È chiaro che non poteva esserci solo un “affaire du cœur” sulle sponde del lago di Lemano. Alla Nestlé ben altri problemi incombevano. Forse qualcuno se l’è presa proprio perché dopo 40 anni di onorato servizio, il CEO Freixe non pareva essere troppo concentrato sul business. Come finirà, lo stabiliranno stuoli di avvocati. In ballo c’è, credo, una liquidazione milionaria. Nestlé è senza dubbio un’azienda “Paese”. In Svizzera lo è ancora di più. “Nestlé è un simbolo, un’icona elvetica. Questo spiega in parte lo shock”, ha affermato Arturo Bris, direttore dell’IMD World Competitiveness Centre. “La società svizzera è sempre stata molto conservatrice su questo genere di cose. Non ostentiamo la nostra ricchezza con le Ferrari e, allo stesso modo, questa riservatezza si estende alle relazioni personali”.
Questo spiega, soprattutto, come l’intreccio tra le questioni che hanno coinvolto l’ex AD Laurent Freixe e l’insoddisfazione per l’andamento aziendale abbiano scosso un conglomerato con 159 anni di storia, oltre un quarto di milione di persone impiegate e stabilimenti in 75 paesi, pioniera del latte in polvere per l’infanzia e del cioccolato al latte, prima di crescere fino a diventare la più grande azienda alimentare e di bevande al mondo. Oggi il suo portafoglio comprende oltre 2000 marchi che spaziano dalle barrette di cioccolato kit cat, ai dati da brodo Maggi e al cibo per animali Purina. Essendo una delle maggiori società della borsa svizzera con una capitalizzazione di mercato superiore a quella della più grande banca del paese UBS Nestlé è da tempo considerato un’istituzione in patria.
Già prima dello scandalo estivo gli investitori, frustrati per un periodo di risultati deludenti, si erano posti domande sulla governance di Nestlé sostenendo che una cultura aziendale accomodante, che privilegia il consenso al controllo, abbia portato a mandati troppo lunghi del Cda e a un certo grado di inerzia rispetto a concorrenti globali nel settore dei beni di consumo come Unilever o Kraft Heinz che stanno adottando misure più radicali per concentrarsi sui marchi principali e migliorare i rendimenti.
Il prezzo delle azioni di Nestlé è crollato dai 120 Fr. del 2022 a poco più di 70 Fr. odierni. La crescita delle vendite ha subito una brusca frenata rispetto ai picchi post pandemia perché la clientela stanca dell’inflazione ha reagito all’impennata dei prezzi comprando prodotti simili di altri produttori. La bufera in casa Nestlé quindi è parte di una resa dei conti dai confini più ampi. Per oltre un decennio grandi realtà in vari settori dai concorrenti di beni di largo consumo come Unilever, e Procter Gamble alle multinazionali tecnologiche, come General Electric, Siemens e Toshiba sono stati costretti a ridimensionarsi o a smembrarsi sotto la pressione degli azionisti.
Nestlé aveva finora resistito a questa logica aggrappandosi alla sua identità onnicomprensiva di più grande gruppo alimentare del mondo. In questo clima di preoccupazione interna ed esterna si sono inserite le voci sulla vita sentimentale di Freixe e sul suo rapporto con una dipendente. Freixe era stato nominato nell’agosto dello scorso anno in sostituzione di Mar Schneider, un ex dirigente del settore sanitario che aveva tentato di rinvigorire le sorti Nestlé con nuove linee di prodotto nel settore degli integratori per la salute e il fitness, ma che nella seconda metà dei suoi sette anni come amministratore delegato aveva assistito a un rallentamento della crescita. Schneider, il primo esterno in un secolo a guidare Nestlé, aveva uno stile di gestione a volte duro che si scontrava con la cultura aziendale basata sulla continua ricerca del consenso.
Freixe rappresentava l’esatto contrario: un dipendente di lunga data dell’azienda considerato l’incarnazione del valore di Nestlé con alle spalle quasi quattro decenni di servizio e che aveva permesso di reinvestire nei marchi meno apprezzati. Per tenere la rotta, Freixe stava attuando un’ambizioso piano di riduzione dei corsi di almeno 2,5 miliardi di franchi, con l’aiuto di società di consulenza come McKinsey. Il personale era teso per i potenziali tagli di posti di lavoro. Con il passare dell’estate mentre le voci venivano alimentate da una serie di articoli sul blog finanziario svizzero Inside Paradeplatz, le lamentele sono continuate.
Nell’ultimo periodo, investitori, analisti e consulenti aziendali sono stati impegnati in discussioni su come dovrebbe essere la nuova Nestlé. C’è chi sostiene che l’azienda dovrebbe snellirsi vendendo categorie a crescita più lenta come i dolciumi, i surgelati o parti dei business che non si integrano nel portafoglio come la cura della pelle o la considerevole partecipazione del colosso della cosmetica l’Oréal. È una formula consolidata già adottata nel settore dei beni di largo consumo da multinazionale come Reckitt e Danone che hanno ceduto delle categorie per creare portafogli più mirati a crescita più rapida. Freixe con il supporto di Buòcke resisteva a questa tendenza. L’amministratore delegato uscente credeva nei vantaggi di essere la più grande azienda alimentare di bevande del mondo presente nel maggior numero possibile di case a livello globale. “Onestamente non vedo i vantaggi dell’essere piccoli aveva dichiarato al Financial Times a maggio.
Chiusa la partita, i commentatori si chiedono se Nestlé seguirà finalmente la corrente. Sotto la nuova leaderhip devono essere prese decisioni importanti il più rapidamente possibile afferma Kai Lehmann, analista senior di Flossbach von Storch, uno dei 30 maggiori azionisti di Nestlé, sollecitando una “analisi spietata delle prospettive di crescita a lungo termine delle singole categorie”. Pablo Isla, il nuovo presidente, ha costruito la sua carriera al di fuori del settore, avendo trascorso 17 anni come CEO e presidente esecutivo di Inditex. Philipp Navratil, ex numero uno di Nespresso, dal canto suo, è una figura relativamente sconosciuta all’interno dell’azienda. Ma chi li conosce entrambi afferma che il quarantanovenne porterà uno spirito più imprenditoriale e una mentalità più agile al business. Ricordo che dal 2022 Nestlé ha perso circa il 40% del suo valore in borsa.
Gli investitori vedono questo come un segnale d’allarme e parlano di rischio di una crisi di fiducia. La perdita di valore di borsa per miliardi di franchi ha un gusto amaro anche per la collettività: infatti attraverso le casse pensioni praticamente tutti gli svizzeri hanno investito in Nestlé. Un danno collaterale enorme. Anche per questo gli analisti si aspettano che il nuovo Ceo dia impulso alla crescita del fatturato e dei margini. Senza una strategia chiara Nestlé rischia di perdere definitivamente il suo prestigio e la sua posizione competitiva, mentre rivali come Unilever e Danone stanno ottenendo risultati migliori, sempre secondo il Financial Time.



