Ebbene si. Mentre in Italia c’è chi propone di ritornare al punto di partenza sulle liberalizzazioni degli orari in GDO e quindi sull’abolizione delle aperture domenicali, altrove stanno decidendo la stessa strada imboccata da noi, pur con quindici anni di ritardo. Vivendo ormai a Bruxelles per diversi mesi all’anno e avendo anche qui qualche affezionato lettore del blog mi capita di essere invitato a visitare punti vendita, o a condividere progetti promossi dalle principali insegne locali. Quindi non mi sono potuto sottrarre al confronto sul tema. La mia tesi è semplice e l’ho ribadita. Da noi, tolti i sindacati, che hanno mille ragioni per rivendicare condizioni migliori di vita e di lavoro per gli addetti e che, da oltre quindici anni rivendicano la chiusura nelle festività laiche e religiose e la non obbligatorietà del lavoro domenicale, le argomentazioni abolizioniste riscuotono consensi sui social ma molti meno tra i clienti che ormai considerano positive e strutturali le aperture festive.
La tesi che la spesa si potrebbe fare anche in altri giorni la trovo un residuo della cultura paternalista che ogni tanto riemerge che mette al centro le esigenze dell’insegna (e strumentalmente quella del lavoratore) e non quelle del consumatore. L’idea che quest’ultimo vada “educato” ai ritmi e all’agire dell’insegna. Innanzitutto, lato cliente, c’è da ribadire che organizzare il proprio tempo libero resta ancora una prerogativa del singolo e della sua famiglia. Non di altri. Alle imprese resta la libertà di assecondare o meno questa libertà tenendo chiusa o aperta la propria attività. Andare al ristorante, in un centro commerciale, acquistare in rete, andare in un museo, in un mercatino o a fare la spesa, non può essere subordinato ad una scala di valori determinata dalla presunta non indispensabilità del servizio. Sul lato lavoro c’è un tema di riconoscimento economico della giornata, di rotazione che garantisca i riposi per l’insieme dei lavoratori impiegati e di consolidamento dell’orario per i part time involontari assunti spesso per l’esclusivo impiego nel weekend o poco più.
Per le azienda, infine è semplice. Chi vuole chiudere, lo può fare anche adesso. Vedi il caso di Coop Firenze e di altri meno noti. Così come per le festività soppresse. Ciascuna insegna risponde in base alle proprie sensibilità. Al massimo servirebbe concordare come comparto tre chiusure all’anno (Natale, Capodanno e primo maggio). Eviterei infine le tipiche furbizie da “bottegaio” del settore che avendo i costi certi ma non i clienti rivendica il classico “o tutti o nessuno” per trascinare i concorrenti, che nei festivi reggono bene il conto economico, nel girone della loro mediocrità. Infine lascerei da parte i discorsi sulla produttività liberata e sul conseguente aumento possibile delle retribuzioni, per carità di Patria. Visto lo stato dell’arte delle retribuzioni e delle maggiorazioni spesso non pagate ai PT del comparto, l’adozione spregiudicata dei “contratti pirata” che non scandalizzano più di tanto, non voglio infierire sull’ingenuità, pur espressa in buona fede, dei proponenti.
Qui in Belgio il governo De Wever ha deciso che le attività commerciali potranno rimanere aperte fino alle 21:00 tutti i giorni e che il giorno di chiusura obbligatorio sarà eliminato. Bart De Wever è un nazionalista fiammingo sostenuto da una coalizione di centro destra che ha sostituito il liberale di lingua olandese Alexandre De Croo. Per il governo, questa riforma mira ad adattarsi alle esigenze e alle abitudini dei clienti di oggi. Favorevoli e contrari si affrontano al calor bianco. Per me un dejà vù. La federazione professionale Comeos, che rappresenta il settore del commercio al dettaglio, è stata fin da subito favorevole. “Questa decisione è in linea con i tempi. Il comportamento dei consumatori è cambiato notevolmente. Oggi acquistiamo online e vogliamo fare acquisti quando ci fa comodo, non solo il sabato”, ha sostenuto il portavoce Hans Cardyn. Il Sindacato Cristiano belga, ovviamente contrario, teme un peggioramento delle condizioni di lavoro e una “concorrenza sleale nei confronti delle piccole imprese” e ritiene che questi cambiamenti non genereranno necessariamente maggiori entrate, ma semplicemente diluiranno gli acquisti. “Un consumatore può spendere un euro una sola volta. I nuovi orari di apertura non cambieranno questo”. Anche questa l’ho già sentita…
Va sottolineato che il divieto precedente era abbastanza lasco. Pur vietato dalla legislazione belga un numero crescente di negozi ha sempre aperto la domenica a prescindere della legge proibizionista grazie a varie eccezioni. La prima è abbastanza logica da queste parti. Meno da noi. Se il lavoratore accetta e si impegna a lavorare la domenica, allora il lavoro festivo è legale. In secondo luogo per eventi eccezionali come fiere o manifestazioni, un’azienda può chiedere ai propri dipendenti di lavorare. La terza eccezione si basa sull’assoluta necessità del lavoro. Infatti, se il compito da svolgere è urgente e non può essere svolto in un altro giorno della settimana, alcune aziende possono giustificare la richiesta ai dipendenti di lavorare la domenica. Ad esempio, se un macchinario si rompe in un’azienda di produzione di cioccolato, la direzione può chiedere ai propri tecnici di intervenire per risolvere il problema. In questo caso, ci riferiamo alla prima eccezione: i lavoratori devono dare il loro consenso.
Infine, come quarta eccezione, in settori molto specifici, il lavoro domenicale è consentito e perfino pianificato. Tra questi, il settore turistico (alberghi, musei, parchi di divertimento, centri commerciali, agenzie di viaggio, società di autonoleggio, trasporti, ecc.), l’industria alberghiera, i servizi sanitari, il settore dell’informazione, il settore alimentare, l’industria cinematografica, le aziende di produzione energetica… l’elenco è molto lungo e variegato. Si noti che questo periodo di riposo compensativo non dà diritto al dipendente alla retribuzione ma ad un riposo sostitutivo deve essere concesso entro sei giorni dalla domenica lavorata. Da noi lo è stato all’inizio. Oggi, per molte insegne sarebbe una condizione di difficile realizzazione. La situazione in Belgio non è dissimile dal vicino Lussemburgo, sugli stessi temi. Anche lì l’argomento è all’ordine del giorno. In una recente intervista al Luxemburger Wort, il presidente dell’UEL ha ribadito che “Gli orari di apertura prolungati fanno ormai parte della vita quotidiana, ma sono attualmente regolamentati da esenzioni. Vogliamo che queste esenzioni diventino la norma, ovvero che siano sancite dalla legge”.
Alla fine del mio intervento ho proposto una riflessione che va oltre gli schieramenti. “Se non si dimostrerà redditizio per le insegne la liberalizzazione non durerà comunque a lungo”. Anche i favorevoli di oggi potranno sempre cambiare idea. Al di là delle motivazioni. Vale per chi comincia ora come per chi ha iniziato quindici anni fa…



