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Non è un caso che sia proprio Carlo Sangalli, Presidente di Confcommercio, ad alzare la voce e a guidare la protesta. La sua Confederazione è in campo per “buttar fuori dai tavoli che contano i firmatari dei contratti pirata” come ha scritto Dario Di Vico sul Foglio e per provare a trovare  un accordo con le altre associazioni leader e con i sindacati confederali  sul tema della rappresentanza. “Ma che senso ha tutto questo agitarsi? Cosa c’entra la lotta al lavoro povero con la fretta di uscire a ogni costo per il Primo maggio?”. Mauro Lusetti, vicepresidente di Confcommercio, non usa filtri  su Repubblica per commentare il cambio di rotta del governo, che avrebbe deciso di far cadere la delega sul salario “giusto” per infilare la norma in un decreto legge da approvare in Cdm il 30 aprile. La preoccupazione è evidente.

Il Governo ha fretta. Vorrebbe fare un annuncio sul tema  coincidente con il   Primo Maggio. festa del lavoro,  per tagliare l’erba sotto i piedi all’opposizione che continua a chiedere, a gran voce,  l’introduzione del salario minimo. Dall’altro lato Confindustria che, “approfittando” dell’interesse comune a trovare un’intesa delle associazioni sul tema della rappresentanza, tenta di  riposizionarsi  (a danno di Confcommercio) sul terziario di derivazione industriale e sul turismo. In Piazza Belli si  sentono tra due fuochi e reagiscono con forza. Confcommercio gestisce il contratto più applicato d’Italia nel terziario che riguarda 5 milioni di lavoratrici e lavoratori. “Scade nel primo trimestre del 2027. A settembre avremo le nuove piattaforme. Vorremmo arrivarci con un accordo sulla rappresentanza chiuso con Cgil, Cisl e Uil. Sono ottimista”, afferma Lusetti. Ma la partita è tutt’altro che chiusa.

Confindustria ha presentato un documento sulla rappresentanza per ora assolutamente indigeribile per Confcommercio.  Intanto il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon (Lega), sta lavorando a una norma volta a mettere in discussione il cosiddetto “monopolio” sindacale e datoriale esercitato storicamente da Cgil, Cisl, Uil e le associazioni datoriali principali. Con l’obiettivo dichiarato di promuovere la “libertà sindacale”, facilitando l’applicazione di contratti collettivi diversi da quelli confederali, spesso sottoscritti da sigle autonome o minori, con condizioni economiche potenzialmente più basse. Durigon mira a introdurre un “principio di equivalenza” dei contratti, che parifichi il valore legale dei contratti firmati dai sindacati maggioritari a quelli firmati da altre sigle, aprendo la porta a una maggiore pluralità nella contrattazione. L’obiettivo, come scrive Dario Di Vico sul Foglio di Durigon è di “creare una piccola constituency, utile per il consenso elettorale ma adatta anche a bilanciare la componente nordista nel suo partito”. È un’iniziativa che  mira evidentemente a modificare l’attuale sistema di relazioni industriali, limitando il potere contrattuale dei sindacati e delle associazioni datoriali tradizionali. La maggioranza (almeno parte di essa) non credo che in questo contesto sociale e politico voglia scendere in guerra con l’associazionismo storico datoriale e con il sindacalismo confederale ma la partita è aperta.

Per ora  Durigon è riuscito a compattare i sindacati. «Giù le mani dalla buona contrattazione. Leggiamo con stupore e preoccupazione le dichiarazioni del sottosegretario Durigon. In un momento di difficoltà come quello attuale giustizia sociale ed esigenze di crescita richiedono di alzare i salari medi e mediani con i CCNL, generando e distribuendo la produttività attraverso la contrattazione decentrata. Esattamente il contrario della legittimazione di sindacati e associazioni datoriali che sottoscrivono contratti in dumping, giustificati soltanto dall’opportunismo salariale a discapito dei lavoratori e delle lavoratrici». È quanto sottolinea la segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola parlando a ‘La Repubblica’. «Come ha dimostrato il CNEL specialmente nel settore dei servizi vanno diffondendosi contratti collettivi che riconoscono ai dipendenti del settore oltre 6.000 euro/anno in meno rispetto al contratto firmato da CGIL, CISL e UIL. Il pluralismo regolato nella Costituzione è un valore da difendere, ma non va confuso con la competizione sui costi del lavoro, che non è una merce. Nessun trattamento al ribasso può essere accettato quando si regolano diritti e tutele delle persone» conclude la leader Cisl (leggi l’articolo integrale).

Resta la distanza tra le associazioni datoriali. Confindustria, non avendo  un CCNL confederale ma diversi CCNL di categoria costruiti rigidamente dalle categorie stesse nei decenni secondo uno schema escludente in base  al DNA, vorrebbe recuperare terreno nell’area dei servizi alle imprese e nel turismo. Quindi propone una nuova perimetrazione della rappresentatività  del comparto. E questo apre un conflitto con Confcommercio che, negli anni, ha via via costruito un sistema aperto all’intero terziario di mercato dandogli una dignità di comparto a sé  e che oggi non può accettare di rinunciare ad una rappresentanza su cui ha costruito un importante rappresentatività e un welfare contrattuale di prim’ordine. Ricordo lo slogan ripetuto spesso da Sangalli: “Rappresentiamo il terziario ma non ci sentiamo secondi a nessuno”.

Pretendere che in Piazza Belli siano felici e contenti di cedere a Confindustria molto più di quello che potrebbero recuperare con la certificazione della rappresentanza dall’associazionismo minore che firma in dumping, rischia di far franare qualsiasi ipotesi di accordo  tra associazioni.  Eppure sia per Confindustria che per Confcommercio un accordo sarebbe Importante. Se passa il principio “todos caballeros” poi toccherà anche in via dell’Astronomia pagare pegno. Lo sfarinamento è evidente.

Come scrive Michele Tiraboschi citando un recente  studio del CNEL(leggi qui): “Nel 1995 i contratti collettivi riferibili al terziario erano 26. Nel 2025 sono diventati 263. Una crescita continua e significativa, che rende questo macrosettore il principale terreno di osservazione del fenomeno del dumping contrattuale e retributivo. La questione centrale, conclude Tiraboschi  “non è, pertanto, la quantità dei contratti esistenti, quanto la qualità delle condizioni che essi determinano e la loro capacità di influenzare, anche in misura limitata ma significativa, il funzionamento complessivo del sistema soprattutto con riferimento alla proliferazione di un sottobosco di enti bilaterali e patronati che sono il vero punto di interesse (economico) per la stragrande maggioranza dei firmatari dei  263 CCNL minori presenti nel settore del terziario di mercato”.

Nel documento posto alla discussione dalla stessa Confindustria occorrerebbe recuperare la condivisibile premessa che sottolinea “la  comune volontà delle parti di conseguire un duplice obiettivo: affermare il “ruolo” del contratto collettivo nella regolazione dei rapporti di lavoro e dei salari nonché contrastare il dumping contrattuale”. Da lì in avanti  non serve litigare come i polli di manzoniana memoria che  sottovalutavano il ruolo del pollivendolo a cui erano diretti.  È interesse di tutto l’associazionismo di impresa fare un passo in avanti evitando furbizie o sottovalutazioni dei compagni di strada. Anche da parte di chi, in GDO non affronta il tema, pur essendone coinvolto direttamente.   Non sono però questi i tempi. Senza dimenticare che gli obiettivi di questa partita sono molto concreti: salvaguardare la concorrenza tra imprese e non penalizzare il lavoro formalizzato nei contratti leader del comparto. Il resto segue.

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