Andare oltre i luoghi comuni che, per molti, identificano le caratteristiche di un Paese non è facile. Se parliamo di sindacati, ai meno attenti quello tedesco viene generalmente giudicata fuori gara. Si confondono però comparti come metalmeccanici o chimici (dei grandi gruppi industriali) con l’insieme dei lavoratori di quel Paese. Ben lontani dalle tutele salariali e contrattuali dei primi. Per questo quando si parla di differenze retributive in Europa occorrerebbe andarci cauti distinguendo tra settori, fasce professionali e dimensioni aziendali. La Germania non è un modello particolarmente significativo nelle relazioni industriali. Se non nella grande impresa. Come non lo è la Francia. In generale, in Europa, i sindacati non se la passano bene salvo che nell’Europa del nord. L’Italia, ovviamente, non fa eccezione.
Se parliamo di Germania, in premessa va specificato che il primo segno di debolezza è evidenziato dal problema fondamentale: la bassa percentuale di copertura della contrattazione collettiva nel comparto della vendita al dettaglio (e non solo). Non a caso il fenomeno è stato ben descritto, proprio in quel Paese, adoperando la metafora del formaggio groviera, nel senso che il modello tedesco, sebbene possa apparire compatto dall’esterno, sarebbe ormai “pieno di buchi” al proprio interno è ben raccontato da Cinzia Carta nel suo saggio: “La crisi della contrattazione di settore in Germania” ed. il Mulino). “Oltre l’80% delle aziende del settore non applica un contratto collettivo”, sostiene Silke Zimmer membro del consiglio direttivo di VER.DI che è l’abbreviazione di Vereinte Dienstleistungsgewerkschaft, il sindacato del commercio che dichiara complessivamente in Germania circa 1,8 milioni di iscritti (leggi qui ).
Questo significa che, pur nella stessa insegna GDO (nazionale o presente solo in alcuni lander), possono coesistere retribuzioni e condizioni lavorative molto differenti. In generale, va detto, i sindacati tedeschi hanno perso molti iscritti negli ultimi 10/15 anni. In aggiunta, decentramenti e fuga delle imprese dalla contrattazione collettiva hanno diversificato e indebolito la capacità regolativa dei contratti collettivi nei vari settori. Il salario minimo legale in Germania (Mindestlohn) è stato introdotto il 1° gennaio 2015 con una tariffa iniziale di 8,50 € lordi l’ora, superando la tradizionale contrattazione collettiva per contrastare il lavoro povero. Nel 2026 ammonta a 13,90 € e aumenterà a 14,60 € nel 2027. Un organo indipendente aggiorna periodicamente l’importo (ogni due anni) per adattarlo al costo della vita. In molte piccole imprese è diventato quello il punto d riferimento. Alternativo al CCNL.
La sindacalizzazione, nel comparto che ci riguarda, coinvolge circa il 10-15% dei lavoratori (in Italia è circa il 25-30%). Il Vereinte Dienstleistungsgewerkschaft (VER.DI), è stato costituito nel 2001 dall’unione di cinque sindacati e oggi è il secondo fra i sindacati tedeschi. Nella vendita al dettaglio non si applica alcun contratto collettivo al 60% dei lavoratori dell’Ovest (71% nell’Est), il 59% dei quali impiegati in imprese che asserivano che in passato applicavano il contratto collettivo di settore (44% nell’Est). La stessa Deutscher Gewerkschaftsbund (DGB) osservava già nel 2019 che circa 2 milioni di lavoratori percepivano illegalmente meno del minimo di legge. Quel dato non può che essere addirittura aumentato. Ed è singolare la coincidenza temporale con l’aumento del ricorso ai cosiddetti “contratti pirata” nel nostro Paese, per comprimere pur in altro modo il costo del lavoro, pur in assenza di un salario minimo di riferimento. I sindacati, come da noi, sono organizzati su più livelli, dalle Spitzenorganisationen (confederazioni che coprono tutto il territorio federale (la principale è la DGB) alle relative federazioni di settore, a loro volta articolate per Länder o per ambito geografico più ristretto. Le associazioni datoriali sono costituite per settore o per territorio. I contratti collettivi si applicano per tutto il territorio federale o per uno o più Länder. Oppure per una porzione geografica minore del Land e infine per una singola realtà produttiva (i contratti aziendali sono di norma denominati Haus o Firmentarifverträge).
Talvolta, quando il datore di lavoro non è affiliato all’associazione datoriale, i contratti aziendali ricalcano anche solo in parte i contenuti del relativo contratto di settore. Nell’ultimo decennio la fuoriuscita dalle associazioni datoriali o dalla contrattazione collettiva è aumentata, coinvolgendo grosse realtà economiche (fra cui, ad esempio, Amazon, Zalando e altri). Alcune catene di supermercati formalmente applicano il contratto di settore, ma molti punti vendita che operano sotto il loro nome ne rifiutano l’applicazione. “Questo è inaccettabile” prosegue Zimmer “perché solo i salari concordati collettivamente garantiscono un salario dignitoso. VER.DI si aspetta un chiaro impegno da parte dei datori di lavoro nei confronti della contrattazione collettiva”.
Per ora il sindacato ha presentato la sua piattaforma. Essendo organizzati su base regionale il rinnovo del CCNL parte con scadenze diverse nei 16 lander sindacali del commercio al dettaglio e nei 20 land sindacali del commercio all’ingrosso e dell’estero). I rinnovi riguardano circa 5,2 milioni di dipendenti nei settori del commercio al dettaglio, della vendita per corrispondenza, del commercio all’ingrosso e del commercio estero. “L’obiettivo è un aumento salariale generalizzato del 7% con una durata di dodici mesi”, ha dichiarato Silke Zimmer. Al di sopra del tasso di inflazione. “I rappresentanti di tutti i land sono concordi. Vogliamo ottenere un aumento significativo dei redditi reali per l’intera durata del contratto collettivo. Si chiede inoltre un aumento proporzionato per le indennità di apprendistato. Un numero particolarmente elevato di lavoratori del settore della vendita al dettaglio è impiegato a tempo parziale: il 65,1% nel commercio al dettaglio e il 27,6% nel commercio all’ingrosso.
Nella maggior parte dei casi, si tratta di un impiego part time imposto, poiché le imprese raramente pubblicizzano posizioni a tempo pieno. Questa situazione deve però finire”. Ha concluso Zimmer. Il sindacato VER.DI ha dichiarato che non accetterà una tantum o buoni spesa in sostituzione di veri aumenti salariali definiti dai contratti collettivi. Il sindacato si riferisce, tra l’altro, al recente bonus di sostegno recentemente approvato dal governo federale, che consente ai datori di lavoro di erogare ai propri dipendenti fino a 1.000 euro esentasse. Le critiche al bonus, approvato dal governo federale come potenziale sostegno per i consumatori, sono giunte anche dall’associazione datoriale. “Perché fornire sostegno ai cittadini a causa di fattori esterni è un compito che spetterebbe esclusivamente allo Stato e che non dovrebbero essere semplicemente scaricato sulle aziende, le quali sono a loro volta, involontariamente e massicciamente colpite dall’aumento dei costi, ad esempio quelli energetici”, ha dichiarato Stefan Genth, CEO della Federazione tedesca del commercio al dettaglio (HDE). VER.DI chiede quindi salari più alti, più posti di lavoro a tempo pieno, meno mini-lavori. Sebbene il settore della vendita al dettaglio tedesca sia tra i settori in espansione, la struttura occupazionale è sempre più caratterizzata da lavori precari, part-time e mini-lavori anziché da posizioni a tempo pieno. È un confronto che si preannuncia molto difficile.



