Skip to main content

C’è un attore che le analisi sulla desertificazione commerciale italiana, concentrate quasi sempre su chiusure e superfici medie, faticano a inquadrare, e che invece sta diventando decisivo per capire come cambierà l’offerta della GDO nei prossimi anni: l’imprenditoria commerciale di origine immigrata. Non è un fenomeno collaterale rispetto alla transizione demografica di cui si parla quando si citano l’invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite. È l’altra metà della stessa equazione: lo stesso ISTAT, nel Rapporto annuale 2026, certifica che il saldo naturale italiano resta fortemente negativo e che il calo della popolazione residente è oggi compensato soltanto dall’immigrazione. Senza flussi migratori il declino demografico italiano sarebbe già oggi più marcato. E chi arriva non si limita a modificare i numeri sul lato della domanda: sta cambiando rapidamente anche il lato dell’offerta, cioè chi vende, dove e cosa — un cambiamento che si somma, letteralmente, alla mappa della desertificazione commerciale che Confcommercio calcola in 156.000 negozi di vicinato chiusi tra il 2012 e il 2025 nei centri urbani italiani.

Ma finora il ragionamento si è concentrato su chi vende. Manca l’altra metà, forse più importante: chi comprerà. In Italia risiedono oggi circa 5,3 milioni di cittadini stranieri, l’8,9% della popolazione, concentrati per l’83% nel Centro-Nord — cioè proprio nelle aree dove la desertificazione commerciale urbana morde di più. La Lombardia offre il caso di scuola di questa concentrazione: al 1° gennaio 2025 la popolazione straniera residente nella regione era di 1.221.520 persone, il 12,2% del totale regionale, in crescita del 2,6% negli ultimi cinque anni — oltre tre punti sopra la media nazionale, proprio nella regione dove il commercio di prossimità è sotto la pressione più intensa. Includendo chi ha già acquisito la cittadinanza italiana, la cifra nazionale sale a oltre 5,15 milioni di persone, il 9,4% della popolazione, secondo la Fondazione Leone Moressa, in vista del Rapporto annuale 2026 sull’economia dell’immigrazione. Non è una popolazione a basso potere d’acquisto aggregato: i redditi dichiarati dai contribuenti nati all’estero nel 2025 ammontano a 87,9 miliardi di euro, più che raddoppiati rispetto ai 46,6 miliardi del 2014, e i lavoratori immigrati — circa 2,4 milioni di occupati — generano un valore aggiunto stimato in 154,3 miliardi di euro, circa il 9% del PIL italiano. È una massa di potere d’acquisto che cresce, in un paese in cui la popolazione complessiva si riduce e il potere d’acquisto delle famiglie italiane resta sotto pressione da anni di inflazione. In altri termini: mentre l’industria alimentare italiana ragiona su monoporzioni per il cliente anziano solo, una quota crescente della domanda alimentare complessiva del paese arriva da famiglie più giovani, spesso più numerose della media nazionale, con abitudini di consumo, cucine e strutture familiari diverse da quelle su cui la GDO generalista ha costruito il proprio assortimento per settant’anni.

Il rapporto IDOS-CNA 2025 sull’immigrazione e l’imprenditoria fotografa la dimensione del fenomeno a livello nazionale: tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese autoctone diminuivano del 7,9%, quelle condotte da cittadini stranieri sono cresciute del 46,9%, passando da 454.029 a 666.767 unità. Il commercio resta uno dei settori trainanti, pur con un progressivo allentamento delle specializzazioni etniche più rigide — la storica canalizzazione di marocchini, bangladesi e pakistani verso il commercio, o quella dei cinesi verso commercio, manifattura e ristorazione — a fianco di un’espansione crescente verso servizi più specialistici. La Lombardia offre una fotografia di dettaglio coerente: le imprese condotte da immigrati nella regione superano le 130.000, cresciute dell’8,9% tra il 2021 e il 2025, e dopo l’Italia i principali paesi di nascita degli imprenditori lombardi sono Egitto, Cina, Romania, Albania e Marocco — una geografia che nel commercio urbano si traduce direttamente nella composizione dei negozi di vicinato che cambiano gestione. “Dobbiamo guardare questa realtà per quello che è: non un fenomeno temporaneo, ma una componente strutturale dell’economia lombarda”, osserva Eugenio Massetti, presidente di Confartigianato Lombardia, al Corriere della Sera — un giudizio maturato sull’osservatorio dell’artigianato ma che si applica con la stessa forza al commercio di prossimità, l’altro settore dove l’iniziativa imprenditoriale straniera si è mossa più rapidamente della media.

Non è un fenomeno astratto, e per capirlo basta guardare alcuni casi puntuali. A Milano via Padova, storica arteria multietnica, ha visto i negozi di alimentari passare in larga parte sotto la gestione di comunità asiatiche e africane. A Roma Confesercenti calcola che i minimarket gestiti da cittadini bengalesi siano passati da 871 a 1.092 tra il 2019 e il 2021, e che oggi quasi il 27% delle imprese della Capitale sia guidato da cittadini stranieri. Il Sole 24 Ore, analizzando il decennio 2014-2024 nelle dodici grandi città italiane sopra i 250.000 abitanti, ha mostrato che mentre macellerie, panetterie e pescherie a titolarità italiana continuano a chiudere, i negozi di ortofrutta restano stabili e i minimercati crescono soprattutto grazie all’apporto di titolari non italiani, quasi raddoppiati in un decennio nei grandi comuni. Molti dei piccoli esercizi di prossimità che il commercio autoctono non riesce più a sostenere nei centri urbani vengono così rilevati, riconvertiti o aperti da nuovi operatori di origine straniera, spesso proprio nei formati alimentari e di vicinato più colpiti dalla contrazione generale.

Il fenomeno ha anche un lato più critico, che merita di essere raccontato senza reticenze. Confesercenti Roma lo definisce apertamente concorrenza sleale in alcuni casi specifici: nel quartiere Centocelle si contano ormai un centinaio di cosiddette “frutterie allargate”, che occupano suolo pubblico oltre i limiti della licenza e vendono, secondo le stime dell’associazione, bevande alcoliche battendo scontrini con l’aliquota IVA agevolata del 4% riservata ai generi alimentari invece del 22% previsto per gli alcolici — una pratica che altera la concorrenza con gli esercizi che rispettano le regole, e che le amministrazioni locali stanno iniziando ad affrontare con piani di urbanistica commerciale e controlli più stringenti.

Per la grande distribuzione organizzata questo terzo attore non è un fenomeno da osservare da lontano: è già oggi un competitor diretto nella fascia bassa della prossimità urbana, ed è insieme un indicatore di domanda che la GDO generalista ha iniziato a intercettare solo in parte. La popolazione straniera residente in Italia ha strutture familiari, abitudini di consumo e picchi di domanda stagionale — legati a festività religiose, cucine nazionali, prodotti specifici — che restano in larga misura scoperti dall’assortimento standard dei supermercati generalisti. Alcuni tentativi ci sono già. I reparti world food sono ormai una presenza fissa nei grandi supermercati delle città con quote significative di popolazione straniera. Carrefour ha ampliato in modo strutturale la propria gastronomia etnica anche online, con linee dedicate a cucina giapponese, cinese e mediorientale vendute a peso e prezzo paragonabili a quelli della gastronomia tradizionale. Sul fronte della marca, la nascita di operatori come Asiamama — pensato apposta per portare la cucina asiatica a marchio della GDO italiana attraverso una rete di chef italiani e orientali che reinventano ricette tradizionali per un pubblico ampio, con impianti di produzione italiani e certificazioni di sicurezza alimentare internazionali come IFS e BRCGS — mostra che il mercato etnico in Italia sta passando dalla fase dell’importazione artigianale a quella della produzione industriale organizzata, lo stesso percorso che decenni fa portò i piatti pronti surgelati dalla nicchia allo scaffale di massa. È un segnale che la domanda multiculturale non è più trattata come import per pochi negozi specializzati, ma come categoria di prodotto su cui costruire marchi nazionali.

La domanda che la GDO italiana dovrà porsi nei prossimi anni non è più soltanto quanto piccolo debba essere un formato urbano per sostenere un cliente solo e anziano — il tema classico dell’invecchiamento demografico. È anche quanto quel formato debba essere culturalmente leggibile per una clientela sempre più composita, che nessuna insegna può permettersi di trattare come nicchia — né dal lato di chi vende, come dimostra la crescita dell’imprenditoria straniera nel commercio di prossimità, né dal lato di chi compra, come dimostrano gli 87,9 miliardi di redditi dichiarati dai contribuenti nati all’estero. Le due sfide, quella dell’età e quella della composizione culturale della popolazione, si sovrappongono negli stessi quartieri e nello stesso spazio fisico: il piccolo formato urbano che deve intercettare il cliente solo e anziano è, quasi sempre, lo stesso spazio conteso dal minimarket a gestione straniera che offre gli stessi orari flessibili e gli stessi acquisti frequenti in piccola quantità — e serve, nello stesso tempo, una domanda multiculturale che cresce più rapidamente della popolazione italiana nel suo complesso. Chi in questi anni ha investito nei formati di prossimità pensando solo alla demografia dell’invecchiamento ha risolto solo una parte del problema. Le altre due parti, l’offerta straniera che compete e la domanda straniera che cresce, sono già arrivate sugli scaffali — o su quelli della concorrenza. Le insegne che sapranno leggere insieme questi tre fenomeni, invece di trattarli come capitoli separati di uffici studi diversi, avranno un vantaggio competitivo che il solo dato demografico sull’invecchiamento non racconta per intero.

Lascia un commento