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La frase più commentata di quella giornata romana non è uscita da una tabella. È arrivata da Mauro Lusetti, vicepresidente di Confcommercio con delega al CCNL e presidente di Conad, che dal palco della presentazione del primo Rapporto sul commercio ha detto: “La concorrenza non può essere tra associazioni. La concorrenza vera è sul mercato”. Nessun nome esplicito, ma l’apertura a un confronto con le altre organizzazioni che rappresentano la distribuzione era fin troppo chiara per non essere raccolta. E infatti a stretto giro di posta è arrivata la replica di Carlo Alberto Buttarelli, presidente di Federdistribuzione, in un’intervista a Cristina Lazzati su Mark Up: “convergenza sì, confluenza no”. Il confronto è una cosa, ha precisato, la confluenza è un’altra — collaborare sui contenuti non significa tornare sotto lo stesso tetto associativo.

Ne ho già scritto altrove, perché quella battuta e quella replica raccontano da sole molto del modo in cui la rappresentanza del commercio italiano cerca di riposizionarsi in vista del rinnovo contrattuale del 2027. Ma proprio perché la frase di Lusetti ha calamitato l’attenzione — titoli, rilanci, il seguito dell’intervista a Buttarelli — rischia di aver messo in secondo piano il motivo per cui quella frase è stata pronunciata proprio quel giorno, dentro quella cornice. Il primo Rapporto Confcommercio sul commercio in Italia, costruito dall’Ufficio Studi diretto da Mariano Bella insieme all’Istituto Guglielmo Tagliacarne e presentato a Roma lo scorso 20 luglio, non è un contorno alla vicenda associativa. Ne è, semmai, la causa profonda: la ragione materiale per cui a Lusetti è parso necessario cambiare registro con le altre rappresentanze, proprio adesso.

Vale la pena quindi tornare al Rapporto stesso (leggi qui), non per ridimensionare lo scambio Lusetti-Buttarelli ma per capirlo meglio. È il primo lavoro di questo tipo — sette anni di serie storiche, 2018-2025, elaborate con un istituto terzo come il Tagliacarne — e restituisce un commercio italiano che cambia pelle più rapidamente di quanto la cronaca sulla desertificazione commerciale lasci intendere. Tra il 2018 e il 2025 i punti vendita al dettaglio sono scesi da 666.479 a 570.313, -14,4%, quasi centomila negozi in meno, con il colpo più duro sul commercio ambulante (-27,3%) e sui piccoli esercizi alimentari di vicinato. È il dato che ha fatto notizia. Ma nello stesso periodo il fatturato complessivo del settore è cresciuto del 25,7%, quello per addetto del 27,9%, e l’occupazione è calata appena dell’1,8% — il numero medio di lavoratori per punto vendita è salito di circa il 15%. Non è un commercio che si sgretola. È un commercio che si seleziona: chiude il piccolo indipendente, restano e crescono le imprese più strutturate.

La riprova arriva da un terzo dato, quello sulla forma giuridica delle imprese: le società di capitali, che nel 2012 erano il 9% del totale, salgono al 12,2% già nel 2018 e arrivano al 17,4% nel 2025 — quasi raddoppiate in tredici anni. Tre numeri, tre angolazioni della stessa trasformazione: meno punti vendita, occupazione che tiene, capitale che si struttura. È esattamente questo scenario — un settore che si concentra e si irrobustisce, ma lo fa perdendo pezzi della sua articolazione tradizionale — a spiegare perché il tema della rappresentanza sia tornato improvvisamente urgente. Se il commercio che Confcommercio e Federdistribuzione rappresentano sta convergendo su modelli d’impresa sempre più simili — grande distribuzione organizzata, reti in affiliazione, società di capitali strutturate — ha meno senso che le due sigle continuino a misurarsi sul perimetro anziché sul merito.

Ed è qui che il tempismo di Lusetti smette di essere un dettaglio di colore. Sia il CCNL Terziario, distribuzione e servizi di Confcommercio sia il CCNL della Distribuzione moderna organizzata di Federdistribuzione scadono il 31 marzo 2027: la stessa data, per la prima volta in memoria recente. La nuova stagione contrattuale riporterà inevitabilmente al centro la domanda sulla rappresentatività — e i numeri del Rapporto, con la loro fotografia di un settore sempre più concentrato attorno a operatori strutturati, rendono quella domanda più difficile da eludere per entrambe le parti.

Buttarelli, dal canto suo, non ha chiuso la porta: ha ricordato il lavoro comune già fatto sui buoni pasto, un dossier sul quale le associazioni si sono presentate unite alle istituzioni ottenendo un risultato concreto, e ha indicato altri terreni possibili — il riconoscimento del peso energivoro della filiera del freddo, le misure a sostegno dei consumi delle famiglie. Ma la distinzione tra confronto e confluenza che ha opposto a Lusetti non è solo lessicale: Federdistribuzione ha scelto un percorso autonomo da Confcommercio nel 2011, e Buttarelli è stato chiaro nel dire che collaborare su singoli dossier non significa rimettere in discussione quella scelta, né tantomeno uniformare interessi che restano distinti — quelli di un’impresa familiare non sono quelli di un gruppo con centinaia di punti vendita e migliaia di dipendenti, ha precisato, anche se entrambi rientrano nel “pluralismo distributivo” che Confcommercio rivendica come categoria.

È proprio su questo crinale che lo scambio Lusetti-Buttarelli merita di essere riletto insieme ai dati del Rapporto, più che accanto ad essi. Il rischio implicito nella formula “convergenza sì, confluenza no” è che la collaborazione tra le rappresentanze si concentri sui dossier a basso attrito — comunicazione istituzionale, riconoscimento del peso economico del settore, pressione sui costi energetici — lasciando fuori proprio il terreno dove il Rapporto mostra che la trasformazione è più profonda: il lavoro. Se davvero, come raccontano i numeri, il commercio italiano si sta riallocando verso operatori più strutturati assorbendo occupazione dal piccolo esercizio che chiude, la domanda che il rinnovo del 2027 dovrà affrontare non è solo quanti tavoli servano, ma se due contratti collettivi paralleli — Terziario da un lato, Dmo dall’altro — possano continuare a normare in modo distinto un settore che i dati del Rapporto descrivono ormai come un unico processo di concentrazione. Ed è su questo che andrebbe concentrata la riflessione. Il CCNL è già di fatto, uno. Ed è quello della Confederazione di Piazza Belli. Gli altri sono semplici fotocopie. Il paradosso è che Federdistribuzione è sempre stata decisiva nei contenuti quando partecipava in prima persona  a quel rinnovo. Andando in solitaria ne subisce i contenuti perché le insegne, al netto delle dichiarazioni formali,  sceglieranno sempre il più conveniente economicamente. Quindi il tema non è “convergenza e non confluenza” in astratto ma come arrivare ad un rinnovo vero di CCNL e non a subirne i contenuti per poterne  agitare la copertina. Per questo motivo sul senso da assegnare al termine “convergenza” ci sarà da discutere. Federdistribuzione ha le sue puntute esigenze da tutelare ma non credo che Confcommercio si presenti all’appuntamento con lo spirito dei donatori di sangue dell’Avis. Ma ritorniamo in tema. Il Rapporto aggiunge altri due elementi che, nella cronaca dominata dallo scambio associativo, sono passati quasi inosservati, ma che rafforzano la stessa lettura. Il primo è la quantificazione — inedita per precisione — del danno da illegalità nel commercio: oltre 41 miliardi di euro nel 2025, con più di 284mila posti di lavoro regolari a rischio per contraffazione e abusivismo. È un dato che Confcommercio userà probabilmente come ulteriore argomento a favore del dialogo tra rappresentanze: la concorrenza sleale, a differenza di quella tra insegne, non ha bisogno di essere gestita da un’unica sigla per essere combattuta insieme. Il secondo è il quadro territoriale, che complica la lettura lineare della concentrazione: il Mezzogiorno mantiene una densità commerciale superiore al Centro-Nord, non per vitalità del settore ma — secondo la stessa interpretazione del Rapporto — per minori opportunità di lavoro dipendente e maggiore diffusione dell’autoimprenditorialità di necessità. Un ritardo nei processi di razionalizzazione già avvenuti altrove, più che un modello alternativo destinato a durare.

Buttarelli lo ammette indirettamente quando distingue tra obiettivi condivisi — contrastare i contratti pirata, tutelare il salario, garantire condizioni corrette — e la richiesta, che respinge, di ridurre la rappresentanza a pochi soggetti allineati. È una posizione comprensibile dal punto di vista di chi difende un’identità costruita in quindici anni. Ma lascia aperta esattamente la domanda che il Rapporto Confcommercio, con la sua fotografia di un settore sempre più concentrato, rende ogni giorno più urgente: la convergenza sui contenuti, se non tocca il perimetro contrattuale, riuscirà a soddisfare le esigenze di produttività delle imprese e contemporaneamente incidere sulle condizioni reali di chi lavora in un commercio che cambia forma più velocemente di quanto cambino le rappresentanze che dovrebbero tutelarlo? O resterà, come il lessico stesso di Buttarelli lascia intendere, un confronto che si ferma un passo prima della sostanza?

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