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L’intesa  raggiunta tra i tre sindacati confederali di categoria e Unicoop Etruria è un buon accordo. Spesso per fare un passo in avanti occorre prima farne uno indietro. Sacrificare “il meno al più” per ripartire. Unicoop Etruria nasce con quello scopo. Il piano industriale presentato  comprende  investimenti per l’ammodernamento della rete  e il superamento delle duplicazioni. Entro il 2027 verranno rimessi a nuovo 18 punti vendita  tra la Toscana e il Lazio e sono previste tre nuove aperture in Umbria (Terni, Gubbio e Norcia). Era evidente che la nascita della nuova cooperativa avrebbe portato ad una riorganizzazione in grado di mettere a fattor comune i punti di forza ma che affrontasse il tema delle sovrapposizioni, dei punti vendita in affanno e di ciò che non  ha senso trattenere forzatamente nel perimetro. La cura proposta, se sarà sufficiente o meno, lo dirà il tempo,

Il piano presentato  prevede anche  180  esuberi e la cessione di 24 punti vendita, di cui 12 a insegna Coop e 12 Superconti.  L’intesa comprende la loro gestione   con una procedura di esodi incentivati. L’accordo prevede che la cooperativa si impegni, per i negozi in cessione, a considerare solo compratori che offrano garanzie serie di rispetto della contrattazione nazionale. Infine l’impegno formale a non procedere a cessioni o chiusure ulteriori fino al 31 dicembre 2027. 

Nella mia personalissima classifica del insegne top  (Five Billion Club) Coop resta an ora saldamente al terzo posto. Quindi in una situazione assolutamente rilanciabile in presenza di una strategia di riposizionamento efficace, di un management  preparato con le idee chiare su come affrontare  i punti deboli e con la  capacità di coinvolgere nel confronto, lavoratori e soci. Terziarizzazioni, cessioni di punti vendita, efficientamento della logistica, innovazione, ridefinizione dei mansionari e delle regole del gioco sono la norma ovunque.

Del trio sul podio (Conad, Selex e Coop), inutile negarlo, Coop nel suo complesso, è quella che ha più problemi. Nulla di irrisolvibile se avesse la flessibilità decisionale e i tempi di reazione delle altre due. Ma così non è. Personalmente continuo a ritenerlo un modello attuale. Pur con  diverse  declinazioni è affermato in tutto il mondo e,  in tema di riconoscimento del lavoro è sempre stato un modello avanti a tutte le insegne. Almeno nelle mansioni medio basse. È, non meno importante,  riconosce un ruolo ai sindacati di categoria non per convenienza ma per convinzione.

Vista da fuori, quindi, pur con il rischio di ingigantirne i limiti e sottovalutarne le potenzialità, mi sento di aggiungere  alcune riflessioni. Il mondo Coop, a mio parere,  ha di fronte tre sfide. Innanzitutto con il mercato. I discount e i category killer non mordono le caviglie solo agli altri. Così come l’espansione territoriale  delle insegne “come se non ci fosse un domani” che stravolge vecchi equilibri  locali. In secondo  luogo l’ambiguità evidente  tra la figura del socio e quella del cliente.  Un tempo il primo (il socio) era un’evoluzione del secondo. Oggi l’infedeltà all’insegna, il reddito disponibile, le priorità di consumo li rendono molto più simili.  E i concorrenti sembrano più preparati a gestirne gli umori.

Certo, resta il  bastione del capoluogo toscano che sembra reggere l’usura del tempo però sempre più simile alla Fortezza Bastiani. L’avamposto isolato situato ai confini di un deserto inospitale al centro del romanzo “Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, presidiato da un establishement per bene a cui però non bastano  le  pur interessanti analisi sociologiche, per guidare il cambiamento.  Infine, la terza sfida: ill rapporto con i suoi lavoratori e le loro rappresentanze. Un’alleanza fondamentale in tempi di crescita, il rischio che si trasformi in  freno a mano tirato, quando cambia il contesto.

La difficoltà che vive il sindacalismo confederale di categoria  è quella di riuscire a mettere al centro la salvaguardia e il rilancio dell’unica potenziale esperienza di partecipazione possibile, in tempi di disintermediazione, senza preoccuparsi  della talpa del sindacalismo di base che scava sotto i piedi per incrinarne contraddizioni e credibilità. Il rischio che questa difficoltà trasformi il confronto in una liturgia finita che  perpetui un profilo del mondo Coop sempre meno contemporaneo. 

La proposta del Presidente di ANCC Ernesto dalle Rive (dirigente che stimo per il suo equilibrio) sul superamento (pur parziale) del lavoro domenicale dimostra, secondo me, una difficoltà complessiva innanzitutto di quel sistema. L’idea che serva una sorta di safety car per mettere tutte le insegne GDO  sullo stesso piano, oltre a spostare il focus dal cliente all’organizzazione aziendale,  non tiene conto della realtà. A parte l’effetto  pro labour, rivolto a chi ha un posto di lavoro a tempo indeterminato in Coop o  chi si trova nella stessa condizione altrove. Delle Rive propone  una fotografia parziale del settore.

Questo è un comparto dove c’è chi cammina sulle uova, attento a quello che dice o fa, mentre, se restiamo solo al tema del lavoro, il confine tra aziende che rispettano le regole definite nei rispettivi CCNL o nei CIA laddove ci sono, e le altre si fa sempre più netto. C’è chi rispetta le regole del gioco e chi ha sviluppato una vera e propria ossessione sul costo del lavoro, scaricando da tempo, parte del rischio di impresa sui propri lavoratori. Un comparto dove  ormai,  migliaia di addetti, hanno ben altri problemi che il riposo domenicale. Sono sottoinquadrati o sono finiti nei cosiddetti contratti pirata  dove, oltre ad avere salari ridotti hanno meno tutele e praticamente zero strumenti di welfare. E anche lo Stato, per queste scelte, ci rimette circa mezzo miliardo di gettito contributivo e fiscale.

Lo possono fare? Certo che si. Basta non essere nel mirino della Procura di Milano e della sua interpretazione dell’articolo 36 della Costituzione sul concetto di giusta retribuzione. Confcommercio, dopo l’incontro con i sindacati confederali, ha presentato al Governo una serie di proposte per contrastare il fenomeno destinato altrimenti  ad allargarsi: comunicazione obbligatoria del contratto applicato, certificazione della rappresentatività, definizione dei perimetri contrattuali, controlli più efficaci, rafforzamento della bilateralità e principio del contratto più protettivo ma, per ora, a questa pratica si sommano altre “interpretazioni” che non possono  che tenere lontani dai CCNL del comparto, chi ha alternative più convenienti. E in tempi di inverno  demografico  questo dovrebbe far suonare più di un campanello di allarme.

Il lavoro domenicale resta un argomento divisivo sia tra le insegne che tra i lavoratori perché c’è chi preferirebbe non lavorare e chi ha un bisogno assoluto anche di quel lavoro.  E questo  riguarda tutti coloro che, a monte,  nei servizi, nella logistica  e nella consegna, lavorano per la GDO.  Il tema dell’attrattività e della fidelizzazione della forza lavoro, soprattutto giovanile,  è centrale. Pensare di risolverlo chiudendo le domeniche e non affrontando il tema delle retribuzioni, delle condizioni di lavoro e del welfare è semplicemente illusorio. L’investimento sul capitale umano rappresenta una condizione imprescindibile per sostenere la crescita operativa e garantire continuità ai piani di riorganizzazione e consolidamento  della GDO dei prossimi anni. La competizione tra insegne e formati avviene e avverrà anche su questo.

Il sistema cooperativo si è affermato  perché è  riuscito a proporre una sua originalità. Io credo che questi accordi dimostrino che sia ornai giunto ad un punto di svolta. O lancia una sfida in grado di coinvolgere i tre attori principali (cooperanti, manager/lavoratori e sindacati) costruendo e condividendo un nuovo patto sociale che ne consenta un rilancio nel contesto di oggi oppure rischia inevitabilmente il  declino.

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