Forse perché qui in Belgio le insegne stanno cercando (disperatamente) di aprire la domenica, faccio fatica a seguire le ragioni a sostegno delle chiusure riproposte in Italia. In teoria il nuovo Governo belga le ha liberalizzate da poco ma il costo del lavoro festivo per effetto delle differenti tariffe sindacali di comparto, continua a penalizzare le grandi insegne. È un po’ il mondo al contrario. Nonostante le polemiche strumentali tutte le insegne in Europa se potessero, aprirebbero 365 giorni all’anno. In Germania i negozi sono chiusi e in alcuni land tedeschi nemmeno i negozi senza personale possono aprire la domenica. Amazon, Temu, Kaufland, si. La tecnologia aggira facilmente la burocrazia. Altro che “stesso mercato stesse regole”.
Personalmente sono sempre stato favorevole alle aperture domenicali e non ho cambiato idea. Nel dibattito proposto da qualche mese c’è chi ha proposto di dare più giorni di riposo ai propri dipendenti per evitare il turn over e attrarre giovani, chi di stornarne i risparmi in parte ai lavoratori, chi di utilizzarli per sostenere i consumi. In realtà non succederebbe nulla di tutto questo. Se la gestione ordinaria brucia risorse, continueranno ad essere bruciate. Ma va bene così.
Adesso è però sceso in campo un protagonista autorevole come il Presidente di ANCC Coop Ernesto Dalle Rive di Coop per provare a rottamare (in parte) le liberalizzazioni montiane seguite a quelle bersaniane. Non siamo di fronte a interventi estemporanei di semplici opinionisti o frequentatori di social. A Dalle Rive fanno capo 72 cooperative di consumatori con ricavi 2024 per 16,4 miliardi, oltre 57mila dipendenti in più di 2.200 supermercati scelti da 9 milioni di clienti (in buona perte soci) ogni settimana. E il suo intervento, oltre a eccitare i sindacati di categoria, da sempre contrari al lavoro domenicale, ha cercato di coinvolgere Federdistribuzione e ADM per provare a concordare una soluzione condivisa. Tempo perso. «Sono rimasto sorpreso dalla proposta, in alcuni suoi punti la ritengo antistorica, contro le imprese e i clienti». Risponde a stretto giro Carlo Alberto Buttarelli, presidente di Federdistribuzione. Argomento chiuso quindi.
Ma perché Coop scende in campo adesso? In fondo avendo a che fare con “soci” più che classici clienti, non dovrebbe essere difficile concordare con loro una o più chiusure. Coop Firenze lo fa già. Potrebbero estenderlo a tutto il mondo Coop e vantarlo come un vantaggio indiscutibile per i lavoratori di oggi o di domani. È un’esternazione comunque importante e da non sottovalutare perché è a nome della terza forza della GDO che ammette innanzitutto una difficoltà complessiva di gestione del business per il mondo cooperativo alle prese con un riorientamento strategico e un complicato rapporto con il sindacato che, in quel contesto, più che altrove, ha un peso riconosciuto.
Non è un caso che Dalle Rive sottolinea che: “La decisione permetterebbe di contenere il costo del lavoro, la domenica la maggiorazione è di almeno il 30% del salario, e recuperare produttività ed efficienza che secondo l’Ufficio studi Coop per l’intero sistema della Gdo italiana può valere tra i 2,3 e i 2,6 miliardi. Risorse che potrebbero servire per aumentare le promozioni «e dare una risposta ai nostri dipendenti che non vogliono avere l’impegno del lavoro la domenica – aggiunge Dalle Rive -. Le nostre indagini evidenziano che una parte degli acquisti si sposterebbe negli altri giorni della settimana». Per Coop circa un italiano su tre non fa la spesa la domenica”.
Il mondo Coop è da tempo alle prese con problematiche giuslavoristiche e di rapporto con i sindacati sui costi e sulle flessibilità organizzative. Argomenti lontani anni luce per buona parte della GDO privata che li ha affrontati e risolti da tempo. C’è una tale distanza da ciò che prevedono i CCNL del comparto (Confcommercio e Federdistribuzione) e la loro applicazione nella realtà delle singole insegne che i conteggi sui risparmi attesi, proposti nell’intervista, rischiano di apparire frutto di calcoli poco credibili. O quanto meno datati.
La vera difficoltà comune, più nel centro nord che al sud, è nel recruiting di risorse e di gestione del turn over. Il mondo Coop per quanto riguarda il costo del lavoro vive una piramide rovesciata. La base costa molto di più dei concorrenti perché gravata dalle ore lavorate per addetto, dall’inquadramento meno “creativo”, dalla sua tipologia, dalla presenza altrove di massiccio part time involontario, dalla numerosità (a seconda delle insegne) del lavoro a tempo determinato. Dal costo delle maggiorazioni. Dalla cosiddetta “ordinarietà” del lavoro domenicale. Non c’è una interpretazione “aziendale” dei testi contrattuali che bilancia diversamente diritti, riconoscimenti e doveri creando un diverso equilibrio di costi. Il CCNL in Coop è, al contrario, scolpito come le tavole di pietra con i dieci comandamenti che Mosè ricevette da Dio su monte Sinai. E a questo si somma un altrettanto costoso contratto aziendale. La recente querelle sulla “polivalenza delle mansioni” in Coop Lombardia ne è la testimonianza.
Ed è anche il motivo principale per cui alla rivendicazione di “distintività” richiesta ad ogni CCNL da Federdistribuzione per allineare i testi alla realtà, alla fine di ogni confronto sul tema viene proposta una bella commissione di studio e non se ne fa nulla. Le aziende continuano ad interpretare dinamicamente il dettato contrattuale e i sindacati ripropongono le loro liturgie della parola… Alla Coop questo non è concesso. All’estremo opposto ci sono i contratti pirata che prendono piede e coinvolgono migliaia di lavoratori.
Il fatto che Coop, Federdistribuzione e Conad parlino in ADM o altrove di problematiche commerciali, di consumi ma non si trovino mai a parlare di costo del lavoro, di unificazione dei CCNL (che resta l’unica strada per poterli modificare profondamente) o di come affrontare il tema della difficoltà di reperimento del personale la dice lunga.
FIPE (la Federazione Italiana Pubblici Esercizi) che sta in Confcommercio ha firmato nel giugno 2025 un protocollo con tre Ministeri (Lavoro, Interno, Turismo) e parti sociali del turismo per l’inserimento lavorativo di migranti vulnerabili, offrendo formazione e opportunità di lavoro nel settore turistico-alberghiero per titolari di protezione internazionale e richiedenti asilo, tramite percorsi gestiti dagli enti bilaterali come l’Ebnt. Federdistribuzione ci ha provato ma, per il peso che da sola può mettere in campo, si è trovata con un pugno di mosche in mano. Personalmente credo che su questi punti il ritardo del fronte datoriale sia collettivamente siderale.
Così come il rapporto tra sindacati e Coop che non può non tenere conto che la GDO nazionale e internazionale vanno da un’altra parte. Riprendere la questione del lavoro domenicale con lo scopo dichiarato e in queste condizioni è assolutamente inutile. Serve ad alimentare le discussioni sui social e qualche articolo di giornale. Niente di più. O come ho già scritto, ad eccitare parte dei sindacati di categoria.
Diverse insegne arrancano e faticano a far quadrare i conti e, in aggiunta, a trovare giovani disposti ad accettare una prestazione lavorativa particolarmente impegnativa. Davanti alla necessità di fare un passo in avanti, una parte importante della GDO, purtroppo sceglie di fare un passo indietro. Titubante di fronte ai sindacati e ai costi che richiederebbe una spinta verso l’innovazione tecnologica, in difficoltà a percorrere inevitabili concentrazioni, incapace di accettare la realtà che è destinata ad essere costituita da lavoro sostanzialmente povero perché per buona parte costituito da part time intorno alle venti ore difficile, per i modelli organizzativi adottati dalla GDO, da far coesistere con più lavori. E questo crea il vero lavoro povero in categoria.
Aree turistiche, problemi di desertificazione delle periferie, vendite on line, impoverimento di parte dei consumatori chiedono aperture e presidi di nuovo conio come mai in passato. E anche in Europa la tendenza non è quella di comprimere i costi con le chiusure domenicali ma muove in altre direzioni. Coop decida pure le modalità di chiusura dei suoi punti vendita la domenica. Non occorre altro. Ma se non affronta con il sindacato di categoria un riallineamento complessivo, non per negare la diversità del mondo cooperativo ma evitando di trasformarlo in un alibi per non fare nulla, non ne uscirà bene. E senza evocare disponibilità che rischiano di lasciare il tempo che trovano.



