C’è stato un tempo dove gli oggetti di uso comune si riparavano prima di sostituirli. C’erano figure mitiche che giravano per i Paesi. L’arrotino e l’ombrellaio erano, in certe zone, le più note. Poi arrivarono anche gli alimentari e gli articoli per la casa. Formaggi, salumi, frutta e verdura arrivavano in una giornata stabilita nelle zone difficilmente presidiate da un negozio dedicato. Oggi fotografiamo, impotenti, la desertificazione commerciale. L’abbandono di zone dove i piccoli negozi chiudono perché il costo degli affitti cresce e il numero dei clienti si riduce. La preoccupazione è espressa con forza dalle associazioni dei commercianti e spesso, le soluzioni proposte non sempre sono attuabili e soprattutto non lo sono ovunque. Città o territori in via di spopolamento hanno esigenze diverse. Le prime di meglio assortire la presenza nei quartieri, le seconde, con l’esigua presenza di popolazione residente, hanno bisogno di altre risposte. Carrefour Spagna ha lanciato nelle scorse settimane un supermercato mobile pensato per le comunità rurali prive di un punto vendita fisico: un camion attrezzato come un piccolo negozio itinerante, con un assortimento di prodotti freschi e di prima necessità, che tocca a rotazione i villaggi più piccoli e isolati del Paese secondo un calendario fisso, replicando settimana dopo settimana lo stesso giro. L’iniziativa nasce da un problema che la Spagna condivide, con proporzioni ancora più marcate, con larga parte dell’Europa mediterranea: la cosiddetta España vaciada, la Spagna svuotata dei piccoli comuni interni, dove la desertificazione commerciale è ormai un dato strutturale più che un’emergenza congiunturale.
Il progetto non è un esperimento isolato nel panorama internazionale — furgoni-negozio e supermercati itineranti esistono da anni in diversi Paesi europei, spesso gestiti da cooperative locali o da piccoli operatori indipendenti — ma il fatto che a lanciarlo sia una delle più grandi insegne della distribuzione europea gli conferisce una scala e una capacità di replicabilità diverse rispetto ai progetti locali. Non è filantropia pura: è un modo per un grande gruppo di presidiare un territorio che il formato tradizionale del supermercato non riesce a raggiungere in modo economicamente sostenibile, senza però abbandonarlo del tutto alla logica pura del mercato online o della rinuncia.
In Italia il problema che il modello spagnolo prova ad affrontare è documentato con precisione, e i numeri raccontano una desertificazione commerciale già molto avanzata. Secondo un’inchiesta pubblicata di recente, sono 598 i comuni italiani senza un panificio, 576 quelli senza un negozio di frutta e verdura, 650 quelli privi di una macelleria — un fenomeno che si autoalimenta, perché lo spopolamento svuota il commercio locale e la chiusura dei negozi accelera a sua volta lo spopolamento. Le aree interne italiane hanno perso il 5% della popolazione dal 2014 a oggi, e le proiezioni indicano che il 90% dei comuni delle aree interne del Mezzogiorno perderà almeno un quarto della popolazione entro il 2043. In queste zone, chi non ha un’automobile o un familiare disponibile ad accompagnarlo dipende per la spesa da iniziative comunali, dal volontariato, o da quelle poche catene più sensibili alle esigenze del territorio.
Il piccolo negozio di paese non è soltanto un’attività commerciale: spesso è l’ultimo presidio rimasto, un luogo di incontro e un servizio indispensabile soprattutto per anziani e residenti delle frazioni più isolate
Un modello di risposta a questo problema esiste già in Italia, anche se con una logica diversa da quella del camion itinerante spagnolo: è il sistema dei “multiservizi” sostenuto dalla Provincia autonoma di Trento. Si tratta di esercizi commerciali di dettaglio — alimentari, generi di prima necessità, a volte anche pubblici esercizi — che operano in zone montane e periferiche e che, in cambio di servizi accessori utili alla popolazione locale, ricevono un premio per l’insediamento e un contributo per la permanenza, oltre a un eventuale sostegno per lo svolgimento di servizi di interesse economico generale (SIEG) quando il punto vendita è l’unico presidio commerciale della zona. Il finanziamento complessivo della misura supera i 4 milioni di euro l’anno, a sostegno di circa 220 punti vendita attivi sul territorio trentino, e i criteri sono stati più volte rivisti per ampliare la platea dei beneficiari: la distanza minima tra due esercizi multiservizi è stata ridotta da 3 a 2 chilometri, e i requisiti di altitudine — di norma almeno 500 metri, elevabili a 800 per le situazioni di isolamento più marcato — sono pensati apposta per intercettare le realtà più periferiche delle valli.
L’assessore provinciale al commercio, Roberto Failoni, ha descritto la misura come un sostegno a realtà che rappresentano “presidi fondamentali di comunità e identità territoriale”, capaci di contrastare lo spopolamento garantendo servizi essenziali a chi vive nelle terre alte. È una logica per certi versi complementare a quella del supermercato itinerante spagnolo: dove il modello Carrefour porta l’assortimento fisicamente al cliente attraverso un veicolo mobile, il modello trentino sostiene economicamente la permanenza di un punto vendita fisso in un luogo dove altrimenti, per pura logica di mercato, non converrebbe aprire o restare. Un caso simile, con logica di sostegno diretto al fatturato, si osserva anche in Alto Adige, dove la Provincia ha da poco prorogato fino al 2028 gli aiuti ai servizi di vicinato, alzando il limite di fatturato per l’accesso ai contributi da 450mila a 600mila euro proprio per non escludere attività che, pur avendo un giro d’affari cresciuto per via dell’inflazione, continuano a svolgere lo stesso ruolo di presidio essenziale nei piccoli centri.
Vale la pena notare come il sistema trentino sia stato costruito proprio per adattarsi progressivamente alla realtà del territorio, più che restare fermo su una fotografia iniziale. La riduzione della distanza minima tra due multiservizi da 3 a 2 chilometri, entrata in vigore per le attività ordinarie dal 2025 e per quelle SIEG dal 2026, nasce dalla constatazione che il vecchio parametro escludeva realtà che, pur vicine sulla carta, servivano bacini di utenza isolati e non sovrapponibili — valli strette, frazioni separate da un valico, centri abitati collegati da strade che d’inverno diventano difficilmente percorribili. È lo stesso tipo di flessibilità che un progetto di supermercato itinerante richiederebbe fin dal disegno iniziale: un calendario di fermate capace di adattarsi non alla distanza in linea d’aria tra due paesi, ma al tempo di percorrenza reale e alla stagionalità di una viabilità di montagna.
Le due logiche — il negozio itinerante e il negozio fisso sussidiato — non sono in alternativa, e anzi potrebbero completarsi a vicenda in un territorio come quello trentino, fatto di valli, frazioni e centri abitati a densità molto variabile. Un furgone-negozio potrebbe coprire le frazioni più piccole e isolate, quelle sotto la soglia minima di fatturato che giustifica anche il contributo per un multiservizi fisso, integrando l’offerta nei giorni della settimana in cui il negozio più vicino non è raggiungibile agevolmente; il modello dei multiservizi resterebbe la soluzione per i centri di dimensioni intermedie, dove un presidio fisso permanente ha ancora senso economico se sostenuto pubblicamente. Non è un caso che lo stesso comunicato altoatesino sui servizi di vicinato riconosca esplicitamente i limiti di un approccio basato sui soli contributi: la chiusura dei piccoli negozi non dipende solo dai bilanci aziendali, ma da un fenomeno più ampio — spopolamento, concorrenza della grande distribuzione, commercio online, aumento dei costi energetici — che nessuna singola misura può invertire da sola.
La domanda che il caso spagnolo lascia aperta, allora, non è tanto se un modello di supermercato itinerante possa funzionare anche in Italia — i presupposti di domanda insoddisfatta ci sono, e sono documentati numero per numero — quanto chi dovrebbe prendersi carico di sperimentarlo. Un grande gruppo della GDO italiana, replicando la logica Carrefour di presidio territoriale a fini reputazionali e di relazione con le istituzioni locali? Una cooperativa di consumo, per cui il legame con il territorio è parte della missione statutaria fin dalla nascita? O una combinazione tra iniziativa privata e sostegno pubblico, sul modello già collaudato dai multiservizi trentini, ma applicata a un formato mobile invece che a un punto vendita fisso? In una provincia che ha già dimostrato di saper mettere risorse pubbliche dietro al principio che il negozio di paese vale più del suo fatturato, il salto verso un progetto pilota di supermercato itinerante non sembra fuori portata — resta da vedere chi, per primo, deciderà di provarci.



