C’è un numero che riassume una trasformazione decennale meglio di molti altri. Dal 2015 al 2020 le esportazioni italiane di ortofrutta verso i Paesi nordafricani sono crollate del 49%, da 176,6 a 90,4 milioni di euro. Nello stesso periodo le importazioni da quegli stessi Paesi sono cresciute del 14%. Il saldo commerciale con il Nord Africa nell’ortofrutta è diventato negativo: l’Italia importa più ortofrutta dal Nordafrica di quanta ne esporti. L’Italia che mandava agrumi verso l’Egitto oggi riceve ortofrutta dall’Egitto. Non è una crisi stagionale: è un ribaltamento strutturale dei flussi.
I numeri della crescita nordafricana sono impressionanti. Il Marocco ha moltiplicato il proprio export ortofrutticolo di cinque volte in vent’anni: da 625 milioni a 3,77 miliardi di euro. Il pomodoro sfiora il miliardo di euro da solo; clementine e mandarini superano i 350 milioni; mirtilli, lamponi e avocado muovono complessivamente oltre 730 milioni. L’Egitto — con la sua capacità produttiva su agrumi, pomodori e una gamma sempre più ampia di referenze — domina l’interscambio con l’Italia, rappresentando il 60,5% della quota import dal Nord Africa. Marocco ed Egitto insieme hanno raggiunto 4,5 miliardi di dollari di export ortofrutticolo complessivo: un peso che si confronta con quello dei principali produttori europei.
La sovrapposizione con la produzione italiana non è casuale: è strutturale. I prodotti nordafricani più competitivi — pomodori, agrumi, peperoni, fragole fuori stagione — sono esattamente le referenze di punta della produzione ortofrutticola del Mezzogiorno italiano. Non c’è complementarietà: c’è competizione diretta, sui calendari di raccolta, sui mercati all’ingrosso, sulle corsie dei supermercati. E la competizione avviene in condizioni che CIA Agricoltori definisce apertamente squilibrate: prodotti ottenuti con l’uso di sostanze fitosanitarie vietate in Europa, costi del lavoro non regolamentati, standard ambientali e sociali che l’agricoltura italiana è obbligata a rispettare ma che i competitor nordafricani possono ignorare.
«La crescente pressione competitiva del Nord Africa impone all’Italia un’accelerazione su innovazione, qualità certificata e organizzazione per mantenere la leadership nel Mediterraneo. Il rispetto degli stessi standard dell’UE per i Paesi terzi non deve essere più un’opzione ma un obbligo: una condizione di equità per evitare che gli agricoltori italiani siano schiacciati da prodotti ottenuti con l’uso di sostanze vietate e costi del lavoro non regolamentati.» ha dichiarato CIA Agricoltori Italiani, a Fruit Logistica 2026
La filiera nordafricana verso l’Italia si è costruita in modo incrementale. Il primo livello è quello dell’import tradizionale: produttori o cooperative nordafricane che vendono attraverso broker europei, spesso olandesi o spagnoli, che poi distribuiscono sui mercati all’ingrosso continentali. Milano, Roma, Napoli: gli ortomercati italiani ricevono ortofrutta nordafricana da anni attraverso questa catena indiretta. Il prodotto entra in Italia come “origine Spagna” o “origine Paesi Bassi” dopo un passaggio formale nei mercati di Rotterdam o Barcellona, perdendo la tracciabilità dell’origine reale.
Il secondo livello è quello degli importatori etnici diretti: operatori di origine nordafricana residenti in Italia che hanno costruito nel tempo relazioni commerciali con i produttori nei Paesi d’origine, bypassando i broker europei. Questo segmento è difficilmente quantificabile con precisione, ma è documentato negli ortomercati delle grandi città — in particolare a Milano, Roma e Napoli — dove grossisti di origine marocchina, egiziana e tunisina operano sia sul mercato etnico sia su quello tradizionale. È una rete che si è costruita per decenni attraverso la fiducia comunitaria, la conoscenza diretta dei produttori, la capacità di lavorare su margini molto più stretti di quelli accettabili per un grossista italiano tradizionale.
Il terzo livello — il più recente e il più significativo dal punto di vista strategico — è quello dell’integrazione verticale diretta. A novembre 2025 Fruitplaza ha annunciato il progetto di AL SAKR GROUP, esportatore egiziano di frutta e verdura fresca, di aprire un magazzino stabile nella zona di Milano per stoccare, vendere e distribuire produzioni egiziane direttamente sul territorio italiano. A capo della filiale italiana un responsabile commerciale italiano. È la prima azienda egiziana con una struttura logistica propria sul suolo italiano. Non è più import mediato da broker: è un operatore della produzione nordafricana che si insedia direttamente negli ortomercati italiani, con un magazzino, un catalogo, una forza vendita dedicata.
Questo passaggio ha un significato che va oltre il singolo caso aziendale. Segnala che la filiera nordafricana ha raggiunto una massa critica sufficiente per giustificare investimenti fissi in Italia. Non è più una relazione opportunistica di export: è una scelta strategica di presidio del mercato. E il mercato di riferimento non è solo la comunità egiziana in Italia: è l’intero canale horeca e retail che acquista ortofrutta agli ortomercati milanesi.
La connessione tra i tre livelli è ciò che rende il fenomeno rilevante per la GDO e per la politica agroalimentare. La filiera si sta integrando verticalmente: produzione in Marocco o in Egitto, import strutturato attraverso operatori etnici o aziende con presenza diretta, distribuzione agli ortomercati all’ingrosso, vendita ai grossisti locali, rifornimento dei minimarket etnici nei quartieri urbani. I nodi della catena non sono tutti visibili né sempre formali, ma sono funzionalmente connessi. Il pomodoro marocchino che entra a Milano attraverso un grossista di origine nordafricana può finire tanto sugli scaffali di un supermercato quanto nel banco di un fruttivendolo egiziano a Roma.
Il contesto competitivo per la produzione italiana è nel frattempo peggiorato su un secondo fronte. I dazi al 15% in vigore da agosto 2025 sulle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti — conseguenza delle politiche commerciali dell’amministrazione americana — comprimono le possibilità di sfogo sui mercati extraeuropei. L’Italia ha perso tre posizioni nel ranking mondiale degli esportatori di ortofrutta in un decennio, scendendo dal sesto al nono posto. Il margine di manovra si riduce: meno mercati di sbocco all’estero, più concorrenza sul mercato interno.
La risposta che CIA Agricoltori e altri rappresentanti di categoria chiedono con insistenza è quella della reciprocità normativa: applicare agli importatori dai Paesi terzi gli stessi standard fitosanitari, ambientali e di sicurezza alimentare che l’UE impone ai produttori europei. Non è una richiesta protezionistica in senso stretto — non si chiede di limitare gli import, ma di condizionarli al rispetto delle stesse regole. È una posizione che ha guadagnato spazio nel dibattito europeo, ma che si scontra con gli accordi commerciali preferenziali che l’UE ha costruito con il Marocco e altri Paesi del Mediterraneo nell’ambito della politica di vicinato. Modificare quei trattati è un processo lungo e politicamente complicato.
Nel frattempo, il mercato si muove. I supermercati e i discount italiani acquistano ortofrutta nordafricana quando è più economica di quella italiana — e spesso lo è. I consumatori la comprano senza saperlo, perché l’etichetta riporta l’origine ma non il percorso della filiera. I grossisti la movimentano agli ortomercati senza che nessun sistema di tracciabilità efficace permetta di ricostruire la catena completa. E la produzione italiana del Sud, stretta tra i costi crescenti, i prezzi depressi e la concorrenza che avanza, continua a perdere superfici e operatori.
Il fenomeno non ha una risposta semplice. La filiera nordafricana risponde a logiche di mercato reali: produce a costi inferiori, in climi favorevoli, con una stagionalità complementare a quella italiana in alcuni comparti e concorrente in altri. Bloccarla per via tariffaria è politicamente difficile e commercialmente controproducente nel quadro degli accordi euromediterranei. Batterla sul prezzo è impossibile senza abbassare gli standard che definiscono la qualità italiana. La strada che rimane è quella della differenziazione — qualità certificata, tracciabilità, denominazioni, legame con il territorio — ma richiede investimenti, organizzazione e una filiera che in molte aree del Mezzogiorno non ha ancora la struttura per sostenerli. La “transizione violenta” che CIA ha evocato a Fruit Logistica 2026 non è una metafora: è la descrizione esatta di ciò che sta accadendo.
Tutto questo, però, descrive solo la filiera come si presenta oggi: import tradizionale, importatori etnici, integrazione verticale diretta. Nessuno dei tre livelli, da solo, dice cosa succede quando quella filiera matura per un’altra generazione. È qui che il presente incontra la sua proiezione più scomoda, quella che il professor Daniele Tirelli ha proposto in un intervento pubblicato oggi su LinkedIn: non un quarto livello della filiera, ma il suo esito finale — l’operatore che diventa insegna, e l’insegna che diventa un pezzo strutturale del retail locale.
Il professor Daniele Tirelli su LinkedIn ha scritto:
“Sapete di cosa parleremo tra 10-12 anni?
… Dei supermercati di ortofrutta e prodotti freschi di qualche imprenditore egiziano o marocchino che seguirà più o meno il percorso della famiglia Dremonas, arrivata con le pezze al c…o dalla Grecia e, oggi, proprietaria di 20 pdv a Chicago.
Loro hanno servito per primi i ceti più bassi (ma ancora “affamati”) di Windy Town e adesso attirano anche i Chicagoans, ancor più fighetti dei milanesi.
Origini anni ’70 — Jimmy Dremonas e i suoi fratelli immigrati dalla Grecia , avviano un piccolo banco di ortofrutta nel South Side di Chicago.
Primo negozio — Con i risparmi affittano un locale di 5.000 piedi quadrati su 87th & Stony Island, poi acquistato e chiamato “Pete’s” in onore del padre e del fratello maggiore.
Espansione nei quartieri popolari — Aprono piccoli punti vendita in zone Black e Latino, costruendosi una reputazione per qualità e freschezza.
Oggi, possiedono 20 supermercati, nei quartieri popolari e in altre parti di Metro-Chicago
Sintesi: non penso che i manager bocconiani (o anche dello IULM) saranno mai in grado di scendere nel “mondo diverso” dell’ortofrutta e della macelleria. Bisogna sporcarsi le mani e sacrificarsi tanto.
A me è bastato andare alle 4.00 del mattino all’Ortomercato di Milano e parlare con i commercianti e visitare il centro logistico di Grand Frais, a Lione, per capire che questa è tutt’altra roba rispetto alle fumisterie dei convegni di cui, anch’io, sono stato partecipe, decine e decine di volte”.



