Nella stessa estate in cui Coop Lombardia cede a Iperal lo storico punto vendita di via Autostrada a Bergamo — chiuso dopo quattordici anni, con i 19 dipendenti che passano sotto la nuova gestione — Coop Liguria annuncia l’acquisizione dell’ipermercato Bennet di Pontedassio, in provincia di Imperia: 4.300 metri quadrati che diventeranno, dal prossimo autunno, l’ottavo Ipercoop della rete ligure, con i circa sessanta lavoratori del punto vendita che entreranno a far parte della cooperativa. (Su Bennet, per il mainstream plaudente, l’importante sono i numeri finali. Tutti in crescita. Bene. Siamo contenti per la proprietà. Per me l’organico “scaricato” a terzi e i siti dismessi a vantaggio di altre insegne che credono alla possibilità di rivitalizzarli al posto loro, sono un segnale non positivo se parliamo di un’ insegna della GDO. Altra cosa se parliamo di finanza, di immobiliare, ecc. Ma passiamo oltre…). Restiamo in Coop e ai comunicati che, letti separatamente, raccontano due Coop apparentemente opposte: una che arretra, l’altra che investe.
Non sono però due storie da leggere separatamente. Coop Lombardia e Coop Liguria sono, in questo momento, parte di un importante percorso in divenire. Da gennaio 2026 sono partiti i tavoli con NovaCoop Piemonte per un secondo passaggio: Coop Nord-Ovest, la seconda cooperativa di consumo più grande d’Italia dopo Coop Alleanza 3.0, potenzialmente la più profittevole in assoluto secondo le prime stime. Il lavoro di integrazione operativa, del resto, è già in corso: da settembre le tre cooperative — Lombardia, Liguria e NovaCoop — stanno unificando su un’unica piattaforma la pianificazione di rifornimento, spazio, assortimento e promozioni per circa 240 punti vendita, un’infrastruttura condivisa che procede in parallelo al percorso di integrazione societaria.
È qui che le due notizie smettono di essere in contraddizione e diventano la stessa storia raccontata da due lati. Le cessioni lombarde degli ultimi mesi — Bergamo a Iperal, Sesto San Giovanni ed Busto Arsizio a Eurospin — non vanno lette come il segno di un’azienda in declino terminale, ma come la potatura del portafoglio immobiliare meno performante mentre la cooperativa procede verso l’integrazione con le realtà del Nord-Ovest. Coop Liguria, nel frattempo, continua ad acquisire — Pontedassio è solo l’ultimo tassello, dopo l’incorporazione della Cooperativa Val Di Magra nel 2025 — muovendosi da una posizione finanziaria che le permette di investire invece di dover prima sistemare la propria rete.
Prima dell’acquisizione di Pontedassio, la rete ligure contava 53 punti vendita, divisi fra 46 supermercati a insegna Coop e 7 ipermercati Ipercoop: l’ottavo Ipercoop non è quindi un’eccezione opportunistica, ma la prosecuzione di una crescita che il presidente Pittalis descrive come strutturale, non episodica, e che affianca il format ipermercato — “da sempre centrale e performante nel modello di business della cooperativa” — a un radicamento territoriale che l’operazione di Pontedassio estende esplicitamente verso il ponente ligure, zona di confine dove la pressione competitiva di Bennet e di altri operatori generalisti resta comunque elevata.
Vale la pena anche notare che questo non è un tentativo nuovo. Un’operazione praticamente identica — fusione fra Coop Lombardia, Coop Liguria e NovaCoop in un unico soggetto Nord-Ovest — era già stata tentata nel 2010, con tanto di annuncio di un possibile “triplo sì” dei consigli di amministrazione entro l’autunno di quell’anno, quando le tre cooperative già mettevano insieme 153 punti vendita, quasi 12.000 addetti e un fatturato aggregato superiore a 2,7 miliardi di euro. Allora l’operazione si arenò: la cautela veniva soprattutto dal versante ligure, con l’allora presidente Francesco Berardini che condizionava l’adesione ai “margini di efficienza” dimostrabili dall’unificazione. Quindici anni dopo, la stessa architettura societaria — le tre cooperative erano già consorziate dal 2003 per logistica, sistemi informativi e acquisti nel Consorzio Nord-Ovest — sembra avvicinarsi al traguardo, con un dettaglio che vale la pena notare rispetto al 2010: allora era proprio la Liguria a frenare, mentre oggi è la cooperativa che continua ad acquisire mentre la Lombardia si è avvitata.
Il lavoro di integrazione operativa, del resto, è già ben oltre la fase preparatoria: da settembre 2026 le tre cooperative stanno estendendo l’uso della piattaforma RELEX per unificare su un unico sistema previsionale la pianificazione di rifornimento, spazio, assortimento e promozioni su circa 240 punti vendita complessivi — un’infrastruttura tecnologica condivisa che procede indipendentemente dai tempi del perfezionamento societario della fusione.
Il percorso Lombardia-Liguria-Piemonte procede da tempo secondo una logica propria, radicata in un’integrazione operativa che, come ho scritto sopra, risale a più di vent’anni fa. Questa parte si lega perfettamente al discorso di insediamento di Domenico Brisigotti nuovo Presidente di Coop Italia. Resta aperta una domanda che vale la pena portare fino in fondo, perché è quella che un osservatore esterno alla galassia cooperativa dovrebbe porsi guardando Bergamo e Pontedassio insieme, non separatamente. In un pezzo precedente su questo blog, commentando proprio la cessione di via Autostrada a Iperal, avevamo sostenuto che il vero rischio per Coop non è la singola chiusura, ma la deriva verso una copia meno performante del modello privato, priva del vantaggio distintivo che la rende diversa agli occhi del cliente.
La fusione in Coop Nord-Ovest offre a Coop Lombardia una via d’uscita da quella deriva — ma solo se la cultura gestionale più solida di Coop Liguria, quella che le ha permesso di continuare ad acquisire mentre la cugina lombarda cedeva, riesce davvero a imporsi sull’intera nuova entità e non resta confinata al territorio d’origine. Se il nuovo soggetto porterà la stessa capacità di investimento appena dimostrata a Pontedassio, la fusione avrà risolto il problema che la separazione societaria aveva reso visibile. Se invece la Lombardia resterà, anche dentro Coop Nord-Ovest, il territorio strutturalmente più debole del nuovo perimetro, il cambio di insegna alla fine avrà solo spostato la stessa domanda irrisolta un piano più in alto, dentro un’organizzazione più grande ma non necessariamente più capace di rispondervi.



