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Va detto in premessa che non sarà un compito facile per l’intero associazionismo di categoria rappresentare le esigenze e le ragioni delle imprese della GDO (non solo associate) nella filiera. E lo sarà ancora meno iniziare ad affrontare, da quest’autunno, per Federdistribuzione, insieme a Confcommercio, Confesercenti e Coop il prossimo triplice rinnovo del CCNL, in un clima che vede il comparto sotto pressione su temi decisivi: l’effetto dell’inflazione sui consumi delle famiglie, cosa si può fare per contenere al massimo costi e prezzi e, al tempo stesso, dare una risposta al tema del reddito e del lavoro nel settore.

La conferma di Carlo Alberto Buttarelli alla Presidenza di Federdistribuzione è già un buon segnale, così come l’arrivo a ADM di Maniele Tasca. Due ottime scelte in grado di lavorare per una vera unificazione della rappresentanza politica del comparto, nelle forme possibili di cui c’è assolutamente bisogno vista la fase che abbiamo di fronte. Se a questi due top manager aggiungiamo Mauro Lusetti di Conad-Confcommercio e Ernesto Dalle Rive di ANCC Coop, un ipotetico commissario tecnico avrebbe a disposizione la squadra migliore da schierare in campo per raggiungere lo scopo. Restano purtroppo fuori i principali discount che, su questi due temi decisivi, fanno per il momento corsa a sé.

Sul versante filiera, lo ha ribadito recentemente Buttarelli nell’incontro con il MIMIT e il Masaf, occorre “avviare un tavolo per rafforzare il monitoraggio sull’andamento dei prezzi ed evitare dinamiche che possano trasferire sui cittadini aumenti non giustificati. Un confronto che è importante estendere, come condiviso con le istituzioni, anche all’industria di trasformazione e al settore primario, con l’obiettivo comune di tutelare le famiglie e la tenuta dei consumi e delle filiere agricole del made in Italy in un contesto che può creare forte incertezza”.

“Caro carrello” e produttori di “lavoro povero” sono le due accuse principali alla GDO da cui occorre smarcarsi. Nel primo caso, ciò che è recentemente accaduto in Francia con la commissione senatoriale — che ha sostanzialmente attribuito alla GDO la responsabilità degli aumenti dei prezzi — è un campanello d’allarme da non sottovalutare. Proposte che Thierry Cotillard, Président du Groupement Mousquetaires, ha definito su LinkedIn come insufficienti a sostenere davvero gli agricoltori francesi, scritte sotto la penna della lobby dei grandi industriali per rafforzare il loro potere sia nei confronti degli agricoltori che dei distributori, e pericolose per il potere d’acquisto dei francesi. Per questo è fondamentale costruire un percorso comune con l’intera filiera, evitando la politica dello scaricabarile.

Per ora i dati ci dicono che i prezzi all’ingrosso sono aumentati più di quelli al dettaglio, anche perché parte del rincaro è stata assorbita dalla distribuzione, che non ha trasferito sugli scaffali gli aumenti in misura lineare rispetto all’ingrosso, per evitare effetti negativi sui consumi. Le cose potrebbero però cambiare qualora il rincaro di carburanti, energia e fertilizzanti azotati si protraesse ulteriormente. L’instabilità prolungata porta con sé costi più alti per le materie plastiche usate negli imballaggi, derivate dagli idrocarburi. Il timore principale riguarda l’ortofrutta, che vale più di 17 miliardi di euro all’anno, cioè un quarto dell’agroalimentare italiano. Coldiretti stima che le aziende stiano già pagando fino a 250 euro in più a ettaro. Le insegne, fino a ora, stanno facendo il possibile per contenere gli aumenti. Se però la situazione dovesse peggiorare, servirà un intervento a 360°, che andrebbe preparato per tempo.

Dall’altro versante, i prossimi rinnovi dei CCNL rappresentano, a mio parere, un’occasione da non perdere, perché il comparto ha bisogno di unità anche sul versante del lavoro. Da un lato cresce il ricorso al “fai da te” delle insegne attraverso i cosiddetti CCNL pirata che, in attesa di nuove regole del gioco, rischiano di mettere in discussione l’autorità salariale dei contratti principali. Dall’altro, la competizione inevitabile tra associazioni svilisce il confronto sui contenuti. La scelta dei sindacati di presentare piattaforme identiche e contemporanee trasforma il confronto multiplo in un esercizio di stile, caricando le insegne e le loro associazioni di un’aura di litigiosità fine a sé stessa da cui sarà difficile liberarsi. L’unità politica è importante. Trovare la modalità per non trasformare un confronto in una farsa è fondamentale.

I sindacati di categoria, oltre all’incremento salariale, porranno al centro del negoziato il tema del “lavoro povero”, termine sintetico che racchiude diversi aspetti: precarietà, basso numero di ore lavorate, part time obbligato. È un termine largamente condiviso dall’opinione pubblica, ma contestato nel comparto. Il basso numero di ore lavorate, le assunzioni a tempo determinato e il part time sono parte integrante di un modello organizzativo flessibile, configurato per allineare i costi al flusso dei clienti nel corso della giornata. Riuscire a separare questa necessità ineliminabile dal rischio di degenerazioni che trasformano un’esigenza organizzativa in una condanna permanente per il lavoratore è la sottile linea di demarcazione tra due visioni che al tavolo negoziale si confronteranno.

Il lavoro diventa povero e insufficiente quando non è una scelta libera e quando impedisce la costruzione di un reddito individuale o familiare complessivamente dignitoso. Se non volontariamente scelto, dovrebbe essere temporaneo in attesa di un suo consolidamento, o, in alternativa, permettere al singolo di sommare più lavori. Infine, se definite e accettate le regole di ingaggio, in caso di superamento dell’orario concordato la gestione deve rientrare nel rispetto del CCNL stesso. Il CCNL non può essere un vincolo solo per la parte più debole.

Fatta salva dunque l’esigenza organizzativa o la libera scelta del lavoratore, è sulle norme che definiscono i confini del part time che si dovrebbe lavorare. Lo spazio c’è. Il recente accordo aziendale Lidl, per citare l’ultimo in ordine di tempo, individua una soluzione. Altre possono essere trovate. Il part time in GDO è un pilastro del modello organizzativo e non può essere messo in discussione. Il confronto deve avvenire sulle modalità di gestione delle ore lavorate e sulle loro conseguenze rispetto al reddito, ma anche rispetto alle esigenze delle persone.

Sul lavoro festivo e domenicale va superata l’ambiguità sindacale. Il comparto li ritiene entrambi strutturali; ciò non toglie che, a modesto parere di chi scrive, anziché la solita retorica all’avvicinarsi di ogni festività nazionale o religiosa sarebbe più opportuno definire un accordo che stabilisca chiusure e relativa retribuzione, così da chiudere definitivamente l’argomento.

Occorre infine tenere presente che le aziende, soprattutto le principali ma non solo, hanno una loro impostazione interna in tema di carriere, regolamenti comportamentali e formazione. Generalmente investono, a livello individuale e al di là di quanto previsto dal CCNL, su una quota minoritaria e specifica degli addetti: giovani in crescita professionale, specialisti, manager di rete — risorse difficili da trovare sul mercato e da mantenere per evitare il turnover. Ed è per questo che ciò che stabilisce un contratto nazionale copre, per tutta la sua durata — salvo contrattazione aziendale — tutto quello a cui può aspirare la stragrande maggioranza degli addetti di un’azienda. È questo a costituirne la ragion d’essere.

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