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Da Sestri Ponente a un qualsiasi quartiere del Giappone ci sono, in linea d’aria, oltre novemila chilometri. Lingue diverse, alfabeti diversi, culture del commercio che non si sono mai incontrate. Eppure, nello stesso periodo, due negozi di famiglia hanno abbassato la saracinesca per l’ultima volta, e il modo in cui i loro titolari hanno scelto di congedarsi — pur nella forma completamente diversa — dice esattamente la stessa cosa.

A Genova, il 2 agosto, la Macelleria Bisio ha chiuso dopo 73 anni al Mercato del Ferro di Sestri Ponente. Attiva dal 1953, gestita fino all’ultimo giorno da Gianni, Patrizia e Sonia, ha affidato il proprio addio a un video e a un messaggio pubblicato sui social network, con parole che vale la pena riportare per intero: “Le serrande oggi si sono abbassate. Ma i ricordi non si abbasseranno mai. Non avremmo mai pensato che sarebbe arrivato questo giorno. Per l’ultima volta abbiamo aperto quella porta, acceso quelle luci, preparato il banco e accolto i nostri clienti con il sorriso. Per l’ultima volta abbiamo sentito il rumore della serranda, il profumo del negozio, le voci del mercato. Non si chiude soltanto una macelleria. Si chiudono 73 anni di storia”. E poco più avanti, rivolti direttamente a chi li ha frequentati per decenni: “Tra quel bancone sono passate generazioni intere. Abbiamo visto bambini diventare genitori, abbiamo conosciuto nonni, figli e nipoti. Per noi non siete mai stati semplicemente clienti “ (guarda qui ).

In un quartiere giapponese, nello stesso periodo, un video diventato virale mostra i proprietari di un altro negozio storico — anche loro, come i Bisio, arrivati alla fine di una vita di lavoro — che salutano i propri clienti con un inchino profondo, l’ojigi, mentre la serranda scende per l’ultima volta. (guarda qui)

Non ci sono parole, nel video: c’è solo il gesto, ripetuto più volte, verso ogni singola persona che si ferma a guardare. È il massimo simbolo di rispetto e gratitudine nella cultura giapponese — un modo di dire, senza bisogno di traduzione, esattamente quello che i Bisio hanno scritto a parole: grazie per essere stati parte di qualcosa, non semplicemente clienti.

I parallelismi, messi uno accanto all’altro, sono più stringenti di quanto la distanza geografica lasci immaginare. In entrambi i casi la causa dichiarata è la stessa: titolari anziani, nessun erede disposto a raccogliere il testimone, margini troppo bassi per attrarre chi non abbia già un legame familiare o affettivo col mestiere. In entrambi i casi la chiusura smette di essere un evento economico e diventa un rito pubblico di gratitudine, rivolto non al fatturato ma alla comunità che per decenni ha attraversato quella soglia. E in entrambi i casi è proprio il gesto — non la notizia della chiusura in sé, che di per sé non farebbe notizia — a diventare virale, a superare i confini del quartiere, della città, in un caso persino del continente.

Ma le differenze, altrettanto istruttive, riguardano soprattutto la causa che ciascuna cultura sceglie di raccontare come determinante. In Giappone la narrazione resta quasi puramente demografica: un’entropia lenta, senza un colpevole preciso, che il paese conosce e documenta da decenni — la popolazione più anziana del mondo, la crisi di successione delle piccole imprese familiari come tema strutturale della propria economia, non una novità di quest’anno. A Genova, invece, la chiusura di Bisio non è un caso isolato ma l’ultimo di una serie quasi settimanale nell’ultimo anno — TessilModa, dopo essere stata già sfrattata dalla propria sede storica da un supermercato Carrefour, ha chiuso una seconda volta a fine maggio; Angelucci, attiva dal 1919, ha chiuso a giugno con il titolare che ha attribuito la fine esplicitamente a “catene e franchising che hanno messo in grande difficoltà questa categoria merceologica”; Bollo e Pascal, due negozi storici di biancheria per la casa, hanno chiuso denunciando che nel centro storico “non ci sono più residenti, solo appartamenti per turisti”. A Genova il coro delle chiusure ha quasi sempre un antagonista nominabile — le catene, la turistificazione, l’e-commerce — al punto che Confedilizia parla apertamente di un rischio di “desertificazione commerciale” e cita un calo del 20% nel commercio di vicinato cittadino.

È qui che si trova l’inversione più amara di questa storia, e la ragione per cui la stessa conclusione arriva comunque, indipendentemente da quanto sia diversa la causa che ciascun paese sceglie di raccontarsi. Il Giappone descrive la propria ondata di chiusure come un fenomeno demografico puro, difficile da correggere con una policy — non si può normare la mancanza di figli disposti a continuare un mestiere. Genova, al contrario, individua cause in teoria governabili: si può regolamentare la locazione turistica breve, si possono introdurre quote merceologiche nei centri storici, si può ripensare l’insediamento della grande distribuzione nei tessuti urbani più fragili. Eppure il risultato finale — la saracinesca che scende per sempre, il titolare che si congeda dai propri clienti come si saluta una vita intera, non un cliente — è identico nei due paesi. Le cause nominabili di Genova non hanno prodotto, finora, un esito diverso da quello dell’entropia silenziosa giapponese. È possibile che sotto le cause locali — le catene, il turismo, l’e-commerce — corra la stessa marea demografica di fondo che il Giappone chiama semplicemente per nome: sempre meno figli disposti a raccogliere un mestiere che si tramanda da tre generazioni, ovunque nel mondo quel mestiere si trovi.

I numeri, quando si vanno a cercare, sostengono questa lettura più di quanto le due narrazioni nazionali lascino intendere separatamente. Il Giappone ha una quota di popolazione over 65 pari al 29,1%, un record mondiale, con un tasso di natalità sceso sotto la soglia di 1,2 figli per donna. L’Italia, seconda al mondo per quota di anziani secondo le Nazioni Unite (24,5% over 65), non è lontana: la fecondità nazionale è scesa a 1,18 figli per donna, il valore più basso mai registrato, con un’età media di 46,8 anni. E la Liguria, la regione di Genova, resta sistematicamente fra le più anziane d’Italia e d’Europa in ogni rilevazione Istat. Non sono numeri identici, ma raccontano la stessa direzione, alla stessa velocità relativa: due paesi agli estremi opposti del pianeta che stanno esaurendo, quasi negli stessi anni, la stessa risorsa — le persone giovani disposte a raccogliere un mestiere di famiglia invece di cercarne un altro.

Resta una domanda che non ha una risposta consolatoria, ed è forse per questo che vale la pena porla comunque. Se la stessa fine arriva sia dove le cause sono nominabili e in teoria correggibili, sia dove restano pura entropia demografica senza colpevole, quanta della retorica sulle “cause locali” — le catene, il turismo, la burocrazia — è davvero il motore della desertificazione commerciale, e quanta è invece il modo in cui ogni paese, ogni città, si racconta una versione più governabile di una marea che, in realtà, sta salendo ovunque allo stesso modo. Diecimila chilometri di distanza, la stessa identica fine: è una coincidenza che dovrebbe far riflettere più di qualunque dato locale, perché suggerisce che il problema non sia interamente nostro, italiano, genovese — è più grande, e forse per questo più difficile da fermare con gli strumenti che abbiamo a disposizione oggi.

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