorio, gestione delle acque, ecc.), ma ciò che conta è che ci siano soggetti, strumenti, politiche che rendano praticabili scelte significative in questi campi. Soltanto così, sarà possibile dirottare risorse ed energie da situazioni e produzioni senza ragionevole futuro e che rischiano di rimanere in piedi solo perché assistite fino alla prossima crisi. Soltanto così, un numero sempre maggiore di medie e piccole imprese possono essere rimesse in corsa nella conquista dei mercati, assicurando loro le reti necessarie e le sinergie indispensabili per mantenerle radicate nel territorio e nello stesso tempo allungare la gittata del loro “fascino” verso clienti sempre più lontani. In altri termini, per usare una definizione di Aldo Bonomi, bisogna ragionare di un “ReMade in Italy”.

La terza condizione è che non si perdano per strada i “pivot” del sistema industriale. Non possiamo diventare un Paese di medie e piccole imprese, anche se dinamiche  e creative. Abbiamo già ridimensionato alcune realtà che avevano una dimensione europea, nel passato. Olivetti, per citarne una. Non si può rinunciare a Fiat e Ilva, sia come aziende che come settori in cui intervengono. Verso l’una e l’altra, non basta l’invettiva e la rabbia per come si sono comportate nei confronti dei dipendenti, delle popolazioni, dell’opinione pubblica, delle istituzioni. Gli atteggiamenti manageriali e della proprietà devono essere corretti prendendo iniziative che puntino alla salvaguardia di quelle realtà. Ma bisogna avere idee, proposte, capacità di impegno. E se managers e proprietari dichiarano impotenza, lo Stato non deve sostituirsi ma compartecipare al superamento delle difficoltà che si frappongono alla competitività e alle compatibilità ambientali. Obama l’ha fatto con successo.

L’ultima condizione attiene alla irrisolta questione della produttività, per la quale è in corso un confronto tra Governo e parti sociali. Al netto della discussione su fattori esterni di produttività come la giustizia, la corruzione, la burocrazia, le infrastrutture materiali ed immateriali, la ricerca e la formazione, rimane centrale l’individuazione delle condizioni per far avanzare la produttività del lavoro, nel tempo. Siamo molto indietro, su questo piano. Il recente Rapporto del CNEL sul mercato del lavoro è ricco di informazioni al riguardo. Molti evocano il modello tedesco di cogestione dei problemi del lavoro. Ma nessuno mette in evidenza che quel modello funziona perché gli attori lo gestiscono con molta flessibilità. Se c’è da saltare una tornata contrattuale, sia nazionale che aziendale, si salta consensualmente. Se c’è da ridurre l’orario e il salario per assicurare la tenuta dell’occupazione, si fa consensualmente. A crisi superata, si riprende a far crescere salari e occupazione, consensualmente. Noi non siamo ancora capaci di tanto. Al dunque, meglio l’assistenzialismo che la contrattazione in deroga, meglio le mani libere che l’assunzione di responsabilità . Ma globalizzazione ed europeizzazione stanno inficiando quest’abitudine. Aziende innovate ed efficienti hanno bisogno di flessibilità nelle relazioni sindacali, fermo restando i modelli contrattuali e le tutele definiti dalle leggi e dalle intese tra le parti. Prima si fa questo salto di qualità e prima si rafforzerà la nostra potenzialità industriale.     

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