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L’8 ottobre, al Meeting d’Autunno, Conad Adriatico ha presentato il piano 2026-2028: oltre 270 milioni di investimenti, di cui 119,6 già quest’anno, circa 75 nel 2027 con una decina di nuove aperture, e un nuovo hub logistico a Centobuchi di Monteprandone da 20 milioni. Lo ha anticipato l’amministratore delegato Antonio Di Ferdinando al Sole 24 Ore. Il bilancio 2025 parla di 2,35 miliardi di fatturato di rete (+4,83%), una quota del 17,64% nei territori presidiati, 261 soci, 446 punti vendita, circa 9mila collaboratori e un patrimonio netto consolidato attorno ai 411 milioni. Numeri solidi, che la stampa ha ripreso soprattutto come notizia di assunzioni e nuovi negozi. Ma se li si mette accanto a quelli di quattro anni fa, il racconto cambia forma.

Nel 2021 la cooperativa contava 277 soci, 455 punti vendita (42 dei quali tra Albania e Kosovo, quindi 413 in Italia), 376.428 metri quadrati di superficie e 1,85 miliardi di fatturato, con 36 milioni di utile netto. Nel 2025 i soci sono 261, i punti vendita 446 (34 o 35 all’estero, quindi circa 411-412 in Italia), la superficie 389.724 metri quadrati, il fatturato 2,35 miliardi; l’utile 2025 non compare nei materiali che ho consultato. In quattro anni il fatturato è salito del 27%, circa il 6% l’anno; la superficie del 3,5%; i negozi italiani, a conti fatti, sono rimasti gli stessi. Le vendite per metro quadrato sono passate da circa 4.900 a circa 6.000 euro. Una parte non piccola di quella distanza è prezzo, non volume: sono gli anni dell’inflazione alimentare, e per il 2026 lo stesso presidente di Conad prevede inflazione zero e crescita solo a volumi. Un dato che pesa sull’obiettivo di 2,48 miliardi che la cooperativa si è data per quest’anno: +5,5% in un mercato senza la spinta dei prezzi. Per Di Ferdinando, del resto, «la vera sfida è crescere aumentando la produttività della rete, dei processi e degli investimenti». Una cautela: sono fonti diverse, dati di rete e non di bilancio civilistico, e li uso per l’ordine di grandezza.

C’è poi la quota di mercato: 17,62% a fine 2024, 17,64% a fine 2025. Due centesimi di punto a fronte di un +4,83% di fatturato significa, con un calcolo grossolano (rete e rilevazioni NIQ non misurano lo stesso perimetro), che il mercato dei territori presidiati è cresciuto quasi altrettanto, intorno al 4,7%. Conad Adriatico ha tenuto il passo, non ha preso terreno. Non è un giudizio negativo, in un anno che la stessa cooperativa descrive segnato da instabilità geopolitica, costi dell’energia e inflazione. È la fotografia di un leader che difende una posizione: 31,4% in Abruzzo, 20,7% nelle Marche, 19,5% in Molise. Quando si è vicini a un terzo di una regione, la crescita organica sul posto è per definizione la più difficile.

La rete, del resto, non è cresciuta per accumulo: è saltata. Nel 2016 i punti vendita erano 377, nel 2020 erano 443. In mezzo ci sono gli ex Auchan e gli ex Iper rilevati con l’accordo Finiper, che nel 2020 spinsero il fatturato a 1,71 miliardi, +19,6% in un anno. Prima c’erano stati Despar, Coop Abruzzo, Billa, Sisa, l’ex Dico. È la storia di una cooperativa nata nel 1972 da 22 commercianti del Piceno che cresce soprattutto assorbendo reti altrui. L’ultimo capitolo si è chiuso quest’anno con Risto Cash & Carry, Eurocisette e Cisette più sette, società pugliesi attive nelle province di Bari e Brindisi, dopo un’istruttoria dell’Antitrust aperta il 28 ottobre 2025 e chiusa con l’autorizzazione del 20 gennaio 2026. Quanto quel perimetro pesi sul 2026 le fonti non lo dicono, ma è plausibile che una parte dell’obiettivo passi da lì.

Per questo conta il dove. Gli ultimi dati regionali che ho trovato sono del 2021 e vanno letti come tali: in Puglia la cooperativa aveva 165 punti vendita su 448, il 37% della rete, ma una quota dell’11,4% (4,1% in Basilicata). Lì stavano anche 27 dei suoi 61 Todis. Il baricentro commerciale è in Abruzzo e Marche, quello dei negozi e del discount è più a sud, e le nuove aperture annunciate riguardano il Centro e il Sud. Dei Todis non ho trovato un dato recente: erano 32 nel 2014, 61 nel 2021, e nei comunicati di quest’anno il numero non compare. Nel sistema Conad l’insegna supera i 300 negozi e il miliardo di vendite (dato 2022), con una joint venture, Addis, che la lega proprio a Conad Adriatico. In un mercato che Conad stessa descrive a consumi piatti, sarebbe utile sapere quanto pesa.

All’estero la lettura è ancora più netta. Nel 2014 la cooperativa dichiarava 36 punti vendita in Albania; nel 2021 tra Albania e Kosovo ne contava 42; oggi 34 secondo il comunicato (35 per Ticonsiglio e per il Sole), circa il 7,6% della rete, con un hub a Tirana. Il 2025 è stato l’anno dei vent’anni in Albania, ricordati nel bilancio di sostenibilità. Vent’anni, e un numero di negozi quasi uguale a quello di undici anni fa, mentre il fatturato complessivo passava da 925 milioni a 2,35 miliardi. Con una cautela: i conteggi cambiano da fonte a fonte e non so se siano cambiati i criteri, e il fatturato estero non viene mai separato. Al Sole l’ad parla di «crescita graduale» e di alcuni negozi tra i 7mila e i 9mila euro al metro quadro, sopra la media di rete. Resta che, se i Balcani fossero la scommessa di crescita, la rete lo mostrerebbe.

Dove il piano diventa concreto è la logistica. La cooperativa gestisce oggi nove hub per circa 115mila metri quadrati, otto in Italia e uno a Tirana, a cui si aggiungerà la piattaforma di Centobuchi: 20 milioni per oltre 20mila metri quadrati, pensata per servire meglio Marche e Abruzzo, cioè proprio i territori dove la quota è più alta. Il Resto del Carlino, che ha seguito l’assemblea, parla di un’area di oltre 25mila metri quadrati a Monsampolo: probabilmente lo stesso progetto raccontato con misure diverse. Il Sole lo dà ancora in progettazione e, per l’ad, su volumi simili «anche pochi punti di maggiore efficienza producono effetti rilevanti». Anche qui vale la lettura strutturale. Quando un leader territoriale investe sul retro del negozio oltre che sul negozio, sta dicendo che il margine da recuperare sta nell’efficienza e nella densità della rete, non nell’espansione. Va nella stessa direzione l’intelligenza artificiale applicata agli ordini, che secondo Di Ferdinando è usata da un numero di negozi raddoppiato e dovrebbe liberare personale verso l’assistenza ai clienti. A questo si somma il radicamento sui fornitori locali: 529 imprese nel 2025, oltre 475 milioni di volume d’affari, circa un quinto del fatturato di rete. È un asset reale e un argomento forte verso i territori.

Il dato che lega tutti gli altri riguarda chi sta dentro la cooperativa. Nel 2014 i soci erano 253, nel 2021 277, oggi 261. In undici anni la base degli imprenditori è sostanzialmente la stessa, mentre il fatturato per socio è passato da 3,7 a 9 milioni di euro. Il rapporto grezzo tra negozi e soci è salito da 1,47 a 1,64 a 1,71 (grezzo perché include i negozi esteri e quelli a gestione diretta, di cui non conosco la quota). Una cooperativa di dettaglianti che cresce con gli stessi dettaglianti, o con meno, e con una macchina centrale sempre più grande. Lo suggeriscono anche i ruoli. Presidente è Emiliano Ciaschetti, amministratore delegato e direttore generale Antonio Di Ferdinando, in azienda da quasi quarant’anni, che già nel 2015 risultava alla guida operativa e presentava un piano da 65 milioni in tre anni per il Sud e l’Albania: oggi ne presenta uno più che quadruplo. Entrambi siedono dal maggio 2025 nel consiglio del Consorzio nazionale, allargato da sette a undici membri per riportare dentro le cinque cooperative dopo le tensioni degli anni di Pugliese e del caso Auchan. L’operazione pugliese è stata coordinata da Lucia Grandoni, direttore sviluppo, patrimonio e centri commerciali, con Cristina Matricardi agli affari generali. Mi pare il lessico di un gruppo che compra, costruisce e gestisce patrimonio, più che quello di un’associazione di negozianti.

Il piano da 270 milioni vale circa due terzi del patrimonio netto, che con 411 milioni è quasi il doppio dei 210,8 del 2020 (ammesso che i perimetri coincidano). È concentrato sul primo anno, il 44% nel 2026, con un 2027 da 75 milioni di cui 9 per ristrutturazioni. Come verrà finanziato, tra capitale dei soci, riserve e debito, non risulta dalle fonti che ho letto, e in una cooperativa non è un dettaglio: è la domanda che separa chi decide da chi paga. Di Ferdinando sostiene che investire serve a «rafforzare la capacità imprenditoriale della rete». I conti 2025 raccontano un leader che difende le proprie posizioni con una rete ferma, compra quando deve crescere e investe in logistica e tecnologia perché la crescita nei negozi non basta.

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