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Dario Di Vico sul Foglio centra, a mio parere, il vero retroscena del Decreto Lavoro. “Sarà che tutti, dal governo agli industriali, hanno paura che arrivi la recessione dura e che il potere d’acquisto degli italiani possa peggiorare come nel ’22, è scattata l’ora dei sarti. Tutti a ricucire rapporti”. Che il cosiddetto decreto lavoro sarebbe comunque stato sovrastato da critiche qualunque cosa contenesse era un po’ scontato. Già scegliere di formalizzarlo  a pochi giorni dalla celebrazione del 1° maggio per una parte dei sindacati suonava come una provocazione a prescindere. Per questo non mi voglio addentrare nei contenuti per giudicare se il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno. Lascio l’incombenza ad altri osservatori. Affronto però un punto per me interessante.

Dietro l’approvazione di questo decreto c’era di fatto la possibile messa in discussione dell’architrave che ha retto il sistema della rappresentanza sociale ed economica nel nostro Paese. Da un lato il lavorio sotterraneo della contrattazione pirata portata avanti da sindacati e associazioni poco rappresentative  ma comunque di area filogovernativa che, per poter decollare definitivamente si aspettavano un riconoscimento formale proprio da questo decreto con  Durigon che aveva lavorato in questa direzione. Dall’altro l’esigenza di Confindustria, Confcommercio e le altre organizzazioni datoriali, insieme ai sindacati confederali firmatari dei contratti nazionali più importanti, che non volevano fossero messe in discussione le loro prerogative. E tutto questo sotto il fuoco di sbarramento dell’opposizione parlamentare che chiedeva l’introduzione del salario minimo, la contemporanea difesa dei CCNL e l’approvazione di misure corpose a tutela del lavoro e dell’impresa. “Vaste programme” di questi tempi direbbe qualcuno.

“Il disegno originario prevedeva l’intenzione di mettere fine al monopolio di Cgil-Cisl-Uil e Confindustria, è stata relegata in soffitta” sottolinea Di Vico. Ci sarebbe stata un’altra strada meno netta che però avrebbe creato problemi sia con parte del sindacato più dialogante che con i datoriali e cioè di mantenere nel testo una buona dose di ambiguità che consentisse ai sostenitori dei CCNL pirata di continuare la loro corsa semi clandestina senza però scontentare formalmente le organizzazioni storiche. L’esito del referendum sulla giustizia, l’attuale situazione politica e le prospettive economiche indotte dai conflitti in corso hanno probabilmente fatto spostare l’ago della bilancia verso un atteggiamento più conciliante nei confronti soprattutto di Confindustria, Confcommercio e delle stesse confederazioni sindacali. Non è ancora una lotta “senza quartiere”  contro i CCNL in dumping ma una presa di distanza che finora non c’era mai stata.

E, se vogliamo dirla tutta, a proposito di “sarti” in azione, Confcommercio ne esce, a mio parere, molto bene  sotto diversi punti di vista. Non è un caso che Carlo Sangalli sia il primo a sottolinearlo appena annunciata l’uscita del decreto: “Valutiamo positivamente il nuovo ‘Decreto del 1° maggio’, sottolineando l’importanza delle misure adottate per il mercato del lavoro, in particolare gli interventi volti a incentivare l’ingresso e la permanenza nel mondo del lavoro di giovani e donne. E sono apprezzabili le disposizioni relative al ‘salario giusto’ che rispettano e riconoscono il ruolo insostituibile delle organizzazioni comparativamente più rappresentative, che da sempre determinano i trattamenti economici con la contrattazione collettiva,  e valorizzano il ruolo delle parti sociali nel contrasto al dumping contrattuale”. Il giudizio di Confindustria  risulta molto più  cauto. La messa in mora della contrattazione in dumping è però evidente. Così come il passo indietro di Durigon.

Come scrive Enrico Marro sul Corriere “Con la definizione di «salario giusto», messa nel decreto Primo maggio, il governo abbandona l’idea di entrare a gamba tesa nella trattativa sulle regole della contrattazione in corso da mesi tra Cgil, Cisl, Uil e le maggiori sigle imprenditoriali. Anzi, decide che il salario giusto è proprio quello fissato dai contratti di categoria stipulati da sindacati e sigle datoriali «comparativamente più rappresentative», quindi, di fatto, esattamente Cgil, Cisl, Uil per i lavoratori e Confindustria, Confcommercio e le altre grandi associazioni per le imprese”.

Per capire l’euforia da “scampato pericolo” bisogna fare un passo indietro. I contratti pirata hanno da sempre trovato terreno fertile soprattutto nel terziario e nel commercio. Anche diverse piccole e medie realtà che formalmente si riconoscono direttamente o indirettamente in Confcommercio o Federdistribuzione (il cui CCNL è una sorta di marca del distributore  del primo: stessi ingredienti, confezione diversa) hanno deciso di utilizzarli. Conoscendo come ragiona opportunisticamente la base sociale il  rischio di una  loro proliferazione è evidente.  Un rischio che trascina con sé non solo l’applicazione di norme e salario ma anche mina alle fondamenta  il welfare contrattuale che per essere efficace ha bisogno di essere sostenuto da adesioni significative. Per evitarlo Confcommercio si era unita alle altre organizzazioni datoriali per poi convergere con i sindacati confederali con lo scopo di  definire una posizione condivisa sulla rappresentanza e di conseguenza sulla rappresentatività da far valere nel confronto con il governo.

Sul tavolo si è però trovata, almeno fino ad ora,  una proposta di Confindustria che volendo definire in premessa una nuova “ perimetrazione” dei comparti economici rischia di aprire un conflitto su terziario e turismo, proprio con Via dell’Astronomia. E senza sottovalutare l’impatto che potrebbe avere anche sul futuro del contratto nazionale dei dirigenti. Confcommercio si è così trovata a lavorare su tre fronti. Innanzitutto nei confronti dei sindacati confederali per non lasciare campo libero alla tradizionale primazia di Confindustria. Non sono questi tempi di delega in bianco a nessuno.

Il secondo fronte era tutto politico e qui la “sartoria” di piazza Belli ha dato il meglio per gli storici rapporti costruiti negli anni. Un lavoro di ricucitura senza uscite fuori misura ma teso a rimarcare l’assoluta necessità di stroncare un fenomeno fastidioso che disturba Confcommercio più di altri. Infine il fronte aperto dalla stessa Confindustria. Resta quindi sul tavolo il tema della rappresentanza. In gergo calcistico potremmo dire che oggi  sul tema rappresentanza Confcommercio ha però due risultati a disposizione. Può fare l’accordo con gli altri datoriali se viene trovata una soluzione meno indigesta a loro sulla “perimetrazione” proposta da Confindustria. O, se non si dovesse trovare una soluzione accettabile, buttare la palla in tribuna.

È vero che Giorgia Meloni vorrebbe essere lei a benedire un’intesa storica tra sindacati e organizzazioni datoriali sulla certificazione della rappresentanza, risultato  mai ottenuto da nessuno. Le intese però devono tenere conto dei rispettivi equilibri perché come si racconta dicesse Napoleone: ”Tutto puoi chiedere ai tuoi soldati meno che sedersi sulla punta delle baionette”.     

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