Proprio nel momento in cui c’è chi ipotizza una rottura possibile tra Arena e Multicedi e quindi dà una spiegazione meno scontata all’uscita di Mario Gasbarrino da Decò pur senza dichiararlo esplicitamente, provo a rilanciare, probabilmente fuori tempo massimo, con una domanda retorica ai protagonisti: cosa succederebbe se, al contrario, il Gruppo Arena e Multicedi — già alleati sotto lo stesso tetto federativo — costruissero un blocco distributivo che dal Sud provasse a scalare posizioni nella GDO nazionale? E se in quel blocco entrasse, in qualche forma, anche la GS di Angelo Mastrolia? Non è uno scenario annunciato da nessuno dei protagonisti. Al contrario siamo nella pura fantasia. Personalmente però dalla GDO del sud mi aspetto, prima o poi, una visione diversa dalle beghe da cortile che spesso l’hanno contrassegnata. Dunque un vero salto di qualità. E, i pezzi sulla scacchiera, presi singolarmente, racconterebbero già oggi una storia che forse vale la pena mettere in fila.
Il Gruppo Arena è il primo tassello, ed è quello più maturo: 190 punti vendita tra le insegne Decò e SuperConveniente, oltre 4.000 dipendenti, un fatturato che nel 2025 ha raggiunto 1,5 miliardi di euro e una quota di mercato del 28,6% in Sicilia — la posizione dominante indiscussa nell’isola. È entrato nel Gruppo VéGé nel 2016, e nel 2026 il presidente Giovanni Arena guida oggi la stessa VéGé a livello nazionale.
Multicedi è il secondo, ed è quello che cresce più velocemente: fondata nel 1993 a Pastorano, in provincia di Caserta, ha chiuso il 2025 con un fatturato di 2,1 miliardi di euro, in crescita del 17,5% sull’anno precedente, e 585 punti vendita tra Campania, Lazio, Puglia e Molise — con una quota del 15,7% nella sola Campania. Anche Multicedi è in VéGé dal 2016, e nel 2024 ha rilevato 17 punti vendita a insegna RossoTono in Campania, segno di un appetito espansivo che non si è fermato ai confini regionali. E ha da poco ingaggiato un ottimo manager che porta con sé una profonda cultura federativa.
Messi insieme, Arena e Multicedi pesano da soli circa 3,6 miliardi di euro — non a caso VéGé stessa segnala che il 51% del proprio fatturato complessivo arriva da appena quattro soci: Multicedi, Tosano, Bennet e Fratelli Arena. Il Sud, dentro VéGé, non è un presidio marginale: è già oggi uno dei suoi motori principali.
| ATTORE | TERRITORIO | FATTURATO | QUOTA / RUOLO |
| Gruppo Arena (Decò, SuperConveniente) | Sicilia, Reggio Calabria | ~1,5 mld | 28,6% Sicilia — leader regionale |
| Multicedi (Decò, Dodecà) | Campania, Lazio, Puglia, Molise | ~2,1 mld | 15,7% Campania |
| Somma Arena + Multicedi | Sicilia + Centro-Sud | ~3,6 mld | 22% del fatturato VéGé (16,28 mld) |
| GS / NewPrinces (ex Carrefour Italia) | Storicamente Centro-Nord, ora anche Sud | ~4,2 mld (lordo) | 1.188 punti vendita, fuori da VéGé |
| Ipotetico accordo a tre | Sud + parte Centro-Nord | ~7,8 mld | ~7% della GDO alimentare italiana (109,8 mld) |
Il terzo tassello dell’ipotesi è GS, l’insegna storica rilanciata da Angelo Mastrolia dopo l’acquisizione di Carrefour Italia. GS oggi non è in VéGé — è un operatore a sé, con 1.188 punti vendita e un fatturato lordo intorno ai 4,2 miliardi di euro. Storicamente non è mai stata un’insegna meridionale: nata a Roma, cresciuta tra anni ’70 e ’90, la sua rete si è consolidata soprattutto in Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Lazio e Toscana — lo stesso perimetro, non a caso, che Carrefour aveva ereditato quando acquisì GS nel 2000. Ma il rebranding avviato da NewPrinces è partito proprio dal Sud Italia, per poi risalire progressivamente la Penisola verso Lombardia ed Emilia-Romagna — una scelta operativa, non certo un ritorno a radici che GS non ha mai avuto in quelle regioni.
Se GS entrasse in un accordo con Arena e Multicedi, l’agglomerato risultante peserebbe intorno ai 7,8 miliardi di euro di fatturato combinato — circa il 7% dell’intera GDO alimentare italiana, stimata da Mediobanca in 109,8 miliardi nel 2024. Non basterebbe a scalzare i giganti nazionali — la quota dei primi sette operatori è già al 71% del mercato, con Coop, Conad, Selex ed Esselunga su un’altra scala — ma costituirebbe la prima aggregazione a vocazione realmente meridionale capace di negoziare con l’industria di marca da una posizione di forza paragonabile a quella dei blocchi del Nord. Sarebbe inoltre un salto dimensionale enorme per VéGé stessa, che con i suoi 16,28 miliardi di fatturato totale vedrebbe crescere di quasi un quarto la propria base solo per effetto di un ingresso concentrato in tre regioni.
Il problema, però, è che GS porterebbe con sé la stessa tensione già vista nel confronto con Coop, Esselunga, Conad e Selex: Mastrolia è al tempo stesso produttore — con Plasmon, Delverde, Centrale del Latte — e distributore concorrente. Un accordo con Arena e Multicedi non cancellerebbe quel conflitto d’interesse, lo sposterebbe semplicemente su un tavolo diverso: i due soci dovrebbero decidere se accogliere sullo scaffale, a condizioni di parità, i marchi di un partner che con la propria rete GS compete anche per lo stesso cliente finale. Lo stesso schema di negoziazione che oggi Mastrolia deve gestire con i distributori concorrenti si riproporrebbe, identico, all’interno di un’alleanza di cui fosse parte.
C’è però una asimmetria di cultura aziendale che il legame territoriale di Mastrolia non cancella. Arena e Multicedi sono imprese familiari, cresciute organicamente sul territorio, abituate al modello federativo di VéGé — dove ogni socio mantiene piena autonomia gestionale e la centrale coordina acquisti, marketing e condivisione dati senza intaccare l’indipendenza operativa. GS nasce invece da un’operazione di finanza industriale su scala nazionale, con una logica di integrazione verticale che è l’esatto opposto della federazione tra pari: produzione, logistica e distribuzione sotto lo stesso controllo, non sotto lo stesso ombrello negoziale.
Essere un uomo del Sud non rende Mastrolia un federatore: la sua storia imprenditoriale, dall’acquisto della latteria in difficoltà fino a Carrefour Italia, è fatta di acquisizioni e controllo diretto, non di alleanze tra pari. Il caso Migros, il modello-limite dell’integrazione verticale nel retail alimentare europeo, suggerisce che questa strategia tende a scontrarsi con i suoi stessi limiti quando prova a colonizzare territori lontani dal proprio core — ed è precisamente per questo che Migros ha poi corretto la rotta, cedendo le divisioni non-core e tornando a un perimetro più negoziale con l’industria di marca. Un ingresso di GS in un accordo a tre con Arena e Multicedi sarebbe, in un certo senso, il test opposto: la domanda non sarebbe se l’integrazione verticale regge, ma se un operatore nato per integrare tutto sappia stare dentro un’alleanza tra pari, cedendo parte del controllo che ha costruito con l’acquisizione di Carrefour Italia.
Resta il fatto che il Sud, oggi, è il territorio dove la GDO italiana ha ancora margini di aggregazione che al Nord non esistono quasi più: nessun gigante nazionale ha lì la stessa densità che ha altrove, e la frammentazione lascia spazio a chi si muove per primo. Arena e Multicedi lo stanno già dimostrando, ciascuno nel proprio raggio d’azione, con una crescita organica che negli ultimi anni ha superato sistematicamente la media di mercato — Multicedi in particolare, con il suo +17,5% del 2025, cresce a un ritmo che nessun operatore di quella scala sta replicando altrove in Italia. La domanda che resta aperta non è se costruiranno un accordo dichiarato con GS — probabilmente no, vista la distanza tra loro e con un operatore come Mastrolia, nato dall’integrazione verticale e non dalla federazione tra pari — ma se la somma delle loro traiettorie individuali finirà comunque per ridisegnare gli equilibri meridionali della GDO senza bisogno di un annuncio ufficiale che le metta insieme sulla carta. In fondo, è già successo così per Arena e Multicedi dentro VéGé: nessuno lo ha chiamato un piano, eppure oggi sono un quarto del fatturato della centrale. È improbabile? Certo che si. Ma come diceva Oscar Wilde: “preferisco credere nell’impossibile che nell’improbabile”…



