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È una domanda all’apparenza estremamente semplice: l’orario di lavoro in un punto vendita della GDO inizia quando il lavoratore striscia il badge (come pensano le aziende) o quando striscia il badge il lavoratore sta già  lavorando, (come pensano i sindacati)? A molti neofiti della materia o estranei al comparto sembrerà una domanda priva di senso. Stiamo parlando di meno di una decina di minuti. Minuti che nel corso di un turno di lavoro vengono normalmente persi senza alcuna recriminazione né rivendicazione. In GDO non è previsto l’analista  “tempi e metodi” volto a ottimizzare la produttività, ridurre gli sprechi e standardizzare tempi di lavoro e processi. Eppure se ne discute nelle aule di tribunale da almeno trent’anni.  Uno stuolo di avvocati si è arricchito su questo dilemma esistenziale e  imprese e sindacati si sono contrapposti ferocemente. Centinaia  di sentenze hanno intasato i tribunali del Paese, la Cassazione è dovuta intervenire diverse volte. E ancora oggi, non se ne intravvede una conclusione definitiva né un accordo possibile. Nemmeno viene presa in considerazione, in fase di costruzione dei nuovi PDV, se posizionare il tornello della discordia all’entrata dello spogliatoio o alla sua uscita. Vestirsi e svestirsi prima di iniziare il turno nei punti vendita della GDO è sempre stato considerato “lavoro” per i sindacati. Per le aziende, al contrario, già allora occorreva fare dei distinguo. Per gli appassionati dell’aspetto squisitamente legale Invito a consultare la nota.

Semplificando, la Cassazione ha stabilito che non è prevista retribuzione per la vestizione e svestizione quando il lavoratore non è eterodiretto (ovvero quando non c’è obbligo di vestirsi in loco). Le cause legali sull’argomento sono centinaia e ancora oggi tra le più diffuse in GDO. Quasi tutte le insegne più importanti si sono viste coinvolgere sull’argomento. I tre sindacati di categoria nel tempo hanno smorzato i toni puntando ad accordi mentre i sindacati di base hanno trasformato la richiesta  in una loro “battaglia identitaria” con lo scopo “politico” di legittimare la loro presenza, delegittimare i concorrenti confederali e puntare ad un riconoscimento negoziale che, per ora, non c’è. Prendersela con Coop è però come sparare sulla Croce Rossa. L’accanimento del sindacalismo di base nei confronti di una realtà rispettosa dei diritti e dei CCNL firmati segnala un evidente  “bradisismo” negativo  del sistema delle relazioni  sindacali che non riserva  nulla di buono per il futuro del comparto. L’entità è modesta ma parliamo di un tema che si trascina nell’universo Coop da almeno 15 anni e tocca le diverse cooperative del sistema dimostrando  che qualcosa non ha funzionato.

In Unicoop Tirreno la vicenda è partita già nel 2011. Ha coinvolto in seguito pure Unicoop Firenze che ha subito numerose cause. Oggi tocca a Coop Alleanza 3.0. Il tempo impiegato per indossare e togliere la divisa aziendale, il cosiddetto “tempo tuta”, deve essere retribuito. Lo ha stabilito una sentenza del tribunale del Lavoro di Bologna, riconoscendo il diritto all’inclusione nell’orario di lavoro delle operazioni di vestizione e svestizione (fatte prima e dopo la timbratura) e ha condannato Coop a corrispondere gli arretrati: le differenze retributive maturate per 10 minuti giornalieri, quantificazione apparsa congrua alla giudice Simona Santini, per ciascun giorno di prestazione lavorativa.

A dare notizia della sentenza è Usb Lavoro privato che parla di “vittoria storica”.  “Il Tribunale di Bologna ha confermato quello che sosteniamo da anni: il tempo impiegato per indossare e togliere la divisa aziendale (cosiddetto “tempo tuta”) deve essere retribuito. “Questa non è solo una vittoria economica, è una vittoria di dignità” continua il comunicato USB. “Abbiamo dimostrato che la ‘cooperazione’ non può essere una scusa per comprimere i diritti e i salari dei lavoratori. Chi indossa una divisa per produrre profitto non deve farlo a proprie spese”. USB non è intenzionata a  fermarsi qui. “Questa sentenza rappresenta un precedente fondamentale non solo in Coop Alleanza ma per tutto il settore della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) nel territorio bolognese e nazionale” ha concluso. Una “vittoria storica – secondo Usb – per una lotta che portiamo avanti da molto tempo”. Infatti, scrive il sindacato di base, troppo a lungo “Coop Alleanza 3.0 ha ignorato le richieste dei dipendenti, pretendendo che il cambio della divisa, atto obbligatorio per svolgere il servizio, avvenisse al di fuori del normale orario di lavoro”, attacca. Così facendo, Coop avrebbe “beneficiato, di fatto, di decine di ore all’anno di lavoro gratuito”, dichiara. Ma oggi “quella pratica illegittima crolla”, dice Usb.

Personalmente non conosco le ragioni che hanno spinto Coop a resistere in causa e quali le motivazioni adottate dai suoi legali in tribunale ma ho sempre ritenuto questa battaglia un segno del degrado di quella parte del sindacato che si attacca a tutto pur di dimostrare la propria esistenza. Ovviamente le sentenze si rispettano ma  bisognerebbe fare un passo indietro per ricordare i tempi che hanno preceduto queste richieste (allora di tutti i  sindacati). L’altra faccia della medaglia. Il modello tayloristico spinto in voga quegli anni scandiva i tempi  di lavoro per tutti e costringeva i lavoratori alle casse e non solo ad attenersi rigidamente ed esclusivamente alle pause contrattualmente definite durante l’orario di lavoro l’entrata coincideva con la timbratura e questa rigidità  aveva fatto emergere casi finiti sui giornali (i social non c’erano ancora)  di persone costrette a subire situazione inacettabili.  Rigidità che nel tempo si sono attenuate fino a scomparire. Vigeva una sorta di disequilibrio tra esigenze di produttività oraria e di necessità personali. Oggi  non è così. E alla Coop non è mai stato così.

Non si può leggere oggi con un minimo di obiettività “che la cooperazione non può essere una scusa per comprimere i diritti e i salari dei lavoratori”. Significa solo che c’è chi ha scelto cavalcare richieste economiche che andrebbero inserite, da interlocutori sindacali meno superficiali, in un contesto ben più ampio di una riorganizzazione in corso.  Quando USB e altri si pongono la domanda sul perché  Coop non si confronta con loro  per raggiungere un accordo, preferendo altri interlocutori  dovrebbero comprendere che atteggiamento e linguaggio scelto non sono altra cosa rispetto alla posta in gioco in  Coop o altrove. Personalmente non sono contrario a discutere con qualsiasi interlocutore se rappresentativo ma solo se si muove all’interno di un quadro di correttezza relazionale ben definito. 

2 Comments

  • Michele Leali ha detto:

    Egregio Dottor Sassi,

    ho letto con interesse il Suo commento e mi chiedevo se fosse possibile ricevere una copia della sentenza del Tribunale di Bologna, qualora in Suo possesso.

    La saluto molto cordialmente,

    Michele Leali

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