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Martedì 13 ottobre la Commissione europea ha chiuso la pratica in poche righe. La joint venture tra Nestlé e il fondo americano Platinum Equity, che si chiamerà Peranel e avrà sede a Parigi, è stata autorizzata con la procedura semplificata prevista dal regolamento sulle concentrazioni (caso M.12596). La motivazione è lineare: le due società non sono attive negli stessi mercati, né in mercati collegati lungo la filiera, e dunque non ci sono problemi di concorrenza. Formalmente Platinum Equity e Nestlé acquisiscono il controllo congiunto di Nestlé Waters of Luxembourg. La decisione è corretta nei limiti della domanda che le è stata posta. Ma è la domanda a essere stretta: l’antitrust verifica se due venditori si sovrappongono, non che cosa ci sia dentro la bottiglia.

Dentro la bottiglia, negli ultimi due anni, c’è stato parecchio da discutere. Ma partiamo dall’operazione. Annunciata il 23 luglio, Peranel mette insieme oltre trenta marchi venduti in 120 paesi, da S.Pellegrino e Acqua Panna a Perrier, Vittel, Contrex, Hépar, Henniez, Buxton. Il valore d’impresa è di 4,9 miliardi di euro. Nestlé incassa circa 2,8 miliardi di franchi, intorno ai 3 miliardi di euro, e tiene il 50%. Il closing è atteso nella prima metà del 2027, dopo le consultazioni con i rappresentanti dei lavoratori e le altre autorizzazioni. A guidare la società resterà Muriel Lienau, già alla testa di Nestlé Waters, in Nestlé da oltre trent’anni. Non è dunque una vendita in senso proprio: è una deconsolidazione, in cui il gruppo alleggerisce il capitale impegnato senza uscire del tutto dai marchi.

Perché lo faccia lo dicono i numeri del 2025. La divisione ha fatturato 3,55 miliardi di franchi, circa il 4% del gruppo, e ha chiuso l’anno con una crescita organica del 5,3%, più del 3,5% dell’azienda nel suo insieme. Il margine operativo sottostante, però, è rimasto al 9,1%, contro il 16,1% del gruppo. Un’attività che cresce più della casa madre ma rende molto meno, e che richiede capitale in sorgenti, stabilimenti e plastica. Philipp Navratil, amministratore delegato da settembre 2025, ha indicato quattro business su cui concentrarsi: caffè, petcare, nutrizione, cibo e snack. L’acqua non c’è. Il processo formale è partito a gennaio, in primavera i candidati si sono ridotti e a giugno è rimasto un solo interlocutore, Platinum Equity.

Sullo sfondo c’è la storia di Perrier, che ha pesato più di quanto il comunicato ammetta. Nel 2024 Nestlé Waters ha riconosciuto di aver usato filtri e trattamenti a raggi UV non consentiti per acque vendute come minerali naturali, e a settembre ha pagato una multa da 2 milioni di euro. Un’inchiesta di Radio France e Le Monde ha stimato che la pratica riguardasse circa un terzo di Perrier, Vittel e altri marchi, almeno dal 2020. Già a luglio 2024 la stessa Commissione europea aveva segnalato «gravi lacune» nel sistema di controllo francese delle acque minerali. A maggio 2025 la commissione d’inchiesta del Senato, dopo 73 audizioni e oltre 120 persone ascoltate, ha concluso che lo Stato non aveva fatto cessare la violazione: il governo aveva trattato il caso come un problema di etichettatura, le vendite erano proseguite, la procura non era stata informata. Il relatore, Alexandre Ouizille, ha ricordato la pressione occupazionale su un sito, quello di Vergèze, con circa mille addetti; il presidente della commissione, Laurent Burgoa, ha invece sottolineato che nessuna contaminazione sanitaria è stata dimostrata. Davanti ai senatori, l’allora amministratore delegato di Nestlé Laurent Freixe, predecessore di Navratil, annunciò un’«ispezione». Per Ouizille, fino a quel momento, solo parole.

Poi è arrivato il tribunale di Nanterre. A fine novembre 2025 ha dato ragione a Nestlé Waters contro l’associazione Que Choisir: Perrier può continuare a chiamarsi «naturale», e l’associazione paga 5.000 euro di spese. Nelle motivazioni, però, i giudici hanno scritto che l’acqua non risponde necessariamente ai criteri dell’acqua minerale naturale per purezza originale e che la microfiltrazione a scopo di disinfezione è vietata. L’unica misura è un cartello che avverte che le bottiglie sono sicure ma che la denominazione può temporaneamente non essere conforme: esposto, secondo la ricostruzione di Il Fatto Alimentare, in circa 6.000 punti vendita su oltre 140.000. Otto marchi concorrenti, che pesano il 45% del mercato francese delle acque minerali naturali, chiedono il ritiro di Perrier. In questa vicenda i controllori più attenti sono stati i concorrenti.

Ed ecco il paradosso del perimetro di Peranel, che per un lettore italiano è la parte più interessante. Nello stesso veicolo convivono la passività e il motore di crescita. La passività è francese. Il motore è italiano: Sanpellegrino, Acqua Panna e Levissima sono, secondo le ricostruzioni più recenti, i marchi più dinamici e il principale traino internazionale del portafoglio. Le acque italiane sarebbero cresciute del 5,1% nel primo semestre 2026, e Lienau ha detto che la sfida è soddisfare la domanda, perché gli stabilimenti lavorano quasi a pieno regime. Gli addetti diretti in Italia sarebbero circa 1.500, con 200 milioni investiti negli ultimi tre anni. Chi valuta Peranel 4,9 miliardi paga in larga parte un attivo italiano e si porta dietro un rischio francese. Platinum Equity, nel comunicato, parla di «capacità di M&A» per far crescere e riordinare il portafoglio: un fondo con quel mandato, in un settore con questi margini, probabilmente non resterà fermo.

Quanto vale il bene che si sta spartendo? Basta guardare il mercato italiano nei dati Mineracqua riportati da Gambero Rosso e Beverfood, che sono del 2023 e vanno letti come ordine di grandezza. Una produzione di circa 16,5 miliardi di litri, un fatturato intorno ai 3,1 miliardi, consumi pro capite sopra i 200 litri, i più alti d’Europa. Più di 80 aziende, circa 130 stabilimenti, 225 marchi, ma quattro gruppi (San Benedetto, Sanpellegrino, Sant’Anna, Ferrarelle) controllano più della metà del mercato. Prezzo medio al litro: 21 centesimi. Il 76% delle vendite passa dalla GDO. E poi c’è il capitolo meno discusso: i canoni di concessione. Le stime di Legambiente, non recenti e da prendere con cautela, parlano di un ordine di grandezza di un millesimo di euro al litro imbottigliato, con punte intorno ai due, e di una quota minima del fatturato degli imbottigliatori che torna alle casse pubbliche. Per una risorsa che le stesse regioni gestiscono come bene pubblico, è un prezzo che fa riflettere.

L’Europa, dal canto suo, non sta ferma. Danone, il rivale storico di Nestlé, ricava dall’acqua circa 5,5 miliardi di dollari, il 18% del fatturato di gruppo, e ha segnalato per l’Europa una crescita del 3,3%; sempre secondo Danone, il mercato europeo dell’acqua in bottiglia sarebbe cresciuto del 5%, a 21 miliardi di dollari. Anche Evian è stata visitata dai senatori francesi. Il punto è che la stessa partita si gioca su due scacchiere: da un lato l’acqua come prodotto finanziario che si riorganizza in joint venture, dall’altro l’acqua come risorsa pubblica la cui tutela, dai controlli ai canoni, resta competenza nazionale.

C’è poi la GDO, che in questa storia sta nel mezzo senza quasi mai essere nominata. Se tre quarti dell’acqua italiana passano dal suo scaffale, la GDO è l’ultimo anello della catena dei controlli, quello che parla direttamente al consumatore. In Francia l’avviso sulla denominazione di Perrier è arrivato in 6.000 punti vendita su 140.000. Quanti di quei cartelli, e con quale evidenza, verrebbero esposti da un’insegna italiana, se il caso si ripetesse sugli scaffali di casa nostra, è una domanda che nessuno ha ancora posto.

Resta una domanda di fondo, che la Commissione non era tenuta a porsi. Peranel avrà un socio finanziario con mandato di crescere per acquisizioni, un’attività italiana in piena capacità produttiva, e un regime di concessioni e controlli che in Italia nessuno ha messo alla prova nel modo in cui la Francia è stata messa alla prova. Nel 2025 si era parlato di un possibile ritorno in mani italiane dei marchi Sanpellegrino; è finita in un modo diverso. Se il sistema francese ha tollerato per anni ciò che il suo stesso Senato ha poi descritto, siamo sicuri di avere in Italia i controlli che alla Francia sono mancati, o semplicemente non abbiamo ancora guardato? E, soprattutto, chi risponde della purezza di un’acqua quando proprietà, margine e sorgente non stanno più nelle stesse mani?

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