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Nel novecento le aziende duravano più dei loro dipendenti. C’erano addirittura staffette familiari tra genitori e figli. Chi entrava in un’azienda, grande o piccola che fosse, ci restava per sempre o quasi. Da tentò tempo  non è più così. Le aziende nascono, muoiono si ristrutturano e cambiano. Nell’arco della vita professionale si lascia il  lavoro più volte. Spesso perché si è costretti a farlo. E quasi mai nel momento più favorevole. Nel comparto della GDO l’apertura di un punto vendita  è seguito  sempre da squilli di trombe e fanfare. Chiudere, al contrario,  non prevede cerimonie. Se è possibile l’insegna  distribuisce il personale in altri punti vendita. E mentre  il novecento aveva illuso che la crescita potesse essere infinita o almeno garantisse il posto di lavoro, il nuovo secolo sta riportando tutti con i piedi per terra. Purtroppo gli strumenti che servirebbero per gestire questa nuova situazione non sono patrimonio collettivo. La contraddizione è che si preferisce lamentarsi sulle conseguenze piuttosto che intervenire sugli strumenti necessari a gestirle.

Per questo in GDO si parla più volentieri di singole location chiuse perché ritenute sbagliate in sé che della  necessità di ripensare alla fine dell’espansione tradizionale del comparto e quindi a un suo ridisegno complessivo. Compresi gli strumenti necessari per gestirne le conseguenze sull’occupazione. Eppure dei clienti che diminuiscono perché vanno altrove e non tornano più o comprano meno e più spesso, di inefficacia delle politiche commerciali a fronte  di una pluralità di offerta nei territori, di continuo turn over nella gestione dei PDV, di “ossessione” sui costi, se ne parla troppo poco e solo sul versante commerciale. Se ne accorgono però i frequentatori  che qualcosa sta cambiando.

“Fingono”  di non accorgersene, chi vive dentro i punti vendita e i loro rappresentanti sindacali che, in ritardo, invocano, sempre  fuori tempo massimo, rilanci improbabili, denunciano situazioni di stress organizzativo cercando di prendere le distanze da un destino che, superata una certa soglia di affanno,  non è più recuperabile se non con interventi radicali.  C’è una scarsa  comprensione  delle conseguenze della nuova realtà economica e sociale e quindi  ci si attacca all’idea che i punti vendita siano potenzialmente eterni e non  protagonisti di  cicli di vita  soprattutto vista la loro ormai eccessiva numerosità  sul territorio. Successo, insuccesso, ridimensionamento, sviluppo dipendono certo dalle politiche commerciali ma anche da fattori esogeni che, combinati tra loro, rilanciano o deprimono quel punto vendita o colpiscono quello  più vicino.

Per questo ho trovato sorprendente l’ora di sciopero dichiarata negli 85 punti vendita Coop in Lombardia,  la vigilia di Natale. E non stupisce anche la scarsa adesione che secondo l’azienda “non ha compromesso il servizio dei punti vendita”. E la contraddizione che vivono i sindacati in Coop. Alti livelli di adesione che, sulla carta, dovrebbero garantire un coinvolgimento  nelle decisioni aziendali che si scontrano con le necessità  del management di allineare le strategie organizzative al mercato e ad una competizione sui costi che non consente  margini di manovra troppo laschi. Coop è, tra le insegne della GDO, quella dove i lavoratori, soprattutto ai livelli più bassi, sono più sindacalizzati e tutelati in rapporto  al dettato contrattuale. I sindacati confederali sono sempre stati protagonisti ascoltati e la presenza di una contrattazione aziendale in ogni cooperativa è un ulteriore elemento di differenziazione. Tutto questo ha sempre rappresentato un punto di forza  negli anni dello sviluppo. Purtroppo oggi rischia di trasformarsi in un punto di debolezza proprio laddove la realtà  impone una riorganizzazione continua che mette inevitabilmente in discussione la presenza nel sistema  dei punti vendita meno performanti e la necessità di  contenere i  costi, compreso quello del lavoro. Quello che sorprende è che, all’apparire di problematiche complesse con conseguenze immaginabili, i sindacati sembrano  improvvisamente prenderne le distanze fingendo di scoprirne. fuori tempo massimo, gli effetti sui lavoratori.

La “guerra” contro la cosiddetta “polivalenza delle mansioni” è figlia di questa realtà. E credo venga vissuta più come grimaldello per spingere Coop a cedere pure i punti vendita ad altri senza però l’organico addetto.  Poco tempo fa i punti vendita di Busto Arsizio e Sesto San Giovanni sono stati ceduti  a Eurospin. Un altro segnale che le cose non stavano  andando bene. Ottimo, anche per l’occupazione, che il discounter sia convinto  di poterli rilanciare entrambi. La cessione ad un discount solido e in forte espansione  dovrebbe essere un fatto positivo. L’alternativa tra l’altro, sarebbe stata la chiusura.

Certo in Eurospin non c’è il contratto aziendale di Coop Lombardia e la polivalenza della prestazione è parte del successo dell’insegna. D’altra parte si esce da un’insegna con 5000 lavoratori circa che manifesta problemi (Coop Lombardia) per entrare in un gruppo da oltre 20.000 addetti in crescita (Eurospin). La stessa Coop ha chiarito:”In merito alle polemiche legate alla cessione dei punti vendita di Busto Arsizio e Sesto San Giovanni, Coop Lombardia precisa che tali operazioni rientrano in un più ampio piano di riorganizzazione e ammodernamento della rete commerciale. Un percorso avviato con l’obiettivo di garantire la sostenibilità economica e il rilancio complessivo della Cooperativa, assicurando al contempo il mantenimento del 100% dei livelli occupazionali e la continuità gestionale per tutte le lavoratrici e i lavoratori coinvolti”.

Se poi usciamo dalla Lombardia troviamo lo stesso atteggiamento incomprensibile in Toscana dove la nascita di Coop Etruria è la naturale conseguenza di un piano di riorganizzazione che cerca di rimettere in carreggiata il conto economico delle due  cooperative che si sono fuse anche per sviluppare sinergie organizzative. Tutto questo dimostra, a mio parere, che si è creata una distanza  tra la realtà del comparto e gli strumenti che il sindacalismo confederale è in grado di mettere in campo. Il contesto ci dice che i consumi sono in affanno e i punti vendita in difficoltà, pur di formati differenti,  sono in aumento. Se guardiamo il territorio nazionale circa tremila punti vendita presentano difficoltà nel conto economico.  Non è solo un problema di Coop o di altre insegne. La torta è la stessa e i commensali aumentano. Più il problema viene spostato in avanti  più la cura sarà evidentemente pesante. “Fingere” meraviglia ad ogni chiusura o ad ogni ridimensionamento equivale a mettere la testa sotto la sabbia.

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