Skip to main content

A Ginevra, nel quartiere di Vieusseux, Migros ha aperto quello che la stampa locale ha subito chiamato il primo supermercato completamente automatizzato della Svizzera romanda: trecento metri quadrati, oltre cinquemila articoli, ingresso con la carta fedeltà Cumulus o una carta bancaria, niente contante. Dal lunedì al sabato il negozio funziona come sempre, con il personale in servizio; la domenica, quando in Svizzera quasi tutto resta chiuso per legge, resta aperto fino alle venti senza un solo dipendente in corsia, affidato a un agente di vigilanza all’ingresso e a un sistema di telecamere e sensori. Il direttore generale di Migros Genève, Grégory Décaillet, lo presenta come la risposta a un’evoluzione dei consumi urbani, con orari flessibili paragonabili a quelli dei negozi di stazione. I sindacati, dal loro lato, restano scettici sulla progressiva scomparsa del personale dalla scena, e ricordano che dietro le quinte il riordino e l’allestimento restano comunque lavoro umano.

È una buona notizia, raccontata bene, con l’unico difetto di essere arrivata in ritardo. Perché se si guarda alla stessa Migros, non alla Svizzera romanda ma alla Svizzera intera, il negozio di Vieusseux non è affatto il primo passo di questo tipo: è uno degli ultimi. A Herisau, nel canton Appenzello Esterno, un supermercato Migros funziona già dal 2 luglio 2026 non solo la domenica ma sette giorni su sette, ventiquattr’ore su ventiquattro, passando in automatico alla modalità self-service ogni sera dopo la chiusura del personale — un progetto che la stessa radiotelevisione svizzera ha definito, senza mezzi termini, il primo supermercato Migros del paese con orari continuativi. A Zurigo, in Toblerplatz, un altro punto vendita è aperto la domenica senza personale già da prima, tanto che il sindacato Unia lo aveva criticato apertamente per come, a loro dire, elude la legge sul lavoro proprio perché nessuno è fisicamente presente. E poi c’è la rete Teo, i piccoli negozi di circa cinquanta metri quadrati senza personale fisso che Migros Ostschweiz continua ad aprire in Svizzera orientale: il decimo, l’ultimo che ho trovato, ha aperto a Romanshorn, nel canton Turgovia.

Messa così, l’informazione cambia natura. Non è la cronaca di un’innovazione che arriva in un paese; è la cronaca di un paese in cui l’innovazione è già arrivata da un anno, ma solo in una parte, e ora arriva anche nell’altra. E la parte che l’ha vista arrivare prima non è casuale: è la Svizzera tedesca, orientale in particolare, dove Migros Ostschweiz ha sperimentato il concetto Teo fin dal 2022 e ha spinto per primo il modello del negozio continuativo, mentre la Svizzera romanda — Ginevra, Vaud — resta sempre un passo indietro, e quando arriva, arriva con un formato più timido: a Ginevra il negozio chiude comunque alle venti anche la domenica, mentre a Herisau non chiude mai.

Qui la domanda che mi interessa davvero non è più se Ginevra sia stata la prima — non lo è stata, ed è bene dirlo prima che la notizia si sedimenti come se lo fosse — ma perché, dentro la stessa azienda, con lo stesso marchio, lo stesso concetto tecnologico e in teoria la stessa strategia di gruppo, un pezzo di Svizzera lo fa da un anno e un altro pezzo lo sta scoprendo solo adesso. E la risposta, credo, ha a che fare con qualcosa che ho scritto altrove parlando di tutt’altro: la vera Migros non è un’azienda unica. È una federazione di dieci cooperative regionali — Genève, Vaud, Ostschweiz, e le altre — riunite sotto la Federazione delle cooperative Migros, ognuna delle quali decide, sul proprio territorio, se e quando adottare un formato che il gruppo ha già sviluppato altrove. È esattamente la stessa architettura di governance che io ho più volte contrapposto, parlando di Colruyt o della stessa Migros nella sua versione più unitaria — banca, farmacie, palestre, tutto deciso da un solo consiglio — al modello federativo delle centrali d’acquisto italiane, Conad, Selex, VéGé, incapaci di imporre ai propri affiliati indipendenti una scommessa comune sullo stesso terreno e nei medesimi tempi.

Devo quindi correggere, almeno in parte, un’equazione che avevo dato per buona: non è vero che la proprietà unitaria garantisca, di per sé, un rollout uniforme e veloce. Migros è unitaria nella marca, nel bilancio consolidato, nella strategia complessiva — ed è per questo che, aggregata, continua a somigliare a Colruyt più che a una centrale d’acquisto italiana. Ma è internamente federativa nella governance operativa, ed è a quel livello, non a quello della proprietà del capitale, che si decide la velocità con cui un format come Teo o il negozio continuativo arriva in un cantone piuttosto che in un altro. Herisau ha aperto un anno dopo il previsto non per un problema di budget o di board, ma per un ricorso amministrativo locale contro il cambio di destinazione d’uso dei locali — un ostacolo tipicamente municipale, non aziendale. Ginevra ha aperto un formato più prudente, che chiude alle venti anche di domenica, probabilmente perché la cooperativa ginevrina — quella che nel 2021 licenziava una ventina di persone dall’amministrazione, quella che nel 1998 dovette difendere in tribunale lo status di “negozio turistico” del punto vendita di Ouchy per poter restare aperta la domenica — opera in un contesto locale, sindacale e politico diverso da quello di Herisau o di San Gallo, dove ho già raccontato come un intero sistema di sorveglianza discreta sul cliente convive con un mercato del lavoro più tirato e una cultura cooperativa diversa dal resto del paese.

Il sindacato, in questa vicenda, gioca lo stesso ruolo ovunque, ma con esiti diversi a seconda del territorio in cui si trova a negoziare. A Zurigo, Unia ha attaccato frontalmente il modello Toblerplatz, definendolo un modo per eludere la legge sul lavoro proprio grazie all’assenza fisica di dipendenti da tutelare. A Ginevra, le organizzazioni sindacali esprimono la stessa riserva, ma in termini più sfumati — “invisibilizzazione” del lavoro, non elusione della legge — e il negozio è comunque aperto. Non è chiaro se questa differenza di tono rifletta una reale differenza di rapporti di forza tra le due Svizzere, o semplicemente il fatto che a Ginevra la battaglia si è già combattuta altrove, a Herisau e a Zurigo, un anno prima, e ha già consumato parte della sua carica polemica.

C’è poi un dettaglio tecnico, quasi burocratico, che dice più di molte dichiarazioni ufficiali sulla vera natura di questi negozi: la legge federale sul lavoro impedisce comunque il rifornimento degli scaffali di notte, la domenica e nei giorni festivi, in tutti i formati che ho citato, da Herisau a Ginevra. L'”autonomia” del punto vendita, insomma, riguarda solo la fase di vendita, non l’intera catena che la precede: qualcuno deve comunque passare prima, entro l’orario consentito, a riempire gli scaffali che il cliente troverà vuoti o pieni la domenica successiva. È un limite che nessuno dei comunicati stampa sottolinea, ma che riduce di molto la portata dell’annuncio: non si tratta di un negozio che funziona senza lavoro umano, ma di un negozio in cui il lavoro umano si concentra prima e altrove, fuori dall’orario in cui il cliente può vederlo. Lo stesso schema, del resto, vale per la sorveglianza: le telecamere e i sensori non sostituiscono un addetto, spostano semplicemente chi deve intervenire in caso di problema da dentro il negozio a una centrale che monitora più punti vendita insieme — un’economia di scala sulla supervisione, non una sua eliminazione.

Resta un’ultima annotazione, che riguarda proprio il nome del format. “Teo” è lo stesso marchio che Migros Ostschweiz usa per i suoi piccoli negozi senza personale fisso in Svizzera orientale dal 2022. È curioso — e vale la pena tenerlo a mente per quando, più avanti, vorrò raccontare cosa succede a quello stesso marchio fuori dai confini svizzeri — che la stessa etichetta, nata dentro una cooperativa regionale di un paese che si considera un modello di scommesse tecnologiche unitarie, stia per diventare oggetto di una trattativa in un mercato dove a decidere non è più una cooperativa ma una federazione di commercianti indipendenti. Ma quella, per ora, è un’altra storia, che lascio volutamente fuori da questa.

Quello che resta aperto, dentro i soli confini svizzeri, è se la disomogeneità che si vede oggi tra Ginevra e Herisau sia una fase transitoria — il ritardo naturale di chi arriva dopo, destinato a sparire quando tutte le dieci cooperative regionali avranno adottato lo stesso concetto — o se sia invece una caratteristica strutturale e permanente di un gruppo che, proprio perché federativo al proprio interno, non potrà mai muoversi come un’azienda a controllo unico anche quando il marchio, il bilancio e la narrazione pubblica lasciano intendere il contrario.

Lascia un commento