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È l’argomento di questi  giorni. PAM Panorama avrebbe licenziato alcuni dipendenti a seguito di contestazioni disciplinari e vorrebbe addirittura licenziare “dipendenti anziani, fragili, con 104, con limitazioni”. Tutti quindi  contro l’insegna. È come sparare sulla Croce Rossa. Secondo Massimiliano Fabozzi di Filcams Cgil «Chi è stato licenziato aveva 20 o 30 anni di servizio e quindi costava all’azienda. In altri casi in passato, seppur con modalità diverse, erano state invece allontanate persone con patologie, e quindi poco “produttive” per l’azienda». La ragione di questi test quindi potrebbe essere questa: allontanare «chi costa “troppo”». Non contento della evidente dietrologia pro domo sua, la butta in politica: «Stiamo assistendo alla fuoriuscita della Costituzione dai luoghi di lavoro», dice Fabozzi. «La nostra lotta è importante, perché in gioco c’è  la democrazia, la libertà e la sicurezza di chi lavora. E quindi del cittadino».  Accuse gravissime.

Pam Panorama, a sua volta,  ha definito  “diffamatorio” quanto denunciato dalle organizzazioni sindacali. La realtà di ciò che è realmente accaduto in quei punti vendita,  è passato in secondo piano. Il tema principale, per l’azienda, è quello di come sensibilizzare i collaboratori e arginare i furti nei suoi punti vendita. Ne ho scritto recentemente (leggi qui). Stiamo parlando di un fenomeno in espansione e sempre più diffuso, che non segue logiche di settore ma di opportunità: dalla spesa quotidiana ai beni personali, dal pet care alla tecnologia, i taccheggiatori sembrano orientarsi verso prodotti ad alta rotazione e facile occultamento, spesso di piccolo formato ma ad alto valore percepito. L’aumento generalizzato delle sottrazioni, con picchi che, in alcune categorie, superano il 90% rispetto al 2023, evidenzia come la prevenzione delle perdite sia ormai una priorità strategica per il retail.  Secondo gli esperti di settore nelle casse self check out i furti sono addirittura superiori dal 15 al 30%. 

Il punto è che quando si passa dalla denuncia generica all’azione, che non può non essere a 360°, nascono i problemi sul che fare. Il caso PAM Panorama non è affatto isolato. Parte dell’opinione pubblica e parte della magistratura tendono spesso a giustificare chi commette il furto vista la sua singola tenuità e a lasciare senza alcuna soluzione  credibile chi lo subisce. Le aziende provano di tutto per arginare il fenomeno. Tecnologia a parte e presenza di guardie giurate le insegne cercano di istruire i dipendenti, allertarli sulle tecniche di occultamento, responsabilizzarli su ciò che possono fare. Questo non significa voler trasformare semplici cassieri in carabinieri ma pretendere da ciascuno il massimo livello di attenzione nello svolgimento del proprio lavoro  è fondamentale. Chi sta alla cassa sa che deve prestare la massima attenzione quando passa la merce allo scanner. Per questo una contestazione  per mancata scannerizzazione di prodotti è assolutamente legittima.

Il tipo di sanzione dipenderà dalle prove concrete che l’azienda ritiene di possedere. Il licenziamento è l’estrema ratio. In genere è sempre preceduto da sanzioni disciplinari, come il richiamo scritto, se la mancata scannerizzazione è causata solo da negligenza. Se però  nasconde un furto, il licenziamento può essere immediato e portare a conseguenze penali, come previsto dall’art. 624 c.p.. aggiungo che la mancata scannerizzazione di prodotti può inoltre giustificare un licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo se il dipendente è già stato precedentemente sanzionato. Da parte dei sindacati di categoria il tentativo di “buttare la palla in tribuna” per spostare l’attenzione e difendere comunque il lavoratore coinvolto, è evidente. “Se questo è il modello della “moderna distribuzione organizzata”, allora siamo messi bene: un tuffo carpiato all’indietro nel peggior ottocento” tuonano. E cos’ha da dire l’associazione alla quale PAM è iscritta?”

Checché ne pensino i sindacati, Federdistribuzione dovrebbe scendere in campo a fianco dell’insegna. Senza se e senza ma. L’azienda, come è suo buon diritto e come è previsto dal CCNL in vigore, ha contestato comportamenti e fatti ritenuti gravi e molto diversi tra loro  ad alcuni dipendenti, come avviene in tutte le insegne,   i quali, a loro volta,  hanno il diritto di tutelarsi, tramite le loro rappresentanze, nei tempi e nei modi previsti. Non c’è sotto tiro alcuna categoria particolare (104, anziani, fragili, ecc.). Evocarlo è semplicemente diffamatorio.  Cosa che, se fosse provata, sarebbe peraltro illegittima, facilmente smontabile. Un boomerang per l’azienda stessa. Un errore che nessuna azienda è disposta a correre con leggerezza.

Ci sono in questo caso dipendenti singoli a cui sono stati contestati comportamenti molto diversi tra loro. Eventuali provvedimenti disciplinari seguono però il rispetto preciso di una procedura (altrimenti qualsiasi provvedimento è destinato a decadere) alla fine del quale, il lavoratore, se insoddisfatto,  può sempre fare ricorso in magistratura.  Se non si parte da qui si trasforma una normalissima vicenda di vita lavorativa quotidiana che si snoda tra diritti ma anche tra  doveri,  spesso sottovalutati, in una corrida senza senso.  Ovviamente, ad una parte dei sindacati  di categoria conviene sollevare polveroni per far passare preventivamente dalla parte del torto l’azienda e creare così quel clima più adatto a ribaltare le responsabilità. Se però usciamo dalla retorica narrativa di queste ore la realtà in una rete di PDV è molto più complessa. Ogni giorno ce n’è una; basta  poco per provocare contraddizioni nella gestione corrente. Quella più eclatante balzata agli onori della cronaca riguarda il cosiddetto “test carrello”. Le altre contestazioni rientrano tutte  nella normale gestione: lamentele di clienti, ritardi, discussioni trascese, irregolarità  alle casse, prodotti mancanti, differenze di cassa, ecc.

Chiunque ha vissuto in un PDV le conosce. Metterle insieme facendo pensare ad una strategia persecutoria è strumentale. Anzi. Se fossero così diffuse come si configurerebbe da ciò che è stato denunciato, più di un clima repressivo, evidenzierebbero un pericoloso lassismo gestionale presente nei punti vendita dell’insegna che, quello si, dovrebbe preoccupare i sindacati. Ovviamente non è così. Si sommano pere con mele per tirare l’acqua al proprio mulino. È ovvio che, davanti ad un giudice, la tesi  del “finto cliente” come causa di licenziamento verrebbe smontata in pochi istanti. Ma cosa c’entra quel test con il provvedimento in sé mi pare tutto da dimostrare. È vero, Il dipendente addetto   non è una guardia giurata come giustamente afferma il sindacato e la sua mansione non è legata all’antitaccheggio ma quel test,  serve affinché il dipendente aumenti il livello di attenzione. Fa parte di un percorso formativo. Soprattutto per chi opera laddove il cliente, dopo aver fatto acquisti,  completa le transazioni in autonomia, senza l’intervento di personale aziendale. È anche una delle aree con il maggior numero di furti. E l’azienda ha pure l’assoluta necessità che il controllo venga percepito dai clienti e dai dipendenti come necessario e non come una banale formalità.

Il “test del finto cliente” è semplicemente una forma particolare di mystery shopping parte, come scritto,   di un percorso formativo: un controllo interno, non annunciato, in cui una persona incaricata dall’azienda si comporta come un normale acquirente, ma in realtà punta a verificare il comportamento e l’attenzione del personale. Se questi   non nota nulla, l’episodio può diventare la base di una contestazione disciplinare? Non credo proprio. Sarà ciò che viene contestato al dipendente per i suoi comportamenti quotidiani nell’iter previsto dalla procedura a determinare la responsabilità, la sua  gravità e quindi il provvedimento finale. Per i sindacati è “un tranello” inaccettabile, per l’azienda una modalità per istruire il collaboratore e arginare un fenomeno in espansione. E contemporaneamente dare un segnale forte di coinvolgimento a tutto il personale del punto vendita. Continuo a pensare che questi episodi testimonino la lontananza di molti che tranciano giudizi sulle dinamiche reali di un punto vendita. Non diventare protagonisti della soluzione implica necessariamente diventare parte del problema.

Non è un caso il tentativo di trascinare tutti i temi legati ai provvedimenti disciplinari come fossero determinati da una volontà persecutoria dell’insegna e non come  comportamenti concreti, se provati, da stigmatizzare, denunciare e reprimere. Ovviamente senza atti di giustizia sommaria che sarebbero inaccettabili ovunque. Ma sono la procedura e i vari passaggi previsti dal CCNL a garantire la correttezza. Non le narrazioni strumentali. 

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