Credo che lo studio dell’INAPP del 2022 sia ancora utile per capire il fenomeno e l’unico che mostri uno spaccato realistico delle persone che in Italia lavorano su una piattaforma digitale. Allora erano oltre 570.000, e il 36,2% di questi erano rider. Lo spaccato che oggi mi interessa approfondire. Per tre quarti uomini, sette su dieci hanno un’età compresa tra i 30 e i 49 anni, per il 48,1% questo lavoro costituisce la propria attività principale. Una ricerca, realizzata dal Dipartimento di studi sociali e politici di Unimi, ha rilevato che i rider milanesi sono per il 39% italiani e il per 61% stranieri. Dalla ricerca emerge chiaramente come quello dei rider sia un lavoro vero e proprio, e anche parecchio impegnativo: il 29% degli intervistati è occupato per più di 50 ore alla settimana, il 25% tra le 40 e le 50.
Non, solo una ricerca della Banca d’Italia ha rilevato che quasi il 20% dei rider in Italia è laureato e non da qualche mese ma a volte anche da anni. Largamente diffusa all’estero, quest’attività ha fatto inizialmente fatica ad attecchire nella nostra penisola, ma ora registra numeri importanti, muovendo un mercato che oggi vale 1,8 miliardi di euro e ha una penetrazione del 71% nella popolazione italiana. Secondo una ricerca YouGov dello scorso marzo, il 21% degli italiani utilizza i servizi di food delivery mensilmente, in particolare nella fascia 18-34 anni (29%) con una preferenza per il weekend, momento in cui questi servizi vengono usati da quasi la metà degli italiani. Le tre principali app che si occupano di food delivery in Italia sono Just Eat, nata in Danimarca e sbarcata in Italia nel 2011, Glovo e Deliveroo.
Ha ragione Daniel Zanda sul Sussidiario.net: “Di fronte alla rivoluzione industriale, i luddisti dell’Ottocento pensavano di fermare il cambiamento distruggendo i telai. Ma il mondo cambiò lo stesso. Anche oggi il lavoro cambia e continuerà a cambiare. Per questo il sindacato non può limitarsi ad assistere: deve provare a modellare la trasformazione secondo i propri principi, offrendo nuove risposte e nuove possibilità di comunità. Un “luogo tra i non luoghi” è un primo tentativo. L’esperienza dei “riders point” nasce da questa realtà.
Il primo “credo sia nato a Reggio Emilia nel 2021 in zona stazione. Nel piccolo chiosco i ciclofattorini del ‘food delivery‘ potevano accedere fino alle 22, ripararsi in caso di pioggia, cibarsi a prezzi calmierati, accedere ai servizi igienici, caricare il telefonino e usufruire di strumenti utili alla manutenzione delle biciclette come gonfiare gli pneumatici o ripararla. Il progetto si chiamava “Reggio Emilia Città Rider Friendly” e rientrava nel patto di contrasto alle nuove povertà e più in generale al patto per il lavoro regionale. Promotori dell’iniziativa i sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil. Da allora un po’ di strada è stata fatta. Purtroppo non tutta nella direzione giusta. Intanto, in varie città italiane, si stanno attivando o sono già attivi servizi di supporto all’attività dei rider.
Ne ricordo alcuni nati in questi anni. Nel 2021 la Casa del rider a Napoli, aperta grazie a Inail, NIdiL Cgil e l’Associazione Napoli pedala, per dare ai rider napoletani uno spazio per riposarsi, ricaricare le batterie e per la manutenzione delle biciclette. A Palermo è stata aperta una Casa dei rider nell’autunno del 2023, dedicata ad Antonio Prisco, morto durante la pandemia e storico rappresentante Cgil dei rider di Napoli. A Milano, al centro commerciale Bicocca Village, è attivo un servizio simile chiamato Pit-stop riders. A Genova, invece, è aperta una Casa dei rider nel novembre 2022, a cui è seguita una seconda per ampliare la copertura cittadina di questi servizi. Una situazione simile c’è anche a Livorno, dove è attiva da inizio anno una sperimentazione in un circolo Arci. A Torino, è stato attivato il progetto Sosta rider, presentato a dicembre della’nno scorso con la proiezione del documentario Anywhere anytime, che racconta le difficoltà di un ragazzo arrivato a Torino senza documenti che si trova a fare il rider.
Al progetto torinese – nato dalla collaborazione tra Arci Torino e la sezione locale di NIdiL Cgil, sulla scia di iniziative già in corso – hanno aderito poi 21 circoli Arci che offriranno spazi per riposarsi, andare in bagno, ricaricare telefoni e biciclette dalle 9 del mattino fino alle 3 di notte circa. L’idea è partita in concomitanza con un percorso già attivo con i sindacati e dall’identità stessa dei circoli: «Noi siamo una rete di spazi e di associazioni che vivono la città, quindi non siamo esenti da quello che ci capita intorno. Hanno segnalato più volte i circoli stessi questa problematica di una mancanza di spazi per i rider». Quelli che chiamiamo rider spesso sono ragazzi stranieri senza documenti Preda di caporali e degli account fasulli.
Adesso ha aperto un nuovo “Riders Point” per dare una mano a chi, per lavoro, effettua consegne, a Nichelino, presso il Bar Castello. Il Riders Point Felsa CISL (la federazione della Cisl dedicata ai lavoratori somministrati, ai collaboratori continuativi ed a ritenuta, ai lavoratori a chiamata, ai tirocinanti, ai prestatori di lavoro occasionale ed agli autonomi con partita Iva) nasce con l’obiettivo di offrire servizi pratici ai lavoratori come la possibilità di ricaricare lo smartphone o l’e-bike che per i riders sono strumenti di lavoro indispensabili e di avere un luogo dove riposarsi durante le pause o i turni spezzati. Ma vuole essere anche uno spazio di aggregazione e di assemblee sindacali, dove i riders possano conoscersi, discutere delle proprie problematiche lavorative e fare sindacato, per migliorare e creare nuove tutele.
L’inaugurazione del “Riders Point” di Nichelino è stata anche l’occasione per presentare il referente dei riders della Felsa Cisl, Umberto Vici, da oltre dieci anni nel food delivery. Vici ha ben compreso che se si vuole guardare avanti non si possono ripercorrere vecchie strade. È fondamentale che si mantenga la flessibilità, ma con diritti e garanzie reali. Condivido quanto ha scritto recentemente su LinkedIn. “Il futuro dei riders non può essere deciso con schemi del passato. In questi giorni, anche in Italia, si parla tanto della contrattazione dei riders e della presunta unica via: l’assunzione diretta. Ma guardiamo in faccia la realtà. Dove questo modello è stato imposto (vedi Spagna), i risultati sono stati tutt’altro che positivi:
– Non ci sono abbastanza riders disponibili
– I tempi di consegna si allungano, le zone di consegna si riducono
– Molti ordini vengono annullati senza alternative
– Le piattaforme (non solo Glovo) non riescono a garantire copertura adeguata
Eppure continuiamo a discutere come se ci fosse una sola forma di lavoro valida per tutti. La verità è che il lavoro digitale e on-demand richiede una contrattazione nuova, moderna, innovativa. Non possiamo incastrare figure come i riders in modelli pensati per il lavoro del Novecento. Noi riders lo chiediamo con chiarezza:
Vogliamo tutele reali (assicurazioni, minimi garantiti, protezioni sociali)
Ma vogliamo anche flessibilità, perché è questo il motivo per cui la maggior parte sceglie di fare il rider. Il futuro non è “autonomo selvaggio” né “dipendente rigido”. Il futuro è una terza via contrattuale, pensata per i nuovi lavori digitali, che concili innovazione, sicurezza e libertà. L’Italia ha l’opportunità di non ripetere errori già visti altrove e di costruire un modello che diventi un riferimento in Europa. La domanda è: saremo abbastanza coraggiosi per farlo?”



