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Almeno fino ad oggi, per la GDO, una garanzia di successo è sempre stata data dalla posizione del punto vendita. La sintesi: “location, location, location”, spiega più di altre teorie che centrare o sbagliare posizione segna il destino di un punto vendita e, se ripetuto nel tempo, il destino dei decisori aziendali. Il lento ma continuo incremento dei punti vendita, pur di diverso formato a parità di popolazione, la modificazione dei consumi indotta dal contesto economico e sociale, spingono le diverse insegne a riflettere su come impostare il loro sviluppo futuro. Lo spopolamento di interi territori e, dall’altro lato, la chiusura di molte piccole attività economiche nelle città spinge i protagonisti al confronto sulle soluzioni possibili. Confcommercio parla di lotta alla desertificazione commerciale, valorizzazione dei negozi di prossimità, semplificazione e dialogo con le amministrazioni cittadine.

Marco Barbieri, segretario generale della Confederazione ha recentemente sottolineato: “Il commercio di prossimità non è solo un tema economico, è una questione urbana e sociale. Quando un negozio chiude, un pezzo di città si spegne. Meno servizi, meno presidio, meno lavoro. Come Confcommercio, con il progetto Cities e in collaborazione con Anci, stiamo lavorando per contrastare la desertificazione commerciale e promuovere un modello di rigenerazione urbana sostenibile. Lo facciamo con strumenti concreti: digitalizzazione, supporto all’innovazione, tutela della concorrenza leale. Servono, naturalmente, politiche fiscali più eque, accesso al credito più facile e meno costoso e sostegni mirati per affrontare la transizione economica”.

In Trentino si è ribaltata la logica per tutelare chi resta nei borghi in spopolamento dando vita e finanziando i cosiddetti punti vendita multiservizi e SIEG (Servizi di Interesse Economico Generale). Sono piccoli negozi in aree rurali che offrono generi alimentari e servizi essenziali come consegna farmaci e prenotazioni sanitarie, supportati dalla Provincia Autonoma di Trento tramite le Famiglie Cooperative. In tutta la provincia ce ne sono circa 150. Venti lo sono diventati quest’anno e sono in aumento. Prosegue così il cammino avviato dalla Federazione Trentina della Cooperazione insieme alla Provincia autonoma di Trento per riconoscere la funzione sociale dei negozi di montagna. Percorso che ha ottenuto il benestare anche della Commissione europea e che consentirà di offrire attività utili per la comunità, da quelli anagrafici a quelli sanitari, dai pagamenti all’accesso tecnologico.

I Sieg diventano così un presidio e uno strumento per l’erogazione di servizi di qualità decentrati sul territorio in zone trascurate dal mercato rispondendo a necessità economiche e, al tempo stesso, diventando elemento di aggregazione sociale. Dei multiservizi, ma più evoluti. E le risorse a disposizione, provenienti sia dalla Provincia che da Bruxelles, sono in aumento. Ovviamente i punti vendita multiservizi devono sottostare ad alcuni requisiti, individuati dalla Provincia e dalla Cooperazione trentina, come essere situati a un’altitudine di almeno 500 metri e distanti almeno 3 chilometri da punti vendita analoghi e operare in località con almeno 100 abitanti. Ma soprattutto, devono svolgere almeno quattro attività di interesse collettivo, di cui due in convenzione con il Comune, come assistenza prenotazione visite mediche, stampa di referti medici, recapito farmaci, raccolta della corrispondenza poi recapitata alle poste, servizio bancomat.

Dal punto di vista economico, la logica che giustifica i contributi a tali imprese, riconosciuta dalla Direzione Generale della Concorrenza della Ue, è il «fallimento di mercato», ovvero il riconoscimento che fattori esterni come l’isolamento e il ridotto bacino di utenza minano alla base il bilancio a prescindere dalle normali dinamiche concorrenziali. I progetti promossi dal governo francese, le proposte  di Confcommercio o quelli in corso in Trentino dimostrano che senza una visione complessiva del fenomeno e senza interventi economici o fiscali il dato finale è l’abbandono di quelle realtà che non garantiscono la tenuta economica del punto vendita. Se passiamo alla GDO, in Italia si contando grosso modo tremila punti vendita che se la valutazione fosse limitata al  loro conto economico  sarebbero già da chiudere. Con una media di 10/15 addetti per punto vendita, i conti, sul piano delle conseguenze,  sono presto fatti. 

La sindaca di Genova Silvia Salis, in una recente intervista al Sole 24 ore, ha pensato di aggirare il problema: “Una catena che si espande in città e crea un cambio di flusso commerciale, deve anche mettersi una mano sulla coscienza e dire, ad esempio: apriamo un punto vendita nell’area più abbandonata, collinare e difficile da servire. Un punto vendita sul quale probabilmente la catena non farà profitto, perché guadagna già su altri, però è un servizio per la città. Credo debba esserci anche questa idea di restituzione”. A parte la visione economica “città centrica” della sindaca che sembra non considerare il conto economico complessivo dell’insegna ma lo riduce ad un equilibrio  locale, l’idea di una sorta di  “restituzione” alla comunità finora non è mai stata intesa in GDO in termini così diretti.

La GDO restituisce in termini di miglioramento della circolazione stradale, di contropartite urbanistiche, di rispetto dell’ambiente, di benefici ad altre attività di quartiere (educative o sportive). Oppure partecipando ad iniziative benefiche. Salis, e qui sta l’interesse a valutarne la sortita, propone di riscrivere in altro modo un “patto” con la città. Un patto che guarda al futuro e tiene conto del rischio di desertificazione delle periferie, di necessarie risposte al disagio sociale, di ridisegno di una città più umana e inclusiva. Un patto che potrebbe addirittura  trovare risposte positive se il confronto, più che rivolto ad un insegna che non ha interesse a caricarsi di costi impossibili si allargasse a più insegne diverse (ad esempio un supermercato e un discount) interessate ad approfondire il potenziale delle location e alle agevolazioni (affitto, fisco, tasse comunali, ecc.) che potrebbero essere messe sul tavolo.

Un patto di reciproco interesse tra insegne concorrenti ciascuna potenzialmente interessata al lavoro di scouting degli espansionisti altrui. I recenti passaggi tra Coop ed Eurospin, tra Carrefour e LIDL e molte altre dimostrano che si può fare. So benissimo che è difficile. Oggi si cede un punto vendita, domani una presenza in una zona  da reinterpretare.   E questo consentirebbe un passo in avanti significativo in tutte le città dove, anziché affrontare singole aperture o chiusure di punti vendita e critiche sulle cause della desertificazione,  il confronto potrebbe spostarsi sul ruolo della GDO nello sviluppo delle città. 

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