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All’inizio del 2013 in Spagna erano aperti 20.375 supermercati. Oggi ne contano circa 26 mila: seimila in più in tredici anni. Per una popolazione di 49,4 milioni di abitanti significa un punto vendita ogni 1.900 persone. Secondo IBISWorld (2025), in Francia ce n’è uno ogni 2.063 abitanti, nel Regno Unito uno ogni 2.072, in Germania uno ogni 3.327. Da questi numeri parte un ragionamento che circola tra gli analisti spagnoli: la Spagna è già il mercato più concorrenziale e atomizzato d’Europa, anche per il peso delle insegne regionali, ma c’è ancora spazio, perché l’INE prevede oltre 5 milioni di abitanti in più nei prossimi quindici anni. Altri 5 milioni di stomaci.

Il ragionamento è elegante e si regge su tre assunzioni: che la Spagna sia davvero il paese più denso, che il numero di negozi segua il numero di abitanti, che quei 5 milioni siano ancora quelli. Nessuna delle tre resiste bene a un controllo.

Cominciamo dalla classifica. Allargando il confronto alla Polonia, i 41.226 punti vendita di IBISWorld per circa 36,5 milioni di abitanti danno un negozio ogni 885 persone: più del doppio della densità spagnola. L’Italia, con 23.880 punti vendita e 58,94 milioni di abitanti, sta a 2.468. Ma qui la cifra nasconde una questione di definizione. Secondo le elaborazioni Federdistribuzione su dati Nielsen, IRI e TradeLab (2024), i supermercati veri e propri, quelli tra 400 e 2.499 metri quadrati, sono 8.415. Per arrivare a circa 24.800 bisogna sommare ipermercati, superstore, i negozi di libero servizio da 100 a 399 metri quadrati (9.817) e i discount (5.767). Con tutto dentro, un punto vendita ogni 2.370 abitanti; con i soli supermercati, uno ogni 7.000. Stessa Italia, stessa popolazione, un rapporto che varia di tre volte a seconda di che cosa si decide di contare. Il dato polacco, a sua volta, include con ogni probabilità una rete di prossimità minuta che in altri paesi non rientra nella voce supermercati. Vale la pena dirlo prima di dedurne qualcosa: le classifiche per abitanti sono confronti tra definizioni, prima che tra mercati.

Paese Punti vendita Abitanti Abitanti per punto vendita
Polonia 41.226 36,5 mln 885
Spagna 26.000 49,4 mln 1.900
Francia 33.241 68,6 mln 2.063
Regno Unito 33.442 69,3 mln 2.072
Italia (tutti i formati) 23.880 58,94 mln 2.468
Germania 25.125 83,6 mln 3.327
Giappone (NSAJ 2024) 23.039 circa 123 mln circa 5.300
Stati Uniti (FMI 2024) 45.575 circa 340 mln circa 7.500

Fonti: IBISWorld 2025 (Francia, Regno Unito, Germania, Polonia); Federdistribuzione su dati Nielsen/IRI/TradeLab 2024 (Italia, somma dei formati); FMI/NielsenIQ 2024; Supermarket White Paper 2025. Le definizioni di “punto vendita” non sono omogenee.

Se si esce dall’Europa il problema si amplifica. Negli Stati Uniti la FMI, su dati NielsenIQ, contava nel 2024 circa 45.600 supermercati, ma dentro ci sono supercenter, club e warehouse: con circa 340 milioni di abitanti si arriva a uno ogni 7.500 persone. In Giappone l’associazione dei supermercati giapponesi (NSAJ) ne censisce 23.039, quasi quanti l’Italia, per circa 123 milioni di abitanti: uno ogni 5.300. Nessuno dirà che il Giappone ha poco commercio alimentare. Dirà che un “supermercato” giapponese, americano o spagnolo è un oggetto diverso, per metratura, assortimento e frequenza di spesa. L’indicatore che servirebbe davvero è un altro: metri quadrati di vendita per mille abitanti, e meglio ancora per famiglia. Nelle fonti che ho potuto verificare non c’è, e non lo costruisco a occhio.

Secondo punto: il numero di negozi segue gli abitanti? La Spagna offre un piccolo esperimento naturale. Nel 2014 l’INE contava 46,5 milioni di residenti; oggi siamo intorno ai 49. Gli abitanti sono cresciuti di circa il 6%, i supermercati di circa il 28%. La densità è passata da circa 2.300 abitanti per punto vendita a 1.900 senza che la demografia lo richiedesse. Quei seimila negozi in più li hanno portati altre cose: formati di prossimità, franchising, insegne regionali che si sono allargate, discount. Un’offerta che cresce quattro volte più in fretta della domanda non dimostra che c’è spazio; dimostra che lo spazio lo si crea o lo si strappa a qualcun altro. Usare la demografia come prova dello spazio libero è quindi, nel migliore dei casi, un’ipotesi.

Terzo punto, i cinque milioni. La cifra viene dalle proiezioni INE pubblicate il 24 giugno 2024: 48,6 milioni nel 2024, 53,7 nel 2039, cioè 5,14 milioni in più. Ma esiste un’edizione più recente, del 17 giugno 2026, che sposta il periodo a 2026-2076: 53,8 milioni nel 2041, con un incremento di 4,25 milioni (più 8,6%). Non sono i “più di 5 milioni”. E le ipotesi sono più prudenti: la fecondità ipotizzata è di 1,10 figli per donna nel 2024, destinata a salire a 1,16 nel 2040 (l’edizione precedente la portava a 1,24 nel 2038), e il guadagno netto dalle migrazioni fino al 2075 scende da 17,1 a 15,5 milioni. Soprattutto, l’INE chiarisce che il saldo naturale resta negativo per tutto il periodo: la crescita dipende interamente da chi arriva. Con saldo migratorio nullo, la Spagna nel 2076 avrebbe 31,7 milioni di abitanti, non 53. E l’INE stesso avverte che le proiezioni non sono una previsione. Se applichiamo la densità attuale, 4,25 milioni di abitanti in più valgono circa 2.200 supermercati; ma è aritmetica, non un piano di sviluppo, e dipende da una politica migratoria, non da una curva di nascite.

Se la Spagna è il caso in cui la demografia potrebbe lasciare spazio, vediamo gli altri, dove la stessa aritmetica va nell’altra direzione. L’Istat, nelle previsioni diffuse il 31 agosto scorso, vede l’Italia passare da poco meno di 59 milioni di abitanti a circa 55 nel 2050, sotto i 50 nel 2065 e a 45,8 nel 2080: 13 milioni in meno, il 22%. Per tenere la densità di oggi (2.468 abitanti per punto vendita) con 55 milioni di persone, la rete dovrebbe scendere a circa 22.300 punti vendita: 1.600 in meno. Un’altra aritmetica, naturalmente. Ma è l’unica che dice una cosa utile: lo spazio non è mai uniforme.

Il Nord resta quasi fermo, da 27,5 a 27,2 milioni fino al 2050 (con un picco a 27,7 nel 2030). Il Mezzogiorno passa da 19,7 a 16,7 milioni: tre milioni in meno, il 15%. Le aree interne perdono da 13,3 a 11,8 milioni (circa l’11%); quelle del Mezzogiorno da 7,1 a 6 milioni (circa il 15%). Ed è un dettaglio che nessuno guarda: in valori assoluti perdono di più i centri, da 45,6 a 43,2 milioni, due milioni e mezzo di persone, circa il 5% ma su una base enorme. Lo spopolamento non è un problema solo dei borghi: arriva anche dove stanno i punti vendita più grandi. E c’è un’altra variabile che conta più degli abitanti per chi vende cibo: le famiglie. Sempre secondo l’Istat, quelle composte da una sola persona passano dal 37,5% del totale nel 2025 al 42% nel 2050. Meno abitanti ma più nuclei, più scontrini piccoli e più frequenti: una domanda che non si legge in “abitanti per negozio” e che cambia il formato, non solo il numero.

Il vincolo, poi, potrebbe non essere il cliente. La popolazione tra 15 e 64 anni è prevista in calo di quasi 7 milioni entro il 2050; la forza lavoro di circa 3,4 milioni, in parte compensata dal lavoro femminile. Un punto vendita può restare aperto con meno clienti. Con meno persone disposte a lavorarci, e a quali condizioni, è un’altra storia. Dalla Germania arriva un avvertimento: a fine 2025, secondo Destatis, i residenti sono 83,5 milioni, 110 mila in meno dell’anno prima, il primo calo dal 2020. Le morti superano le nascite di 352 mila unità e la migrazione netta, scesa da 430 mila a 235 mila, non basta più a coprirle; i Länder orientali perdono lo 0,5%. È anche il paese con la densità più bassa tra quelli visti, 3.327 abitanti per punto vendita. Poche insegne e formati grandi, o rete sottile e spazio disponibile? Senza i metri quadrati la domanda resta aperta.

Il Giappone, che il calo demografico lo vive da più tempo, offre un indizio. Nel 2024 i supermercati censiti sono scesi di sole 35 unità, da 23.074 a 23.039: una rete quasi ferma. Ma sotto la superficie, secondo la classificazione per dimensione del Supermarket White Paper 2025, i grandi sono aumentati di 36, i medi calati di 18 e i piccoli di 53. In un paese che si svuota la rete non crolla: si ricompone, e a pagare sono i piccoli. In Italia i piccoli sono, verosimilmente, quelli che servono le aree interne.

Dunque, che spazio c’è tra spopolamento e demografia? Credo che la risposta onesta sia che il saldo nazionale dice poco. La Spagna può guadagnare 4 milioni di persone e restare comunque, come da anni sostiene il dibattito sulla España vaciada, con zone che si svuotano. L’Italia può perdere 4 milioni e vedere il Nord reggere fino al 2030. Lo spazio vero non sta nella differenza tra due totali ma nella geografia che le proiezioni nazionali nascondono, e nel formato che sa starci. La domanda che lascio aperta è questa: quando la demografia smette di essere un mercato e diventa un vincolo, chi chiude per primo, il punto vendita meno performante o quello più lontano dalla centrale?

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