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Al di là delle dichiarazioni ufficiali, la partecipazione al secondo sciopero indetto da Uiltucs UIL, Fisascat CISL e Filcams CGIL alla LIDL,  è stato ancora meno significativa  del precedente che aveva visto una partecipazione complessivamente intorno al 10/15%. Le ragioni sono evidenti. LIDL ha un forte consenso interno prodotto anche dalla crescita continua,  non è un’azienda che rifiuta il confronto con il sindacato in un comparto dove c’è un po’ di tutto. Ci sono insegne  che rispettano i loro collaboratori e altre a cui interessano meno di zero. Aziende che applicano i CCNL e altre che interpretano liberamente il rapporto di lavoro attraverso i cosiddetti contratti pirata. Realtà grandi  come gli ipermercati situati nelle periferie delle grandi città con problematiche specifiche, supermercati di paese, punti vendita di via e discount ciascuno con il suo profilo etico-sociale.

Nei recenti rinnovi dei CCNL, la decisione di LIDL, e di altre insegne di uscire da Federdistribuzione e applicare il CCNL di Confcommercio per sbloccare l’impasse nel quale si era infilata l’associazione di categoria è  stata determinante e ha consentito una rapida chiusura di tutti i “tavoli” aperti. E questo non può non avere un peso significativo nell’interlocuzione  con il sindacato. Ci sono poi momenti nei quali le realtà più importanti in termini di numero di collaboratori  devono assumersi un ruolo di indirizzo politico organizzativo complessivo maggiore rispetto ad altre. La dimensione aziendale ormai raggiunta dalla multinazionale tedesca le assegna una responsabilità sociale decisamente più importante sia, in alcuni momenti, nel favorire il dialogo con le OOSS, sia, in altri, nel tenere il punto quando le richieste sindacali di modifica rischiano di creare precedenti che alterano l’equilibrio dei costi tra insegne concorrenti sullo stesso formato distributivo. In questi casi è il CCNL e non la contrattazione aziendale che deve individuare risposte condivise. 

Il caso LIDL è paradigmatico. È l’unica realtà del settore discount – e una delle poche nella GDO italiana – ad essersi dotata volontariamente di un Contratto Integrativo Aziendale. In un contesto generale e specifico del formato discount dove orari, flessibilità,  impegno richiesto e riconoscimenti sfuggono  al controllo sindacale, Lidl Italia, ad esempio,  retribuisce il lavoro al minuto (non al quarto d’ora) e prevede importi di superminimo in busta paga superiori a quelli del settore, oltre a riconoscere una maggiorazione domenicale del 135%, rispetto a quella prevista dal CCNL che è pari al 30%. E, ovviamente, ben  al di là di chi ritiene festivi e domeniche giornate ordinarie senza riconoscere alcuna maggiorazione. Aggiungo che LIDL ha messo a terra uno dei più interessanti progetti di apprendistato duale, sul modello tedesco, che coinvolge centinaia di giovani in tutto il Paese retribuito fin dal primo giorno di ingaggio. In aggiunta, eroga decine di migliaia di ore di formazione interna, ha programmi di crescita professionale interni, nazionale e internazionale, che premiano disponibilità e impegno.

È evidente che, sul piano organizzativo e del lavoro resta un discount, con tutte le problematiche tipiche di realtà che non hanno alcuna attinenza con modelli organizzativi e di inquadramento concepiti e definiti in CCNL datati e modellati su altri formati molto prima della loro espansione. Per questo il tema  organizzativo andrebbe affrontato con ben altro atteggiamento e visione in quella sede. Un discount, non solo LIDL, non è un ipermercato un po’ più piccolo. Non c’è solo una differenza sul piano della proposta commerciale. Non esistono reparti. L’organizzazione del lavoro, la mobilità interna, la gestione degli orari hanno caratteristiche specifiche che vanno considerate.

Già lo sciopero del 24 maggio aveva coinvolto una minoranza sia di addetti che di punti vendita. È, nonostante l’insuccesso dell’iniziativa l’azienda, anziché attendere che la protesta si sgonfiasse da sola ha confermato l’impegno agli incontri che si sono regolarmente tenuti dove ha ribadito un pacchetto di misure significativamente migliorativo per uno sforzo economico complessivo pari a 20 milioni di euro aggiuntivi, corrispondente ad un aumento superiore al 50% rispetto al contratto in essere. In aggiunta, parallelamente alla proposta economica, si sono impegnati per proseguire sulla strada già intrapresa di istituire le 25 ore settimanali come monte ore minimo contrattuale, rispetto alle 18/20 ore previste dal CCNL di settore e di prevedere il passaggio da 5° a 4° livello per i collaboratori impiegati nei centri logistici ed, infine, la disponibilità ad introdurre una sperimentazione per migliorare la pianificazione degli orari settimanali e delle domeniche. Cose “lunari” altrove.

Quest’ultimo  sciopero, pur proclamato di venerdì, ha registrato anch’esso una modesta partecipazione. Sintomo questo che la stragrande maggioranza degli oltre 23.000 addetti che lavorano nei 750 punti vendita e nei 12 centri logistici hanno colto l’impegno e la disponibilità dell’azienda in questo contesto particolare. Anche le richieste  economiche, in un contesto dove, non solo LIDL vede tutte le aziende impegnate sul fronte del contenimento del costo della spesa per i consumatori non può non tenere conto delle opportunità  defiscalizzate che offrono i buoni spesa a cui stanno ricorrendo numerose insegne della GDO. Alcune unilateralmente altre concordandole con i sindacati.

Un altro dato su cui invito a riflettere è che, mentre sono chiare le proposte presentate dall’azienda al tavolo negoziale pur respinte dai sindacati, non sono altrettanto chiare le loro richieste. O meglio gli attuali  punti di caduta delle richieste contenute nella piattaforma presentata ormai oltre due anni fa. Leggo che “per le segreterie nazionali resta aperta la disponibilità al dialogo, ma nessun passo indietro verrà fatto sulle richieste che arrivano da chi lavora”. Sarebbe interessante conoscerle e soprattutto comprenderne la loro praticabilità in questo contesto. 

L’azienda prima, durante e dopo lo sciopero ha ribadito: “Restiamo convinti della validità della nostra proposta, costruita in base al fondamentale criterio della sostenibilità economica di lungo periodo, e auspichiamo che le organizzazioni sindacali ne comprendano a fondo il valore.” Ai sindacati quindi la scelta. Non resta che attendere i prossimi passi. 

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