Sono due giorni che vengo tempestato da whatsapp, più o meno, dello stesso tono: “non sarebbe ora di finirla con questa storia del caro carrello?”. Trasportatori a parte di cui ho già scritto (leggi qui) e qualche sortita estemporanea alla ricerca di facili colpevoli da additare alla pubblica opinione sta diventando un’ossessione. Ho subito pensato al paradosso del lampione. “Sotto un lampione c’è un ubriaco che sta cercando qualcosa. Si avvicina un poliziotto e gli chiede che cosa abbia perduto. «Ho perso le chiavi di casa», risponde l’uomo, ed entrambi si mettono a cercarle. Dopo aver guardato a lungo, il poliziotto chiede all’uomo ubriaco se è proprio sicuro di averle perse lì. L’altro risponde: «No, non le ho perse qui, ma là dietro», e indica un angolo buio in fondo alla strada. «Ma allora perché diamine le sta cercando qui?» «Perché qui c’è più luce!» Questo piccolo racconto è noto come il paradosso del lampione ed è citato da Paul Watzlawick nel suo celebre libro Istruzioni per rendersi infelici (1983). Non c’è niente da fare. Mentre economisti, studiosi e professori come ad esempio, Marco Leonardi, Michele Tiraboschi, Maurizio del Conte e altri, pur da punti di vista diversi, cercano di spiegarci dove e come intervenire per tutelare i salari erosi dall’inflazione pur in una fase di forti turbolenze economiche e sociali. Purtroppo si continuano ad accendere i riflettori nel posto sbagliato.
Sulle responsabilità della GDO lo ha spiegato bene sul Foglio Carlo Stagnaro a proposito dell’indagine conoscitiva avviata dal Garante della concorrenza in merito al ruolo svolto dalla Grande distribuzione organizzata (Gdo) nella filiera agroalimentare: “..non c’è alcuna evidenza che le catene di supermercati abbiano gonfiato i prezzi, come d’altronde dimostrano i loro margini tipicamente molto ristretti. Anzi, decenni di studi sulla distribuzione commerciale moderna in tutto il mondo mostrano che essa esercita una forte pressione competitiva (il cosiddetto effetto Walmart), a vantaggio dei consumatori finali, proprio grazie alla migliore organizzazione logistica e alla possibilità di spalmare i costi fissi su volumi molto elevati di prodotti”.
Lo descrive altrettanto bene Mariano Bella Direttore Ufficio Studi Confcommercio sul Tempo: “I numeri sull’inflazione in Italia sono molto buoni in generale e quelli riguardanti gli alimentari ancora migliori. Se si guarda la variazione dei prezzi degli alimentari negli ultimi sette anni (dall’inizio del 2019 alla fine del 2025) le evidenze ufficiali dicono che a fronte del +30% italiano, la Francia ha +28%, la Spagna +40,3% e la Germania +42%. Non mi risulta che le autorità antitrust di tali Paesi abbiano aperto indagini o abbiano intenzione di farlo. In ogni caso, questi pochi numeri dicono con chiarezza che la fiammata inflazionistica sugli alimentari non è una questione specifica dell’Italia: forse dipende, cioè, da qualcosa che riguarda lo scenario internazionale. Tra l’altro, fondare il sospetto di malfunzionamento sul fatto che l’inflazione dei beni alimentari è superiore a quella media lo trovo davvero singolare: per definizione la media sintetizza intensità differenti di un fenomeno misurato per diversi settori.
Qualcosa cresce di più, qualcosa cresce di meno o addirittura scende (a meno di non avere le variazioni dei prezzi uguali per ciascuno e tutti i settori di spesa considerati: in quest’ultimo caso sì che dovrebbe intervenire l’antitrust!). Il vice-presidente di Confcommercio nonché Presidente di Conad Mauro Lusetti, intervistato sulla questione il 14 gennaio (la Repubblica), ha evidenziato che il comparto alimentare (in Italia, in Europa e nel mondo) è stato soggetto a eventi climatici avversi che ne hanno ridotto l’offerta e spinto i prezzi al rialzo. Aggiungo il tema dei conflitti geopolitici che hanno creato un vulnus rilevante alle catene di fornitura globale in ragione del razionamento di importanti materie prime alimentari. Mentre scrivo queste note, leggo nel bollettino economico della BCE (8/2025, uscito la mattina del 15 gennaio) che l’inflazione dei beni alimentari andrebbe in parte attribuita alle condizioni meteorologiche estreme e ai cambiamenti climatici e, per esempio, a proposito delle carni bovine, a cali strutturali dell’offerta (leggi: razionamenti vari a cui facevo cenno poco sopra). Anch’io, come voi, resto in attesa dei risultati di quest’indagine conoscitiva. Prevedo non saranno molto significativi. Nel frattempo, le speculazioni e le strumentalizzazioni serviranno a dare un paio di dieci minuti di visibilità a personaggi piccoli piccoli”.
Il tema è poi diventato argomento di battaglia politica tra maggioranza e opposizione. Difficile mettere in fila gli accadimenti mentre prevalgono le ragioni dello scontro. Intanto opposizioni varie e associazioni di consumatori definiscono il carrello della spesa «vera e propria tassa occulta», e Confesercenti evidenzia gli effetti sul potere d’acquisto delle famiglie dopo l’aumento mensile «più elevato dallo scorso luglio».
Carlo Alberto Buttarelli Presidente di Federdistribuzione lo ribadisce in modo chiaro: “In questi anni in cui, a partire dal 2022, ci sono stati picchi inflattivi il nostro settore è stato una barriera all’inflazione e questo va detto con forza. Spesso siamo stati da soli a contrastare gli aumenti dei prezzi cercando di limitare il trasferimento di questi aumenti ai prezzi al consumo e questo lo ribadiremo all’autorità”. Insomma più che incartarsi su fragili letture del contesto economico meglio sarebbe lavorare sulle priorità delle famiglie a cominciare dalla questione salariale. Vera priorità del nostro Paese.
Sottolinea Lusetti: “I consumi ormai superano il 57% del Pil italiano, una quota superiore di quasi sette punti percentuali rispetto alla media dell’Unione europea. Un dato che conferma quanto la crescita del Paese sia fortemente dipendente dalla capacità di sostenere e orientare la spesa delle famiglie. In questo contesto, la distribuzione moderna assume un ruolo che va ben oltre la funzione commerciale. “Si tratta ormai di una vera infrastruttura economica e sociale che intermedia circa l’85% dei consumi alimentari domestici e siamo il principale punto di contatto tra produzione e consumo”, ha concluso Mauro Lusetti nel recente convegno di apertura a Marca. “Questo ci attribuisce una responsabilità importante, non solo in termini di efficienza, ma anche di fiducia e accessibilità”.
I dati provvisori del mese di dicembre, fuori dalle strumentalizzazioni, confermano l’importante impegno delle imprese del retail per contenere i prezzi al consumo e sostenere il potere d’acquisto delle famiglie, garantendo un’offerta di qualità e accessibile per tutti. Non è quindi accendendo i riflettori sugli scaffali dei supermercati che si troverà la soluzione.



