Il 19 giugno 2026 Aldi ha aperto il suo primo negozio nel cuore di Manhattan — un piano interrato sotto un grattacielo di lusso, The Ellery, a pochi passi da Times Square, uno degli affitti commerciali più cari del pianeta. È il ventiseiesimo punto vendita della catena tedesca a New York, tappa di un piano che punta a 3.200 negozi negli Stati Uniti entro il 2028: la prova più netta che il modello del discount privato, quello costruito su margini sottilissimi e efficienza operativa, ritiene oggi conveniente competere persino nell’immobiliare più caro del mondo, pur di intercettare il newyorkese che vuole spendere meno per la spesa settimanale. Poco più di un mese dopo, il 27 luglio, a poche miglia di distanza, il sindaco di New York Zohran Mamdani ha risposto alla stessa domanda — come rendere la spesa più economica in una città dove il costo della vita schiaccia sempre più famiglie — con una soluzione agli antipodi: non un discount privato che scommette sulla propria efficienza, ma un discount pubblico che scommette sulla leva fiscale. Nella conferenza stampa che ha lanciato il progetto, dentro uno dei futuri punti vendita comunali a Brooklyn, Mamdani ha costruito l’annuncio attorno a un solo numero, ripetuto con evidente calcolo retorico: trenta. “Dal 2019 i prezzi alimentari nei supermercati di tutto il paese sono saliti di circa il 30%”, ha detto, prima di annunciare che i cinque negozi comunali della città applicheranno uno sconto del 30% su un paniere base di generi alimentari — frutta, verdura, latticini, pane, alcuni tipi di carne e pesce, una ventina di referenze in tutto. Non è un dettaglio comunicativo casuale: è la promessa di restituire, cifra per cifra, esattamente quello che l’inflazione ha tolto — un modo di presentare l’intervento come riparazione aritmetica più che come scelta ideologica.
Il meccanismo, spogliato della retorica, è più semplice di quanto la polemica politica che ha già acceso lasci intendere. La città apre cinque supermercati, uno per ciascuno dei cinque borough, su terreni e immobili di proprietà comunale; li affida in gestione a operatori privati selezionati tramite bando pubblico, lanciato lo stesso 27 luglio; e finanzia lo sconto del 30% attraverso due leve — l’esenzione da affitto e tasse sulla proprietà, di cui i negozi comunali godono per la stessa ragione per cui non le pagano una biblioteca o un tribunale, e un sussidio operativo diretto stanziato dal bilancio cittadino. Il consiglio comunale ha già approvato 70 milioni di dollari di fondi in conto capitale per la costruzione dei negozi; i fondi operativi restano ancora da definire. Il primo negozio, contro le aspettative iniziali, non sarà probabilmente quello annunciato per primo: La Marqueta, a East Harlem, resta il sito originario del progetto, ma il Comune ha da poco individuato un secondo sito — The Peninsula, a Hunts Point nel Bronx, dentro un progetto urbanistico più ampio che include anche alloggi a prezzi calmierati — che sembra destinato ad aprire prima, entro il 2027.
Vale la pena guardare da vicino perché la matematica dello sconto non torni con la semplice retorica della “rinuncia al profitto”. I supermercati americani operano oggi con margini netti fra l’1% e il 4% sulle vendite — non c’è spazio, in quell’intervallo, per assorbire uno sconto del 30% semplicemente rinunciando al guadagno. Il think tank libertario Cato Institute lo dice con una franchezza che vale la pena riportare: il piano di Mamdani, spogliato della narrazione, è “più che altro un sussidio”, e lo stesso documento del Comune lo ammette esplicitamente, promettendo di “offrire sussidi che abbasseranno i prezzi alimentari” perché “sostenere questi prezzi più bassi richiederà un investimento pubblico mirato”. Non è un dettaglio nascosto: è scritto nel piano stesso, semplicemente non è la parte che finisce nei titoli.
C’è un parallelo che vale la pena tracciare con quanto abbiamo già raccontato a proposito di Colruyt e IKEA in Belgio, perché il meccanismo economico di fondo è identico, anche se l’applicazione è agli antipodi. Colruyt ha potuto organizzare una rave nel proprio reparto frigo di Leuven senza rischio economico reale perché lo ha fatto in un negozio già condannato alla chiusura per ristrutturazione: uno spazio il cui costo-opportunità, in quelle ore precise, era prossimo allo zero. I supermercati comunali di Mamdani sfruttano esattamente la stessa logica di costo marginale azzerato — un immobile pubblico che non genera affitto né gettito fiscale per definizione, quindi “gratis” dal punto di vista del bilancio dell’operazione specifica — ma la differenza è tutta nella durata e nella scala. Il vantaggio di Colruyt era temporaneo, autofinanziato da un budget di marketing, e limitato a un singolo weekend in un singolo negozio già destinato all’inattività. Il vantaggio dei supermercati di Mamdani è strutturale e permanente: quell’affitto e quelle tasse che il Comune non incassa sono un costo reale, spostato semplicemente da una voce di bilancio a un’altra — dal conto economico del singolo negozio al bilancio complessivo della città, dove diventa invisibile ma non smette di esistere. Lo spazio a costo zero, in altre parole, non è mai davvero a costo zero: qualcuno lo paga sempre, cambia solo la contabilità in cui il costo viene registrato.
Il dibattito che il piano ha acceso, negli Stati Uniti, si combatte esattamente su questo punto — se lo spostamento contabile sia una forma legittima di redistribuzione o un modo di nascondere il costo reale dietro un’etichetta di esenzione fiscale — ma lo fa con argomenti concreti più che con slogan ideologici. Sul fronte critico, i piccoli commercianti indipendenti temono la concorrenza diretta: Radhames Rodriguez, presidente della United Bodegas of America e titolare di quattro bodega nel Bronx, ha dichiarato apertamente che i suoi negozi “non potranno competere” con punti vendita esentati da affitto e tasse. John Catsimatidis, proprietario delle catene Gristedes e D’Agostino’s — la più grande rete indipendente della città — guida l’opposizione commerciale, e ha trovato una sponda politica sorprendente: la governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul, democratica come Mamdani, ha dichiarato pubblicamente di “favorire la libera impresa” durante una colazione con imprenditori ospitata proprio da Catsimatidis — segno che la frattura corre dentro lo stesso campo politico, non lungo la linea di partito. Sul fronte favorevole, la city economic development corporation stima un risparmio fino a mille dollari l’anno per famiglia, e inquadra l’intervento come risposta mirata a quartieri dove, secondo i dati dell’amministrazione, oltre il 40% delle famiglie fatica ad arrivare a fine mese — a Hunts Point la quota sale al 77%.
I precedenti citati da entrambe le parti, significativamente, non sono europei ma americani — un dettaglio che segnala quanto il modello sia sperimentale anche rispetto alla propria tradizione politica nazionale, prima ancora che rispetto a quella europea. Chi si oppone cita Kansas City, dove un negozio di alimentari gestito dal Comune ha chiuso dopo anni di perdite — diciotto milioni di dollari spesi per tenerlo aperto, fra taccheggio cronico e scaffali vuoti. Chi sostiene il piano cita invece Atlanta, descritta nella stampa di settore come un “primo successo” dello stesso modello di supermercato gestito dalla città. In Europa, per confronto, non esiste un vero precedente comparabile: la proposta spagnola di una catena pubblica “Precios Justos”, lanciata nel 2023 da Podemos esplicitamente contro “l’oligopolio guidato da Juan Roig” di Mercadona, è rimasta sulla carta; il “Carrello tricolore” italiano, l’accordo anti-inflazione negoziato dal governo con le insegne private nel 2023, non prevede alcuna proprietà pubblica dei punti vendita, solo sconti concordati volontariamente da Esselunga, Conad, Carrefour e gli altri operatori esistenti. New York, in questo senso, non sta replicando un modello già collaudato altrove: lo sta inventando da zero, con l’unico laboratorio di riferimento — favorevole o contrario a seconda di chi lo cita — dentro i propri stessi confini nazionali.
Resta una domanda aperta, ed è quella su cui vale la pena chiudere. Il dibattito pubblico si è polarizzato quasi interamente sulla legittimità del sussidio — se sia giusto o meno che il contribuente paghi, indirettamente, lo sconto sulla spesa di chi ne ha più bisogno. Ma è una domanda che, in fondo, ogni forma di welfare pone allo stesso modo, e che la retorica del “sussidio mascherato” non risolve né a favore né contro il progetto, perché lo stesso identico argomento varrebbe per un asilo comunale o una biblioteca pubblica. La domanda più interessante, forse, è quella che il precedente di Kansas City solleva e che nessuno dei due schieramenti sembra voler affrontare fino in fondo: non se sia legittimo sussidiare il prezzo del cibo, ma se un’amministrazione comunale possieda davvero, al di là delle intenzioni, la capacità operativa di gestire — o di far gestire a un operatore privato sotto il proprio controllo — un’attività a margini strutturalmente sottili come un supermercato, dove il taccheggio, lo spreco alimentare e la rottura di stock non sono dettagli marginali ma la differenza fra un esperimento che regge e uno che, come a Kansas City, finisce per costare più di quanto avesse mai promesso di risparmiare.



