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Quando giro per punti vendita mi piace ascoltare anche i problemi di gestione del personale dalla viva voce dei protagonisti.  Soprattutto in situazioni dove l’organico è tirato al massimo e dove i responsabili sono sotto pressione perché i conti sono in affanno. Turn over, difficoltà di recruiting, professionalità, formazione, ecc. Visti da sopra i problemi sono più o meno simili ovunque. Ho pensato di provare a chiedere il punto di vista a chi sta sotto. Per questo ho deciso di girare con questo scopo qualche decina di punti vendita a gestione diretta o in franchising da “cliente mascherato”. Ho raccolto semplici punti di vista. L’obiettivo era proprio quello di tastare il polso agli “invisibili”. La maggioranza relativa degli “abitanti” del punto vendita di cui pochi ne percepiscono la presenza. Niente di scientifico, ovviamente. Non solo donne, obbligate al part time. Ragazzi/e alle prime armi, anche immigrati di prima e seconda generazione. Addetti alle pulizie, cassieri e addetti che presidiano i  vari reparti. Soprattutto cosa pensano del lavoro alla domenica. Sempre compresa nella loro prestazione. Domande  sul loro punto di vista rispetto all’insegna, ai colleghi, alle loro priorità. Come, vedono (se lo vedono) il loro futuro in azienda, cosa sanno dei loro diritti e del contratto di lavoro, quali le  loro aspettative.

Per Juan Roig, dominus di Mercadona, “El Jefe” (Il Capo), non sarebbe lui,  cioè il proprietario, ma bensì il cliente stesso. Per Sam Walton era sempre il cliente che  poteva licenziare tutte le persone dell’azienda, semplicemente portando i suoi soldi altrove. Chi lavora ai livelli molto bassi dell’inquadramento,  in un qualsiasi punto vendita della GDO sa che, oltre alla retorica markettara, che sublima il cliente e il suo potere decisionale, il suo lavoro quotidiano è sottoposto al controllo e al giudizio inappellabile del responsabile  all’interno di un regolamento aziendale e di una prassi consolidata. Cassieri, addetti che caricano gli scaffali o girano per le pulizie nei corridoi dei supermercati o nei magazzini, addetti alla sicurezza. Dipendenti, in forza all’azienda o a terzi, cooperative comprese. Spesso part timer, (studenti week end e richiedenti per problemi familiari contenti di farlo, da una parte, obbligati dal modello organizzativo, dall’altra),  che in azienda ci stanno lo stretto necessario e svolgono con impegno o con malcelata sopportazione  ciò che viene chiesto loro.  È, il cosiddetto lavoratore “povero”. Spesso rappresenta una fetta importante del personale di punto vendita. A livello nazionale sono decine di migliaia.

Nel recente  Rapporto ”L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media”, promosso dall’Alleanza contro la Povertà in Italia emerge che nel 2024 oltre il 10% degli occupati è a rischio di povertà, pari a circa 2,3-2,4 milioni di persone, con un valore superiore alla media europea. Il quadro viene collegato al calo dei salari reali, quantificato in -7,5% tra il 2021 e il 2025 e indicato come il dato più marcato tra le principali economie Ocse. L’incidenza viene indicata come particolarmente elevata tra le famiglie meno abbienti, al 15,6%, e tra i lavoratori indipendenti più deboli che devono far quadrare i loro conti tra spese obbligate, cure mediche improvvise, esigenze dei figli. Nei supermercati ce ne sono numerosi  in queste condizioni.

Molti di loro lavorano (obbligatoriamente) anche la domenica o in  orari notturni  per pulire uffici, magazzini  e punti vendita. E per loro, l’eventuale chiusura domenicale dei supermercati non sarebbe affatto una liberazione dal lavoro vincolato ma equivarrebbe al licenziamento o al non rinnovo del contratto. E sono persone che hanno estremamente bisogno di quel modesto reddito per supportare il bilancio familiare. Sono coloro i quali, quando si parla di abolizione del lavoro domenicale, vengono nascosti alla vista. Si parla genericamente di lavoratori che preferirebbero passare la domenica con i propri cari senza capire  che i lavoratori presenti in un punto  vendita, come nella fattoria degli animali di Orwell, non sono tutti uguali. E  alcuni sono meno uguali degli altri. È l’altra faccia del lavoro in GDO visto dalla parte delle radici.

Quando, per qualsiasi ragione, per loro il rapporto con chi sta sopra si irrigidisce a causa di tensioni provocate dal contesto o dai comportamenti attesi o pretesi, la relazione si complica sia nei confronti della gerarchia che,  a volte anche con i colleghi che si trovano improvvisamente caricati delle conseguenze. La bravura del responsabile del punto vendita sta nella capacità di gestire contemporaneamente la pressione sugli obiettivi da chi gli sta sopra e dalle necessità dei clienti con le problematiche quotidiane di chi sta sotto di lui. Lavoratori di generazioni diverse  con caratteri, aspettative  e professionalità differenti. Un ruolo, quello dei responsabili, complesso, spesso, sottovalutato. Un punto vendita, va sottolineato,  non è un avamposto della lotta di classe. E un luogo dove giudizi e pregiudizi ne formano e ne accompagnano la vita quotidiana. Quello che dall’esterno appare incomprensibile a chi osserva con distacco è che in  quel microcosmo lavorativo si definiscono regole di convivenza reciproca che determinano l’appartenenza, il successo o i limiti di una squadra. 

Diritti e doveri si amalgamano in quello che il prof. Zamagni ha definito “totalismo aziendale”. In altri termini è l’azienda che, nel suo perimetro,  basta a sé stessa. Vale ovunque. In alcuni casi creando un clima positivo attraverso uno scambio di interesse reciproco tra  esigenze dell’impresa e del lavoratore. In altri casi creando un rapporto asimmetrico determinato dai rapporti di forza e accettato, soprattutto ai livelli più bassi e di minore durata oraria, per convenienza, per abitudine o nella speranza di un futuro con qualche ora in più o un contratto a tempo indeterminato.  Quello che è avvenuto e sta ancora avvenendo in PAM dimostra che c’è una tensione molto forte dovuta essenzialmente alla preoccupazione delle  performance negative aziendali. Tensioni, pressioni  e nervosismi che generalmente anticipano altre decisioni. Personalmente, se potessi dare un suggerimento ai sindacalisti  sarei più preoccupato per questo. La tensione non sale mai a caso.

Sui casi singoli, effetto mediatico a parte, di cui  l’azienda (secondo me sottovalutandolo) non sembra preoccuparsene, torti e ragioni hanno i loro luoghi di ricomposizione. Il tribunale è uno di questi. Ci stavo riflettendo  a seguito  della sentenza del giudice del lavoro del tribunale civile di Siena, Delio Cammarosano che ha ordinato il reintegro di Fabio Giomi licenziato da PAM. Il licenziamento è stato ritenuto illegittimo. La  vicenda si è chiusa  senza ricorsi  perché  il lavoratore, secondo quanto riportato da Repubblica, ha scelto “di chiudere il rapporto e ha deciso di avvalersi delle possibilità, data dall’articolo 18, di optare per l’indennità sostitutiva prevista dalla legge: 15 mensilità. Tra le tante particolarità  della vicenda, una cosa mi aveva però colpito: l’enorme solidarietà della rete bilanciata dalla totale assenza  di solidarietà  dei colleghi di lavoro e nell’azienda (circa diecimila addetti tra interni e franchisee) nei confronti del licenziato. Argomento sottovalutato dai resoconti. Alla domanda del giornalista al Giomi, dopo la sentenza: “ha sentito qualcuno dei suoi colleghi?” La risposta di Giomi è stata: “Per ora no”. “E in questi mesi?” ha rilanciato il giornalista alla ricerca evidentemente di atti di solidarietà, la risposta è stata molto franca: “Solo una collega mi ha mostrato grande solidarietà. È deluso dal comportamento dei colleghi? “Avranno pensato che fosse meglio comportarsi in questo modo”. Un segnale di lontananza evidente.

Se ci si ferma a parlare con loro fuori di un qualsiasi  punto vendita, tra quelli che ho passato di varie insegne,  il dato che emerge è che, necessità economiche a parte, a cui non possono rinunciare, spesso non si sentono minimamente coinvolti. Al massimo, se trovano di meglio, se ne vanno altrove. Quindi quando si parla di difficoltà di recruiting il problema non è “solo” trovarli in un momento di difficoltà del mercato del lavoro o blandirli promettendo qualche domenica libera per attrarli ma considerarli come persone, ascoltarli e forse, imparare a gestirli. E su questo tema, c’è molto da fare in GDO. 

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