Sono passati sei anni dal giorno in cui Edgar Bonte annunciava ai 18.000 collaboratori che Auchan avrebbe lasciato l’Italia e consegnato a Conad l’onere di rilanciarne l’attività integrando i due business. Sul senso di “resa” della multinazionale francese non credo ci siano stati dubbi. La cessione dell’intero perimetro a Conad ne è stata la certificazione. Bonte stesso, nel suo messaggio di addio, oltre all’ammissione del fallimento manageriale, ha parlato di garanzia occupazionale solo per la “maggioranza” delle persone coinvolte ben sapendo che qualsiasi tentativo di rimettere in carreggiata quello che Auchan e il gruppo dirigente Italo francese avevano combinato nel nostro Paese sarebbe costato “sangue, sudore e lacrime”. E così è stato.
Lo stesso sindacato ha affrontato una situazione evidentemente straordinaria pensando di poter trovare vie d’uscita differenti che purtroppo non c’erano e che quell’operazione pur difficile da digerire non aveva alternative. Gli stessi leader delle cooperative Conad ( chi più, chi meno) hanno sottovalutato gli inevitabili tempi lunghi di digestione dei punti vendita meno performanti della multinazionale francese. Detto questo, a distanza di sei anni, possiamo dire che l’operazione, oltre ad essere stata allora inevitabile è da considerare riuscita. L’alternativa sarebbe stata un lento inesorabile declino con conseguenze immaginabili. Non è difficile quindi fare un parallelismo tra la situazione rappresentata dal messaggio di addio di Edgar Bonte del 2019 in un differente contesto economico e sociale e la lettera di Guillaume Darrasse CEO di Auchan Retail agli 11.000 dei supermercati Auchan dove si annuncia una svolta storica: il passaggio di 294 supermercati alle insegne Intermarché e Netto entro la fine del 2026. Così come per la prima volta Auchan ha passato il cerino a Conad e lasciato il nostro Paese, per la prima volta, un grande player, nel suo Paese, abbandona il suo marchio in un intero format (il canale supermercati) per diventare affiliato di un concorrente diretto.
La reazione dei rappresentanti sindacali ha confermato questo shock. La presentazione del progetto ai rappresentanti del personale, martedì, ha provocato ” un’onda d’urto”, ha dichiarato all’AFP René Carette, delegato sindacale centrale della CFDT Auchan. ” Un anno fa ci avevano parlato di un piano sociale (con quasi 2.400 tagli di posti di lavoro, ndr) e oggi di un duro colpo ” con ” 11.000 dipendenti sacrificati”, ha esclamato indignato. Gli fa eco Jean Pastor, rappresentante sindacale della CGT: “Molte domande rimangono senza risposta: cosa succederà ai negozi già in franchising? Cosa succederà se, per motivi di concorrenza, alcuni supermercati non potranno essere rinominati Intermarché?” Da parte sua, Franck Martinaud, rappresentante sindacale di Force Ouvriere di Auchan Retail, sottolinea un dettaglio tutt’altro che insignificante: “Ciò comporta il trasferimento dei contratti di lavoro a una nuova struttura. I dipendenti potrebbero perdere i benefit negoziati all’interno del gruppo Auchan: assicurazione sanitaria, piano pensionistico, partecipazione agli utili, premi di incentivazione… E se alcuni negozi non potranno essere ribattezzati Intermarché, la direzione è stata molto chiara: non gestirà più supermercati con il marchio Auchan. Chiediamo quindi la garanzia dell’occupazione e il mantenimento delle prestazioni sociali”.
Darrasse, in questa fase, ha messo le mani avanti: “non vendiamo i nostri supermercati e non abbandoniamo i dipendenti che rimarrebbero dipendenti Auchan”. Non ci saranno perdite di posti di lavoro”, ha assicurato, intervistato da France Info . Chiunque conosca la GDO sa però benissimo che è una garanzia molto complessa e praticamente impossibile da mantenere. Cultura, organizzazione del lavoro, situazione dei singoli PDV, prestazioni richieste, politiche commerciali, costi, non sono assimilabili e questo provocherà inevitabilmente un allineamento “ruvido” come è stato da noi tra PDV Auchan e cooperative Conad.
Rassicurazioni scontate al personale a parte, resta un fatto inequivocabile: come Bonte allora ha ammesso la loro incapacità di competere nel nostro Paese, oggi Auchan confessa l’incapacità di competere nel format supermercato in Francia. I numeri parlano da soli. Darrasse promette, a regime, una riduzione immediata dei prezzi di circa il 6%, resa possibile dalle condizioni di acquisto e dai processi operativi di Intermarché, “molto più adatti a questi formati di negozio e più agili nella gestione quotidiana”. Traduzione: Auchan ha perso la battaglia per la competitività nel formato supermercato: “Un’ammissione di fallimento mascherata da opportunità strategica” sottolinea Jonathan Le Borgne. Resta ineludibili la domanda che si pone Philippe Goetzmann esperto francese di GDO: “In un mercato alimentare in contrazione, gli operatori dovrebbero pensare a chi sono i loro clienti target e non ragionare solo in termini di formati di negozio”.
Auchan non è riuscita a rendere il suo modello di supermercato sostenibile di fronte alla concorrenza. Il passaggio da “azienda integrata monomarca e multiformato” a “azienda multimarca e multiformato” non è una scelta strategica audace, è una necessità per la sopravvivenza”. Nella lettera, il passaggio al marchio Intermarché è giustificato in particolare dalla tempistica offerta ad Auchan. “Questo progetto ci permette di raggiungere in pochissimo tempo ciò che avremmo cercato di fare per molti anni, con molte meno possibilità di successo.” Secondo Guillaume Darrasse: “Questa mossa dovrebbe consentirci di rimetterci in gioco, di portare performance al supermercato e di concentrare i nostri sforzi sugli ipermercati, che nove clienti su dieci continuano a frequentare in Francia”, rilancia Darrasse.
Quest’ultimo vede anche in questo un rafforzamento di un'”alleanza” tra Auchan e Intermarché, che condividono un gruppo di acquisto congiunto, Aura Retail, dal 2024, e sono entrambi azionisti dei gruppi di acquisto europei Epic ed Everest. Quindi un prezzo da pagare oggi, puntando ad un risultato positivo, domani. Per il gruppo Les Mousquetaires, terzo operatore della grande distribuzione con una quota di mercato del 17,7% a inizio ottobre (secondo Worldpanel), l’operazione potrebbe avvicinarsi, entro il 2028, alla quota di mercato del 20% auspicata dal suo presidente, Thierry Cotillard. “Sono convinto che questo parternariato rappresenti un’opportunità e un acceleratore decisivo per ritornare a crescere” conclude la lettera Guillaume Darrasse. “Declinare crescendo o crescere cambiando?” È il bivio, l’alternativa ineliminabile di fronte a tutte le insegne della GDO. Non solo in Francia.



