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Da sempre l’arrivo di Natale propone due film: Trading Places (Una poltrona per due) un film del 1983 diretto da John Landis e interpretato da Dan Aykroyd, Eddie Murphy e Jamie Lee Curtis e Home Alone (Mamma ho perso l’aereo) del 1990 che ha reso il giovanissimo attore  Macaulay Culkin, una celebrità mondiale. Ormai i due film sono sinonimi delle festività natalizie. Quest’anno Ariel Zilber, un giornalista del  New York Post interpretando l’estrema sensibilità degli americani alle prese con l’impennata dei costi alimentari, per parlare del cosiddetto “caro carrello” ha riproposto la celebre scena del piccolo Kevin che va al supermercato (leggi qui).  Nel film, il ragazzo compra latte, pane, succo d’arancia Tropicana, maccheroni al formaggio, un pasto pronto in un contenitore, detersivo Tide, tovaglioli e carta igienica, pagando tutto 19 dollari nel 1990. Oggi, lo stesso cestino costerebbe circa 53 dollari. Il carrello della spesa di Kevin, 35 anni dopo,  è aumentato del 167% secondo i calcoli fatti da USA Today.  Quella spesa è ovviamente diventata virale sui social.

Per essere precisi la spesa originale includeva mezzo gallone di latte (circa due litri), mezzo gallone di succo d’arancia, una grande pagnotta di pane bianco, una cena TV, maccheroni e formaggio surgelati, detersivo liquido Tide, carta igienica e una borsa di soldatini giocattolo. Allo stesso tempo, viene sottolineato che Kevin viveva in un sobborgo di Chicago e faceva la spesa in un negozio low cost. In una grande città, la differenza di prezzo potrebbe essere molto più alta. Da questo ricordo  il giornalista è partito per allargare il suo ragionamento. Negli USA il  prezzo medio per una dozzina di uova grandi di grado A è balzato da 1,40 dollari nel 2019 a 3,17 dollari nel 2024, un aumento del 127%, dopo che ripetuti focolai di influenza aviaria hanno spazzato via milioni di galline che deponevano le uova. Al culmine della crisi, i prezzi hanno raggiunto un massimo storico di circa 4,82 dollari per dozzina all’inizio del 2023. Lo zucchero ha registrato un incremento  di circa il 68%, passando da circa 59 centesimi a libbra a quasi 1 dollaro. Il costo del pane è aumentato di circa il 52%, salendo da 1,30 dollari per  libbra  nel 2019 a 1,97 dollari nel 2024 poiché i prezzi del grano, i costi del carburante e le tensioni geopolitiche hanno messo a dura prova i mercati globali del grano.

Anche il caffè non è stato risparmiato. Una libbra (1/2 kilo circa)  di caffè è aumentata di oltre il 45%, da 4,34 dollari a 6,32 dollari a causa delle interruzioni legate al clima che hanno colpito i principali produttori come Brasile e Vietnam. I prezzi della carne hanno seguito la stessa marcia verso l’alto. La carne macinata è passata da 3,81 dollari per libbra a 5,39 dollari, mentre le bistecche di manzo sono salite da 7,68 dollari a 10,70 dollari – circa un aumento del 40% – poiché la siccità e la contrazione delle mandrie di bestiame hanno ridotto l’offerta. Il prezzo medio per gallone di latte è aumentato di circa il 31%, passando da 3,04 dollari nel 2019 a 3,98 dollari nel 2024 dopo aver raggiunto il picco di 4,39 dollari nel 2023. I prezzi del pollo sono aumentati di circa il 34%, alimentati da focolai di influenza aviaria, costi di alimentazione più elevati e aumento delle spese di lavoro negli impianti di trasformazione. I prezzi del latte sono aumentati in modo più costante, ma ancora bruscamente. Il prezzo medio per gallone è aumentato di circa il 31%, passando da 3,04 dollari nel 2019 a 3,98 dollari nel 2024 dopo aver raggiunto un picco di 4,39 dollari nel 2023 tra mercati volatili di mangimi e una forte domanda globale. Anche il latte artificiale, già sotto esame dopo la carenza del 2022, ha visto i prezzi salire di circa il 33% per oncia tra il 2019 e il 2024. Frutta e verdura fresca hanno registrato il più piccolo aumento, ma sono comunque salite di circa il 23%, riflettendo costi più elevati di manodopera, trasporto e fertilizzanti, insieme alle interruzioni della fornitura legate alle condizioni meteorologiche. L’accusa di fondo è che mentre l’inflazione è rallentata nel 2024, i prezzi non si sono mai ritirati. 

E da noi cosa è successo? Secondo Lorenzo Ruffino di Pagella Politica (leggi qui ) negli ultimi vent’anni i prezzi in Italia sono aumentati in media del 49 per cento. “In pratica, un bene o un servizio che nel 2004 costava 100 euro oggi ne costa quasi 150.  Dal 2004 al 2021 i prezzi sono cresciuti lentamente: in 17 anni l’aumento complessivo è stato del 28 per cento, con una crescita media di circa 1,5 punti percentuali all’anno. In questo periodo, i picchi annuali sono stati contenuti: il maggior incremento in un solo anno, prima della pandemia di COVID-19, risale al 2008, con un +3,8 per cento legato alla crisi internazionale del petrolio. La fase di bassa inflazione è proseguita fino al 2021. Dal 2022 la tendenza si è invertita: in quell’anno, l’indice generale è salito dell’11 per cento, il valore più alto dell’intera serie, seguito da un +8 per cento nel 2023 e da un +2 per cento nel 2024. Poco meno della metà dell’incremento accumulato in vent’anni si è quindi concentrato in soli tre anni”.

Da ottobre 2021 a ottobre 2025, i beni alimentari hanno registrato aumenti di prezzo del 24,9%, un incremento superiore di quasi 8 punti percentuali rispetto a quanto evidenziato nello stesso periodo dall’indice generale dei prezzi al consumo armonizzato (+17,3%)», ha certificato l’ISTAT. A novembre però rallenta il carrello della spesa, spinto dal calo di frutta, verdura ed energia. I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona crescono su base annua dell’1,5%, in netto calo rispetto al +2,1% di ottobre. È una dinamica che riflette la frenata più ampia del comparto alimentare, la cui crescita tendenziale scende dal 2,3% all’1,8%. La decelerazione riguarda sia i prodotti lavorati, passati dal +2,5% al +2,1%, sia quelli non lavorati, che rallentano più marcatamente, dal +1,9% all’1,1%.

E su questo si innesca un altro  tema evidenziato dagli esperti riguarda la cosiddetta “inflazione percepita”. “L’inflazione percepita è la sensazione soggettiva dell’aumento del costo della vita che spesso non coincide con quella misurata dagli indici ufficiali. Secondo gli economisti, il divario nasce da diversi meccanismi: la maggiore visibilità dei beni acquistati più spesso, la memoria selettiva dei rincari e la tendenza a ignorare i ribassi su beni comprati con minore frequenza. La Banca centrale europea, in uno studio, ha rilevato che due terzi dei consumatori europei attribuiscono l’impennata dei prezzi soprattutto a energia e materie prime, confermando il peso delle voci di spesa più immediatamente percepibili. Altri studi indicano che, superata una soglia psicologica di inflazione intorno al 4 per cento, l’attenzione verso i prezzi tende a raddoppiare, prolungando la sensazione di carovita anche dopo il picco.

Aggiungo poi che anche quando l’inflazione rallenta o torna vicina allo zero, questo non significa che i prezzi diminuiscano: significa soltanto che continuano a crescere, ma a un ritmo più lento. Nella maggior parte dei casi, una volta saliti, i prezzi non tornano ai livelli precedenti perché i costi di produzione, i salari e le aspettative di imprese e consumatori si sono già adattati al nuovo equilibrio”. Il quadro che emerge è dunque quello di un’inflazione in rallentamento, ma non ancora neutralizzata. Per l’economia nel suo complesso, la frenata è un segnale positivo, che tuttavia non consente ancora di archiviare il tema del caro prezzi come una questione risolta.

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