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C’è una notevole  differenza tra la protesta aperta e il mugugno continuo. I francesi, quando si arrabbiano, sono più portati per la prima, noi più per il secondo. In rete i leoni da tastiera spesso invidiano il decisionismo e i toni fermi dei cugini d’oltralpe. Le loro manifestazioni plateali. Pochi però attendono i risultati concreti di quelle esternazioni anche violente che, il  più delle volte, lasciano il tempo che trovano. Al di là di questo è indubbio che in Francia esiste un malessere sociale molto più profondo e diffuso. Si sono create fratture sociali ormai difficilmente ricomponibili dove le differenze di reddito rappresentano solo la punta dell’iceberg.

Nella GDO francese sul piano economico e sociale assistiamo a due fenomeni che, prima o poi, arriveranno anche da noi, pur in altre forme. Da un lato lo scontro al calor bianco tra insegne leader e discount. La vicenda chiamata “tassa LIDL”, pur non clamorosa nelle sue conseguenze pratiche, segnala che la disputa  è aperta e che i leader radicati non vogliono concedere nulla alla crescita dei discount In terra francese. È un segnale che lo scontro si sposta anche su altri piani. L’obiettivo è cercare di  impedire o almeno di rallentare la convergenza tra IDM e discount. L’altro fenomeno è innescato dalla forte  protesta dei franchisee di Carrefour. Segnala che, spostare gran parte del rischio di impresa sul lavoro o su piccoli imprenditori ha un limite, raggiunto il quale, la corda rischia di  spezzarsi. Tante critiche contro la multinazionale francese, non solo in Italia, che pesano su un sistema essenziale e ormai irreversibile nella strategia del distributore.

Alla fine del 2023, il 72% dei negozi negli 8 paesi in cui opera il gruppo erano in franchising. Una cifra che sale al 97,2% per i negozi di prossimità nella Francia metropolitana, al 76,6% per i supermercati e al 35,9% per gli ipermercati. Inoltre, il franchising ha generato il 90% delle  aperture di negozi in Europa dal 2018 per Carrefour. “Dal 2018, la locazione-gestione ha dimostrato la sua capacità di ripristinare le prestazioni dei negozi fortemente in perdita”, sostiene il gruppo, affermando che nessun ipermercato Carrefour ha chiuso da quella data. “Continueremo nel 2025 il ritmo del passaggio in locazione-gestione di negozi che non riusciamo a ristabilire in una modalità di gestione interna”, aggiunge. Carrefour ha infatti moltiplicato negli ultimi anni il passaggio di negozi in franchising e leasing. I 39 negozi che potrebbero aggiungersi nel 2025 sono in linea con gli anni precedenti, dopo 37 negozi di cui 16 ipermercati nel 2024 (41 negozi di cui 16 ipermercati nel 2023, 43 negozi di cui 16 ipermercati nel 2022, 47 negozi di cui 10 ipermercati nel 2021). In totale dall’arrivo di Alexandre Bompard alla guida del gruppo, sono “344 negozi (95 ipermercati e 249 supermercati) che sono stati ceduti a acquirenti e più di 27.000 dipendenti che hanno lasciato il l’organico di Carrefour, secondo le stime della CFDT.

Oltralpe esistono due tipi di franchising: il franchising semplice e il leasing-gestione. Tuttavia, in entrambi i casi, il distributore esternalizza quasi tutti i suoi costi e guadagna sia prendendo un margine sulla merce venduta ai negozi, nonché ricevendo contributi e, per il leasing-gestione, un affitto per l’avviamento. Inoltre, il franchisee si rifornisce generalmente nella maggior parte dei casi presso la centrale di acquisto del distributore. Il passaggio dei negozi in franchising o in leasing consente anche a Carrefour di far uscire dai suoi conti i punti vendita fragili, ritrovando il margine di manovra per investire o per remunerare i suoi azionisti in dividendi e riacquisti di azioni. Per la CFDT, è in realtà un “piano di ristrutturazione mascherato” quello condotto da Carrefour.

Il modello però cresce e si afferma. Negli ultimi quattro anni sono stati creati 1.000 nuovi punti vendita con oltre 6.000 richieste di affiliazione ogni anno. “Ci ritroviamo clienti Carrefour invece che partner” denunciano gli affiliati più arrabbiati. Carrefour da parte sua ha minimizzato la rivolta. “Questa controversia riguarda una minoranza molto ampia di parti insoddisfatte (26 affiliati, ovvero l’1% del numero di negozi della rete) e ogni rete di franchising ha la sua quota di disaccordi e ricorsi”, ha spiegato alla rivista  Actu Nantes. Nei prossimi mesi dimostreremo la piena validità dei nostri contratti, nonché l’equilibrio del rapporto franchisor-franchisee presso Carrefour”, ha aggiunto il marchio. Il Tribunale di Commercio di Rennes però si è pronunciato contro Carrefour in merito agli aspetti procedurali della sua controversia con un’associazione di affiliati. L’Associazione Franchising Carrefour (AFC), che afferma di avere 350 membri, accusa il rivenditore di imporre contratti sbilanciati ai suoi affiliati e ha intentato una causa. Il tribunale si è dichiarato competente a pronunciarsi sulla controversia e ha dichiarato ammissibile il ricorso dell’AFC, contrariamente a quanto sostenuto da Carrefour. Il gruppo di distribuzione ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso. “Rimaniamo molto fiduciosi nel merito. Il dibattito sostanziale si svolgerà solo al termine del procedimento di ricorso”.  Nella sentenza, la Corte ha specificato che una prima udienza pubblica si terrà il 16 settembre, per organizzare la discussione nel merito (https://www.a-p-c-t.fr/dauvers/fichiers/?idfile=1550).

A questo andrebbe aggiunto che nei mesi scorsi L’Associazione dei Franchisee Carrefour ha messo a punto il “Progetto X”, il cui obiettivo era nientemeno che aggirare Carrefour per gli acquisti di marchi nazionali. Gli affiliati Carrefour vorrebbero diventare indipendenti nella fornitura dei loro punti vendita. “La mancanza di rispetto e di ascolto da parte di Carrefour nei confronti del collettivo AFC, che oggi rappresenta 260 punti vendita e oltre 700 milioni di euro di fatturato, ci ha obbligati, come nel caso della nostra convocazione, a riflettere e a tracciare la nostra rotta”, ha affermato l’associazione in un comunicato, confermando ciò che aveva scritto a marzo Challenges. “Non in opposizione a Carrefour, ma con l’unico obiettivo di garantire la sostenibilità delle nostre attività. Nella certezza di poter gestire  le nostre attività in modo sano e sereno, data l’urgenza di riequilibrare i nostri conti operativi a fronte della congiuntura economica, e per la quale il nostro franchisor non si preoccupa, o si preoccupa troppo poco”, aggiunge il comunicato stampa, ottenuto da La Tribune. Rivendicando “una partnership con un distributore per la fornitura di prodotti a marchio nazionale” , l’associazione prevede di ” trasferire 25 milioni di euro (di acquisti) di beni ” nel 2025, 70 nel 2026 e 200 nel 2027. Tutto ciò, ” nel rigoroso rispetto del quadro contrattuale “. Alcuni affiliati criticano da tempo il prezzo a cui Carrefour vende loro i prodotti venduti nei propri punti vendita. L’AFC sostiene che trasferire “dal 10 al 15% ” degli acquisti genererebbe diverse decine di migliaia di euro di margine lordo aggiuntivo per punto vendita.

La dirigenza di Carrefour ha assicurato all’AFP che “in linea di principio non c’è alcun problema” per un affiliato a rifornirsi altrove, purché vengano rispettati “gli impegni contrattuali sottoscritti da ciascun affiliato”. La stessa fonte sottolinea che Carrefour ” è impegnata da diversi mesi in un processo di riduzione dei prezzi che riguarda tutti i suoi formati senza incidere sui margini degli affiliati” e che la sua rete di franchising resta molto attraente. Oltre ad offrire qualche spunto interessante rispetto alle dinamiche di casa nostra resto convinto che una strategia aziendale complessa basata sul franchising come quella che ha intrapreso Carrefour a livello generale mal si sposa con le tesi di chi semplifica troppo l’epilogo  già scritto per l’Italia. Io aspetterei  a trarre conclusioni affrettate. 

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