Imporre regole uguali tra diseguali non ha mai funzionato. Da noi ci sono stati momenti in cui c’era chi invocava la deregulation nel commercio e chi chiedeva regole difensive. Le convenienze del più forte hanno sempre assegnato i ruoli in commedia. Difendere l’esistente, lo status quo, è tipico di chi pretende di non essere danneggiato dai cambiamenti — o di chi cerca di rallentarli.
A volte, però, le situazioni si rivoltano contro chi le ha propugnate. Il caso del lavoro domenicale e della liberalizzazione degli orari è paradigmatico: invocato dalla Grande Distribuzione come elemento di progresso e libertà, oggi trova gli svantaggiati di allora a difendere le aperture, e qualche grande insegna che non regge più il ritmo a invocare nuove regole del gioco.
In Belgio le regole a tutela dei piccoli hanno consentito per anni ai franchisee delle grandi insegne di godere di condizioni di miglior favore — sia per le aperture domenicali sia per la minore retribuzione dovuta agli addetti. La nuova legge sulla liberalizzazione totale delle aperture trova ora i franchisee delle grandi insegne contrari all’estensione di queste prerogative alle catene monomarca internazionali.
Da noi, tra GDO tradizionale e Discount vige una “pace armata”. Prima snobbati, poi imitati. Adesso, c’è chi si lamenta della loro eccessiva espansione, chi protesta cercando di contrastare i nuovi insediamenti e chi stigmatizza il loro agire nei confronti dei fornitori o dei dipendenti. Siamo ancora alle punture di spillo. Presto la tensione salirà di tono anche qui. Altrove se le suonano già oggi di santa ragione.
Un’altra contrapposizione esplicita oggi è esplosa in Gran Bretagna.
Poiché Aldi e Lidl sono classificati come “discount a assortimento limitato” anziché come “grandi catene di distribuzione alimentare”, possono impedire ai grandi concorrenti di aprire punti vendita nelle vicinanze. Tesco, Morrisons, Asda e Waitrose, al contrario, non possono farlo: sono classificati come grandi rivenditori di generi alimentari e soggetti alle relative restrizioni.
Questa asimmetria normativa potrebbe consentire ad Aldi e Lidl — rispettivamente quarta e sesta catena di supermercati per dimensione nel Regno Unito — di aumentare la propria quota di mercato a un ritmo più rapido rispetto ai concorrenti. È quanto ha scritto Sainsbury’s nella propria memoria all’Autorità garante della concorrenza e dei mercati (CMA).
Le norme in questione risalgono all’ordinanza sull’indagine sui terreni controllati del mercato alimentare, che vieta alle grandi catene di utilizzare clausole restrittive sulla proprietà per impedire ai concorrenti di aprire punti vendita su terreni vicini. Aldi e Lidl, non classificati come grandi rivenditori ai sensi del decreto, non sono tenute a rispettarle. Nel giugno 2023, peraltro, la stessa CMA aveva già concluso che Sainsbury’s avesse violato l’ordinanza 18 volte tra il 2011 e il 2019, e Asda 14 volte nello stesso periodo — definendo i patti restrittivi “illegali” e causa di “danni reali ai consumatori”.
Lo scontro
Morrisons, Sainsbury’s e Iceland hanno ora sollecitato la CMA a modificare le norme, sostenendo che la quota di mercato combinata di Aldi e Lidl è passata da meno del 3% — quando il regime fu creato — a circa il 20% oggi. Richard Walker, amministratore delegato di Iceland, aveva già avvertito lo scorso anno che le attuali norme sull’espansione territoriale sono “truccate” a favore dei due discount tedeschi.
Morrisons sostiene che le regole debbano essere modificate per garantire “parità di condizioni”, poiché Aldi e Lidl “non possono più essere descritti come operatori a basso prezzo”, visto che catene come Tesco e Sainsbury’s hanno negli ultimi anni allineato i propri prezzi a quelli dei discount.
Sainsbury’s, nella propria documentazione alla CMA, ha sottolineato l’esistenza di un “rischio serio” che la concorrenza risulti “meno efficace di quanto potrebbe essere”, denunciando una “capacità asimmetrica” di Aldi e Lidl di limitare l’ingresso e l’espansione dei concorrenti nei mercati locali. Ha inoltre contestato i dati forniti da Aldi sulla dimensione dei propri negozi: secondo Sainsbury’s, la superficie standard sarebbe più vicina ai 1.804 metri quadrati, ben al di sopra della soglia dei 1.000 mq che definisce un supermercato ai sensi delle normative vigenti.
La replica di Aldi
Aldi ha sostenuto che la propria classificazione debba rimanere invariata, insistendo sul fatto che i prezzi più bassi sono possibili solo grazie alla gamma limitata di prodotti e al modello operativo semplificato. Nella propria memoria alla CMA, l’azienda ha dichiarato di non gestire servizi di e-commerce, click and collect o consegna a domicilio, e di non offrire banchi di macelleria o pescheria, farmacie, bar, né di vendere tabacchi o giornali. La superficie di vendita netta standard dei propri negozi, ha precisato, è di circa 1.230 metri quadrati.
I numeri in campo
I risultati parlano chiaro. Lidl GB ha registrato un aumento dei ricavi del 7,9%, raggiungendo 11,7 miliardi di sterline, con 38 milioni di visite aggiuntive rispetto all’anno precedente. Nelle 12 settimane fino al 5 ottobre 2025, le vendite sono cresciute del 10,8% su base annua, con una quota di mercato dell’8,2% nel settore alimentare. Aldi punta a 1.500 negozi nel Regno Unito, Lidl a 40 nuove aperture all’anno. Il canale discount in Europa prevede una crescita media annua delle vendite in valore del 5,2% tra il 2024 e il 2029.
Il meccanismo del “test di concorrenza”
Al centro della controversia c’è anche il cosiddetto “test di concorrenza”, definito nell’Allegato 4 dell’ordinanza. Il test prevede un’analisi dell’area circostante l’immobile tramite una mappa isocrona — ovvero la zona raggiungibile in auto entro 10 minuti. Se nell’area sono presenti tre o meno punti vendita di generi alimentari, o se il punto vendita in questione realizza più del 60% delle vendite alimentari locali, il test non viene superato. Il perimetro include anche i negozi associati: un punto vendita con un “Simply Food” di M&S nelle vicinanze, ad esempio, deve conteggiare anche le vendite di quest’ultimo.
Conclusione
La CMA annuncerà una decisione provvisoria sulla controversia a luglio. L’esito potrebbe ridisegnare le regole dell’espansione nel mercato britannico — e rappresenta un caso da seguire con attenzione anche al di fuori del Regno Unito. La storia si ripete: chi ha beneficiato di un vantaggio normativo raramente lo cede senza resistenza. E chi lo subisce, prima o poi, chiede di cambiare le regole del gioco.



