Sembra che il Governo ce la stia mettendo tutta per alzare, più o meno consapevolmente, la temperatura sociale nel Paese. Non c’è solo la gravità del contesto economico a esigere risposte chiare ma, resta centrale, il tema dei salari, della loro determinazione e della loro tutela. Cercando almeno di non peggiorare la situazione già complessa. Anche per questo le principali organizzazioni datoriali del Paese, per protesta, hanno diserrato il tavolo sulle piccole e medie imprese convocato il 17 marzo scorso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. La decisione è stata presa congiuntamente da Confcommercio, Confindustria, Confesercenti e CNA. Una protesta composta, figlia dei tempi che viviamo. Qualche decennio fa, avrebbe avuto un effetto dirompente. Le quattro associazioni hanno spiegato di non voler partecipare a un confronto in cui sono presenti anche organizzazioni che, a loro avviso, sottoscrivono contratti collettivi con condizioni economiche e normative inferiori rispetto agli standard di riferimento. Il tema è centrale perché investe i salari.
Nel nuovo Wage Bulletin appena pubblicato dall’OECD nel terzo trimestre del 2025, le retribuzioni corrette per l’inflazione risultavano ancora inferiori ai livelli del primo trimestre 2021 in 19 dei 37 Paesi analizzati, e l’Italia figura nel gruppo più debole insieme a Spagna, Danimarca, Estonia, Finlandia, Svezia, Australia, Nuova Zelanda, Cechia e Slovacchia. In questi Paesi il divario supera il 2% rispetto al periodo precedente al grande balzo dell’inflazione con la riapertura dell’economia dopo la pandemia prima e la guerra in Ucraina poi. Per l’Italia, la fotografia e’ chiara: la risalita dei salari reali e’ in corso, ma procede più lentamente rispetto a molte economie avanzate e resta fortemente dipendente dall’evoluzione dell’inflazione. Come sottolinea Andrea Garnero economista OECD su Repubblica «In pratica l’inflazione si è mangiata venti giorni di stipendio all’anno». Lavoriamo quasi tre settimane gratis rispetto a cinque anni fa.
Sui contratti in dumping, stiamo parlando della cosa peggiore in un rapporto di lavoro. Mettere le mani in tasca ai propri lavoratori, pagarli meno di ciò che prevedono i CCNL, pensando così, con quei risparmi, di tenere testa ai concorrenti. Non servono nemmeno sotterfugi. In mancanza di criteri formali che certifichino la rappresentatività di sindacati e associazioni di categoria che firmano i CCNL, è persino legittimo. E si sta diffondendo a macchia d’olio. In Italia, come emerge dall’Archivio nazionale dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro del Cnel, oggi ci sono oltre mille CCNL, ma solo una parte è sottoscritta da organizzazioni realmente rappresentative. La proliferazione di questa tipologia di accordi ha un impatto negativo sulla qualità del lavoro e sulla concorrenza delle imprese. Questo meccanismo ha quindi come unico scopo quello di abbassare il costo del lavoro, creando una “corsa al ribasso” che danneggia in primis i lavoratori, attraverso salari più bassi, maggiore precarietà e un peggioramento della qualità del lavoro (es. minor protezione in caso di malattia o infortunio, dilatazione dell’orario del lavoro, erosione delle ferie ecc…), ma colpisce anche le imprese virtuose che operano onestamente.
In gergo si chiamano “contratti pirata”. Termine ormai sdoganato anche grazie all’ordinanza del Tribunale di Roma del 14 marzo 2025 che precisa che l’espressione “contratto pirata” è «locuzione sovente utilizzata in gergo tecnico per definire contratti non sufficientemente tutelanti per i lavoratori, a causa di carenze normative o economiche, solitamente stipulati da associazioni sindacali minoritarie al fine di costituire un’alternativa a contratti collettivi c.d. tradizionali». Secondo Giovanni Pigliararmi di ADAPT, “la magistratura, nel riconoscere a questo concetto una valenza non solo “sindacale” ma addirittura “tecnica” fa un significativo passo in avanti confermando che la fattispecie sindacale si addice, su un piano giuridico, solo a chi tutela effettivamente gli interessi dei lavoratori. La Costituzione tutela il sindacato non in sé ma solo quando fa il suo mestiere che è quello della tutela dell’interesse collettivo dei lavoratori”.
Secondo uno studio di Confcommercio dello scorso autunno, questi accordi riguarderebbero oltre 90.000 lavoratori e prevederebbero livelli retributivi mediamente più bassi rispetto ai contratti principali di settore. Confcommercio stima inoltre che, nel comparto commercio e servizi, siano attualmente in vigore oltre 200 contratti di questo tipo. L’impatto complessivo, secondo le stesse stime, ammonterebbe a circa 1,3 miliardi di euro in minori retribuzioni, con effetti anche sul gettito fiscale e contributivo. L’oggetto del contendere, senza entrare in tecnicismi, è la legge delega 144 del 26 settembre 2025 (leggi qui) ideata dalla maggioranza per contrastare la proposta delle opposizioni sul salario minimo legale. E che parte della maggioranza vorrebbe utilizzare per dare legittimità ai contratti “maggiormente applicati” anziché a quelli firmati dalle organizzazioni “maggiormente rappresentative”. Questa decisione ha scatenato un forte dissenso con il Governo. La richiesta è semplice: “non mettere sullo stesso piano chi rispetta le regole e chi fa concorrenza sleale sui costi del lavoro”. Per contrastare questo rischio hanno fatto fronte comune i vertici di Cgil, Cisl e Uil, Confindustria, Confcommercio, Alleanza cooperative, Confapi e Confesercenti a cui si unirà preso anche il comparto dell’ artigianato. L’obiettivo è di arrivare a un accordo chiaro sulla rappresentanza.
Sul tema del dumping contrattuale, Confcommercio si è sempre posta come capofila della protesta. Il vicepresidente di Confcommercio con incarico alla Contrattazione, Mauro Lusetti, ha osservato che “noi ormai praticamente da un anno facciamo un dibattito su quelle che consideriamo associazioni che fanno contratti al ribasso, quelli che vengono chiamati contratti pirata, e ci troviamo in questo contesto con il ministero delle Imprese che mette insieme tutte le organizzazioni, le organizzazioni che fanno i contratti più rappresentativi e quelle che fanno contratti al ribasso dal punto di vista delle tutele dei lavoratori e concorrenza sleale”. “Abbiamo ritenuto – ha aggiunto Lusetti – che non fosse più accettabile che le istituzioni si mettessero a discutere con tutti. La nostra richiesta è che il governo prenda atto che esistono situazioni di grande disagio sul mercato e inizi a tenerne conto”. Contemporaneamente prosegue il confronto tra sindacati e imprese su contrattazione e rappresentanza con al centro proprio la lotta agli accordi pirata e al dumping contrattuale con l’obiettivo di rafforzare il ruolo della contrattazione collettiva di qualità come strumento centrale per tutelare salari, diritti e concorrenza leale tra imprese, contrastando la diffusione dei contratti pirata che indeboliscono il sistema delle tutele.



